La scienza procede determinando variabili, osservandone le relazioni, tentando di prevedere le conseguenze di ogni mutamento. La montagna, al contrario, sembra custodire intrinsecamente una propria indeterminatezza. Eppure, nella traiettoria di Dörte Pietron, fisica e alpinismo non occupano territori opposti. Condividono piuttosto lo stesso desiderio di comprendere ciò che si ha davanti e, una volta compreso, trovare il modo migliore per scalarlo
Tante sono le analisi che si possono fare prima di intraprendere una scalata: attrezzatura, condizioni, tempistiche. Per poi lasciare, necessariamente, spazio all’intuizione. È forse in questa antitesi, che l’idea stessa di scalata per Dörte acquista la forma più autentica. Nel suo modo d'intendere la montagna, la parete non è soltanto un ostacolo da superare, tantomeno una superficie sulla quale certificare una prestazione. È, piuttosto, un quesito irrisolto, una geografia da decifrare. Per questo, aprire una nuova via significa compiere un gesto più vicino all’arte, che alla scienza. Equivale a procedere lungo una traccia mentale, immaginata tra le rocce e inscritta nel paesaggio: approccio che ha portato la nota climber tedesca ad abitare ogni altezza con una naturalezza rara.
Grazie al progetto ‘Field Reports’, sostenuto da Patagonia, la sua relazione con le pareti rocciose è divenuta anche laboratorio di osservazione e sviluppo di design, in cui l’abbigliamento è stato sottoposto alla prova del clima, della gravità e del movimento, senza mai interrompere la connessione intima fra alpinista ed elemento naturale. Un dialogo nel quale l’esperienza di Dörte e la sensibilità di Patagonia finiscono, naturalmente, per convergere.

La tua biografia sembra attraversare mondi molto diversi tra loro: la fisica, l’alpinismo estremo e la professione di guida alpina. In che modo la tua formazione scientifica ha influenzato il tuo approccio alla scalata?
“Credo che abbia avuto una certa influenza su di me, anche se è difficile stabilire con precisione in quale misura. Più di ogni altra cosa, ha plasmato il mio modo di pensare. Avverto un bisogno profondo di comprendere il funzionamento delle cose e di interrogarmi sulle conseguenze che potrebbe produrre la variazione di un determinato elemento. È una forma di ragionamento particolarmente rilevante nell’alpinismo, una disciplina che richiede una notevole capacità strategica. Si cerca costantemente di perfezionare l’attrezzatura, la logistica e la gestione dei tempi. Anche in altri ambiti della mia vita provo ad adottare un approccio scientifico: individuare le diverse variabili, comprendere l’influenza che ciascuna di esse può esercitare e pianificare di conseguenza.”
Quando hai iniziato ad amare la vita all’aria aperta e il tempo trascorso in montagna? L’arrampicata faceva già parte della tradizione della tua famiglia oppure è sopraggiunta come passione personale?
“Tutto ebbe inizio quando alcuni nuovi vicini si trasferirono accanto a noi. Erano appassionati di scialpinismo e cominciarono a portare con loro mia madre durante le escursioni. Lei pensò che potesse essere un’attività adatta anche a me. Si mise in contatto con la sezione del Club Alpino Tedesco di Heidelberg, dove mi presentò una persona che si era trasferita da poco da Monaco e stava formando un gruppo di giovani alpinisti. Fu lui a condurmi per la prima volta in montagna: inizialmente attraverso lo scialpinismo e, in seguito, con l’arrampicata. Mia madre aveva ragione: me ne innamorai immediatamente. Anche se non credo che, in quel momento, si rendesse pienamente conto di ciò che aveva messo in moto...”
La verticalità possiede una potente dimensione fisica, ma anche una componente profondamente filosofica. Che cosa significa, per te, affrontare una grande parete? Quali sensazioni ed emozioni suscita?
“Per me si tratta, ovviamente, di molto più di uno sport. È una forma di vita. Da quando ho iniziato, ho fatto ruotare la mia esistenza attorno all’arrampicata e all’alpinismo. Sono state e sono le attività più importanti della mia vita. Ne apprezzo in particolare l'intensità, la complessità. L’arrampicata racchiude moltissime dimensioni differenti. È un’esperienza profondamente fisica, ma altrettanto psicologica: per questo, esigente su molteplici livelli. È una di quelle esperienze capaci di assorbirti completamente. Quando arrampico, non esiste altro. Richiede il cento per cento di me, tanto sul piano fisico quanto su quello mentale, e credo che sia proprio questa combinazione a esercitare su di me un’attrazione così profonda.
