Behind the Lights – Mel D. Cole

Dall’hip hop al calcio internazionale. Intervista al celebre fotografo americano

“La mia visione di fotografia si basa sul creare contemporaneamente un’opera d’arte e una storia. Penso che ognuno nel suo ‘gioco’, nella sua professione, debba avere un certo range, debba dimostrare di sapere e potere fare più di una sola cosa. Non voglio limitarmi ad essere un fotoreporter o un fotografo di musica e sport, voglio essere bravo nel maggior numero di cose possibili”

Sicurezza. Il body language e la rapida parlata di Mel D. Cole lasciano trapelare una genuina, inscalfibile, sicurezza. Insieme ad essa irrompe una consapevolezza che non necessita di filtri zuppi di politicamente corretto e artificiosa umiltà. Una palese qualità, d’altronde, non può essere camuffata da modesta mediocrità.

Il range visivo di questo fotografo statunitense è enorme, così come il suo pedigree. Un pedigree che, solo negli ultimi anni, ha visto unire l’elemento calcistico ad una ricerca artistica inizialmente coltivata nella scena hip hop underground, poi proseguita al fianco dei migliori interpreti del panorama musicale d’oltreoceano e costantemente punteggiata da reportage a sfondo sociale, come quelli legati alle proteste BLM di pochi mesi fa.

Un seme, quello dell’immaginario sportivo, che nella mente e negli occhi del nativo di Syracuse, New York, era in realtà da sempre pronto a germogliare, innaffiato da tradizioni familiari e da anni di pratica e passione.

“Non riesco nemmeno a ricordare a quando risalga la genesi del mio rapporto con lo sport. Mio padre ha giocato a lungo a football, anche al college, e da ragazzino ho seguito il suo esempio. In generale sono sempre stato appassionato di tutte le discipline, dall’atletica al basket, e quando mi capitava di presenziare ad eventi sportivi, portavo sempre con me la macchina fotografica. Poi, una decina d’anni fa, il calcio, il ‘Beautiful Game’, ha fatto irruzione nella mia vita”

Il ‘Beautiful Game’. Uno strano incrocio, una strana fascinazione, una strana transizione, che hanno condotto Mel D. Cole dagli esplosivi concerti di Beyoncé, Kid Cudi, Jay Z e Kanye West, al religioso tumulto delle gradinate dello Stadio Olimpico e al polveroso calcio praticato sulle strade cubane e nei villaggi etiopi.

Il calcio è l’elemento sociale unificatore per eccellenza. In tutto il mondo. Qui negli USA non è popolare, ma osservando campionati come la Premier League, la Serie A e la Liga ho capito quanto fosse rilevante: è un fenomeno molto più grande di qualsiasi major sport americano. Il rapporto tra città e squadre, in molti casi tra quartieri e squadre, è così romantico… Ovunque sia stato ho visto calciare un pallone: a Cuba i bambini giocavano scalzi sull’asfalto, in Angola ho rivissuto la stessa situazione, in un villaggio etiope disperso nel nulla c’era una sola cosa, un pallone che rotolava, inseguito da cani e ragazzini. Sono stato fortunato, l’essere un fotografo conosciuto, anche se a livello musicale, mi ha dato chiavi d’accesso per assistere ad eventi calcistici incredibili: per esempio sono stato ad Anfield a vedere il Liverpool, in questo iconico stadio letteralmente incastrato tra case e cortili, oppure ho vissuto un match della Roma a bordo campo, nel magico Olimpico…”

Ritmi e scivolate. Microfoni e cori. Al mutare degli scenari non è corrisposto un mutamento dell’approccio fotografico di questo artista newyorchese. Mel D. nel prato verde e nei battimani degli ultras cerca le stesse vibrazioni propagate da cantanti e fan hip hop, provando ad immortalare corpi che si muovono armoniosamente, sospinti da suoni e agonismo atletico.

“Fondamentalmente tratto il campo come un palco: un luogo dove posso ritrarre emozioni e corpi in movimento, un luogo circondato da fan che investono anima e cuore, voce e corpo per un’ideale. Con la macchina fotografica provo a concentrarmi su tutto, non solo sui calciatori. Credo che ogni dettaglio sia importante: dagli uomini della security alle bandiere che sventolano, da un calcio di rigore a un contrasto aereo. Nel mio archivio visivo non ho punti di riferimento specifici per la fotografia calcistica, non mi sento ispirato da un fotografo in particolare, ho tutta una serie d’immagini fisse che, in un certo senso, guidano il mio istinto”

Mel D. Cole sta provando, a sua volta, a guidare una sorta di rivoluzione culturale. Da poco ha fondato la Charcoal Pitch F.C., agenzia fotografica calcistica (la prima in questo ambito diretta da un professionista afroamericano) animata dalla volontà di setacciare il dio pallone attraverso un’innovativa lente multirazziale.

Una visione che si sposa perfettamente con l’altro nobile obiettivo del fotografo della Grande Mela: spargere il verbo del ‘Beautiful Game’ tra le nuove generazioni nere americane. Un passaggio, a suo dire, necessario per fare evolvere l’intero movimento del ‘soccer’ statunitense. 

“Voglio usare la mia piattaforma e le mie fotografie per influenzare la comunità afroamericana. Quando ero piccolo solo i bambini bianchi giocavano a calcio: questa mentalità deve cambiare. Se vogliamo progredire a livello internazionale, i nostri migliori atleti devono affacciarsi a questo sport. E quando parlo di migliori atleti, mi riferisco ai giovani neri americani. Pensate per esempio se LeBron James avesse preso in considerazione il calcio da bambino… Attraverso l’arte provo ad ingaggiare, a stimolare, a fornire nuove e differenti prospettive a queste nuove generazioni”

Prospettive che hanno generato l’interesse di celebri club e brand nei confronti di Mel D. Cole. Una visione distante da convenzioni e ortodossie che ha già portato questo fotografo a collaborare con Chelsea, Manchester City, Nike, Adidas e Umbro, a dividere il proprio impegno tra progetti visivi e linee d’abbigliamento.

Investiture multiformi, di altissimo livello, che hanno caricato di responsabilità e pressioni il lavoro di Mel D., ma che, contemporaneamente, ne hanno rafforzato la voglia di incidere nello storytelling calcistico, di evolverlo, di progredire in un significativo percorso personale.

