Dall’inattesa epifania alla vetta del ranking mondiale, storia e pensieri della regina del padel

“Alcuni anni fa il padel non era uno sport strutturato e non era una prima scelta. Tanti giocatori venivano dal tennis, ovviamente. Oggi invece le cose stanno cambiando, i bambini iniziano il loro percorso sportivo giocando a padel. Spero e credo che questo processo sia destinato ad evolversi sempre di più. Tra poco sarà ancora più naturale vedere un bambino o una bambina intraprendere questa strada… È una questione di tempo. E per me è un orgoglio essere una figura di riferimento in questo momento, è fantastico avere la possibilità d’ispirare le nuove generazioni”

È questione di tempo, Gemma Triay lo sa bene. In fondo questa frase racchiude anche il suo avvicinamento all’universo popolato da bandeja e chiquita, globo e por tres. Perché la regina contemporanea e incontrastata del padel, titolare di uno strabiliante record di 294 partite vinte su 386 disputate all’interno del World Padel Tour, prima di egemonizzare elegantemente le pareti di vetro ha dovuto fare i conti in prima persona con il fattore-tempo. Ma anche con il tennis, la sua prima passione, con la temporanea inattività e con il fato, che bussò alla porta della nativa di Minorca durante un placido periodo universitario.

“Ho cominciato a giocare a tennis prestissimo, a 4 anni, e l’ho lasciato quando ne avevo 19. All’epoca decisi di trasferirmi da Minorca a Barcellona per studiare Lingue e smisi completamente di fare sport. Dopo un paio d’anni, però, mi mancava il senso di competizione, il sapore della sfida, e mi feci coinvolgere dal padel. Era il 2013 e in Spagna, al contrario di molti altri Paesi europei, questa disciplina era già molto conosciuta. Ricordo che per Natale feci arrivare a Minorca una ‘pala’ ordinata su Wallapop e da lì in avanti mi lanciai tra tornei amatoriali prima, campionati catalani poi e infine nei miei primi eventi di alto livello. Chiesi aiuto a mio padre per pagarmi voli e viaggi, lui mi domandò se fossi sicura di ciò che facevo, o se il padel fosse solo un hobby. La mia risposta lo convinse a supportarmi”

È questione di tempo, dicevamo. E per la nuova Gemma il tempo diventa magicamente prezioso. Oltre al sostegno paterno, per far decollare la propria carriera la minorchina dedica ogni suo minuto ai campi da padel, sia sotto forma di giocatrice, che d’istruttrice. Oggi, a distanza di un decennio, tra eventi internazionali, tornei di prima classe e il costante interesse di sponsor e tifosi, Gemma potrebbe limitarsi a pensare alle tensioni tipiche della vetta del ranking, potrebbe dedicare il proprio tempo unicamente alla sé stessa giocatrice… Eppure non è così, come dimostra il ruolo di vicepresidentessa IPPA, sindacato dei giocatori professionisti di padel, e il sogno di vestire il proprio sport con i cinque cerchi olimpici.

“Per i primi due anni ho lavorato cinque giorni a settimana. Davo lezioni di padel per mantenere il mio sogno. Quando ho iniziato a scalare il ranking, i giorni lavorativi sono diminuiti e sono aumentati i viaggi e gli allenamenti. Sono stata fortunata, perché le ragazze che erano state numero 1 negli anni precedenti al mio avvento non hanno guadagnato quello che meritavano… Io sono capitata nel posto giusto al momento giusto, proprio quando il padel stava iniziando ad espandersi a macchia d’olio in tanti Paesi diversi. Ma questo è solo il principio, ne sono sicura, già tra cinque anni il movimento sarà ancora più grande e strutturato. E spero possa raggiungere palcoscenici enormi, come i Giochi Olimpici. Io mi sto impegnando per raggiungere questo obiettivo e sto lavorando per far sì che i miei colleghi e le mie colleghe del presente e, in particolar modo, del futuro, possano giocare e vivere le loro carriere nelle migliori condizioni. Ho tante cose su cui concentrarmi ed è faticoso, ma mi piace essere partecipe di quest’evoluzione”

All’interno di questo continuo cambio di focus, Gemma riesce anche a godersi uno dei più grandi privilegi dei professionisti della ‘pala’: la possibilità di saltare da un aereo all’altro e di fondersi con culture che mai avrebbe pensato d’incontrare. La sua tipica vibora disegna traiettorie letali in ogni latitudine del globo, settimana dopo settimana, e proprio durante una di queste trasferte abbiamo incrociato la sua profonda testimonianza. Siamo al Platys Center di Verona, dove la numero uno al mondo si è unita alla campionessa italiana Carolina Orsi per celebrare la forza aggregativa del padel. Siamo in Italia, nel Paese che è ormai diventato seconda casa per la fenomena spagnola. Siamo, soprattutto, all’interno di un processo virtuoso: quello della divulgazione del verbo padelista.

“Amo viaggiare grazie al padel, mi permette di entrare in contatto con culture diverse, di esplorarle e comprenderle. Il padel è una professione, ma anche un piacere. Quando non gioco m’immergo nei musei e nella gastronomia di ogni luogo. Con l’Italia poi ho un rapporto speciale, sono tesserata per il Circolo Canottieri Aniene di Roma e ogni volta che raggiungo la capitale mi sento in famiglia. Questi eventi aiutano a far conoscere il padel e ad avvicinare la gente a questo sport. È fondamentale organizzarli in ogni dove, le Olimpiadi del 2032 sono dietro l’angolo e spero che, portando il padel in nazioni come gli Stati Uniti, l’Australia o in generale nell’Est Europa e nell’Estremo Oriente, il nostro sport possa essere selezionato. In fondo, ripeto, è solo questione di tempo”