Un atipico weekend NFL a Francoforte

Nel nome delle sue origini e dell'iconico Baselayer, Under Armour ci ha permesso di ammirare la partita tra Patriots e Colts

Francoforte tende verso l'alto. Economicamente, architettonicamente, persino sportivamente. Non è un caso che questa città priva di tangibile tradizione, ma ricca di grattacieli e centri nevralgici finanziari, sia diventata una sorta di seconda casa europea per la meraviglia tattica e atletica NFL. Grazie ad Under Armour abbiamo avuto modo di vivere un'esperienza USA nel cuore della Germania, gustando la partita tra New England Patriots e Indianapolis Colts all'interno del futuristico Deutsche Bank Park, e tuffandoci nella suggestiva storia di un brand nato con e per il football americano.

"Tutto è cominciato sul campo". Le parole del Founder UA Kevin Plank paiono un testamento dedicato alla propria passione, all'essenza di una visione maturata tra yard e spogliatoi nel lontano 1996, quando ricopriva il ruolo di fullback e Special Teams captain nel celebre programma della University of Maryland. "Sotto le divise eravamo costretti ad indossare dei materiali pesantissimi, resi ancora più pesanti dal sudore", ricorda durante uno speciale evento dedicato all'evoluzione dell'iconico prodotto Baselayer, per l'occasione presentato nella sua ultima evoluzione ColdGear. Durante l'esposizione di un'inusuale storia imprenditoriale, Plank si sofferma addirittura su un curioso ritratto vintage, che lo vede indossare una camicia di flanella durante una partita giovanile, "Volevo creare un prodotto che aumentasse le performance e il livello di comodità di ogni mio compagno", analizza riferendosi a quello che, retrospettivamente, assume i contorni di un medioevo sportivo, "Così ho venduto fiori per racimolare qualche soldo e ho deciso d'investire tutto sul progetto Under Armour, cominciando a spedire prodotti a squadre collegiali e a compagni che, nel frattempo, erano sbarcati in NFL".

Davanti ad una gigantografia di Eric ‘Big E’ Ogbogu, leggendario defensive end dei Dallas Cowboys e volto dell'altrettanto leggendaria campagna 'Protect This House', lanciata da Under Armour nel 2003 e rimasta, ancora oggi, manifesto del DNA del brand, le parole di Plank danzano tra carriera sportiva e imprenditoriale, introducendoci ad una grande celebrazione NFL e delineando la fondativa volontà di garantire prodotti capaci di trascendere la realtà. Armature, per l'appunto, capaci di tramutarsi in oggetti magici applicati a linee di scrimmage e touchdown prima, all'intero universo sportivo poi. "Indossare il Baselayer per me equivaleva ad avere un superpotere", conferma, non a caso, l'ospite d'onore e volto storico dell'azienda nata in Baltimora Lindsey Vonn, poco prima di prendere posto sugli spalti per lasciarsi ipnotizzare dall'eterna rivalità tra Patriots e Colts.

Parlando di superpoteri, osservare dal vivo i giocatori NFL contemporanei non può che suscitare riflessioni e incredulità per un livello fisico che non trova eguali, probabilmente, in nessun altro contesto sportivo. Sotto caschi e protezioni, difatti, paiono celarsi dei supereroi, più che degli esseri umani: macchine cinetiche capaci di travolgere, decollare e volare nel cielo di Francoforte, già sovrappopolato da aerei provenienti da ogni dove. Di fronte agli oltre 50mila presenti, divisi tra fanatici del Vecchio Continente e vacanzieri d'oltreoceano, i 3 sack di Dayo Odeyingbo e le pragmatiche traiettorie di Gardner Minshaw consegnano l'upset per 10-6 alla franchigia d'Indianapolis, ammutolendo i tantissimi fans dei Patriots accorsi sulle rive del Meno.

Ma il significato di questa domenica pomeriggio tedesca non può limitarsi al mero dato statistico, è piuttosto racchiuso nella conferma di uno sport che, anno dopo anno, sta riuscendo ad attecchire sempre più sul suolo europeo, raccogliendo neofiti e adepti richiamati dal fascino ferale di atleti semplicemente straordinari.

