FIDAL e On hanno dato il via ad un legame guidato da sogni senza tempo, identità culturale e progresso all-around, l’esito ci viene raccontato da un cosmo di testimonianze ispirate dal kit Azzurri
“Ho imparato a sognare, quando inizi a scoprire che ogni sogno ti porta più in là…”, cantavano anni addietro i Negrita in quello che, a tutti gli effetti, risulta essere ancora oggi un inno generazionale, almeno per una consistente fetta del popolo italiano. Un inno fatto di sogni, per l’appunto. E di scoperta. Nulla di più calzante per descrivere una nuova era dell’atletica Azzurra, che nel concetto di ‘Dream On’ vede il nucleo del contatto con un partner d’eccellenza, che la accompagnerà in un ciclo, almeno, quadriennale: il brand svizzero On.
Il fascino della divisa Azzurra da una parte, catalizzatore di ambizioni e interi percorsi di vita, sportivi e non solo. Di sogni costruiti fin dalla prima infanzia. Della prima epifania regalata dalla lunga, e altrettanto ricca, tradizione sportiva italiana, oggi incarnata nel kit ‘Azzurri’ e nella sua bioluminescenza marina, metafora estetica della possibilità di brillare anche nelle condizioni più estreme. Dall’altra, il valore del progresso tecnologico, dell’avanguardismo applicato alla funzionalità, dell’attenzione all’esperienza individuale, e alle sensazioni dell’atleta stesso, in quanto componenti essenziali, e non aggiuntive, della performance. E ancora, della corretta evoluzione di un intero movimento: ai suoi vertici come a livelli grassroot.
Cantavano i Negrita che ogni sogno ti porta più in là. Non sappiamo dove porterà questo sogno cominciato a plasmare da On e FIDAL. A poche ore da una nostra speciale visita nell’headquarter del brand svizzero, viaggio che sarà raccontato sui nostri canali digital, possiamo però comprendere le origini di un sogno transnazionale. Lo facciamo attraverso una testimonianza corale, quella garantita da Olivier Bernherd, Co-Founder di On, Stefano Mei, Presidente FIDAL, e Yohannes Chiappinelli, atleta On e già recordman italiano sulla maratona.



Olivier Bernhard – On Co-Founder
Sei stato un duatleta, Ironman e triatleta di livello mondiale, rappresentando la Svizzera in svariate competizioni. Oggi stiamo celebrando una partnership che vede il brand che hai creato legarsi ad atleti che rappresentano l’Italia su scala globale. Che riflessioni ti attraversano pensando al percorso che hanno affrontato questi atleti per giungere all’apice del panorama sportivo nazionale: lo stesso percorso di perfezionamento e fatica che, analogamente, hai affrontato te?
“Quando vedo giovani atleti, in qualche modo rivedo me stesso. Il mio tempo da atleta d’élite non è finito nello spirito, ma appartiene ormai al passato. Eppure, riesco ancora a riconoscermi molto in quello che stanno vivendo gli atleti del presente e del futuro. Hanno il mondo davanti a sé. Nel concetto Dream On penso sia racchiuso il senso dello sport, e della vita. Continuare a sognare. Credere di poter battere un record nazionale, diventare campione europeo, magari un giorno campione del mondo o olimpico. Quella tensione verso il possibile attraversa le generazioni. Non importa quanto cambieranno le prestazioni umane o quanto evolverà lo sport: la scintilla che vedo oggi negli occhi degli atleti è la stessa che vedevo anni fa, ed è la stessa che avranno i più giovani tra cinque o dieci anni. È anche questo il bello dello sport. Non importa se corri i 1500 metri, se giochi a tennis, nuoti o scii: tutti sanno cosa significa arrivare fino ad un determinato livello. La dedizione, i sacrifici, l’allenamento quotidiano, l’attenzione all’alimentazione e allo stile di vita... Diventa quasi un linguaggio universale. E quando gli atleti si incontrano, c’è sempre un momento iniziale di rispetto reciproco. Poi, basta scambiare qualche frase e ogni distanza scompare. Perché riconosci qualcosa nell’altro: è un atleta, come te.”
