SOLO, il secondo capitolo del nostro viaggio oceanico con Ambrogio Beccaria, il suo progetto ALLAGRANDE e K-Way
Insieme a K-Way, abbiamo ritratto l’essenza e ascoltato la storia del velista oceanico Ambrogio Beccaria. ‘Solo’ è il secondo capitolo del nostro viaggio nel suo universo acquatico, e la seconda tappa del documentario ‘How Far You Can Go’: una regata narrativa che accompagneremo con speciali focus editoriali.
“La vela oceanica in solitario per me non è una fuga dalla società, è un modo per scoprire l’impossibile. E farlo senza l’aiuto degli altri”. Non esistono incongruenze nella vita di un navigatore oceanico, esiste coerenza. La coerenza nel seguire una determinata corrente, nell’accettarne l’auspicato aiuto, o l’imponderabile diffidenza. La coerenza nel seguire un flusso, uno spartito nautico partorito dalla propria mente e dalle proprie percezioni, allontanandosi dal noto per sfidare l’ignoto e, contemporaneamente, scoprirlo.
Dove il caotico ritmo milanese diventa un’impercettibile linea sull’orizzonte, Ambrogio Beccaria sta assecondando la propria coerenza, e il volere dei propri sensi. Visitare rotte battute per secoli, eppure ancora selvagge e indomabili, nella visione di questo talentuoso velista non vuol dire lasciarsi alle spalle la società, i rapporti metropolitani, il comune vivere, quanto piuttosto aggiungere tasselli ad un evoluto mosaico umano. Non egoismo, dunque, ma gusto della rivelazione. Non individualismo, ma ricerca interiore ed esteriore, dalle sfumature artistiche, oltre che sportive.
“La navigazione solitaria è un’arte particolare. Mi piace stare in mezzo alla gente, ma con la barca preferisco trovare un equilibrio personale. Amo mettere le mani ovunque e continuare a scoprire cose. Le regate solitarie sono un’avventura estrema. Parliamo di settimane, non di ore di viaggio. Il bagaglio tecnico e lo studio scientifico si mischiano con le complessità d’intere giornate trascorse da solo, in mare aperto. Già 24 ore dopo la partenza subentra la variabile più difficile da gestire, quella del sonno. L’oceano ha il suo ritmo e non puoi permetterti di dormire quando vuoi. Io, per esempio, sono solito spezzare la mia quotidianità al largo con micro-sonni di 20 minuti. Nelle gare devi riuscire ad essere strategico e presente, nonostante la stanchezza. Le giornate diventano veramente lunghe e la lucidità è ben diversa rispetto a quando sei a terra. È fondamentale riuscire a capirsi, ad ascoltarsi nel profondo. E sapere fin dove puoi arrivare. È difficile, ma il mare mi ha permesso di capire così tanto... Ho sviluppato una sensibilità che, spesso, paragono a quella degli animali marini. Onde e correnti sono ormai degli strumenti da interpretare”





Strumenti visivi e sonori che, per il velista-regista del progetto ALLAGRANDE, fungono da codice, da linguaggio universale. La natura comunica con chi può, vuole e sa ascoltarla; dialoga ininterrottamente, anche a chilometri e chilometri di distanza dall’ultima costa abitata. Ecco perché il percorso del 31enne Beccaria nulla ha a che fare con un confino volontario. Ecco perché la solitudine acquatica, nelle sue parole, diventa rispettosa sinergia con un universo altro, con un distopico sistema di segni, gerarchie e verità.
“Solo quando torni da una navigazione oceanica realizzi di essere ipersensibile a tutti i suoni, i rumori. In mare non ci sono altre persone, non c’è la città, non c’è il traffico, ma la barca e ciò che la circonda parlano in continuazione. Il silenzio completo è un’utopia, non ne ho ricordi. Anzi, l’idea mi terrorizza, perché è un qualcosa che nell’oceano, fondamentalmente, non può esistere. Durante una gara è necessaria la concentrazione totale, ed è fondamentale entrare in sintonia con il mondo esterno. C’è sempre un equilibrio molto precario, serve la giusta intuizione per processare la simbiosi tra mare e barca. Questo tipo di sintonia ha i suoi lati positivi, ma anche quelli negativi: risucchia tantissime energie e rischia di renderti un po’ monomaniaco. Ma la mia passione è così forte... E la crudezza dell’oceano non smette mai d’insegnare. Se a terra capita di raccontare o raccontarsi delle bugie, nel mare non puoi concedertelo, altrimenti non duri granché. Quando trascorri così tanto tempo da solo, non puoi mentire a te stesso: associo la navigazione solitaria ad un termine, la sincerità”




Nella sincerità si costruiscono i legami più fedeli. Sono connessioni pure e viscerali, come quella tra il navigatore definito ‘Extraterrestre’, soprannome ispirato dalla fulminea ascesa nel gotha della vela globale, e l’ipertecnologico battito cardiaco del suo scafo ALLAGRANDE. Quella che per alcuni è solitudine, per altri può essere un rapporto profondo, senza filtri, fondato sullo spirito di sopravvivenza e costruito su un’illogica, ma inevitabilmente romantica forma d’affetto. Tra continenti e arcipelaghi, in fondo, il termine ‘solo’ cessa di essere declinato al singolare.
“Ho un rapporto molto intimo con la barca. Quando parlo delle mie regate uso sempre il plurale, perché là fuori non sono da solo, siamo insieme. Ognuno deve fare la sua parte. Prima di un viaggio, penso tantissimo ai suoi dettagli, alla sua affidabilità, alla sua integrità e, ovviamente, alla sua potenziale performance. L’angoscia più grande sta negli ipotetici problemi tecnici. Lungo una gara di settimane, è impossibile che tutto vada liscio. A bordo di ALLAGRANDE ci sono sempre ferite da curare; di norma spunta un grattacapo al giorno, due cominciano ad essere un numero preoccupante. Registrando mentalmente suoni e rumori, posso costantemente monitorare le condizioni del vento, del mare, della vela e dell’intera imbarcazione. Quando questi cambiano, so che la barca mi sta dicendo qualcosa, e agisco di conseguenza, cercando di assecondare le sue richieste. Se la barca sbatte forte su un’onda, per me è come prendere un pugno nello stomaco. Sento che la sto utilizzando male e mi sento in colpa...”
Seguiteci per scoprire il terzo capitolo di ‘How Far You Can Go’.









