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C’è una sottile linea di contatto fra arte e sport, dove la passione per il calcio incontra l’obiettivo fotografico, e fa nascere qualcosa di magico – un racconto visivo capace di svelare il cuore pulsante dello stadio, dei suoi riti e dei suoi protagonisti

Dai primi interessi architettonici sugli stadi, passando dall’amore per il Milan, fino alle coreografie delle curve d'Europa e non solo, Giuseppe Romano riesce a farci guardare oltre il rettangolo verde. Ad entrare nell’attesa fuori dai cancelli, nella fila per una birra al vecchio bar, nel sospiro di un tifoso al 90’ minuto, dove si nasconde la vera essenza del Beautiful Game.

Nel suo percorso la macchina fotografica è diventata strumento d’indagine sociale, capace di raccontare l’invisibile: le emozioni, le paure, i rituali, l'organizzazione, la comunità che si stringe attorno a un unico, universale, linguaggio. 

Grazie alla sua testimonianza, fatta di trasferte, passione, e soprattutto rapporti umani scopriamo come ogni scatto possa trasmettere l'energia che muove masse di tifosi ogni singola domenica.

Origini 

"Ho avuto la fortuna di venire da una famiglia per metà artistica, quella materna, e per metà sportiva, quella paterna. Mio padre ha sempre giocato a calcio, fino a 40 anni è stato sui campi. È ritornato a giocare nei campionati Siciliani degli anni 90': quando si dice ‘fino alla fine’... Appena smesso di giocare è salito in bici, l'anno successivo siamo andati sulle Dolomiti a correre la Maratona dles Dolomites... Un vero ‘malato’ di sport. Mia madre è architetto, da qui la mia scelta iniziale di studiare design. Mio zio è un pittore. Loro mi hanno passato quel lato artistico, quel desiderio di provare ad interpretare il mondo, capire come pensare creativamente, come parlare, come rappresentare quello che vedi davanti a te. Quello che faccio oggi è la connessione naturale di questi due mondi.

Conservo ancora la mia prima macchina fotografica, me l'ha regalata mia madre, addirittura prima che nascessi. È del 1992, io sono del 93’, ed è ancora funzionante, a rullino. Mi ricordo ancora un Milan - Real Sociedad, giocato a Catania nell'estate del ‘99, in cui feci delle foto che, ovviamente, ho visto solo giorni dopo, quando sono riuscito a svilupparle. Avevo fatto un paio di scatti allo stadio, ma già all’epoca erano le persone a richiamare la mia attenzione: le maglie del Milan, chi tifava, chi era felice, chi esultava. Crescendo, oltre allo sport giocato, mi ha sempre interessato capire questo: le persone. Cosa facevano, e perché, in un determinato momento allo stadio: riuscire a far vedere e ritrarre quei rituali, il lato culturale dello sport. 

Conclusi gli studi di design a Milano, proprio durante il Covid (quando ci è stato vietato di uscire e, di conseguenza, di andare allo stadio), ho capito realmente che volevo lavorare con il calcio. In quei 15 metri quadrati, ho realizzato che se avessi dovuto fare dei sacrifici, li avrei fatti per far sì che quel mondo entrasse nella mia vita. Se avessi dovuto lavorare venti ore su ventiquattro, avrei voluto farlo per me e su di me, non per qualcun altro. Quindi, automaticamente, ho deciso di provare a fare quello che mi appassionava di più e vedere dove mi avrebbe portato.

In primis ho avuto la fortuna di collaborare con il Venezia calcio. Poi, un po’ per passione personale, essendo tifoso - abbonato (durante l’università) del Milan, portavo sempre con me la macchina fotografica a San Siro e scattavo i miei amici ultras: la Curva Sud in generale. Tutto è partito dallo scattare gli stadi da un punto di vista architettonico, passando poi alla partita in sé, e infine al rituale della giornata in generale di un tifoso: quello che fa una persona che va allo stadio, la stessa cosa che facevo io..." 

Entrare in campo 

"Dopo il covid, ho deciso di lasciare Milano, tornare in Sicilia e iniziare a fare dei lavori per il Catania e il Siracusa, seguendone la risalita dalla serie C. Da quel momento ho cominciato a dedicarmi solo allo sport, nello specifico, ovviamente, di pallone.

La mia più grande fortuna è stata quando uno dei ragazzi che lavorava nel team social del Galatasaray mi ha chiamato mentre ero in Turchia, per propormi di scattare una partita. Ero ad Izmir, e mi hanno ospitato ad Istanbul. Sono stato dieci giorni lì, ho conosciuto i giocatori, la dirigenza… Mi hanno accolto come una famiglia. Una peculiarità di quel Galatasaray era che l'allenamento veniva condotto in italiano. C'erano Mertens, Oliveira, Icardi, Muslera, Torreira e la maggior parte dei giocatori aveva in passato militato nei campionati del mio Paese. Chi aveva giocato in serie B, chi era cresciuto nelle squadre giovanili italiane, c'erano dei giocatori che nemmeno sapevo fossero cresciuti nei campionati italiani, per poi ritornare in Turchia. Anche l'allenatore, Okan Buruk, aveva giocato in Italia all'Inter. Credo sia stata la scintilla perfetta per tutti. Abbiamo costruito un legame in modo molto naturale. Dopo quell’esperienza, una squadra ha tirato l’altra. 