“Poter collaborare con queste realtà significa tantissimo. Sedermi a tavola con i migliori club del mondo, realizzare progetti con brand enormi è estasiante. La pressione mi fa performare. E per continuare a performare devo costantemente mettermi alla prova, lavorare duro e crearmi opportunità: non voglio retrocedere, mettiamola così”

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Mel D. Cole
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Soccer
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Testi di Gianmarco Pacione


Calisthenics a Londra significa comunità

Il reportage di Bertie Oakes ci parla di muscoli e legami umani

Bertie Oakes ci porta nei parchi londinesi di metallo e asfalto, facendoci scoprire, attraverso immagini e parole, le palestre a cielo aperto dedicate al calisthenics.

Buona visione.

Come molte altre persone, mi sono ritrovato a cercare un modo per stare in forma durante la chiusura delle palestre coincidente con il terzo lockdown britannico del gennaio 2021. Sono stato abbastanza fortunato da trovare di fronte a casa mia una palestra outdoor di calisthenics. Così ho cominciato a usufruirne ogni mattina.

La palestra è stata costruita dagli Steel Warriors, un’associazione benefica che fonde coltelli raccolti nelle strade di Londra e ne riutilizza l’acciaio per costruire le apposite barre.

Queste aree sono costruite in zone particolarmente colpite da crimini che vedono coinvolte proprie le armi da taglio, ma, contemporaneamente, sorgono all’interno di luoghi considerati ‘zone neutrali per le gang’. L’obiettivo è quello di dare ai giovani locali una struttura gratuita per impiegare positivamente il loro tempo. La palestra a Ruskin Park è la seconda di tre strutture costruite a Londra.

Ho iniziato ad allenarmi per rimanere in forma e non impazzire durante la pandemia. Molto rapidamente, però, ho scoperto un mondo completamente nuovo. Il calisthenics non è solo un insieme di esercizi, è uno sport competitivo, con una piccola ma appassionata comunità distribuita tra Londra e il resto del Regno Unito: uomini e donne intenzionati a spargere il verbo di quest’attività.

Durante le mie prime due visite agli Steel Warriors mi sono imbattuto in Jay Chris, tre volte campione nazionale e due volte campione del mondo di freestyle. Chris ha aiutato a progettare le palestre, dove si allena regolarmente offrendo consigli e aiuti ai compagni. La sua estrema disponibilità è un’indicazione chiara di quanto piccolo sia ancora il fenomeno calisthenics in questo Paese: in quali altri sport è possibile scendere per strada, entrare in un parco pubblico, e incrociare il numero uno al mondo durante un suo allenamento?

Allo stesso tempo va detto che questo sport sta indubbiamente crescendo. La palestra Ruskin è la sede del Team Instinct, un nuovo collettivo di atleti di livello elitario guidato da Goku Nsudoh, prodigioso diciannovenne indicato come futuro campione del mondo. Instinct spera di competere a livello internazionale e di sfidare a livello nazionale il team Bar Sparta di Jay, uno dei pionieri del calisthenics nell’intero Regno Unito.

Nelle ultime settimane di questo progetto, purtroppo, mi è stato fatto notare che la Steel Warriors Charity stava per sciogliersi. È altamente ingiusto che un ente di beneficenza capace, durante la pandemia, di dare speranza a così tante persone, sia crollato proprio a causa di essa, abbandonato dal principale partner d’investimento e rimasto a corto di donazioni.

È un enorme peccato che non possano nascere altre palestre di questo tipo a Londra. La comunità creata nella palestra Ruskin continuerà a vivere e la gente continuerà a scoprire e ad usare questo spazio, così come le altre due palestre esistenti. Il ruolo fondamentale che gli Steel Warriors hanno avuto nella crescita del calisthenics all’interno del Regno Unito sicuramente non sarà mai sottovalutato o dimenticato.

Credits

Photo by Bertie Oakes
IG @bertie_oakes

Testi di Gianmarco Pacione


L’orso della velocità, Karhu

Da Paavo Nurmi a Emil Zatopek, dagli ori olimpici all’innovazione: storia di un brand iconico

Cominciò tutto dal lancio del giavellotto e del disco, dagli sci, soprattutto dalle scarpe da corsa. Delle origini di Karhu poco si dice, poco si scrive. 

Eppure dietro questo marchio venuto dal lontano nord, spinto sui podi olimpici di tutta la prima metà del ‘900, e non solo, da fredde correnti scandinave, si celano volti e gambe entrate indelebilmente nella leggenda sportiva.

TRE STRISCE COME ADIDAS? NO, COME KARHU

Cominciamo questo racconto con una curiosità. Karhu venne fondata come piccola azienda nel cuore di Helsinki: era il 1916, e il primo nome pensato per questa attività fu ‘Oy Urheilutarpeita’, appellativo generico riferito alla produzione di attrezzatura sportiva. Di lì a quattro anni nei locali del piccolo workshop finlandese comparve il primo disegno stilizzato di un orso, ‘Karhu’ in lingua suomi, animale che da quel momento sarebbe diventato epiteto, oltre che simbolo, dell’azienda stessa.

Non è tutto, però. Karhu, immediatamente specializzatasi in discipline come lancio del giavellotto e del disco, sci e corsa, si rese riconoscibile per tre strisce applicate metodicamente su ogni calzatura. Tre strisce: concept grafico che venne acquistato nel 1952 da un particolare imprenditore tedesco, quell’Adolf ‘Adi’ Dassler che dalla crasi di soprannome e cognome diede il là al brand Adidas. Leggenda vuole che le ‘three stripes’ vennero acquistate per l’equivalente di 1600 euro attuali e due bottiglie di whiskey.

Ciò che è certo, è che le menti dietro Karhu non diedero troppo bado a quell’originale baratto, scordando presto le strisce e inventando l’M-Symbol, il simbolo a M celebrante la parola finnica ‘Mestari’, campione, ancora oggi in uso.

PAAVO NURMI E LA FINLANDIA CHE VOLÓ

È complesso provare a spiegare l’impatto di Paavo Nurmi sui Giochi Olimpici di Anversa 1920, Parigi 1924 e Amsterdam 1928. Non basta l’elenco dei 9 ori e dei 3 argenti conquistati dal nativo di Turku, antica capitale finlandese aggrappata al confine svedese, per descrivere un’onnipotenza muscolare che irradiò ed elevò tanti altri suoi connazionali, generando le folate dei cosiddetti ‘Finlandesi Volanti’.