Negli ultimi anni ho dedicato la maggior parte del mio tempo all’arrampicata su roccia. Ho iniziato con l’alpinismo classico e continuo a preferire le vie alpine, più che l'arrampicata sportiva, perché contengono un numero maggiore di elementi e restituiscono un’esperienza più ampia, più completa. È proprio questa vastità ad affascinarmi. Amo, semplicemente, stare all’aperto e trascorrere il tempo su una parete. Apprezzo in particolare l’esposizione. Molte persone ne sono intimorite: sono intimorite, soprattutto, dall’immensità dello spazio che si apre sotto i loro piedi. Io, al contrario, mi sento perfettamente a mio agio. Non saprei spiegare fino in fondo il motivo. Forse, quando il terreno è così distante, appare quasi impossibile da raggiungere. Il paesaggio che ti circonda è di una bellezza straordinaria e io mi sento bene, sospesa al suo interno. Spesso dormo in parete e ci rimango per diversi giorni. È un’esperienza unica. Quello è il luogo a cui appartengo. Ogni volta che mi trovo su una grande parete, sento di essere esattamente dove dovrei essere.”

Sei stata la prima donna a completare alcune delle pareti più importanti del mondo. Risultati storici, ma anche simbolici. Cosa rappresentano per te quelle pareti e com'è cambiato il tuo rapporto con l’arrampicata dopo averle fatte tue?
“Non direi che, dopo aver completato una scalata, mi sento improvvisamente una persona diversa. Tuttavia, la prima ascensione davvero significativa della mia carriera è stata senza dubbio la parete ovest del Cerro Torre, in Patagonia. Quell’esperienza mi ha fatto capire che ero capace di realizzare imprese che, fino ad allora, erano esistite soltanto sotto forma di sogni: possibilità che nemmeno avevo osato immaginare fino in fondo. Mi ha dato fiducia e mi ha mostrato che alcune ambizioni possono essere perseguite anche quando appaiono inaccessibili, o al di là dei limiti di ciò che crediamo di poter fare. Probabilmente è stata questa la lezione più importante che ho tratto da quell’esperienza. Naturalmente, attraverso l’arrampicata sono cambiata. Ha contribuito a plasmare la mia personalità e, nel tempo, mi ha trasformata. La vita ci cambia, e l’arrampicata costituisce una parte enorme della mia esistenza.
Negli ultimi anni ho realizzato diverse prime ascensioni di grande difficoltà. Individuare una linea e cercare di comprendere se sia realmente possibile salirla comporta un margine di incertezza che mi dà un certo gusto. Non amo avere troppe certezze nella vita. Sapere esattamente che cosa farò l’anno successivo, in realtà, mi intimorisce. L’arrampicata preserva questa dimensione d’ignoto, soprattutto quando si tratta di aprire una nuova via. Osservi una parete e cominci a immaginare una linea. Poi, inizi a salire senza sapere se sarà davvero possibile farlo fino in fondo, cercando progressivamente un passaggio. Ho dedicato lunghi periodi ad alcune ascensioni: diversi giorni trascorsi in parete, seguiti da altro tempo necessario a comprendere i singoli movimenti, collegarli tra loro e, infine, riuscire a liberare l’intera via.
A volte, quando un progetto importante richiede una quantità considerevole di tempo ed energia, la sua conclusione può portare con sé una certa tristezza. Dopo aver investito così tanto di tuo in qualcosa ed essere finalmente riuscita a realizzarlo, non sento necessariamente il desiderio di passare subito al progetto successivo. Farlo significherebbe non concedere abbastanza spazio a ciò che ho appena vissuto.”
Athleta Magazine come forma d'arte e cultura. Hai mai pensato all’arrampicata come ad un'arte a sé stante e a te stessa come artista?
“Quando si apre una nuova via, lungo una linea mai scalata prima, credo che il processo possieda una dimensione artistica. Richiede creatività e immaginazione. Ci si trova di fronte a una parete immensa, ma prima ancora di poterla esplorare fisicamente, è necessario concepire una possibile linea. Bisogna immaginare se possa funzionare e, in un certo senso, tracciarla mentalmente sulla superficie. Tutto questo richiede una notevole esperienza e una particolare capacità d'interpretare l'elemento. Quando la via prende finalmente forma e si riesce a trovare un passaggio attraverso la parete, credo che il risultato possa essere considerato una vera e propria opera d’arte.
