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Una celebrazione del movimento umano e dei suoi significati contemporanei, attraverso la vision dalla regista Valentina Khodnevich e DFP (Dance.Film.Performance).

Valentina Khodnevich sfuma i confini tra danza, sport, moda e scienza, e con il suo lavoro ridefinisce il modo in cui percepiamo il movimento sullo schermo. Il suo short creativo 9.81 m/s² — una collaborazione ipnotica con la compagnia londinese Dance.Film.Performance., realtà impegnata nel declinare la danza in nuovi media, arti visuali, esperienze originali e regni ibridi, come quello fashion, anche nei panni di agenzia — è un'immersione visiva nel corpo in movimento: un’esperienza sensoriale tanto cerebrale quanto lirica. Ogni inquadratura, ogni composizione si palesano come una meditazione atmosferica sulla gravità, sullo scorrere del gesto, sulla bellezza cruda e potente della performance.

L’abbiamo incontrata per esplorare il suo percorso creativo — da Mosca alla scena performativa di Londra — e per capire come la coreografia, la fisica e l’estetica dello sportswear siano diventati elementi chiave del suo linguaggio cinematografico. Inoltre, abbiamo anche raccolto delle riflessioni di Angelina Gorgaeva, Direttrice Artistica DFP e coreografa di questo corto.

9.81 m/s² Short Film

Innanzitutto Valentina, come si è sviluppato il tuo percorso verso racconto visuale e, più nello specifico, verso l’arte ispirata dal movimento?

“Ho un background in arte e design, ma quando mi sono trasferita da Mosca a Londra, sette anni fa, qualcosa è cambiato. Ho iniziato a lavorare con ballerini quasi per caso: è stato il risultato naturale della comunità artistica che ho trovato qui. All’inizio si trattava di lavori coreografici più strutturati, poi si è tutto ampliato. Negli ultimi tempi mi sto interessando al movimento sportivo: arti circensi, ginnastica, giocoleria… sono forme bellissime, ma spesso non vengono percepite come ‘arte’. Per me, invece, sono affascinanti quanto — se non più — della danza stessa.”

Hai origini russe, e la Russia ha una fortissima tradizione nella danza classica. Questo dato culturale ha influenzato il tuo percorso?

“Assolutamente, ma forse in un modo inaspettato. A Mosca mi sono appassionata al teatro contemporaneo, soprattutto a quello che vede usare il corpo al posto della parola. Ho seguito un corso di ‘teatro plastico’, dove il movimento sostituisce il monologo. Quando poi sono arrivata a Londra, ho cercato quella stessa tipologia di teatro, ma non l’ho trovata. La scena qui mi è sembrata più commerciale. Poi, una sera, ho visto uno spettacolo al Theater al Sadler’s Wells e lì si è accesa una scintilla: ho capito che forse la mia vera passione era la danza, non il teatro. Da lì, la danza ha iniziato a entrare nei miei lavori, quasi senza che me ne accorgessi.”

Quando hai capito che il linguaggio del movimento poteva sostituire la narrazione tradizionale?

“È un’intuizione naturale. A volte le parole sono troppo dirette, spiegano tutto. Il movimento invece lascia spazio all’interpretazione. È più aperto, stratificato. Lo spettatore diventa parte attiva, quasi come se stesse risolvendo un enigma. È per questo che integro sempre anche la musica in modo preciso. In 9.81 m/s², ad esempio, abbiamo usato una tecnica sonora in cui i loop si generano casualmente, fuori dal nostro controllo. Ha aggiunto una specie di imprevedibilità scientifica alla struttura, e questa cosa mi affascina.”

Il titolo 9.81 m/s² è molto evocativo. Da dove viene?

“Fa riferimento all’accelerazione gravitazionale, quella che tutti abbiamo studiato a scuola: 9,81 metri al secondo quadrato. È un dato scientifico basico, familiare ma dimenticato. E si lega perfettamente ai temi del film: caduta, resistenza, movimento nello spazio. Di solito scelgo i titoli in post-produzione, quando il montaggio rivela la vera anima del progetto. Per esempio, un mio lavoro precedente si intitola N25 perché l’ho chiuso il 25 novembre. (ride ndr) Mi piacciono i titoli che creano domande, anche se non spiegano tutto.”

Com’è stato lavorare con i performer in 9.81 m/s²?

“È stato un privilegio. I ballerini sono come attori silenziosi: raccontano storie con il respiro, con un gesto, con la presenza. In questo caso abbiamo collaborato con Dance Film Performance, e la produzione è stata interamente condivisa. Ho lavorato con la loro movement director, gestendo in sinergia riferimenti visivi, moodboard e indicazioni emotive. Non sono una regista che impone un movimento specifico. Preferisco suggerire una sensazione — come la tensione o la leggerezza — e lasciare che siano i protagonisti a tradurla con il corpo. È lì che accade la magia vera. Non stai più solo coreografando: stai canalizzando un’emozione. Per me, danza e sport sono linguaggi narrativi. Ogni caduta, ogni passo, ogni respiro raccontano qualcosa.”

