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Un campo da tennis può, almeno a prima vista, essere un luogo ostinatamente ripetitivo. Un rettangolo, una rete... Un sistema geometrico di linee sovrastate da servizi o rovesci, vincenti o errori. Gesti che ritornano partita dopo partita, stagione dopo stagione. Una condizione che ha portato Josh Tu ad osservare la racchetta con maggiore profondità, trovando un nuovo genere di spazio creativo sotto rete

È una traiettoria insolita, la sua. Prima del tennis c’erano il football americano, la cultura sportiva collegiale attraverso cui ha sviluppato il proprio sguardo, ma nessuna scuola di fotografia, o educazione accademica alla creazione dell’’immagine. Una formazione avvenuta direttamente sui diversi campi sportivi calcati e nella progressiva scoperta di ciò che la luce può fare a contatto con un corpo, di come un colore possa alterare la temperatura emotiva di una scena, o del perché un dettaglio possa raccontare più del colpo vincente che domina la scena.

‘Inseguire la luce’ è una delle espressioni con cui Josh definisce il proprio lavoro: una frase che esprime il desiderio di sottrarre il tennis alla semplice documentazione del punto, superando il concetto d’immagine sportiva canonica, limitata alla certificazione dell'azione. Nella sua visione, la ricerca non è verso ciò che una partita, o più in generale in uno sport, mostrano immediatamente, ma verso snodi e dettagli solo all'apparenza secondari.

Grazie alla sua filosofia, Josh Tu è da anni parte del circuito tennistico di primissimo livello, al fianco di nomi come Ben Shelton, Coco Gauff e alcuni tra i protagonisti della nuova generazione della racchetta, attraverso cui può osservare la continua trasformazione della disciplina e dei suoi atleti. Facendolo, poi, da una posizione privilegiata, insieme intima e rispettosa, e restituendo immagini che travalicano i confini del mondo tennistico.

Coco x Naked

Prima che il tennis entrasse nel tuo universo visivo, che cosa ti ha inizialmente avvicinato alla fotografia come strumento attraverso cui comprendere lo sport?

“In realtà, ho iniziato come videomaker durante gli anni del liceo, probabilmente circa sei anni fa. Giocavo nella squadra di calcio della mia scuola e, molto semplicemente, volevo realizzare dei piccoli video interessanti per me e i miei compagni. A quel tempo non mi consideravo un fotografo, né avevo mai guardato le cose con un occhio particolarmente artistico. Mi piaceva realizzare quei video, così ho continuato per qualche tempo a sperimentare, creando brevi contenuti per squadre di discipline diverse, senza interrogarmi troppo seriamente su dove tutto ciò avrebbe potuto condurmi.

Poi, durante l’ultimo anno di liceo, è arrivato il Covid e ogni cosa si è fermata. Non c’era più alcuna attività sportiva. In quel periodo vivevo a Columbus, in Ohio, proprio accanto alla Ohio State University. La squadra di basket non poteva più permettersi di mantenere il proprio videomaker e stava quindi cercando uno studente dell’università che potesse entrare come stagista e realizzare video per loro. Io frequentavo ancora il liceo, ma vivevo lì vicino, così decisi comunque di candidarmi. In qualche modo riuscii a convincerli ad assumermi, nonostante non avessi alcuna esperienza professionale. Alla fine, mi divertii enormemente. Viaggiavo con la squadra e cominciai ad apprezzare profondamente l’atmosfera dello sport, persino quando sugli spalti non c’era nessuno. La sensazione di una squadra che si prepara a entrare in scena e a esprimersi, le luci, l’emozione, la tensione. Credo che sia stato allora che ho iniziato davvero a innamorarmi di quel mondo. Nei quattro anni successivi, trascorsi alla University of North Carolina, ho cominciato a fotografare sempre di più. Ho lavorato anche con la squadra di football e credo che soltanto dopo un paio d’anni abbia iniziato a sviluppare qualcosa che potesse assomigliare a uno stile, cominciando al tempo stesso a osservare ciò che avevo davanti in una maniera più propriamente artistica. 