Photo credits:

Under Armour

IMAGO / Schüler / Rene Schulz / Inpho Photography

Testi di Gianmarco Pacione


Vibram, la tradizione della suola diventa progresso e sostenibilità

Da Vitale Bramani alle innovazioni tecnologiche e all’impatto ambientale, viaggio nell’universo giallo della sicurezza outdoor

Albizzate è una località sospesa nel tempo, ha il volto del tipico paese del varesotto, antitetico se paragonato alle vicine frenesie milanesi. Eppure, l’essenza di questo placido luogo è attraversata da innovazioni e tecnologie, da una virtuosa ricerca futuristica iniziata nel lontano 1937 e tesa, oggi più che mai, verso la condivisione di una cultura fondata sulla performance, sicurezza e sostenibilità. È qui che ha sede Vibram, la visionaria azienda plasmata da Vitale Bramani e dal suo desiderio di connettersi al meglio con la montagna e la natura tutta. È qui che viene racchiusa l’essenza di un’eccellenza globale della creazione, così come della riparazione, di suole destinate all’universo outdoor e ai suoi eterogenei protagonisti.

“Il nostro fondatore era un grande alpinista e venne scioccato da un fatto preciso, avvenuto nel 1935. Stava affrontando una via sulla Punta Rasica insieme ad altri scalatori. A causa di condizioni meteo estremamente avverse, alcuni di loro non riuscirono a fare ritorno a casa”, racconta Federico Clerici, Sports&Outdoor Marketing Coordinator, accogliendoci tra mura che trasudano tradizione e progresso giallo, “Bramani cominciò ad analizzare le cause di quella tragedia e individuò uno dei maggiori problemi nella bassa qualità dei materiali delle scarpe. A due anni di distanza dall’incidente, grazie alla sinergia con Pirelli, venne creata la gomma che diede vita all’iconica suola carrarmato. Suola che nel 1954 entrò nella storia sportiva, equipaggiando gli scarponi Dolomite e conquistando il K2 insieme alla Spedizione Italiana”

Pubblicazioni specializzate e attrezzature tecniche circondano le parole di chi dà l’impressione di rappresentare non tanto un brand, quanto una filosofia. Paiono tasselli di un museo in costante divenire, dedicato all’incidenza che Vibram ha, fin dalla sua genesi, nel rapporto tra l’essere umano e ciò che lo circonda, lo sovrasta e lo sfida, affascinandolo e appagandolo. “Ora produciamo circa 300 modelli diversi di suole all’anno, nonostante la crescente connessione con il mondo lifestyle continuiamo ad orientare le nostre attenzioni verso la performance e la sicurezza. Per questo motivo testiamo, testiamo e testiamo. Vogliamo garantire prodotti di estrema qualità e, per farlo, ci affidiamo a 3 fasi complementari: il laboratorio e i relativi studi chimico-fisici, l’analisi in ambienti controllati e le prove in situazioni reali, legate al nostro Team di atleti e tester”

Quando fa riferimento al pool di sportivi legati a Vibram, Federico Clerici chiama implicitamente in causa anche sé stesso e i propri colleghi. Perché gli ampi spazi della sede di Albizzate sono attraversati da profonde energie e competenze atletiche. Chi lavora per Vibram lavora per la propria passione, e viceversa. Questa è l’originale impressione veicolata dalle molteplici testimonianze di professionisti che, nel tempo libero, si trasformano in sportivi outdoor. Esperti a tutto tondo, uomini e donne che vivono per e attraverso lo sport, traducendo esperienze e sensazioni personali nel proprio lavoro.

A rimarcare il concetto è il Tester Team Manager Vibram Giordano De Vecchi, scienziato alla costante ricerca della suola adatta ad ogni superficie, pendenza e condizione atmosferica: “È essenziale la nostra conoscenza sportiva. Nel nostro reparto, in particolare, dobbiamo interfacciarci quotidianamente con i tester esterni: ogni anno attiviamo circa 200 figure divise tra guide alpine, runner e altre tipologie di atleti. È fondamentale parlare il loro linguaggio, serve per processare al meglio ogni feedback e trasformarlo in nuovi design e miscelazioni”, rivela immerso in un ufficio uscito da un film Marvel, popolato da rampe di ultima generazione, simulatori di terreni e rilevatori di dati. “Lavoro qui da 8 anni e ho osservato vertiginosi progressi da un punto di vista tecnologico. Abbiamo introdotto tantissime migliorie, che permettono alle nostre suole di affrontare percorsi apparentemente inaccessibili. O meglio, che risultavano tali fino a poco tempo fa… Grazie ai test svolti qui e in ambienti esterni riusciamo a confrontare le misurazioni scientifiche con le percezioni umane. La valutazione soggettiva del livello di sicurezza è fondamentale, soprattutto se effettuata da atleti esperti. ‘Tester do it Better’, in fondo questo è il claim che accompagna il nostro lavoro”