Anche lo sportswear ha un ruolo centrale nel film. Consideri il fashion e, più nello specifico, i capi a vocazione sportiva uno strumento narrativo?

“Senza dubbio. Quello che indossi dice molto di te. Lo sportswear oggi vive a metà tra funzione ed espressione: è pratico ma anche elegante, adatto a una prova in sala o ad un evento d’arte. Mentre giravo 9.81 m/s², mi affascinava il modo in cui i capi oversize seguissero il movimento dei corpi. Non coprivano i ballerini: diventavano parte della coreografia. Aggiungevano fluidità, morbidezza, grazia. E poi c’è qualcosa di visceralmente potente nello sport. Entrare in una palestra, in uno spazio di movimento, genera un’energia irrazionale. E i vestiti trasmettono quel tipo di energia. Non è solo comfort: è presenza.”

Il tuo lavoro sembra porsi all’incrocio tra arte, sport, scienza e fashion. Cosa ti attrae della fusione di questi mondi?

“Mi affascinano i collegamenti nascosti. Che si tratti di logica scientifica, istinto corporeo o tessuti in movimento, c’è sempre un dialogo sottile. Soprattutto nella performance. La danza, ma anche forme artistico-sportive meno convenzionali, come il circo o la giocoleria, ci spingono a riconsiderare cosa sia il corpo. Ci obbligano a ripensare cosa intendiamo per grazia, potenza, umanità.”

Quando hai realizzato 9.81 m/s², avevi in mente un messaggio preciso o si trattava più di un'esplorazione emotiva e visiva?

“È stato un lavoro molto istintivo. Ho realizzato altri progetti dove c’era una lunga fase di ricerca e preparazione ma, alla fine, l’idea non passava. Stavolta volevo partire dal materiale — il girato, la musica, la color grading — e costruire una sorta di collage emotivo. Mi interessa quel momento in cui tutto si incastra, non perché riesca a spiegare qualcosa, ma perché ha una potenza evocativa. Come quando ami una canzone non per il testo, ma per la sensazione che ti lascia addosso.”

Stai evolvendo questi temi in nuovi progetti?

“Sì, ne ho diversi in lavorazione. Alcuni sono più fashion, altri ruotano attorno alla musica. Uno in particolare mi entusiasma molto: un ritratto di un giocoliere che lavora più come performer artistico che come circense. I suoi gesti sono minimali, meditativi. Mi affascina questo: nello sport o nell’arte del movimento, la tecnica è immediatamente visibile. Sai subito che tu non potresti fare quella stessa cosa. C’è una linea sottile tra meraviglia e umiltà che mi colpisce sempre. Sto anche collaborando con Joanna Park, una designer londinese che lavora sul concetto di ‘smart fashion’ — abiti funzionali ma concettuali. Insieme stiamo sviluppando una nuova opera visiva che continua questo dialogo tra moda, movimento ed emozione.”

E riguardo il processo da coreografa, invece, Angelina? Puoi raccontarci cosa significa per te e DFP la danza e com'è stato collaborare con Valentina? 

Angelina (D.F.P) "Il mio approccio al lavoro cinematografico è collaborativo e si adatta alle persone con cui lavoro, in particolare ai ballerini. Inizio spesso dal linguaggio corporeo individuale dei danzatori, utilizzandolo come base per esplorare e definire il vocabolario del movimento. Da lì, integro i principi coreografici e i temi che desidero approfondire nell’opera.

In '9.81', ad esempio, gran parte di ciò che ha preso forma è nato dall’improvvisazione. Abbiamo modellato la struttura del pezzo direttamente sul set—si è sviluppata nel momento stesso, il che ci ha permesso di rimanere pienamente presenti e reattivi. Ho collaborato strettamente con Valentina; abbiamo parlato molto del tipo di atmosfera e della corrente emotiva che volevamo evocare.

Credits

Director Valentina Khodnevich 

Production DFP.Productions, Dance.Film.Performance 

Producer Angelina Gorgaeva, Kate Gordeeva

Cinematographer Edward Hamilton-Stubber

Choreographer Angelina Gorgaeva

Performers: Angelina Gorgaeva, Zakarius Harry

Gaffer James Hawkins

Stylist Anastasia Glazova

Editor Valentina Khodnevich

Graphic Designer Aleksandra Orekhova

Colourist Anton Zimmermann

Composer ANDYS