La cosa curiosa è che, crescendo, non sono mai stato particolarmente vicino alle arti visive. Ho sempre amato il cinema, la televisione e, più in generale, quel genere di narrazione per immagini; da bambino mi piaceva anche disegnare, ma per gran parte della mia infanzia non ho avvertito una particolare attrazione verso l’arte. Poi, dopo un paio d’anni di università, qualcosa ha cominciato a mettersi a fuoco. Ho iniziato a osservare il modo in cui la luce trasformava le cose, il funzionamento del colore, il ruolo della composizione e la maniera in cui tutti questi elementi potessero modificare radicalmente la percezione e l’atmosfera di un’immagine. Tutto completamente da autodidatta. Non ho mai seguito un corso di formazione specifico. Per me, tutto è nato dalla sperimentazione e da una quantità considerevole di errori: un processo attraverso cui, poco a poco, ho iniziato a comprendere ciò che appariva giusto al mio sguardo.”

 

Prima che lo sport diventasse un soggetto della tua fotografia, ne eri già appassionato? Quali erano le discipline che amavi di più da ragazzo?

“Lo sport è arrivato decisamente prima della fotografia. Ci sono fotografie di me, insieme a mio padre, con indosso le maglie della squadra di football di Ohio State. Era l’università in cui lui si era laureato e si trovava ad appena venti minuti dal luogo in cui sono cresciuto. Ohio State era una squadra vincente, perciò innamorarsi di quell'ambiente è stato quasi naturale. Amavo soprattutto l’atmosfera che lo circondava, in particolare quella del football universitario americano. Quello, per me, era il grande spettacolo. A Ohio State ci sono più di centomila persone che vanno a vederli allo stadio: tutti gridano, fuochi d’artificio, l’energia attraversa ogni cosa. Ero affascinato dalla dimensione rituale e spettacolare di tutto questo. Ma ero affascinato anche dal modo in cui lo sport fosse capace di creare una comunità. Tecnicamente, può non riguardarti in maniera diretta, e tu stesso puoi non far parte della squadra; eppure, nel momento in cui diventi un tifoso, all’improvviso senti di appartenere a qualcosa di molto più grande. Ti ritrovi connesso a centinaia di migliaia, persino milioni di persone che provano ciò che provi tu, che festeggiano insieme a te, che ne parlano con te, che vivono quello sport al tuo fianco. È sempre stato proprio questo sentimento di appartenenza collettiva ad affascinarmi.”

Alla University of North Carolina lavoravi già all’interno dell'immaginario sportivo, soprattutto attraverso atletica e football universitari. Cosa ti ha insegnato lo sport collegiale americano riguardo l'emozione, il rituale, l'identità e la narrazione visuale?

“Credo che lo sport universitario rappresenti un ambiente straordinario per un fotografo sportivo che muove i primi passi negli Stati Uniti, perché ti espone praticamente a ogni cosa. Queste università hanno trenta programmi sportivi differenti e, quando le loro squadre competono, finiscono per diventare parte integrante dell’identità stessa dell’università. Gli studenti se ne interessano, partecipano, riempiono gli spalti; e gli atleti gareggiano non soltanto per sé stessi, ma anche per ciò che rappresentano. È un contesto eccezionale in cui imparare. Sono stato molto fortunato anche a trovarmi alla UNC. Dal punto di vista visivo, i colori erano straordinari. Quella particolare tonalità di Carolina blue è qualcosa che non si incontra facilmente altrove. Anche gli scenari naturali che circondavano molti degli stadi, con gli alberi e la vegetazione, contribuivano a rendere quel luogo particolarmente affascinante da fotografare.

Sono stati necessari un paio d’anni a North Carolina prima che iniziassi davvero a riconoscere momenti capaci di contenere una storia: il dettaglio di ciò che un giocatore aveva scritto sul nastro attorno al polso, un messaggio personale che portava con sé, qualcosa annotato su una scarpa o una piccola traccia visiva della sua storia personale. Ho cominciato a interessarmi a chi fossero i leader della squadra, a come la loro energia e la loro capacità di guidare gli altri si propagassero all’interno del gruppo, e a come questi dettagli apparentemente minimi potessero distinguere un’immagine forte da una comune fotografia sportiva. Ho sempre pensato che fotografare lo sport non possa ridursi allo stare seduti nello stesso punto e premere un pulsante quando accade qualcosa. Almeno nel lavoro che ho sviluppato più recentemente, ho cercato di fare in modo che le immagini contenessero altro: una forma di emozione, un significato, una qualche traccia di ricerca artistica. I quattro anni trascorsi alla UNC mi hanno dato la possibilità di accumulare le ripetizioni di cui avevo bisogno. Fotografare ogni settimana, continuamente, mi costringeva a cambiare ogni volta il mio punto d’attenzione e a continuare a cercare. È stata proprio quella reiterazione del gesto, credo, a spingermi verso la scoperta di ciò che stavo realmente cercando.”