Il nostro media ragiona sullo sport come forma culturale. Nel caso di FIDAL, parliamo della cultura sportiva italiana in purezza: di momenti, atleti ed ere che hanno scandito la storia di un’intera nazione. Come ti fa sentire associare il tuo brand ad un filone culturale sportivo, l’atletica, così rilevante per il popolo e la cultura italiana?
“Parlo a titolo personale, ma anche come co-fondatore e come ex atleta: è motivo di grande orgoglio. Per On essere partner FIDAL è un vero privilegio, siamo molto grati per la fiducia che ci è stata accordata per i prossimi quattro anni. Ma insieme al privilegio arriva anche una certa responsabilità. E, in un certo senso, la pressione: proprio come nello sport. Sappiamo quanta emozione vive dentro lo sport. In Italia, questa connessione emotiva con la squadra nazionale e con gli atleti è particolarmente forte. Il tifo per il proprio Paese è qualcosa di profondamente radicato. Entrare a far parte di questa narrazione significa andare oltre la sola performance. Diventa una questione di storie. Se insieme a FIDAL riusciremo a creare intense connessioni in questo racconto condiviso, allora potremo mostrare le potenziali, infinite evoluzioni di una partnership di questo tipo. All’inizio potranno avvenire su scala europea, poi chissà, quando arriveranno le Olimpiadi di Los Angeles, potranno declinarsi anche su scala globale.”
‘Dream On, Italia’. Avete scelto questo titolo per introdurre il kit ‘Azzurri’ e la sinergia tra la passione italiana e la precisione svizzera. Di cosa vuoi che si componga questo sogno italiano? E come pensi che possa incidere On nell’effettiva realizzazione di questo sogno?
“La prima domanda è un po’ difficile, perché non penso spetti a me dare forma ai sogni altrui. Non andrei mai da un giovane atleta a dirgli come dovrebbe immaginare il proprio futuro. Quello in cui credo profondamente, però, è che tutti dovremmo continuare a sognare. È questo il senso di Dream On. Credere nelle possibilità, restare curiosi, accettare il fallimento e rialzarsi per riprovarci. Nell’atletica succede ogni giorno. Nella vita, invece, fallire può significare sentirsi esclusi, messi da parte. Nello sport è diverso: il fallimento fa parte del percorso. Si tratta di creare possibilità e continuare a inseguire quel sogno nel tempo. Ed è anche il modo in cui raccontiamo i nostri atleti. Non parliamo solo di chi torna a casa con una medaglia. Raccontiamo anche le storie di chi ha affrontato infortuni, sconfitte, momenti difficili… e di come è riuscito a superarli. Sono storie umane. Succedono a tutti noi. Per questo non ha senso parlare solo delle vittorie. Quello che vogliamo trasmettere agli atleti è molto semplice: se dai il massimo, questo ha già valore. È già una storia. Naturalmente li supportiamo anche attraverso il prodotto. Tutto quello che facciamo nasce dall’innovazione. Parte dal laboratorio: scienziati, dati, test, analisi. Poi, portiamo i primi prototipi agli atleti. Sono loro a dirci dove migliorare. Da questa collaborazione nasce il prodotto finale. E questo processo dà agli atleti anche un senso di appartenenza, la sensazione di essere parte di qualcosa. In questo c’è una vera forza. Io stesso ho vissuto il contrario di questa dinamica, quando gareggiavo. A volte arrivavo ad una gara e qualcuno mi diceva: “Domani correrai con questa scarpa gialla”. Una scarpa che non avevo visto prima. La indossavo e magari funzionava anche. Ma pensavo: perché non mi hanno chiesto nulla? Immaginate, invece, l’opposto: ricevere la scarpa il giorno prima della gara, sapendo di aver contribuito a crearla. Sapendo di aver dato feedback ed aver assistito alle modifiche stesse. È esattamente il prodotto che ti serve. Solo questa convinzione può dare quel due per cento in più di fiducia. E ad altissimo livello la performance non è solo fisica, è anche mentale. È lì che crediamo di poter dare un vero supporto agli atleti.”