Il Team Vibram, però, non si limita a testare le celebri suole dal dettaglio giallo. Successi e record sono difatti un altro capitolo centrale dell’azienda e dei suoi testimonial: lampi di superiorità atletico-tecnologica che, da un lato, spingono sviluppatori e designer al continuo miglioramento e, dall’altro, li ripagano concretamente, come conferma Lorenzo Cogo, Component Design & Development Coordinator: “È un’emozione vedere vincere gli atleti che utilizzano le suole su cui lavoriamo. Penso per esempio alle imprese di leggende come Kilian Jornet… Il prodotto finale che osserviamo in televisione o sui giornali è qualcosa su cui normalmente riversiamo per mesi le nostre attenzioni. Ecco perché ci sentiamo parte di queste imprese. Per i nostri design diamo la priorità alla funzionalità, ovviamente, soprattutto nel caso delle suole utilizzate per il trail. Sapere che i runner Vibram utilizzano le suole per 400, 500km, o addirittura oltre, ci garantisce costantemente di avere delle statistiche importanti su cui riflettere”.

Parlando di statistiche, numeri e palmares non hanno reso rarefatto o elitario l’ambiente di Albizzate. Inoltrandoci tra laboratori all’avanguardia, enormi e minuti macchinari, colorati stampi di gomma ed esperte mani, notiamo come la genuina tradizione Vibram tenga ancorata l’intera azienda ad una dimensione familiare. “È tutto unito, qui”, affermano coralmente gli esperti calzolai impegnati sia nella formazione di una nuova generazione di colleghi specializzati, che nella presenza attiva in occasione di manifestazioni sportive, vissuta a bordo dello speciale Mobile Truck di cui dispongono: “Abbiamo la sensazione che tutti i settori dell’azienda lavorino insieme. Vibram è un blocco unico, ognuno si sente coinvolto. Questo è un pregio insito nell’azienda fin dai suoi albori. Il nostro compito è quello di legare una pratica classica al nuovo corso delle cose. Il mercato della riparazione delle suole si è evoluto enormemente negli ultimi decenni e i nostri prodotti hanno giocato un ruolo chiave in questo sviluppo trasversale. Non è un caso che parte del nostro lavoro sia dedicato all’insegnamento. Al momento abbiamo certificato circa 200 calzolai premium sul suolo italiano: tutte figure preparate nella riparazione delle suole Vibram. Ma i nostri corsi sono ramificati in tutta Europa e in altri continenti, come Africa e Asia…”.

E la pratica di risuolatura è un sinonimo di sostenibilità: altro fondamentale pilastro della vision Vibram, che avevamo già avuto modo di esplorare e conoscere in occasione dell’evento organizzato congiuntamente con NNormal (rivoluzionario brand spagnolo legato al già menzionato Kilian Jornet) per celebrare la campagna ‘Repair if you Care’, lanciata quest’anno. Dare una seconda vita alle scarpe significa ridurre la produzione di rifiuti e il loro impatto sull’ambiente, aveva spiegato in quell’occasione lo Sport Innovation Global Director Vibram Jerome Bernard. Dare una seconda vita alle scarpe, significa fornire un servizio alla natura e perseguire concretamente l’approccio ‘The Sustainable Way’: parte integrante e costitutiva del pensiero Vibram, che oggi si sta espandendo in tutto il mondo, grazie ad un sempre più folto network di calzolai specializzati.