 

Ricordi la prima fotografia di tennis che ti ha trasmesso qualcosa di diverso rispetto alla semplice documentazione di un punto? Un’immagine in cui hai avuto la sensazione di aver colto qualcosa di più vicino all’anima del gioco?

“Prima di iniziare a fotografarlo, non sapevo assolutamente nulla di tennis. La prima partita a cui abbia mai assistito è stata Ben Shelton contro Taylor Fritz sul campo centrale di Indian Wells, nel 2023. Era il mio primo incontro di tennis dal vivo e non avevo la minima idea di come funzionasse questo sport: non sapevo cosa fosse un servizio, quanti set si giocassero, né come funzionasse il sistema di punteggio. Ero seduto al mio posto e non avevo un accredito media. Una signora accanto a me iniziò a parlare con me e si rese conto molto rapidamente che non capivo nulla di tennis. Così cominciò a spiegarmi il gioco: il funzionamento del punteggio, ciò che stava accadendo in campo, tutto quanto. Fin da quella primissima esperienza, devo dire che il tennis mi divertì moltissimo. Rispetto a quasi ogni altro sport, possiede una qualità singolarmente ripetitiva. Il campo è relativamente piccolo e, per gran parte del tempo, i giocatori compiono gli stessi gesti ancora e ancora: un servizio, un diritto, un rovescio, forse uno slice. Non accade spesso qualcosa di interamente nuovo. Per me era molto diverso da ciò che avevo conosciuto nel football o nel basket, dove molti giocatori si muovono su un campo più ampio e l’azione contiene una varietà infinitamente maggiore.All’inizio, il tennis mi sembrava quasi costrittivo. Più lo fotografavo, tuttavia, più cominciavo a capire che era proprio quella ripetizione a obbligarti a diventare creativo. 

Un giocatore può colpire cento volte un diritto dallo stesso angolo nel corso di una partita. Così, invece di restare semplicemente seduto e realizzare ogni volta un’immagine convenzionale, ho iniziato a chiedermi come avrei potuto renderla migliore. C’è un’inquadratura che posso raggiungere? Esiste un lato del campo in cui la luce cade in maniera diversa? Dovrei rallentare il tempo di esposizione? Concentrarmi sulla mano, su un’altra parte del corpo, sulle scarpe, sull’ombra proiettata sul terreno? Il tennis costringe ti costringe a rallentare, a cercare altrove, a osservare i dettagli e ad apprezzare le qualità visive più silenziose del gioco.”

Hai spesso descritto il tuo lavoro attraverso l’idea di ‘inseguire la luce’. Nel tennis, la luce non è mai neutrale: cambia da Melbourne a Parigi, da Londra a New York, dai campi di allenamento alle notti negli stadi. Cosa significa, per te, inseguire la luce quando fotografi il tennis?

“Per me, la luce è tutto quando si tratta di costruire un’immagine. Da un punto di vista tecnico, ogni cosa che vediamo è luce, o assenza di essa. Ma sul piano artistico, quando ci si trova di fronte a una luce interessante, si apre improvvisamente la possibilità di fare qualcosa di più con un’immagine. Si creano zone dure, oscurità, contrasti. Amo osservare il dialogo tra la luce e la sua assenza, e tutto ciò che può nascere da quella relazione: l’ombra di un giocatore, per esempio, oppure il momento in cui il suo corpo attraversa una porzione di campo illuminata mentre tutto il resto rimane immerso nell’ombra. Situazioni simili possono generare possibilità creative straordinarie. Mi affascina anche il fatto che ogni stadio sia costruito in maniera diversa. A volte, nel cuore della giornata, un campo centrale gremito può essere attraversato da una linea di luce durissima che divide nettamente lo spazio, lasciandone una parte completamente esposta al sole e l’altra sprofondata nell’ombra. In alcuni stadi, come al Roland Garros o agli Australian Open, la luce filtra attraverso le strutture superiori e crea piccole aperture luminose che finiscono per proiettarsi sul campo.

Ricordo che, un paio d’anni fa, stavo fotografando a Madrid e la luce cadeva soltanto sulla panchina dei giocatori. C’era Ben, seduto da solo con un asciugamano sulla testa, e l’intera scena aveva assunto una dimensione incredibilmente drammatica. Amo molto quell’immagine. Vorrei riuscire a realizzare più fotografie di questo tipo, ma non è sempre semplice, perché non dispongo necessariamente di un accesso completo alle varie zone del campo e, di conseguenza, non posso raggiungere ogni volta i punti da cui certe angolazioni diventano possibili. Di solito mi trovo nel box del giocatore oppure in qualche settore delle tribune. Ma quando si presentano quelle occasioni, quando hai la possibilità di sperimentare con la luce in quel modo, sono quasi sempre le immagini che preferisco.”