Egemonizzò la corsa internazionale, quel gruppo di frecce nordiche scagliato sulle piste da corsa da chissà quale mito norreno. Nurmi, nello specifico, riuscì in un qualcosa d’impensabile quando nelle Olimpiadi parigine vinse nello spazio di una sola ora i 1500 e i 5000 metri, stabilendo in entrambi i casi il nuovo record olimpico. Lui, Hannes Kolehmainen, Ville Ritola e tutti gli altri corridori su media e lunga distanza finlandesi erano accomunati da un particolare non di poco conto: le scarpe marchiate Karhu.

UNA LOCOMOTIVA DI NOME EMIL ZATOPEK

Lo chiamavano ‘Locomotiva Umana’, sosteneva di avere troppo poco talento per correre e sorridere allo stesso tempo. Emil Zatopek è l’emblema della sofferenza fisica sublimata in risultato sportivo, con il volto inclinato di lato, la lingua a penzoloni e la schiena inarcata è, e sarà sempre, immagine di gloriosa fatica, d’imperfetta eccellenza.

L’apice della sua leggenda atletica giunse, strana coincidenza, ad Helsinki 1952, dove il cecoslovacco vinse tre ori nei 5000, 10000 metri e nella maratona. In tutte le gare, corse con le locali Karhu ai piedi, Zatopek stabilì anche il nuovo record a cinque cerchi. Incredibile constatare come la maratona, l’ultimo grande appuntamento dei Giochi e il più intriso di senso storico, vide Zatopek schierarsi ai nastri di partenza senza alcuna preparazione specifica pregressa. Prima di allora, difatti, il corridore cecoslavacco non aveva mai corso una gara su quella distanza. Il risultato fu uno strepitoso tempo di 2h23’03”.

In quei Giochi scandinavi Karhu ‘vinse’ un totale di 15 ori: un’eredità di cui andare orgogliosi, un passato sportivo che non ha mai smesso di abitare l’essenza di questo brand, come dimostra la prima licenza per Air Cushion su running shoes depositata negli anni ’70, la tecnologia Fulcrum, tesa ad una maggiore spinta propulsoria e studiata lungo il decennio successivo con l’Università di Jyväskylä e la ben più recente invenzione Ort Fix per le suole. Chi l’avrebbe mai detto che quel nordico orso avrebbe condizionato così profondamente l’universo sportivo mondiale…

DAGLI ORI ALL’ORSO CONTEMPORANEO

Come dimostra la prima licenza per Air Cushion su running shoes depositata negli anni ’70, la tecnologia Fulcrum, tesa ad una maggiore spinta propulsoria e studiata lungo il decennio successivo con l’Università di Jyväskylä e la ben più recente invenzione Ort Fix per le suole.

Come dimostrano le recenti capsule ALL-AROUND e LEGEND, in grado di connettere l’heritage sportivo di Karhu con decathlon e universo collegiale. In queste ultime linee del brand di origini finlandesi, la presenza sportiva è costante: in ALL-AROUND questo connubio si concentra sulla disciplina olimpica per eccellenza, il decathlon, in LEGEND, invece, è forte il richiamo al concetto di ‘team’ collegiale e al noto logo dell’orso, reinterpretato come ‘Heslinki Sport Logo’.

Perché lo sport, in Karhu, sarà sempre elemento fondamentale. 


Víctor Pecci, il playboy del tennis

Víctor Pecci, il playboy del tennis

«Borg era lo que hoy es Rafael Nadal en tierra batida» (Borg era quello che oggi è Rafa Nadal sulla terra battuta) dice oggi Victor Pecci tornando a quella domenica del 10 giugno di quarant’anni fa, quando nella finale del Garros fece soffrire Ice-Borg.  Un metro e novantatré di altezza, criniera nera e mossa, sguardo intenso e penetrante, un Apollo con la racchetta.

Il tocco al phyisique du role, e da tombeur de femmes, glielo dava un diamante al lobo dell’orecchio destro. Alle doti di playboy, Víctor Pecci aggiunse però un dettaglio: sapeva giocare bene a tennis. Gran servizio, tocco morbido e una volèe d’incanto, erano gli ingredienti del suo gioco fantasioso e divertente.

Il limite era l’incostanza, tipico tallone d’Achille dei geni estrosi. Victor nasce ad Asuncion il 15 ottobre del 1955; negli anni del regime di Alfredo Stroessner, dove i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri stentano a sfamare i niños, il tennis non è certo uno sport per tutti.

Figlio di un medico, il ragazzo cresce negli agi dell’alta società, e prende lezioni nel circolo più esclusivo della capitale paraguaiana. Divenuto campione nazionale ad appena 15 anni, si lancia nel circuito Atp, vincendo il suo primo titolo a Madrid nel 1976. In quel giugno del 1979, si presenta all’Open di Francia, dopo aver conquistato il torneo di Nizza, dove ha battuto in finale John Alexander. Un bel biglietto da visita, ma non abbastanza da accreditarlo tra i favoriti al Bois de Boulogne. È 35 al mondo e quindi nemmeno testa di serie.

Il tennis ha il suo re; a soli ventitrè anni Bjorn Borg può infatti già vantare sei titoli dello Slam: tre al Roland Garros e tre a Wimbledon. Se a Londra ne ha infilati tre di fila, a Parigi non ha fatto quaterna, perché sconfitto da Adriano Panatta nei quarti del 1976, l’anno magico del tennista romano.

Oltre al numero uno del mondo, signore assoluto della terra rossa, i maggiori pretendenti allo scettro di Francia sono Guillermo Vilas, Vitas Gerulaitis e Jimmy Connors. Borg raggiunge la finale, dopo aver spazzato via tutti gli avversari e aver letteralmente asfaltato Gerulaitis in semifinale.

Pecci supera Jaufftet e Slozil, e non lascia quindi nemmeno un set a Corrado Barazzuti e Harold Solomon (sconfitto da Panatta nella finale del 1976). Nei quarti, lo attende il derby con Guillermo Vilas, ma anche l’argentino si piega in tre set al talentuoso serve&volley del ragazzo di Asuncion.