È un’onda gialla, quella di Vibram. Una propagazione d’intenti e volontà ormai giunta ad ogni latitudine del globo. Se lo storico polo di Albizzate risulta ancora essere il cuore pulsante del marchio dal logo ottagonale, l’intero universo outdoor è ormai divenuta la sua apolide patria. Una patria dove esportare conoscenze secolari, sofisticati avanzamenti e sensibilità ambientale: connubio cruciale per garantire una coscienziosa sicurezza a chi del mondo outdoor fa il proprio, adrenalinico, palcoscenico sportivo, ma anche a chi ne sta sempre più facendo la propria, rilassante, seconda casa. Suola dopo suola.

Testi di Gianmarco Pacione

Photo credits: Riccardo Romani


Il running è famiglia al Tuscany Camp

Grazie ad On abbiamo scoperto un polo d'eccellenza atletica e sociale nel cuore della Toscana

Il re dei best seller Haruki Murakami scriveva di correre nel vuoto, o meglio, di correre per raggiungere il vuoto. Evidentemente la sua penna, e le sue gambe, non hanno avuto la fortuna d'incrociare la Val di Merse e la struttura d'eccellenza Tuscany Camp. Perché queste colline toscane raccontano un tipo di corsa diametralmente opposto: una corsa piena, traboccante di colori e natura, di storia e arte, di culture e rapporti umani. Basta percorrere una manciata di metri dall'antico borgo di San Rocco a Pili per raggiungere l'utopico microcosmo podistico teorizzato da Giuseppe Giambrone, oggi Director ed Head Coach del Camp, e supportato dalla rivoluzionaria vision di On.

Mohamed Amin Jhinaoui
Giuseppe Giambrone

“È il miglior posto al mondo per allenarsi”, confida il 26enne tunisino Mohamed Amin Jhinaoui, recentemente capace d'infrangere due record nazionali sui 3000 metri piani e siepi. E risulta impossibile contraddire le sue parole, specie osservando l'affrescata villa Settecentesca che, dal lontano 2014, è divenuta fucina di medaglie internazionali e talenti eterogenei per provenienza, status ed età. “Sono qui da due anni e sono felice”, prosegue il mezzofondista nordafricano, attualmente alla ricerca di un podio olimpico, “Coach Giambrone è sempre con noi, parliamo moltissimo. È stato lui a scoprirmi durante un meeting in Italia e a portarmi in Toscana. Qui ho trovato la serenità. Siamo una grande famiglia di runner che arrivano da ogni dove e condividiamo ogni cosa... A partire dalle molte lingue diverse, che stiamo imparando giorno dopo giorno. Il costante sostegno del coach, sommato a quello di On che, da un lato, ci garantisce la possibilità di avere scarpe e vestiti e, dall'altro, di crescere e lavorare serenamente, hanno creato un contesto unico per migliorarsi”.

Una bolla papale. Una piscina con tapis roulant. Una statua napoleonica. Una vasca crioterapica. Una palestra d'avanguardia circondata d'antiche volte a vista. Il Tuscany Camp si schiude come il più atipico degli scrigni sportivi: pare la funzionale fusione di epoche distanti, rese affini dall'intuito di Giuseppe Giambrone. Scout e creatore di talenti, Giambrone in questa struttura ha maturato la funzione di saggio pater familias, come dimostra il sincero attaccamento dei 25 runner che, in questo momento, vivono sotto il suo stesso tetto. “La mia idea è sempre stata quella di abbinare un service di altissimo livello, fatto di strutture e assistenza sanitaria d'eccellenza, ad un clima familiare, di tranquillità: un luogo dove tutti si aiutano, vivendo collettivamente gioie e difficoltà. Ho sempre pensato che questa combinazione potesse essere la chiave del successo. Per raggiungere risultati è necessario l'equilibrio, ed è altrettanto necessario stare con i piedi per terra...”.

All'ombra del Monte Amiata, zona d'allenamento complementare alle campagne senesi, c'è chi cucina e chi lava i piatti, c'è chi fa i compiti e chi attende il prossimo grande evento internazionale. Ogni runner si estrae dalla propria condizione sportiva, risultando semplicemente un essere umano. “Spesso il metodo più semplice è quello che funziona meglio. Serenità e collettività. Tutto ciò che viene prodotto da questi capisaldi è una naturale conseguenza, ed è un motivo d'orgoglio per tutti noi”, prosegue Giambrone, utilizzando il suo profondo legame con il continente africano e, in particolare, con l'Uganda, per descrivere le qualità ricercate e sviluppate in ogni allievo, “Forza di volontà, perseveranza e testa. Negli atleti ricerco queste caratteristiche, prima della tecnica. Il nostro lavoro quotidiano, poi, deve permettere loro di crescere atleticamente, ma anche da un punto di vista relazionale e culturale”.