Per Athleta Mag lo sport è anche sinonimo di arte, e l’Azzurro delle divise italiane è un tratto artistico noto in tutto il mondo. Prima di tutto, vorrei sapere se ai tuoi occhi l’atletica è una forma d’arte. In secondo luogo, in che modo la ricerca avanguardistica del design On vuole sposare e, allo stesso tempo, far progredire da un punto di vista funzionale l’estetica Azzurra?
“Sono completamente d’accordo. Per me lo sport è arte. Ogni volta che guardo degli atleti, dal vivo o in televisione, rimango colpito da quanto riescano a far sembrare semplice qualcosa di straordinario. Di recente ero a Bormio a vedere la discesa libera. Gli atleti scendono a velocità incredibili, eppure tutto sembra quasi naturale. Succede lo stesso in molti altri sport. Se hai mai provato a nuotare seriamente, o a correre a tre minuti al chilometro per una maratona, sai quanto sia quasi impossibile. Eppure gli atleti fanno sembrare facile. Questa, per me, è arte. Nel caso della divisa degli Azzurri, la prima cosa che mi ha colpito è stata la semplicità. Ed è qualcosa che apprezzo molto. Non c’è bisogno di decorazioni eccessive. I materiali sono di alta qualità, il design è pulito, la vestibilità è essenziale. Questa semplicità mi ricorda il movimento di un atleta quando tutto sembra fluire senza sforzo. È un po’ come un artista che traccia una linea con un solo gesto: preciso, sicuro, senza bisogno di correggere. La linea giusta, per l’appunto. Mi è piaciuto molto anche il modo in cui il designer ha raccontato lo sviluppo e il nucleo narrativo alla base della divisa. L’idea di partire dal cuore del mare, da una sensazione di calma e profondità, e poi entrare nella competizione dove devi dare tutto. A volte, all’inizio non ti senti al massimo. Ma durante la gara qualcosa cambia e inizi a crederci di nuovo. Se conosci la storia della divisa che indossi, se ti senti orgoglioso di portarla, quella consapevolezza infonde energia. Ne sono convinto.”


Stefano Mei
‘Dream On, Italia’. Nel duplice ruolo d’icona dell’atletica nostrana e presidente FIDAL, che sogni stai provando a cotruire per il futuro del movimento Azzurro grazie ad un partner d’eccezione come On?
“Abbiamo scelto On proprio per la visione che porta con sé e per l’attenzione che dedica agli atleti. In fondo, è lo stesso approccio che abbiamo adottato quando siamo arrivati in Federazione: rimettere al centro la figura dell’atleta. È l’unica cosa che conta davvero. Tutto il resto è importante (il marketing, l’amministrazione, la gestione delle gare…), ma il nostro vero cuore non sono gli eventi in sé, sono gli atleti. Quello che abbiamo voluto fare è stato rafforzare il supporto a chi compete. I talenti in Italia ci sono sempre stati, lo dico con la prospettiva di chi corre da quarant’anni. Il problema è che spesso non sono stati sostenuti abbastanza. Quando sono stato eletto, ho percepito una certa mancanza di attenzione verso quello che è il vero motore dello sport. Per questo abbiamo spostato molte risorse verso l’attività sportiva vera e propria, soprattutto verso l’alto livello. Inevitabilmente, sono arrivati anche i risultati. È paradossale ed è un limite del nostro Paese: in Italia, lo sport cresce davvero solo quando arrivano le vittorie. Non abbiamo una grande cultura sportiva diffusa, quindi il proselitismo nasce soprattutto dai risultati. In questo senso cercavamo un partner che ci desse solide garanzie e in On abbiamo trovato una connessione ideale: un’azienda relativamente giovane, in forte crescita, con un’idea dello sport molto simile alla nostra. Abbiamo pensato che potesse nascere un percorso non solo utile, ma anche fruttuoso, proprio perché partiamo dalla stessa filosofia. Olivier lo ha detto chiaramente: l’atleta è al centro del progetto. Lui è stato atleta, io sono stato atleta. Non credo sia un caso. E poi c’è anche un altro aspetto: il supporto all’élite si riflette automaticamente anche sulla base. Se rafforzi l’attività di vertice, inevitabilmente dai energia anche ai livelli più giovani. Anche elementi apparentemente piccoli, come la scelta estetica di una nuova maglia, possono diventare un incentivo per chi si avvicina al nostro sport. Magari è un dettaglio, ma sono proprio i dettagli a fare la differenza.”