Adesso bisogna fare i conti con lui, il suo tennis d’attacco gli attira le simpatie del pubblico parigino, le ragazze della Ville Lumiere ne vanno pazze, ma in semifinale incrocia quel cagnaccio di Connors e il pronostico è tutto dalla parte di Jimbo. Succede l’impensabile, a Pecci riesce tutto, la sua Fischer è una bacchetta magica, Connors soffre le sue continue discese a rete, s’innervosisce e va in confusione. Victor non gli dà scampo e vince in quattro set: 7-5/6-4/5-7/6-3.

È ora in finale con Borg. Pare una favola, ma è tutto vero. Dall’altra parte dell’Atlantico, in Paraguay si scatena un pandemonio. A nemmeno 24 anni, Pecci è l’idolo di un’intera nazione. Per la finale con Borg, Canal 9 garantisce ore di diretta televisiva e irradia le immagini del Roland Garros in ogni Barrio di Asuncion, cosa impensabile in un paese che si alimenta di solo calcio.

Il 10 giugno del 1979 il cielo di Parigi è bigio, cade qualche gocciolina di pioggia, che tuttavia non inficia il match. Pecci è contratto, fatica a sciogliere il braccio. Si fa sotto, ma Borg è un muro, ribatte tutto e lo passa con impressionante regolarità. I primi due set sono senza storia, ma nel terzo qualcosa s’inceppa nel tennis robotico dello svedese, ora Pecci riesce finalmente a far breccia.

Ne esce una partita meravigliosa e avvincente, una battaglia ingaggiata punto su punto; il paraguaiano infiamma il catino del Roland Garros tra volèe e acrobazie, trascina Borg al tie-break, e se lo aggiudica 8-6. Nel quarto lotta e gioca alla pari, ma subisce un break che risulta decisivo. Il suo sogno finisce lì: Parigi incorona per la quarta volta Bjorn Borg (arriverà a sei), ma al momento della premiazione riserva una standing ovation a Pecci, il bel ragazzo con l’orecchino che ha eletto suo beniamino e ama come un figlio adottivo.

Quando fa ritorno in patria, Victor ha il Paraguay ai suoi piedi; è giovane, bello, famoso e con un bel conto in banca: allora se la spassa e le partite della vita notturna sono tutte sue. Meno quelle sui campi da tennis, dove non saprà più ripetersi ai livelli del ‘79.

Nel 1981 batte ancora Vilas a Roma, ma si arrende in finale all’altro gaucho Joé Luis Clerc. L’ultima sua impresa la firma nel 1987, quando nella polveriera di Asuncion davanti al generale Stroessner guida la squadra nazionale di Coppa Davis a un clamoroso successo per 3-2 sugli Stati Uniti.

Passano due anni e, mentre in Paraguay dopo 35 anni il dittatore è deposto, Agassi e soci si prendono la rivincita in Florida rifilando ai sudamericani un cappotto.

È la fine della parabola di Pecci, che si ritira nel 1990. Tre matrimoni e due figli, Victor Pecci è tuttora un monumento nel suo paese. Nel 2003 gli hanno affidato la guida della squadra nazionale di Coppa Davis. Ma c’è di più: dopo essere stato eletto sportivo paraguaiano del bicentenario, dal 2013 al 2018 ha ricoperto la carica di ministro dello sport. E pensare che quel 10 giugno del 1979 a Parigi perse. Non osiamo nemmeno immaginare a cosa, se avesse battuto Borg, sarebbe successo. Ma forse, a pensarci bene, questa storia è più bella così. 


씨름, SSIREUM. Il wrestling coreano è tradizione

A Seul la modernità si ferma per rendere omaggio ad una pratica millenaria

“Pratica che prevede l’utilizzo di tutto il corpo, il Ssireum favorisce l’allenamento muscolare e la crescita mentale. Incoraggia inoltre rispetto e collaborazione, contribuendo all’armonia e alla coesione di comunità e gruppi”

(Rapporto UNESCO sul Patrimonio Culturale Immateriale)

Estrapolatevi dall’ipertecnologico mondo sudcoreano. Prendete le distanze da luci al neon, grattacieli senza fine e da una società elettronica per definizione. Tornate indietro nel tempo, dimenticate il concetto di ‘Tigre Asiatica’, di chaebol e di finanza futurista.

Ascoltate, percepite la sabbia ai vostri piedi, la forza muscolare di un corpo in tensione, l’inenarrabile potenza sprigionata dal contatto di due individui. È il Ssireum, è una pratica persa nel tempo, nella tradizione. È un appiglio sportivo al mondo antico, ad un passato sempre più distante ed evanescente.

Wrestling, arte scultorea, lotta umana contro il tempo. Fred MacGregor ci fa scoprire quest’affascinante pratica sudcoreana. Gustatevi i suoi scatti e le sue parole.

Ssireum è una forma di wrestling popolare. Questo sport tradizionale ha un trascorso millenario ed è un interessante contrappunto all’idea di modernità sudcoreana.

All’inizio del 2020 un lavoro mi ha portato nell’incredibile città di Seoul. Opportunità del genere non capitano tutti i giorni, quindi ho deciso di studiare la mia destinazione. Alcune delle più famose esportazioni culturali coreane (come cibo, tecnologia e musica) sono molto contemporanee, o almeno non fanno esplicito riferimento al passato nazionale: questa dinamica non deve sorprendere, va difatti considerata la rapida modernizzazione della Repubblica dagli anni ’60 in poi. La velocità impressionante con cui le risaie sono state sostituite da grattacieli, per esempio in luoghi come Gangnam, ha probabilmente portato a un dissociazione e ad un allontanamento dei coreani dal loro passato.

La tradizione del Ssireum risale a ben prima dell’Era Moderna. La sua popolarità è rimasta intatta anche lungo tutto il XX secolo. Nel 2018 questa pratica è stata iscritta alla lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità UNESCO. Grazie alla Korean Ssireum Association ho avuto il privilegio di essere invitato alla Yong In University, dove ho osservato la futura generazione di lottatori. Questa monografia vuole regalare uno scorcio visivo e culturale di del Ssireum. La mia speranza è che le persone presenti negli scatti possano continuare a tramandare quest’atavica pratica sportiva.