 

Cosa osservi come prima cosa quando arrivi in un campo da tennis: il pubblico, l’architettura, il giocatore o l’atmosfera? E ci sono dettagli visivi di questo sport che, secondo te, sono ancora poco fotografati?

“Amo la varietà dei luoghi in cui si gioca a tennis. Quando arrivo in un posto nuovo, la prima domanda che mi pongo è sempre: che cosa c’è di diverso qui? Che cosa rende unico questo luogo? Il giocatore indossa un nuovo completo? Quali sono i colori? Entrano in relazione con quelli del campo?. Mi ci è voluto del tempo prima di fotografare il tennis sulla terra battuta e, quando finalmente è successo, me ne sono innamorato. Amo quella consistenza, il modo in cui la superficie cambia nel corso di una partita. Puoi fotografare un giocatore mentre batte la racchetta contro le scarpe e la terra si solleva, oppure mentre scivola sul campo circondato dalla polvere rossa. È qualcosa di nuovo, di diverso, qualcosa che normalmente non puoi ottenere quando, per gran parte dell’anno, fotografi sui campi in cemento. Anche lo sfondo di ogni stadio è diverso. Il sole può cadere in un modo particolare, creando un’ombra che attraversa il campo. A seconda dell’angolazione da cui fotografo, il giocatore può trovarsi in controluce, essere illuminato frontalmente oppure di lato. Penso continuamente a come la luce cambierà nel corso della partita. Qualcosa può sembrare interessante in un preciso momento, ma un’ora più tardi il sole si sarà spostato, l’ombra avrà cambiato posizione e il giocatore potrebbe trasformarsi quasi in una silhouette.

Sono una persona che si annoia molto facilmente e, proprio per questo, cerco sempre qualcosa che posso fare in un determinato luogo e che non ho mai fatto prima; possibilmente, qualcosa che non abbia mai fatto nessun altro. In fondo, è questo il punto per me. Non sono un fotoreporter nel senso più rigoroso del termine. Cerco, per quanto possibile, di lavorare in maniera artistica. Di spingermi ogni volta un po’ più in là, oltre i confini consueti.”

Hai lavorato a stretto contatto con giocatori come Ben Shelton e Coco Gauff. Cosa cambia quando non stai più semplicemente fotografando un atleta in campo, ma entri nel suo ritmo personale, nei suoi viaggi e nel suo spazio privato?

“Ogni atleta è diverso nel modo in cui desidera relazionarsi con le persone che lo circondano, fotografo compreso. La cosa principale da ricordare è che, prima di tutto, si tratta di persone normali. In fin dei conti, se le tratti bene e ti comporti con loro come faresti con chiunque altro, è proprio questo che la maggior parte di loro cerca. Ma sviluppare e costruire un rapporto di fiducia, e arrivare eventualmente a un’amicizia, non è semplice. Gli atleti vengono fotografati continuamente. Sono quasi sempre circondati dai media e, molto spesso, quella presenza non è necessariamente qualcosa a cui abbiano acconsentito o che desiderino avere intorno. Per questo, conquistare la fiducia di un atleta, poter stare accanto a lui con la propria macchina fotografica, è qualcosa di davvero particolare. Significa farlo sentire a proprio agio, assicurarsi che sappia che qualunque cosa tu stia creando è pensata per lui e insieme a lui. Significa rappresentarlo in un modo che percepisca come autentico e, soprattutto, farlo sentire bene. Tutto questo implica una grande quantità di fiducia; solo in un secondo momento, eventualmente, può nascere anche un rapporto di amicizia.

Una parte importante di questo processo consiste nel sapere quando diventare una presenza quasi invisibile. Le immagini migliori spesso nascono proprio quando l’atleta non si accorge nemmeno che sei lì, quando non stai interferendo con il suo momento. Credo che molte persone debbano ricordarlo quando lavorano con gli atleti. Sei lì per fare un lavoro. Non sei lì semplicemente per passare del tempo insieme. Devi quindi capire che cosa fotografare, quando farlo e come catturare determinati momenti senza trasformare la tua presenza in un’intrusione.”