La creatività, più in generale, è intimamente connessa all’arte. L’arte richiede un grado enorme di invenzione, e lo stesso vale per l’arrampicata. Ogni volta che ci si confronta con una difficoltà nuova o inattesa, è necessario trovare una risposta originale. Molte situazioni in parete esigono esattamente questo tipo di immaginazione, ed è ciò che rende l’esperienza accostabile alla pratica artistica. Alla fine, con ogni probabilità, non ti rimarrà qualcosa di tangibile. A rimanere, però, è l'esperienza: un'esperienza che, ai miei occhi, possiede una qualità profondamente artistica.”


L’arrampicata viene spesso descritta come una relazione con la natura. Lungo la tua esperienza, che tipo di rapporto hai costruito con questa dimensione?
“Per me è essenziale trascorrere molto tempo all’aria aperta. Credo di averne bisogno per il mio benessere. Il rapporto che ho con la natura è qualcosa di autentico: non la percepisco come una dimensione estranea o eccezionale. È il luogo a cui sento di appartenere e in cui riesco a trovare pace. Stare all’aperto, per me, è una necessità. Quando trascorro troppo tempo all’interno degli edifici o in una grande città, comincio a sentirmi nervosa e inquieta.
Il mio rapporto con la natura si fonda anche sul rispetto: per le piante, per gli animali e per gli ambienti che attraverso. Come climber e alpinisti, ci muoviamo spesso all’interno di territori abitati da innumerevoli esseri viventi. In un certo senso, quella è la loro casa. Quando qualcuno entra nella mia, mi aspetto che si comporti in un determinato modo e che dimostri una sorta di rispetto. È importante riservare la stessa considerazione quando entriamo nell’habitat di un’altra creatura vivente, cosa che accade continuamente ogni volta che ci muoviamo nel mondo naturale. Questo principio rappresenta anche uno dei valori centrali di Patagonia come brand. È qualcosa che l’azienda sostiene e difende sin dalle proprie origini.”
Ogni ambiente verticale possiede una propria identità. In che modo queste differenze influenzano il tuo modo di muoverti e, visto che hai citato il tuo rapporto con Patagonia, di vestirti?
“Sono elementi estremamente importanti. Quando si vuole arrampicare al proprio limite, senza rinunciare al comfort, l’abbigliamento deve essere adeguato alle temperature e alle condizioni meteorologiche che è probabile incontrare. E queste condizioni possono variare enormemente. Arrampicare in Patagonia, per esempio, può essere un’esperienza del tutto diversa rispetto alle Alpi, anche se non mancano alcune affinità. Persino nello stesso luogo, affrontare una parete in inverno può essere radicalmente diverso dal farlo in estate.
Quando si tenta qualcosa di particolarmente difficile, è essenziale riuscire a controllare il maggior numero possibile di variabili, perché ogni elemento gestito correttamente diventa una preoccupazione in meno. Se l’abbigliamento svolge il proprio compito, quasi non ci si accorge di indossarlo: tutto funziona in maniera naturale. Nel momento in cui smette di farlo, però, finisce per occupare una parte considerevole dell’attenzione e per consumare energie tanto mentali, quanto fisiche. Vestirsi nel modo appropriato è fondamentale, soprattutto perché non si vuole trasportare attrezzatura superflua. Ogni cosa ha un peso e, nell’arrampicata, il peso è inseparabile dal fattore della gravità. Bisogna portare con sé esattamente ciò che serve: né troppo, né troppo poco. Trovare il punto di equilibrio preciso tra necessità ed eccesso è essenziale.”

Nel progetto Field Reports, la parete non rappresenta soltanto una sfida tecnica, ma anche uno spazio di osservazione e ricerca. In che modo si è evoluto il tuo rapporto con la roccia, sapendo che ogni gesto faceva parte di un processo di sviluppo e perfezionamento di un kit da arrampicata Patagonia?