Per Athleta Mag lo sport dialoga costantemente con l’arte. E il kit ‘Azzurri’, nel nome stesso, denota una caratteristica unica del linguaggio estetico italiano, conosciuta in tutto il mondo: il Blu Savoia. Quando osservi un atleta competere in una divisa Azzurra, che sensazioni, ricordi e suggestioni ti attraversano? E che messaggi vuole comunicare l’evoluzione dell’Azzurro in questo nuovo kit?
“Adesso, nel ruolo di Presidente, teoricamente dovrei trattenermi un po’ di più… Anche perché non posso calcare il tartan come una volta. Ma quando gareggiano i nostri ragazzi io impazzisco. Ogni tanto, qualcuno mi richiama all’ordine. Oltre a essere una persona ormai piuttosto avanti con gli anni, ho anche un ruolo istituzionale, sia sul suolo italiano, che a livello europeo, e quindi dovrei mantenere una certa compostezza. Ma non sempre ci riesco. Io sono proprio un tifoso. Ricordo che agli Europei di Roma, quando venne il Presidente Mattarella alla seconda giornata di gare, gli dissi: “Presidente, mi perdoni se ogni tanto mi agito un po’ troppo”. Perché in quei momenti non sono semplicemente uno sportivo: sono un tifoso. Quando vedo gli atleti azzurri in gara mi si scatena tutto dentro. E sapere che, nel mio ruolo, posso anche contribuire, almeno in parte, a creare le condizioni perché arrivino certi risultati, è una soddisfazione enorme.”
Parlando sempre di arte, agli occhi di un campione a livello nazionale e internazionale del tuo calibro, l’atletica risulta essere, a modo proprio, una forma d’arte? Se sì, come hai visto e stai vedendo mutare quest’arte nel tempo e dove pensi possa arrivare, attraverso le nuove generazioni italiane che On ha voluto supportare al fianco degli atleti senior?
“Io correvo molto bene, ero piuttosto elegante nel gesto. Bello non lo sono mai stato, ma nei gesti tecnici direi proprio di sì. Anche quello aiutava: quando qualcuno ti vede correre bene, finiva quasi per innamorarsi del tuo movimento. A parte le battute, credo davvero che tutta l’attività fisica possa essere considerata una forma d’arte. Potremmo fare un paragone con il cinema: è un’arte particolare, che non si esprime su una tela o in un quadro, ma attraverso il gesto atletico e tecnico. L’espressione artistica sta proprio nel movimento. Da questo punto di vista sì, credo che l’atletica sia assolutamente una forma d’arte.”


Yohannes Chiappinelli
‘Dream On’. Cosa sogna Yohannes Chiappinelli, dopo tutto quello che ha raggiunto, ed appena entrato nella sua piena maturità sportiva?
“In realtà, sogno ancora la stessa cosa che sognavo da ragazzino. Quando ho iniziato a fare atletica guardavo i grandi campioni olimpici: atleti che mi hanno ispirato. Da lì è nato tutto. Il mio sogno, fin da allora, è stato quello di partecipare alle Olimpiadi e vincere una medaglia olimpica. È sempre stato quello. Non l’ho ancora realizzato, quindi continuo a inseguirlo. Prima o poi succederà.”