Credits

Ph & Text Fred MacGregor
IG @freddie_macgregor
fredmacgregor.com


Behind the Lights – Tana Wizard

Fotografia, moda, streetball. Un tuffo nella vita di questo creativo del Sol Levante

L’occhio, il polso, i polpastrelli si muovono verso Oriente, direzione Sol Levante. Nelle metropoli in cui si fondono luci al neon e ciliegi, tradizioni secolari e ipermodernismo, trovano posto una serie di enclavi cestistiche in costante evoluzione, in costante fermento.

Sono le comunità dello streetball, della palla a spicchi che travalica il sapore dell’asfalto per diventare cultura popolare, per sposare il mondo fashion. Sono le comunità di Tana Wizard, ispirata mente capace d’intrecciare questi binari paralleli, affidando al Gioco la propria ricerca e il proprio impegno quotidiano.

“Ho iniziato a giocare a basket quando ero alle elementari. Più ci giocavo, più ero risucchiato da questo meraviglioso sport: all’epoca l’NBA iniziava a popolare i televisori e, al suo fianco, prendeva sempre più piede il manga SLAM DUNK. Vicino a casa mia non c’erano canestri, così ne ho dovuto creare uno. Ho lavorato su dei pezzi di metallo, dando loro una forma circolare, e li ho fissati su un tabellone di legno, appendendo tutto su palo telefonico. Vivevo in una zona collinare e non potevo permettermi di perdere il pallone, altrimenti l’avrei dovuto rincorrere lungo la strada: per questo motivo ho iniziato a migliorare le mie doti di palleggiatore, quelle doti che, più avanti nel tempo, mi avrebbero regalato il soprannome ‘Wizard’. Dopo il liceo mi sono specializzato nel 3 contro 3 e, contemporaneamente, ho scoperto l’AND 1 MIXTAPE. Da quel momento ho cominciato a portare sempre la palla con me e a desiderare di espandere il movimento dello streetball in tutto il Giappone. Dopo aver preso parte a molti eventi televisivi e a tornei freestyle di risonanza mondiale, mi è stato diagnosticato un problema cronico, così ho deciso di focalizzarmi su SOMECITY prima, su ballaholic poi. Quando il mio disagio fisico è ulteriormente peggiorato, ho smesso completamente e mi sono indirizzato verso la fotografia

Nelle fotografie di Tana vengono ritratti gli ideali e i capisaldi alla base dei vari progetti creati negli ultimi anni. Come SOMECITY, trasversale confederazione del basket di strada, che vede coinvolte e unite tutte le maggiori prefetture nipponiche.

“Lo streetball in Giappone non ha una grande tradizione. Ci sono pochi parchi con campetti, in tanti di essi è vietato addirittura giocare con un pallone. Quando abbiamo iniziato ad organizzare eventi, abbiamo trovato notevoli difficoltà nell’ottenere gli appositi permessi, così abbiamo deciso di creare playground in ogni luogo disponibile, anche all’interno di locali notturni. Questa è l’anima di SOMECITY, giocare ovunque si possa. Dopo qualche tempo abbiamo compreso che non bastava viaggiare nelle varie città e creare di volta in volta sessioni estemporanee, così ci siamo impegnati nel costituire comunità locali, che potessero organizzarsi autonomamente: ad oggi siamo riusciti a stabilirci in oltre trenta centri metropolitani, sbarcando anche in sul territorio cinese”

A sbarcare prepotentemente non solo nel lontano Oriente, ma anche nel Vecchio Continente e oltre Pacifico, nella culla statunitense dello sport di James Naismith, è il brand ballaholic. A dimostrarlo sono le recenti collaborazioni con ASICS e Kevin Couliau, sono, soprattutto, gli innumerevoli attestati di stima e il sempre maggior interesse collettivo per un marchio che rappresenta ben più della semplice estetica fine a sé stessa.

“Prima dello streetball non ero interessato a questo particolare ambito, probabilmente perché ero limitato dalla cultura scolastica giapponese, dove tutti indossano la stessa uniforme. Scoprendo il basket di strada ho scoperto anche lo stile: girare in città vestito da gioco, indossare due paia di pantaloncini, tagliare le maniche delle maglie… A quei tempi pochissimi negozi sportivi vendevano pantaloncini da basket con le tasche, sport e quotidianità erano nettamente divisi: ballaholic parte proprio dalla volontà di superare questo concetto. Inevitabilmente durante quest’esperienza è aumentato anche il mio interesse per il mondo fashion, un mondo che mi permette costantemente d’incontrare creative director e designer, di creare relazioni e connessioni. Un enorme turning point nella mia vita è arrivato quando sono stato obbligato a smettere di giocare, in quel momento la macchina fotografica è diventato il nuovo mezzo per esprimere i miei pensieri e la mia creatività: oggi è uno strumento fondamentale per rendere tangibili questi progetti, per ritrarre amici e streetballer vicini alla nostra community”

Una community dalla doppia anima, fatta di sudore e playground, di contesti urbani e negozi. Una community che a profitto e mercato preferisce termini come ideologia e diffusione.

“SOMECITY è necessario per creare una cultura streetball in Giappone. ballaholic è un brand e un’ideologia. Vogliamo che si avvicinano al basket persone di ogni età, genere ed etnia. ballaholic veste i giocatori di SOMECITY che, a loro volta, abbracciano gli ideali del brand. Per noi lo streetball è il livello massimo di Gioco. Il Gioco è uno stato mentale all’interno del quale ti senti completamente immerso, distante da tutto ciò che ti gravita intorno. Il nostro obiettivo è quello d’innestare la pallacanestro nella quotidianità del maggior numero di persone. A causa del Covid la macchina organizzativa di SOMECITY è stata notevolmente limitata, ma stiamo provando a fare tutto il possibile per non fermarci. Con ballaholic, invece, abbiamo lanciato le importanti collaborazioni con ASICS e Kevin Couliau (legandoci, ovviamente, al suo Asphalt Chronicles). Ora vorremmo costituire un servizio di costruzione di campetti per privati, pensiamo di riuscire a lanciarlo già quest’anno. L’importante però è continuare a fare ciò che ci entusiasma maggiormente, diffondere la cultura cestistica in Giappone e nel mondo”

Credits

Tana Wizard


Jasmine Favero, la UFC è un sacrificio quotidiano

Alla scoperta della nuova, giovanissima speranza delle MMA italiane

La zona industriale di Brugine è il tipico scenario di passaggio, calcestruzzo e capannoni si alternano, si mescolano anonimi, si scaldano insieme sotto il tenue sole della Pianura Padana. Transizione lavorativa, cartellini da timbrare, viavai di camion diretti nei vicini centri di Padova e Venezia. 