Yves Nimubona
Lionel Nihimbazwe

Il maratoneta campione mondiale Victor Kiplangat è solo un esempio di questo sistema virtuoso: un sistema atletico, scientifico ed empatico, che Giambrone ha deciso di fondare sulla gestione dello stress e sulla reazione alle criticità, oltre che sulla percezione dello sforzo, specie in relazione ai suoi giovani atleti italiani. “Con i ragazzi di scuola 'occidentale' provo a ricreare la giusta motivazione. È un aspetto psicologico cruciale, che possono osservare in molti degli atleti africani che si allenano al loro fianco. Il nostro è un sistema ambivalente, dove i giovani possono imparare tantissimo dai campioni affermati, e i campioni affermati, a loro volta, possono tenere la testa sulle spalle, condividendo la quotidianità con questi studenti del running. Il mio desiderio è che a partire dai 16, 17 anni maturino la consapevolezza che una gara non è mai realmente finita, e che qualsiasi tipo d'imprevisto può essere gestito. Durante gli ultimi campionati italiani di corsa in montagna, per esempio, ho fatto correre i miei atleti con le suole lisce: so che per loro è stata una tortura, ma cadendo ripetutamente hanno compreso che ci si può e deve rialzare, che bisogna avere la forza di reagire”.

Francine Niyomukunzi
Oscar Chelimo

Gli insegnamenti, le teorie e le proiezioni future di Giambrone, però, non potrebbero concretizzarsi senza l'aiuto di On. È l'allenatore stesso a confidarlo poco prima di cominciare una run di gruppo, parlando di una sinergia con il brand svizzero che va ben oltre il semplice concetto di sponsorizzazione, trascendendo nella commistione d'intenti: “Il supporto di On è fondamentale per svariati motivi. C'è la parte più diretta, quella economica, che mi permette di tenere qui atleti che, fino a qualche tempo fa, dopo i primi successi sarebbero stati 'portati via' da altre realtà con maggiore potere di mercato. Poi c'è l’influenza positiva sulla mia attività di talent scout e allenatore, perché On garantisce al Tuscany Camp la possibilità di far crescere gli atleti, di farli vivere correttamente, di farli sviluppare in senso generale, mandandoli a scuola, fornendogli materiale tecnico e ogni tipo di assistenza, e facendo provare, anche ai più giovani, esperienze in meeting internazionali. E credetemi, nulla di questo è scontato nell’atletica contemporanea. Prima del legame con On l'intero progetto era autofinanziato, e non era semplice, ora invece posso lavorare in ciò che credo nel migliore dei modi”.

Testi di Gianmarco Pacione

Photo credits: ON


All Roads Lead to Rome, and to FILA

Ritratto della social run FILA che ha unito passato e futuro nella Città Eterna

L’innovazione nella storia. La storia nell’innovazione. Non esiste dualismo migliore per definire l’evento All Roads Lead to Rome, organizzato da FILA nel cuore della Città Eterna. Un itinerario podistico e culturale plasmato dalla volontà di celebrare una generazione di running shoes fedele al passato, ma tesa verso il futuro: consapevole evoluzione di un brand iconico, racchiusa nei nuovi modelli ASTATINE e ARGON.

Per affrontare le incognite di una scena in costante sviluppo sono necessarie certezze, e le certezze del rapporto tra FILA e l’universo running appartengono ad una legacy fatta d’invenzioni tecnologiche ante litteram. Lo dimostra, per esempio, la piastra in carbonio ideata nei lontani anni ’90 e riproposta in nuove vesti all’ombra del Colosseo, dove ciò che è stato continua ad essere. Proprio come in FILA.