Il kit ‘Azzurri’ racchiude nel nome stesso uno dei più grandi simboli italiani: il colore dell’eccellenza sportiva del Paese, che in questo caso si evolve. Anche alla luce del tuo percorso personale, cosa scatena dentro di te l’indossare questa divisa? Cosa rappresenta per te questo colore e la sua evoluzione, grazie a questa partnership?
“Vestire la maglia azzurra è una responsabilità enorme. Allo stesso tempo, è qualcosa che ti dà una carica emotiva incredibile. Fin da quando ero giovane, quando ho iniziato a correre con la Nazionale, ho sempre avuto la sensazione di riuscire a dare qualcosa in più proprio grazie a quella maglia. Sentivo la responsabilità verso me stesso, verso chi mi seguiva da casa, verso chi veniva alle gare per vedermi correre. Indossarla mi dava un’energia in più. È un orgoglio che resta sempre, anche quando accumuli esperienza. Forse da ragazzo l’emozione era ancora più intensa, la prima volta che indossi l’Azzurro è qualcosa che non dimentichi, ma anche con gli anni, anche dopo tante convocazioni, quella vibrazione rimane. Sai che stai rappresentando qualcosa che va oltre te stesso.”
Arrivi da una famiglia che attecchisce nella matematica accademica. Il running è fatto di sensazioni individuali e intangibili, ma anche di scienza e design sempre più rilevanti ai fini della performance. Da atleta, come vivi questo equilibrio tra irrazionale e razionale? E come pensi possa incidere On, dal punto di vista del progresso tecnologico, su questa nuova era Azzurra?
“Quando corro sono uno che si ascolta moltissimo. Faccio molta attenzione alle sensazioni del corpo: come appoggio il piede, come alzo il ginocchio, come muovo le braccia. Cerco sempre di essere il più coordinato possibile, evitando movimenti inutili. Con il passare degli anni ho sviluppato una percezione molto precisa del ritmo. Per esempio, se devo correre a tre al chilometro riesco quasi sempre a capirlo anche senza guardare l’orologio. Dopo tanti anni di corsa impari a sentirlo. Allo stesso tempo è evidente che l’evoluzione delle scarpe e dei materiali abbia segnato un cambio d’epoca. Le scarpe moderne ti danno qualcosa in più, questo è innegabile. Nel mio caso, l’unione tra questa sensibilità interna e il supporto della tecnologia mi ha aiutato molto nella gestione delle gare. È anche grazie a questo equilibrio che sono riuscito a correre il record italiano di maratona. Per quanto riguarda questa nuova fase della nazionale, con On come sponsor, che tra l’altro è anche il mio sponsor personale, penso sia davvero un capitolo importante. On è un brand che sta crescendo moltissimo, con materiali e soluzioni molto avanzate, sia per le scarpe sia per l’abbigliamento da gara. E poi c’è anche l’aspetto estetico: il nuovo kit è davvero molto bello. Quando lo vedremo alle gare, sono convinto che colpirà molto anche il pubblico.”
Ripetiamo sempre che, per Athleta Mag, lo sport coincide con l’arte. Vedi dei punti di contatto tra il running e l’arte stessa? Percepisci delle sfumature artistiche nella tua disciplina? E ti senti mai, a tua volta, artista?
“È una domanda interessante, e devo dire che non ci avevo mai riflettuto davvero. Però sì, credo che lo sport in generale possa essere considerato una forma d’arte. Nel mondo esistono tanti modi diversi per esprimersi: c’è chi lo fa attraverso la musica, chi attraverso l’arte visiva, chi attraverso l’insegnamento o la ricerca. Per alcune persone, direi me compreso, lo sport diventa il modo più naturale di esprimere ciò che si è. Ho trovato la mia dimensione nello sport. È lì che ho scoperto la mia vocazione, ed è attraverso lo sport che oggi le persone mi conoscono. In questo senso correre può essere una forma d’arte. È il modo che ho trovato per esprimere me stesso.”

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