In Turchia il calcio, e lo sport intero, sono un’altra cosa. Tutti seguono la propria squadra. Quando ho scattato la partita del Galatasaray, il giorno prima sono andato a vedere il basket, Gala - Fener, un'atmosfera incredibile. La cosa che mi ha sorpreso di più è che le stesse persone le ho riviste domenica allo stadio dove c'era di nuovo Gala - Fener, ma di calcio. Essendo polisportive, le persone che tifano il sabato il basket, la domenica mattina magari vanno a vedere la pallavolo e la sera vanno allo stadio, cantando gli stessi cori con la stessa emozione per tutti gli sport. Penso sia qualcosa di veramente unico. Una volta mi è capitato di vedere la pallanuoto di venerdì sera: pieno di gente, una cosa senza senso. Cose che in Italia si vedono in Serie A, forse, quando ci sono i derby. Lì è la normalità. Quando sono tornato in Italia dopo quell’esperienza, mi ha ricontattato il Venezia, ho iniziato a scattare in modo ufficiale per il Milan e per dei brand… E tutto ha iniziato ad allinearsi naturalmente."  

La dimensione sociale del Calcio

Quello che voglio provare a trasmettere con la mia fotografia è che il calcio va oltre il rettangolo di gioco. La cosa che mi interessa è la cultura in cui è immerso: tutto quello che è autentico, tutto ciò che si può chiamare reportage, che per me altro non è che la connessione con le persone. Il calcio è un linguaggio universale comprensibile a tutti, e può comunicare la sua potenza anche grazie ad una singola fotografia.  

Penso che il calcio sia uno dei pochi rituali sociali ancora in grado di resistere, di smuovere le masse. Mi ha sempre affascinato il modo in cui la gente si muove all’interno di uno stadio: l’organizzazione che c’è dietro ad una curva, ad una coreografia. Non posso dimenticare una partita a Marsiglia: non ero lì per lavoro, ci sono capitato quasi per sbaglio. I tifosi avevano fatto una coreografia per onorare la morte del Papa.

Capire e vedere come queste coreografie vengono preparate, ma soprattutto come vengono alzate nel giro di 30 secondi, quando la squadra entra in campo, per me è una cosa unica: un atto di ingegneria fuori dal normale. Molte volte si parla male del tifo organizzato, si tende a definire gli ultras in modo univoco: come gente di strada, poco istruita. Io ho conosciuto signori con la terza media, che veramente possono essere paragonati ad ingegneri. Dei pazzi che fanno cose da pazzi grazie ad un’esperienza personale maturata in anni e anni di tifo, di vita da stadio. Gente che da oltre 30 anni si impegna per sostenere la sua fede calcistica. È qualcosa di difficile da spiegare a parole. Per questo preferisco cercare di fotografarla. La preparazione alla partita, quello che fanno il giorno prima o il giorno stesso… Inseguo tutto ciò."

L’importante è esserci 

"Tante volte quando vado a scattare una nuova tifoseria, o mi faccio trasferte per progetti personali, anche solo per andare a guardare una partita, cerco di parlare con gli ultras, di entrare in contatto con i tifosi. I primi giorni non scatto praticamente mai, proprio perché non ho ancora creato quel tipo di confidenza, di genuinità. Magari scatto due foto in tutta la settimana, però quelle due foto sono vere, reali: non sono una marchetta o una cosa preparata. 

È proprio questa la mia ‘visione’: incontrare persone reali, e raccontare la loro realtà attraverso codici, rituali, sguardi, emozioni, che condividono prima e durante una partita. È difficile, i primi giorni di conoscenza non mi permetto di dire che faccio il fotografo: è un qualcosa che arriva dopo, con un semplice ‘ah, sai, magari ti faccio anche una foto’. Provo a lavorare ‘sotto copertura’, diciamo così, per poi arrivare al giorno della partita e riuscire ad ‘ottenere’ quello che mi ricerco a livello culturale, passionale, emozionale… Può essere anche, perché no, la paura: d’altronde, può succedere di tutto il giorno di una partita…

Mi è capitato di andare in curve fuori dal comune: mi riferisco pure a frange estreme, anche nella loro politicizzazione. Però, la fiducia che mi hanno dato dopo alcuni giorni è stata tale da poter scattare capi ultras a volto coperto, dentro casa loro, con numerosi grammi di droga esposti, e di mangiare con loro. Non nego di non aver avuto paura, è normale. Ma è una cosa che mi attira, che mi fa andare avanti ogni giorno: il sapere e non sapere cosa aspettarsi, il capire e non capire chi c'è dall'altra parte, il processare le prime impressioni... La cosa fondamentale per me è creare un rapporto vero e onesto: con il tifoso, con la squadra, con i giocatori. Negli anni ho preso degli pugni, innumerevoli calci nelle caviglie…  E continuerò a prenderli. Paradossalmente, sono ‘felice’, perché vuol dire che sto facendo quello che mi fa sentire vivo: quel brivido, quelle sensazioni che mi fanno capire che sto facendo la cosa giusta.

