Come Media Partner dello Skate and Surf Film Festival, esploriamo le prospettive e gli approcci multidimensionali a queste culture senza tempo, e ai loro immaginari contemporanei, di alcuni protagonisti della kermesse. E tocchiamo anche il tema della sostenibilità, grazie alle riflessioni condivise dalla pellicola ‘From Dust to Dream’, e alle parole dei suoi protagonisti: lo shaper Nico, di Wavegliders, e il filmmaker Pedro Scansetti.
Una tavola fatta di agave. Un laboratorio e una forma d’arte che diventano scena e messaggio. Un racconto che scorre come onde in uno spot significativo. ‘From Dust to Dream’ è una toccata e fuga nel mondo dello shaping sostenibile, una realtà lontana e, allo stesso tempo, vicina, che Nico, shaper di culto, nonché mastermind dietro l’azienda Wavegliders, e il filmmaker Pedro Scansetti hanno voluto raccontare in tutta la sua semplice, lirica importanza.
Creare qualcosa che nasce dalla terra, cavalca le onde, e poi vi fa ritorno, sotto forma di storie e ride. Entriamo in questo speciale capitolo Game Changers attraverso una pellicola che non ha voluto educare il pubblico SSFF, ma toccarlo con una leggerezza impegnata: quella in grado di mettere in moto il cervello, e l’anima. Come è solita fare la tavola.



Partiamo dall’inizio. Quali sono i vostri primi ricordi legati al surf? Cosa vi ha attratto, all’inizio, in questa cultura?
Nico (Wavegliders): “Ho iniziato a surfare nel 1986, quando in Portogallo il surf era ancora agli albori. Non era per nulla mainstream: niente scuole, nessuna gara internazionale, zero cultura social. All’epoca il surf era più uno stile di vita, quasi un rito quotidiano. Stavamo in spiaggia tutto il giorno, surfavamo e basta. Non c’era un’industria attorno, solo qualche surf shop e le prime tavole realizzate localmente. Direi che faccio parte della seconda o terza generazione di surfisti portoghesi. Era tutto molto grezzo, ribelle. L’idea di una “scuola di surf” ci sembrava assurda: non si insegnava a surfare, era qualcosa che assorbivi, che vivevi.”
Pedro Scansetti: “Per me è iniziato tutto con una foto. C’è una mia immagine da neonato—avevo meno di un mese—in cui tengo in mano una mini-tavola da surf fatta da un amico di mio padre. Sono cresciuto a pochi passi dalla spiaggia, in Brasile, e ho iniziato a surfare verso gli 8 o 9 anni. Da lì in poi, tutto nella mia vita ha ruotato attorno al surf: dove vivevo, cosa studiavo, persino il motivo per cui mi sono trasferito in Portogallo. Volevo costruirmi una vita che mi permettesse di surfare di più, di restare vicino al mare e di creare contenuti legati a questo mondo.”
Oggi vivete entrambi in Portogallo. Come descrivereste la surf culture portoghese? Cosa la rende unica?
Pedro: “La scena surfistica in Portogallo è estremamente ricca. Rispetto al Brasile—che è enorme ma più isolato—il Portogallo è un vero crocevia culturale. Qui incontri continuamente surfisti, artisti, creativi da tutto il mondo. Le onde sono incredibili, di livello mondiale. È uno dei motivi per cui mi sono trasferito a Peniche. C’è più accesso alla storia delle tavole, a nuove idee, a tecniche diverse. È un Paese piccolo, ma molto aperto e connesso.”
Nico: “Concordo pienamente. Il Portogallo è diventato un punto di incontro globale. C’è un festival, il Gliding Barnacles, che si tiene a fine estate, e riunisce shaper francesi, giovani americani, artisti... È come una tappa obbligata nel viaggio verso Biarritz. Tutte queste influenze stanno modellando la scena locale. Oggi il Portogallo fa parte di un dialogo internazionale sulla surf culture.”