Un panorama antitetico rispetto al sacrificio atletico, alla ricerca dell’eccellenza marzialista. Antitetico, sì, ma solo all’apparenza. Basta varcare la soglia della Combat Academy per respirare un’aria inattesa, per inebriarsi di dan, di allenamenti silenziosi e mistico rispetto per il tatami. 

Jasmine Favero ci introduce a quest’oasi del contatto fisico. È una ragazza del 2000, ha gli occhi schivi e profondi, è ricca di timidezza, quella timidezza che lascia intravedere un ampio e colorato spettro emotivo. Strano per una giovanissima soprannominata ‘The Bull’, il ‘Toro’, strano per una fighter che sta scuotendo l’IMMAF, Internation Mixed Martial Art Federation, con la sua impressionante forza fisica, levigata da una sempre maggiore consistenza tecnica.

“Ho iniziato all’età di cinque anni, mio cugino mi aveva chiesto di provare, all’epoca non si parlava di arti marziali miste. Da quel momento la passione è cresciuta sempre di più: tutto questo è entrato prepotentemente nella mia vita”

Jasmine racconta emozionata la propria genesi, dietro ai suoi capelli raccolti prende posto Simone Palazzin, fondatore dell’Academy e maestro-mentore di ogni fighter passato dentro queste mura. Appoggiato alla parete, imponente e sorridente, il maestro pare una sorta di moderno saggio, di filosofo dell’ironia e del combattimento. 

Solo la sua presenza infonde sicurezza alla tre volte campionessa italiana, permette alle sue parole di librarsi disinvolte, illuminate dai tanti trofei esposti al suo fianco. 

“Sia dentro che fuori dalla palestra è un padre, mi ha cresciuto da quando avevo cinque anni, senza di lui non riesco ad essere concentrata, focalizzata, la sua presenza pesa molto sia sul mio essere atleta, sia nella mia vita in generale. Durante il periodo adolescenziale ho avuto un momento buio e ho smesso a causa di persone che mi hanno portato fuori strada, poi mi sono come svegliata. In palestra mi hanno accolto nuovamente come se non fosse successo nulla, un ritorno in famiglia, è stato bellissimo. In quel momento ho capito che le arti marziali miste sarebbero state il mio futuro”

Il presente di Jasmine, invece, vede questa ventenne lottare non solo nell’ottagono, ma anche nell’organizzazione giornaliera, obbligata ad entrare in palestra dopo ore ed ore lavorative.

Perché se la UFC è un obiettivo a lungo termine, posto in un futuro etereo e non ben precisato, il cammino per raggiungere il paradiso delle MMA è una scalata quotidiana, materiale, tangibile. 

“Per ora sto lavorando in ufficio otto ore al giorno, ho trovato un accordo con i miei responsabili: il martedì e il giovedì, quando abbiamo gli allenamenti pomeridiani, non faccio pause ed esco prima. Con loro si è stretto un bel rapporto, sono fortunata, mi seguono sempre alle gare. Gli altri giorni fortunatamente mi alleno la sera. Sabato e domenica cerco di lavorare da altre parti, impieghi saltuari, e provo a presenziare nelle varie sessioni di sparring in giro per l’Italia. Ogni sera arrivo distrutta a casa, ma nulla viene gratis”

Nulla viene gratis. Gli occhi di Jasmine si fanno più seri davanti a queste parole, si tingono di sogni e speranze dal sapore di fatica, di consapevolezza di un mondo che nulla regala, chiedendo tantissimo, forse troppo, in cambio. 

Lei, chiamata ‘Toro’ perché già da piccolina non faceva caso al proprio avversario, limitandosi a pressare senza sosta maschi e femmine, caricandole  con un cardio e un’intensità fuori dal comune; lei, che s’ispira a Rose Namajunas per la capacità di battagliare demoni interiori, pensieri opachi e una mente di complessa gestione: lei, oltre la timidezza, mostra la sicurezza di chi crede in una predestinazione, di chi nell’ottagono ha il bisogno di trovare l’unica casa. 

“Tra qualche anno voglio entrare in UFC, voglio far salire sempre più in alto il mio nome e quello della mia palestra. Qui ci sono ragazze giovanissime che hanno intrapreso la mia stessa strada, per loro voglio essere un esempio”

Jasmine comincia a fasciarsi, le prossime ore dipingeranno la zona industriale di Brugine di grappling e calci, di ripetizioni e novità, di consigli e perfezionamento. È qui che si forgia il suo destino, è qui che si forgia un pezzo di futuro delle MMA italiane.

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Jasmine Favero
IG @faverojasmine

Photo by Riccardo Romani

Testi di Gianmarco Pacione


Nia Wedderburn-Goodison, nata per la velocità

Intervista al talento più cristallino dello sprint britannico

La velocità è esaltazione, sicurezza, libertà. Sensazioni che si sublimano quando la velocità stessa si fonde con la giovinezza, con la freschezza fisica e mentale di una giovanissima perla delle piste.

Nia Wedderburn-Goodison ha i crismi della predestinata, ad appena 16 anni si è laureata campionessa britannica under 20 sui 100 metri, tagliando il traguardo davanti ad atlete molto più mature di lei.

Una stella in erba, che oltremanica viene già paragonata alla campionessa mondiale Dina Asher-Smith, una ragazza determinata che ha ben chiaro davanti a sé il percorso verso i cinque cerchi olimpici e il successo sportivo.

I meravigliosi ritratti di Paul Calver accompagnano questa nostra chiacchierata con una ragazza nata per correre, con una giovane freccia che fa della determinazione e della mentalità i propri capisaldi.

Come hai iniziato a correre e perché?