 

Attraverso il tuo lavoro con Ben Shelton stai documentando una nuova figura del tennis contemporaneo. Da un punto di vista fotografico, come valuti Ben all'interno del panorama tennistico contemporaneo?

“Ben è un giocatore straordinariamente stimolante da fotografare in campo. Se entrassi oggi nel mondo del tennis senza conoscere nessuno e qualcuno mi chiedesse quale giocatore vorrei fotografare più di ogni altro, probabilmente sceglierei lui. Gioca con una quantità enorme di passione e di energia. Ha un tennis potente, costruito su gesti ampi, e le sue reazioni sono altrettanto intense. Semplicemente, è un soggetto eccezionale per la fotografia. 

Credo che il tennis, soprattutto qualche decennio fa, fosse uno sport molto più trattenuto. Ai giocatori non era davvero concesso celebrare, mostrarsi emotivi, fare rumore o esprimere quel genere di energia. Nello sport americano, invece, e penso soprattutto al football e al basket da cui provengo, le persone urlano continuamente. I giocatori sono rumorosi, fisici, si affrontano faccia a faccia, si provocano verbalmente. Amo quel tipo di energia. È perfetta per creare fotografie straordinarie e raccontare storie altrettanto potenti. Nel tennis, Ben rappresenta uno dei rari casi in cui esistono davvero quella passione e quell’intensità. Per me, questo rende fotografarlo molto più divertente rispetto a molti altri giocatori che rimangono estremamente controllati. Naturalmente, se è così che un atleta desidera essere, va benissimo. Questi giocatori competono a un livello altissimo e devono mantenere la concentrazione. Ma, dal mio punto di vista di fotografo, tutto diventa più coinvolgente e le immagini acquistano maggiore forza quando hai davanti un giocatore disposto a essere pienamente sé stesso in campo e a mettere in gioco tutto se stesso.”

Hai la sensazione che oggi il mondo del tennis chieda ai fotografi di guardare oltre la sola azione?

“Negli ultimi anni il tennis ha evidentemente conosciuto una nuova e significativa crescita di popolarità. Ricordo che, quando ho iniziato a lavorare nel tour, ero uno dei pochissimi fotografi a muovermi specificamente al seguito di un paio di giocatori. Era ancora qualcosa di nuovo. I tornei non sapevano sempre esattamente che cosa stesse accadendo, né come rapportarsi a quel tipo di presenza. La maggior parte dei giocatori non era ancora abituata ad avere fotografi o videomaker al proprio fianco, come invece gli atleti di altri sport facevano già da dieci anni o più. Ma tutto questo si è diffuso con estrema rapidità. Oggi molti dei migliori giocatori hanno fotografi o filmmaker personali che viaggiano con loro, oppure sono le loro agenzie a coinvolgere dei professionisti per creare contenuti destinati a più atleti. Attualmente esiste una domanda enorme di contenuti, e credo sia un fatto positivo. Aiuta a far crescere lo sport, i giocatori, i loro brand e le loro community. Ma proprio questa richiesta impone anche una grande consapevolezza rispetto a ciò che si realizza: alla qualità del lavoro, alle intenzioni che lo guidano e a ciò che si decide di condividere. 

Ogni giocatore ha sensibilità differenti. Alcuni creano e pubblicano autonomamente i propri contenuti, realizzano piccoli TikTok e cose di questo genere. Altri sono molto meno interessati a quella dimensione. Dal mio punto di vista, il mio lavoro consiste nel creare per loro le immagini migliori possibili: contenuti di alta qualità che, idealmente, riescano a trovare una risonanza anche sui social media.

È un equilibrio interessante. Da una parte, vuoi mantenere una certa estetica nella fotografia. Pensi alla composizione, alla luce, all’atmosfera e a tutti questi dettagli visivi. Dall’altra, una parte del lavoro consiste anche nel comprendere quali contenuti generino maggiore coinvolgimento sulle piattaforme social. Così, improvvisamente, dopo esserti concentrato su tutti questi elementi fotografici più raffinati, devi voltarti e realizzare qualcosa con un iPhone, oppure girare un video direttamente con il telefono.”

 

Il tennis sta vivendo un momento culturale di straordinaria intensità: moda, cinema, social media, celebrità e performance sembrano convergere tutte attorno a questo sport. Dal tuo punto di vista, perché credi che il tennis sia tornato a essere così influente?

“Non sono un grande esperto di storia del tennis, quindi potrei anche sbagliarmi completamente, ma credo che in questo momento stiano emergendo molti nuovi giovani giocatori. Appartengono alla generazione dei social media e, proprio per questo, esiste un accesso molto maggiore sia alle loro personalità sia allo sport stesso.