Ci sono tifoserie e stadi che mi fanno venire la pelle d’oca solo ripensandoci. Per esempio, quando ho visto il West Ham per la prima volta, anche se era il primo anno che giocavano nello studio nuovo, mi sono emozionato. Vedere la gente andare nel vecchio pub prima della partita, o prendere la metro e andare allo stadio, è stata una cosa fuori dal normale. Banalmente mi capita anche a San Siro: ho visto il Milan più di 200 volte, e ogni volta, che sia in campo o al terzo anello, è sempre un'emozione incredibile. Sentire l'odore del prato, dei fumogeni, mi fa vivere dei sogni lunghi 90 minuti. Quando sono in quei contesti per un lavoro specifico, provo a portare il progetto a casa, certo, ma se sono preso dalla partita o dai tifosi, scatto meno. Invece di scattare 100 foto ne faccio 20, ma sentite, vere, di conseguenza migliori. 

Alcune domeniche fa sono andato alla finale scudetto di serie D, ed è stata una delle trasferte più belle dell’anno. 1900 km, 25 ore di viaggio, la stanchezza… Però, quando rivedo le foto che ho scattato, mi sento ancora dentro quello stadio un mese dopo. Apro l’archivio e vedo foto di 5 o più anni fa e rivivo quelle emozioni, l’adrenalina, la paura di un pareggio all’ultimo minuto, di un rigore. La cosa più importante è esserci stato. Tante delle foto che ho scattato non sono ‘corrette’ a livello tecnico, però cercano di trasmettere il senso di cosa voglia dire andare allo stadio, almeno secondo la mia prospettiva. Ho una foto, in particolare, che ritengo bellissima: una signora di 70 anni, a San Siro, che recita il rosario prima della partita. Il rosario è rossonero. Questo per me è il pallone, non il calcio, ‘il pallone’."

Passato, presente e futuro del Beautiful Game

“Per tanti anni, il calcio è stato più di un gioco: è stato il battito di un’intera comunità. Ancora oggi, in alcune piazze, riesce a sopravvivere alle mareggiate economiche e alle logiche contemporanee. È vero che il calcio moderno appartiene sempre più a chi ha i soldi, ma il suo vero spirito vive ancora: respira nei paesini dove la gente si sveglia all’alba per coltivare i campi tutta la settimana e poi, la domenica, si ritrova attorno a un unico campo, per tifare. 

Crescendo vicino a Siracusa, Canicattini Bagni, un paesino di appena 7000 anime, ho visto la mia squadra locale giocare in Eccellenza per anni con lo stadio sempre pieno, ogni fine settimana. Mio nonno, non propriamente amante dello sport, andava lo stesso: non tanto per vedere la partita in sé, ma per respirare quel clima di festa collettiva. In posti come il nostro, la domenica di calcio era l’unica vera tregua dopo giorni di lavoro. Era un festival comunitario, un dono che sembra perdersi, nella sua essenza comunitaria, nelle grandi città di oggi.

I club di provincia, mi ricordano i valori più puri del calcio. Piazze che non hanno mai toccato la Serie A, eppure vivono di calcio. Questa per me è l’essenza del gioco: unire le persone, superando barriere sociali ed economiche. Quella vecchia pubblicità TIM — ‘Il calcio è di chi lo ama’ — è scolpita nella mia memoria. Credo ancora in quelle parole, ci credo grazie a chi ancora organizza tornei di calcio a cinque al campetto sotto casa, a chi lo fa solo per passione. 

Da buon siciliano, metà della mia famiglia ha avuto a che fare con l’Argentina. Nel mio armadio conservo ancora la maglia S del Boca Juniors, che mi portarono delle mie cugine. Ora non mi sta più, ma il sogno di andare a scattare in quella terra rimane. Il Sudamerica è la culla sacra del calcio, dove i tifosi arrivano a soffrire la fame pur di vedere una partita. Quella stessa dedizione l’ho vista in Turchia, specie quando è stata colpita dal disastro sismico di due anni fa. I tifosi attraversavano la città a piedi, raccogliendo fondi non per arricchirsi, ma per rafforzare la propria comunità. È stata una prova del potere trascendentale e unificatore della passione sportiva.

Per me, il calcio sarà sempre questione di comunità e appartenenza: di quell’onda di emozioni che nessun accordo televisivo o interesse aziendale potrà mai cancellare. È il ritmo della vita quotidiana: un rituale condiviso, per l’appunto, che è destinato a continuare fino a quando continuerà ad esserci chi lo ama per davvero.”