“Inizialmente, in Madagascar, tutti nutrivano qualche dubbio sul fatto che potesse essere il luogo adatto per testare il kit da free climbing in parete, perché il Paese viene generalmente associato a condizioni climatiche molto calde. In quel periodo dell’anno, tuttavia, ci siamo trovati ad affrontare temperature comprese tra zero e venticinque gradi. Alla fine si è rivelata una destinazione eccellente, proprio perché abbiamo incontrato pressoché ogni tipo di condizione, dal freddo più intenso a un caldo considerevole. Abbiamo attraversato l’intero spettro climatico, e questo ha reso l’ambiente ideale per mettere alla prova il sistema di layering dell’abbigliamento. Abbiamo utilizzato progressivamente tutti i diversi strati: inizialmente pantaloncini e maglia, poi pantaloni lunghi e ulteriori livelli protettivi, fino ad arrivare alle giacche antivento, quando l’aria ha iniziato a farsi sentire.
Nonostante ciò, per me la parete mai è diventata semplicemente un ambiente di sperimentazione. Ero lì per arrampicare, e la mia attenzione è rimasta concentrata sulla roccia in quanto parete da esplorare, non come strumento attraverso il quale valutare dei capi. Il processo di testing ha certamente aggiunto un’ulteriore dimensione, presente in qualche modo sullo sfondo dei miei pensieri, ma non ha modificato il mio approccio alla scalata. La differenza più significativa è stata, probabilmente, la presenza di persone con telecamere. Nella maggior parte delle esperienze di questo genere ci si trova soli, e io attribuisco un grande valore a quella solitudine. Questa volta è stato diverso, ma ho amato profondamente le persone che erano lì con me... E ho apprezzato sinceramente il loro sostegno.”
Nel lavoro dedicato al Patagonia Free Wall Kit, il prodotto sembra nascere da un dialogo continuo tra esperienza e progettazione. Quanto è importante, per te, che l’attrezzatura non sia soltanto funzionale, ma riesca anche a riflettere, in qualche modo, la tua personalità?
“Credo sia importante. Il fatto di apprezzare un capo e sentirsi a proprio agio indossandolo dipende sempre da qualcosa che va oltre la sua sola funzionalità. Ha a che fare con la sensazione che restituisce, con il modo in cui lo si percepisce sul corpo e con la risposta che suscita a livello visivo. Cerco di non attribuire un’attenzione eccessiva a questo aspetto, ma credo che finisca inevitabilmente per influenzarci. Penso sia impossibile eliminare del tutto questa dimensione. Il colore e i dettagli estetici svolgono un ruolo, anche se la funzionalità rimane il fondamento imprescindibile. Se un capo non è funzionale, non potrò mai apprezzarlo. Ma, perché possa piacermi davvero, deve offrire qualcosa in più rispetto alla sola prestazione tecnica. Ho bisogno di sentirmi a mio agio. Questo dipende dal modo in cui il tessuto entra in contatto con la pelle, dalla vestibilità e dalla libertà di movimento che il capo riesce a concedermi. Non deve soltanto funzionare bene, deve anche trasmettere una giusta sensazione. Deve esistere, in qualche modo, una forma di affinità con l’abbigliamento.
Con il Free Wall Kit ho avuto la possibilità di influenzare direttamente il processo creativo e il risultato finale mi piace molto. Anche il percorso di sviluppo è stato estremamente interessante. Ho partecipato a numerosi progetti con Patagonia, ma non ero mai stata coinvolta in modo così diretto sin dalle fasi iniziali. L’aspetto davvero unico di questo progetto era che, prima di cominciare, nulla era stato ancora definito in maniera concreta. I designer desideravano comprendere come si svolgesse una giornata in parete, conoscerne ogni dettaglio: che cosa mangiamo, come si articola la giornata, quali sensazioni accompagnano ogni momento. Gradualmente, il prodotto ha iniziato ad assumere una forma precisa attraverso il dialogo continuo tra me e il gruppo di progettazione.”
Al di là dei gradi di difficoltà e delle prime ascensioni, che cosa vorresti che le persone ricordassero della tua carriera e del tuo modo di scalare?
“Credo che vorrei fosse ricordata soprattutto la convinzione secondo cui, quando si desidera davvero qualcosa, è possibile riuscire in quel qualcosa. Se vuoi fare, devi lottare per ottenere risultati, devi crederci e continuare a muoverti in quella direzione: prima o poi accadrà. Probabilmente è questa la lezione più importante che ho imparato. Ed è ciò che vorrei riuscire a trasmettere agli altri: se hanno un sogno, devono provare a inseguirlo e continuare ad avanzare verso di esso. Prima o poi arriveranno dove desiderano. Di questo sono certa.”