Oltre a surfare, siete anche creatori di storie e oggetti: in senso letterale e metaforico. Cosa vi ha fatto arrivare alla costruzione e al racconto di una tavola di agave?
Nico: “La curiosità. Ho sempre amato costruire tavole da surf, soprattutto esplorare il rapporto tra forma e materiali. L’idea di From Dust to Dream è nata grazie a un tipo di nome Adrian, che mi portò un blank di agave dall’Africa. L’agave ha caratteristiche simili al balsa: leggero, flessibile, resistente. Mi ha subito ricordato le vecchie tavole “pig”, e ho pensato: perché non provare a costruirne una con questo materiale? Poi Adrian è sparito per due anni. Quando è tornato, si è presentato con un furgone pieno di blanks. Ho costruito la prima tavola e poi l’ho sfidato ad andare oltre. È lì che io e Pedro ci siamo detti: documentiamo tutto, dall’inizio alla fine.”
Pedro: “Esatto. In realtà non avevamo affatto in programma di girare un film. Stavamo lavorando a un altro progetto per Wavegliders, quando Nico mi dice: “Ho questo blank... e se raccontassimo questa storia?”. È nato tutto in modo molto organico. Non è un progetto pensato per “fare i verdi”—non vogliamo fare la morale a nessuno. L’idea è semplicemente raccontare il punto di vista di Nico: come costruire una tavola con cura, con durabilità, e con un senso.”
Se il film non vuole lanciare un messaggio “green”, allora qual è il suo vero scopo? Cosa sperate che il pubblico porti a casa?
Pedro: “Aprire un dialogo. La sostenibilità non è solo una questione di materiali—è anche una questione di mentalità. Puoi usare materiali “eco” e comunque produrre qualcosa di usa-e-getta. Oppure puoi costruire qualcosa che dura 12 anni e continua a dare gioia. Anche quello è sostenibile. Il film vuole porre una domanda: cosa significa davvero sostenibilità per te? E come possiamo fare scelte migliori—personali, locali, creative?”
Nico: “Esattamente. La missione Wavegliders è sempre stata quella di costruire tavole di altissima qualità. Questa è la nostra dichiarazione d’intenti. È vero, la produzione di tavole è un’industria abbastanza sporca. Non lo neghiamo. Ma cerchiamo di ridurre il nostro impatto usando materiali migliori e costruendo tavole che durano. La tavola in agave? È solo un esperimento in questa direzione. Non vogliamo dire che è il futuro del surf—non stiamo suggerendo che tutti debbano surfare su tavole di Agave. È solo un modo diverso di pensare. Lo stesso vale per una nostra tavola del 2012, che è ancora in acqua oggi—e viene ancora amata. Anche questa è sostenibilità.”



Negli ultimi 20 anni, secondo voi, è mancata una riflessione sulla sostenibilità all’interno della surf culture?
Nico: “Negli ultimi 25 anni il surf è cambiato tantissimo: nuove forme, nuove comunità, nuovi valori. Ci sono stati molti tentativi di rendere le tavole più ecologiche—alcuni riusciti, altri meno. Il punto è che, se una tavola non funziona, probabilmente le persone non la useranno, anche se è sostenibile. È ancora un processo in evoluzione.”
Pedro: “Per molto tempo il surf è stato dominato dalla logica della competizione: tavole più leggere, più economiche, più veloci. Non c’era spazio per riflessioni più profonde. Ma oggi, con tutto quello che sta succedendo a livello climatico, le cose stanno cambiando. Non si tratta di avere la risposta giusta, ma di provare, sperimentare e mettere in discussione lo status quo.”
Pedro, com’è stato ritrarre il processo creativo dello shaping? E Nico, come hai vissuto la condizione di protagonista della pellicola?,
Pedro: “A quel punto conoscevo bene Nico—lavoriamo insieme da più di tre anni. Conosco i dettagli che ama: le moto, la musica, il modo in cui tocca le tavole. Volevo che il film riflettesse la sua identità, non solo il prodotto. È per questo che il ritmo cambia quando lui inizia a shappare—diventa rock’n’roll. Perché quello è Nico. Dal punto di vista musicale, siamo stati fortunati a ricevere un soundtrack originale dal talentuoso Eric Borrelli.”
Nico: “E lavorare con Pedro è facilissimo. Io mi concentro sullo shaping, lui racconta. Mi fido totalmente. I suoi montaggi, le sue colonne sonore—mi sorprendono sempre. Non interferisco mai con la sua visione. Il risultato è sempre qualcosa di cui sono orgoglioso di far parte.”



Cosa vi ha spinto a scegliere questo percorso? Perché diventare shaper o filmmaker specializzato sul surf?
Pedro: “Per me è stato un processo naturale. In Brasile non avevamo tavole classiche, così abbiamo iniziato a farcele da soli. E ho iniziato a filmare per documentare tutto questo. Da lì è nata la passione per il cinema. Mi sono reso conto che raccontare storie era quello che volevo fare. Oggi ho la fortuna di farlo a tempo pieno.”
Nico: “Ho iniziato a fare lo shaper a 15 anni. È stato semplice: volevo surfare per tutta la vita, e fare tavole era il modo per riuscirci. Non ho mai avuto un “lavoro normale”—costruisco tavole da sempre. E non c’è niente di più gratificante che surfare con i tuoi amici su tavole che hai costruito con le tue mani.”
Che emozioni provate condividendo ‘From Dust to Dream’ con pubblici come quello dello Skate and Surf Film Festival di Milano?
Pedro: “Sinceramente? Non mi interessano i premi. Mi interessa che la gente guardi il film. Quello è il vero premio: vedere le persone connettersi con qualcosa che hai creato con cura e passione.”
Nico: “Esatto. È questione di condivisione—creare qualcosa che viene dalla terra, cavalcarlo sulle onde e poi riportarlo alla terra. Questo è il ciclo completo. E se riusciamo a ispirare anche solo una persona a riflettere su cosa sta cavalcando e come lo sta facendo, per noi è abbastanza.”