Avevo cinque anni quando ho vinto la mia prima gara battendo tutte le ragazze del mio gruppo. In quella gara ho battuto anche tutti i ragazzi. Ripensandoci ora, quello era solo un piccolo evento scolastico, con le corsie tracciate con il gesso, ma mi sentivo davvero orgogliosa del mio successo. Poco dopo i miei genitori mi hanno iscritta a un club di atletica leggera, in modo che potessi allenarmi adeguatamente. Già dopo la prima sessione di allenamento sono stata spostata dalla classe per principianti a una di livello più avanzato, merito del mio allenatore Andre Williams. Andre negli anni mi ha aiutato a sviluppare e realizzare il mio potenziale e mi segue ancora oggi.

Anche da giovanissima sapevo che correre era qualcosa che, per davvero, amavo fare.

All’età di cinque anni non riuscivo nemmeno considerare la corsa come ‘atletica’. I sogni di andare alle Olimpiadi e battere i record erano distantissimi, ma ogni giorno sentivo qualcosa di speciale dentro di me: la sensazione di costante miglioramento funzionava come carburante per farmi andare avanti, per non parlare, poi, dei dettagli, di quelle piccole cose vivono dentro di me, come la sensazione spugnosa della pista d’atletica a contatto con le dita sulla linea di partenza… È una sensazione così strana e così soddisfacente.

Che sensazioni ti regala la velocità?

Lo sprint mi esalta. Indossare le scarpe chiodate, entrare in pista con il desiderio di correre il più velocemente possibile, con la giusta mentalità… La velocità mi regala ogni volta una scarica di adrenalina che mi fa sentire sicura e libera.

Quali sono i tuoi punti di riferimento sportivi e non?

C’è una lunga lista di persone e atleti da cui traggo ispirazione, forse sono troppi da nominare. Tra queste figure c’è sicuramente Usain Bolt, non solo per i suoi folli tempi da record, ma anche per il suo dominio nell’ultima era dell’atletica. È stimolante vedere qualcuno vincere medaglie d’oro nei 100 e 200 metri per tre Olimpiadi consecutive. Questo mi ispira a lavorare sodo non solo per un paio d’anni di successi, ma a sacrificarmi per rimanere in cima il più a lungo possibile.

Nonostante non fosse uno sportivo direttamente legato all’atletica, sono un’enorme fan di Kobe Bryant e della sua mentalità, la ‘Mamba Mentality’. Ho guardato avidamente tantissime sue interviste e leggo il suo libro ogni sera prima di gareggiare. La sua testimonianza mi ha aiutato a comprendere il compito più importante: cercare di essere migliore rispetto al giorno precedente, sempre.

Anche la famiglia ha avuto un ruolo importante nella mia carriera atletica: ogni volta che sono a una competizione penso a mia madre sugli spalti con la sua macchina fotografica professionale, pronta a catturare ogni istante della mia performance. Penso a mio padre che gestisce le iscrizioni alle gare e si assicura che ci arrivi in tempo. Questo mi spinge a mettere tutta me stessa in ogni sessione di allenamento, voglio raggiungere un livello alto per poterli aiutarli finanziariamente, per poter restituire loro una piccola parte di quello che hanno investito su di me (non solo economicamente).

Un’altra persona importante è mia sorella. Ho davvero apprezzato che non si sia arrabbiata per la mia assenza alla festa del suo 13° compleanno. Purtroppo avevo una gara. Io e lei quotidianamente facciamo un piccolo gioco: devo girare e mandarle un video in cui faccio esercizi, se salto un giorno, magari per pigrizia, devo darle un pound.

Come vivi la tua condizione di giovane prodigio e il costante confronto con Dina Asher-Smith?

Essere paragonata ad un’atleta così straordinaria, capace d’infrangere tantissime barriere dell’atletica britannica, mi onora e, contemporaneamente, mi fa rimanere umile. So che molte persone hanno creato delle aspettative attorno a me, tutto sommato questo mi sta bene, perché in prima persona aspetto dei risultati da me stessa. Tutto questo mi aiuta a lavorare sodo, con il solo scopo di soddisfare le mie aspettative.

Quali sono i tuoi obiettivi e le tue speranze per il proseguimento della carriera?

Andare alle Olimpiadi, vincere l’oro, questo è da molto tempo il mio più grande sogno. Il 2024 si avvicina, tra tre anni avrò 19 anni e vorrei entrare nella squadra olimpica.

Il record mondiale femminile dei 100 e 200 metri resiste da tempo grazie alle incredibili prestazioni di Flo-Jo, superare quei primati è sicuramente un mio obiettivo: un qualcosa che posso raggiungere solo grazie alla forza mentale e allo spirito di sacrificio. Per ora, però, sto portando avanti giorno dopo giorno il mio viaggio nel mondo dell’atletica.

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Photos by Paul Calver
IG @calverphoto
paulcalver.cc

Testi di Gianmarco Pacione


Arrampicare a vista, verso Tokyo

Da una deformazione spinale al sogno olimpico. Storia di Kyra Condie

Salire al primo tentativo senza cadere, senza conoscere gli appigli ed avere punti di riferimento pregressi: è questo lo stile più puro dell’arrampicata su roccia. Ai livelli più alti è una dimostrazione di capacità decisionale, una fusione di maestria mentale e forza fisica: si ha solo una possibilità, solo un tentativo.

Lo stesso vale per lo sport dell’arrampicata. Debuttando alle Olimpiadi di Tokyo 2020, l’arrampicata sportiva si è spostata dalle montagne agli stadi. Quaranta dei migliori scalatori del mondo si presentano in Giappone forti del loro atletismo, della loro coordinazione, delle loro abilità.

Quando Kyra Condie ha iniziato a scalare non era spinta da sogni di podi olimpici. Ciò che la spingeva a farlo era la pura gioia, la soddisfazione di poter realizzare ciò che le era stato negato. Appena 13enne, Kyra si è difatti vista diagnosticare una deformazione spinale. Dopo un lungo intervento chirurgico per correggere di 70 gradi la curvatura spinale, le è stato riferito che non avrebbe più potuto arrampicare.

Parole cadute nel vuoto, quelle dei suoi medici curanti, parole che Kyra ha utilizzato come benzina per accendere il fuoco di un recupero fisico impossibile. Ora, a dieci anni di distanza da quel momento, è una delle migliori arrampicatrici americane, nonostante debba compensare costantemente il gap impostole da una fusione vertebrale: dettaglio non di poco conto in uno sport in cui il posizionamento del corpo può fare la differenza tra successo e fallimento.

