HOME, Il primo capitolo del nostro viaggio oceanico con Ambrogio Beccaria, il suo progetto ALLAGRANDE e K-Way

Insieme a K-Way, abbiamo ritratto l’essenza e ascoltato la storia del velista oceanico Ambrogio Beccaria. ‘Home’ è il primo capitolo del nostro viaggio nel suo universo acquatico, e la prima tappa del documentario ‘How Far You Can Go’: una regata narrativa che accompagneremo con speciali focus editoriali.

Casa è dove si trova il cuore. Non ci vuole molto a svestire di retorica una delle frasi più celebri firmate dal pioneristico scrittore, viaggiatore e naturalista Plinio il Vecchio. Basta ascoltare le parole di Ambrogio Beccaria. Basta immergersi in una biografia rovesciata, cominciata tra i confini d’asfalto dei Navigli milanesi e approdata nei criptici, eppure accoglienti orizzonti dell’oceano aperto. Delle sue rotte. Delle sue sfide.

Per questo velista oceanico casa è uno scafo, il gioiello nautico ALLAGRANDE, e l’incessante danza della sua vela. È la sensazione di abitare e, contemporaneamente, esplorare le incognite del vasto blu. È la solitaria, ciclica migrazione acquatica applicata alla competizione sportiva. Una necessità primordiale, ma anche una vocazione moderna, comparsa per puro caso nel pieno caos adolescenziale, e capace di definire il futuro di colui che, oggi, viene annoverato tra i più talentuosi navigatori del mondo.

“La mia passione per la vela è nata casualmente. Vengo da Milano e la mia non è una famiglia velica. I miei genitori mi hanno semplicemente trasmesso la passione per il mare. Ricordo vacanze infinite trascorse solo in spiaggia... Essendo genovese, mia nonna era l’unica ad avere delle vere origini marine. Era solita raccontarmi che, da piccolo, entravo in acqua camminando all’indietro, perché avevo paura dell’orizzonte. Il mio debutto in mare è stato così. La vela è arrivata a 11 anni, grazie ad un corso estivo di mia sorella in Sardegna. L’ho emulata, come molte altre volte, e gli istruttori mi hanno subito trasmesso questa passione profonda. La vela è diventata prima un modo per scappare da Milano, per sentirmi grande in mezzo a persone più mature di me, poi mi ha permesso di viaggiare per l’Italia e di guadagnare i primi soldi. Era una sorta di paese dei balocchi, una reale forma d’indipendenza. A 14-15 anni ti poni moltissime domande, soprattutto in una città come Milano. La vela mi ha dato delle risposte”

Dove onde e nuvole si specchiano a vicenda, arrivando a fondersi tra loro, le risposte ricercate dal velista classe ’91 si sono strutturate e schiarite nel tempo, divenendo personali assunti filosofici. Se è vero che il vento, il nobile padrone dell’immensità acquatica, cancella ogni traccia del passaggio umano, è allo stesso tempo innegabile il suo ruolo rivelatore, la sua capacità d’ispirare sferzanti epifanie e fluide consapevolezze. Epifanie e consapevolezze che, ora, ispirano le imprese di un navigatore in grado di essere contemporaneamente poeta e scienziato.

“Il contatto con l’oceano è sempre in divenire, non nutro un sentimento fisso per questo elemento. Ultimamente stare in mezzo al mare cambia le mie percezioni, le mie sensazioni, rispetto a quando sono a terra. In acqua, le differenze tra essere umano e natura, tutti quei confini, quei limiti amplificati dal mondo contemporaneo, si assottigliano. Sento il lato selvaggio che abita dentro di me. Quando questa componente viene fuori, mi fa stare bene, mi fa prendere un ritmo che è completamente diverso da quello abituale. E mi fa sentire a casa. Essere un navigatore vuol dire fare un lavoro che so non avere un senso preciso per la società, ma sentirmi un marinaio mi ha dato un posto nel mondo. Senza questa passione, mai avrei scoperto che, effettivamente, il mare è il mio posto”

Un posto, una dimora che non ha un indirizzo preciso, ma che fa riferimento ad un ideale, quello racchiuso nel naming ALLAGRANDE. ALLAGRANDE è uno scherzo, una battuta dialettica che lungo gli anni ha assunto i connotati della scommessa, della scoperta, della realtà, perfino dell’affermazione, divenendo il crocevia del processo di comunione tra Beccaria e le correnti marine, così come la pietra angolare di un sogno concretizzato superando ogni aspettativa. 

“Il nome è nato grazie ai carpentieri dei cantieri navali di La Spezia. Era il 2015, avevo poco più di 20 anni e facevo lo skipper di un catamarano da crociera. Stavo studiando per diventare navigatore e ho comprato un Mini 650, la mia prima barca oceanica di 6 metri e mezzo. Era un relitto recuperato in Portogallo, non avevo soldi per permettermi altro. Dopo gli orari lavorativi mi fermavo ore in cantiere per rimetterlo in sesto, e i carpentieri, da buoni liguri, continuavano a prendermi in giro. Mi chiedevano ripetutamente come stesse andando il mio sogno. Rispondevo sempre “Alla grande!”. Quando è arrivato il momento del varo, poi, ho deciso che quello sarebbe stato il nome perfetto”

Seguiteci per scoprire il secondo capitolo di ‘How Far You Can Go’.