Credo che dipenda dalla combinazione di queste nuove figure, tanto nel tennis maschile quanto in quello femminile. Sembra che ogni settimana ci sia un nuovo giocatore capace di imporsi e attirare attenzione. Sono giovani che attribuiscono importanza ai social media e, di conseguenza, i loro nomi riescono a raggiungere pubblici sempre più ampi. Anche i brand si stanno accorgendo di tutto questo. Il tennis è uno sport esteticamente straordinario e, al tempo stesso, custodisce una quantità enorme di tradizioni. Proprio all’interno di quella tradizione esiste moltissimo spazio per introdurre la moda, oppure per immaginare nuove forme di marketing e differenti opportunità di sponsorizzazione. Detto questo, credo che ogni cosa nella vita si muova per onde; anche la cultura attraversa cicli e tendenze. In questo momento, il tennis si trova chiaramente in una fase ascendente. Forse, a un certo punto, tornerà a perdere centralità, per poi crescere nuovamente. Ma oggi esistono possibilità enormi attorno al modo in cui i giocatori si vestono, a ciò che fanno fuori dal campo e alle passioni che coltivano oltre il gioco.”

La cultura visiva del tennis sta cambiando rapidamente. In che modi e forme pensi debba evolvere la prossima generazione di storyteller visuali tennistici?

“È una bella domanda, e non sono del tutto sicuro di avere una risposta. Negli ultimi tempi, con la crescente popolarità del tennis, c’è stata evidentemente una forte spinta a guardare questo sport attraverso una lente più artistica. Oggi ci sono moltissimi fotografi che portano nel tennis un proprio punto di vista riconoscibile, e credo che questo stia arricchendo enormemente la fotografia legata al gioco. Esistono figure importanti che stanno lavorando in questa direzione, cercando di spostare sempre più avanti i confini del modo in cui il tennis può essere visto. Per molto tempo, forse negli ultimi cinquant’anni, non ci sono state così tante persone interessate a forzare i limiti della creatività all’interno del tennis. Oggi, invece, questa ricerca è molto più presente. Con l’arrivo delle fotocamere digitali capaci di scattare cinquanta immagini al secondo, le possibilità si sono semplicemente moltiplicate. Ci sono più sguardi rivolti verso questo sport. Ci sono nuove figure creative, molto diverse tra loro, tanto tra chi gioca quanto tra chi il tennis lo fotografa. Non sono del tutto certo di quale sarà il prossimo sviluppo della fotografia tennistica. Non so quanti altri punti di vista si possano ancora trovare su un campo da tennis e, naturalmente, lo sport in sé non è destinato a cambiare radicalmente. Ma sono molto curioso di vedere dove ci porterà tutto questo.”

 

C’è un torneo, un giocatore o un ambiente legato al tennis che sogni ancora di fotografare in maniera più profonda?

“Mi sento estremamente fortunato, perché ho appena concluso il mio quarto Wimbledon. È uno dei tornei in cui preferisco tornare ogni anno e credo che pochissime persone, avendo avuto la possibilità di andarci, direbbero qualcosa di diverso. Amo il verde, è il mio colore preferito, quindi poter fotografare quei campi e i leggendari completi bianchi è qualcosa di straordinario. Mi affascina vedere ciò che i brand riescono a creare, perché naturalmente l’abbigliamento deve rimanere prevalentemente bianco, ma proprio all’interno di quella restrizione emergono texture, dettagli e piccole sfumature che diventano estremamente interessanti. Wimbledon è semplicemente uno scenario magnifico per il tennis. Ci sono i tifosi, le persone in coda, l’intera atmosfera che avvolge quel luogo. Si percepisce una grande energia.

L’anno scorso ho avuto anche la possibilità di seguire le ATP Finals insieme a Ben, ed è stata un’esperienza incredibile. Ogni volta che riesco a tornare in questi luoghi, sento di avere davanti una grande opportunità e, al tempo stesso, un’esperienza preziosa. Sono immensamente grato di poter continuare a fare tutto questo. Ho avuto la possibilità di fotografare tutti e quattro i tornei del Grande Slam, ed è qualcosa di straordinario. Mi piacerebbe moltissimo fotografare le Olimpiadi. Probabilmente è il sogno di qualunque fotografo, ma per me lo sarebbe in modo particolare, soprattutto qui, a Los Angeles. È il grande appuntamento che ancora mi manca.”