Quando è stata annunciata l’inclusione dell’arrampicata sportiva nei Giochi Olimpici di Tokyo, Kyra si è posta un ulteriore obiettivo, la medaglia a cinque cerchi. Nel gennaio 2020 si è qualificata nel team USA e per oltre un anno ha avuto la possibilità di allenarsi attendendo il Sol Levante.

L’arrampicata sportiva è un’unione di tre discipline, mette alla prova la resistenza, la potenza e la velocità: Bouldering, Lead Climbing e Speed Climbing. Coloro che saliranno sul podio non saranno specialisti, ma all-arounder in grado di esaltare i propri punti di forza e camuffare le debolezze.

Polpastrelli d’acciaio, tensione corporea e movimento dinamico caratterizzano il Bouldering, la disciplina preferita di Kyra. È ben nota sui suoi social media per aver pubblicato allenamenti apparentemente impossibili e arrampicate solo con la punta delle dita. Senza corde, i tentativi falliti del Bouldering provocano una caduta al suolo sui materassini sottostanti, proprio come nel salto con l’asta.

Nel Lead Climbing viene legata una corda attorno agli atleti, questi hanno una possibilità per salire su una parete di 20 metri. Più vanno in alto, più il punteggio è corposo. Kyra in questa disciplina ha migliorato le sue prestazioni muovendosi sempre più velocemente ed efficacemente.

Lo Speed Climbing è molto semplice, si tratta di arrivare in cima ad una parete di 15 metri il più velocemente possibile. È un percorso standard, che Kyra ha imparato a memoria in quel di Salt Like City. Questo è l’evento più rapido di tutte le Olimpiadi estive, lo standard di Kyra si aggira intorno agli 8 secondi.

Quando si è qualificata per il team USA, Kyra era semplicemente una climber. Con il rinvio dei Giochi ha trasformato sé stessa in un’atleta, nel senso più tradizionale del termine, per uno sport distantissimo dal tradizionale. Lunghe sessioni di pesi, allenamento mentale con uno psicologo e una connessione sempre maggiore con il proprio coach, hanno permesso a questa ragazza di abbandonare la condizione amatoriale.

Il debutto di questo sport alle Olimpiadi non dà punti di riferimenti o chiavi di lettura certe per il raggiungimento della medaglia. Da eccellente pioniera nel suo campo, Kyra ha forgiato la sua strada verso Tokyo a vista, facendo combaciare corpo e mente al suo spirito implacabile.

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Ph & Text by Matt Burbach
IG @mattburbach
mattburbach.com

Kyra Condie
IG @kyra_condie


Behind the Lights - Nils Ericson

Il fotografo che rende gli atleti figure epiche, figure umane

“Mi piace isolare gli individui, focalizzarmi sul singolo, mi aiuta a semplificare la composizione e a condurre l’osservatore all’interno del momento. Vaste angolazioni offrono troppe informazioni, almeno secondo il mio occhio. Più mi spingo vicino, più entro in contatto con il soggetto, migliore è la foto. È una connessione emozionale che non comprendiamo fino a quando non la cerchiamo”

Connessione emozionale. La fotografia di Nils Ericson è racchiusa in questa magica formula. Emozioni che si trasformano in immagini, immagini che si trasformano in emozioni.

Nelle composizioni sportive di questo fotografo americano l’atleta viene contemporaneamente umanizzato e mitizzato, raggiunge il piano epico attraverso la consuetudine, il prezioso banale.

“Cerco sempre il drammatico: nelle forme dei corpi, nelle luci, nel dolore o nell’euforia dipinta sui volti. Fango, sudore, sangue e fatica aiutano a creare un’atmosfera precisa, a descriverla. C’è una componente epica? Assolutamente. Dipende da un immaginario romantico legato all’atto sportivo? Certo. Il gergo di guerra, per esempio, è da sempre strettamente legato allo sport. Provo semplicemente ad abbracciare un linguaggio esistente da molto, molto tempo, sperando di riuscirci in una maniera poetica”

Un linguaggio che Nils ha allevato nei meravigliosi anni ‘80, quel colorato carnevale di grandezza atletica ed estetica: da MJ a Diego Armando Maradona, da Andre Agassi a Jim McMahon e i Chicago Bears del 1985, passando dalle Olimpiadi losangeline.

Un linguaggio messo in prosa fotografica quasi per caso, grazie all’influenza di un professore universitario, dopo un lungo e multiforme avvicinamento accademico.

“Fino al College la fotografia non mi ha appassionato seriamente. Durante il mio anno da freshman ho seguito il corso di disegno del professor Ben Moss. In qualche modo quel corso mi ha portato a studiare design e a fotografare. Alla fine di quel periodo ricordo di aver detto al professore che non avrei più potuto fare a meno della fotografia”

Segnato dalla libreria d’arte di Dartmouth, da punti di riferimento assoluti come Emmet Gowin e Sally Mann, da benchmark come Larry Sultan, Joel Sternfeld, Greg Crewdson e Jan Groover, Nils è riuscito negli anni a costruire la propria poetica visiva.

Una poetica studiata e affinata tra le mura di casa, tra gli affetti familiari. Una poetica inevitabilmente destinata a fondersi con l’atto sportivo contemporaneo.

“Per questa selezione ho scelto, oltre alle immagini sportive, delle foto della mia famiglia: mi definiscono. Le immagini sportive sono legate ad alcuni dei lavori più memorabili e significativi che ho fatto. Il giavellottista, per esempio, è membro dell’academy giamaicana dove è cresciuto Bolt: io l’ho visitata per Puma”

A detta di Nils ogni sport regala qualcosa di diverso, lo stesso si può dire della sua capacità ritrattistica. Una sensibilità destinata ad evolversi in nuovi progetti nel prossimo futuro, in nuove connessioni emozionali da creare.

“Vorrei esplorare di più il mondo acquatico. Il mio progetto sulla Guardia Costiera è appena iniziato. Poi ho sempre voluto fotografare il football liceale. Sicuramente continuerò a fotografare l’ambiente familiare, i fiori, i miei bambini”

Credits

Photo by Nils Ericson
IG @nilsericson
nilsericson.com

Testi di Gianmarco Pacione