“Roma è l’ambientazione perfetta per questa social run”, racconta Stefano, uno dei tanti runner locali che hanno preso parte a quest’esperienza sospesa nel tempo e nello spazio, popolandola di collettività contemporanea, “Sono convinto che la connessione tra tradizione e progresso sia una colonna portante della nuova vision running di FILA, e questa connessione si riflette qui, in una community giovane che corre sulle stesse strade che furono di Giulio Cesare. Sembra un cliché, ma correre nel centro di Roma è veramente qualcosa di diverso…”.

Da Piazza del Popolo all’Ara Pacis. Dalla Fontana di Trevi a Piazza di Spagna. Per 6 affascinanti chilometri i secolari sampietrini romani si sono colorati di parole affannate, beat ritmati e sgargianti colori FILA, meravigliando e coinvolgendo folle di turisti accorsi in adorazione della Dolce Vita. A narrarcelo è Lisa Gustavsson, Pr Manager Europe FILA e partecipante attiva della run: “È la mia prima volta a Roma, e non c’è mezzo migliore della corsa per esplorare e vivere una città che non si conosce. Farlo insieme ad una community, poi, restituisce energie uniche. Molti turisti lungo la strada ci hanno supportato, era come se fossero parte della run, sono stati dei bellissimi momenti di partecipazione spontanea. Penso sia fantastico conoscere community locali, creare nuove connessioni e provare insieme a loro i nostri prodotti. Stiamo organizzando eventi analoghi in tutta Europa, ma essere qui, per un brand dall’heritage italiano, ha un particolare valore simbolico…”.

“Sui social comunico quotidianamente con runner di ogni dove: tutti stanno notando il lavoro di networking FILA. Presentare una scarpa e farla testare a collettivi di runner è un’equazione vincente”, le fa eco Marco Di Matteo, runner abruzzese da lungo tempo adottato da Roma, “Molti pensano che il running sia uno sport individuale, ma non è così. L’aggregazione assume sempre un ruolo centrale. Il running mi ha dato e mi continua a dare, come stasera, la possibilità di conoscere persone di qualsiasi zona di questa città che, per me, è la più bella del mondo. Le sue strade raccolgono storie e culture che si sono sedimentate, stratificate e fuse nei secoli… Poterle vivere appieno, facendo ciò che più amiamo, è impagabile. L’evento di questa sera dimostra come qui si possano organizzare run e, addirittura, maratone culturali, impostando i percorsi in base ai monumenti e alle meraviglie cittadine”.

Nei pensieri al sapore d’amatriciana dei tanto provati, quanto eccitati runner, ospitati a fine corsa dalla tipica trattoria Rocco, si sublima il rapporto tra l’identità cittadina e l’identità FILA. A testimoniarlo è la romana Carlotta Porqueddu, che conferma la rilevanza di ‘All Roads Lead to Rome’ prima di rituffarsi nell’animata chiacchiera comune: “Mi piacerebbe trovare sempre più eventi del genere a Roma, la forza aggregativa di run come questa è incredibile. Sono felice che tutto questo sia stato ideato da FILA. Ho scoperto recentemente la ricca storia dell’azienda nel running, e mi stimola il fatto che ora stia riportando in auge tecnologie che per prima ha brevettato… Testare queste scarpe nella città in cui correrò per sempre è particolarmente bello. Roma per me è casa, quando corro nel suo centro storico mi sento accolta, abbracciata. Sono sempre meravigliose sensazioni”.

Grazie a: Fila Europe & We Are Busy

Testi di Gianmarco Pacione

Photo Credits: Riccardo Romani


The Beautiful Game

Celebriamo la galleria di popoli, emozioni e sacri rituali calcistici insieme ad Imago

“Il gioco del football è un sistema di segni; è una lingua, sia pure non verbale”, diceva l’oracolare scrittore italiano Pier Paolo Pasolini. La lingua del calcio è una lingua unica, capace di evolvere e mutare stagione dopo stagione, è un idioma cosmopolita e trasversale, imparato tra i gradoni dello stadio e nelle piazze di ogni paese, è un dialetto elevato e popolare, dove morfologia e sintassi assumono la forma di sciarpe e bandiere. Nel controverso teatro del calcio contemporaneo pochi attori restano puri e incontaminati: sono il cuore pulsante di uno sport globale e globalizzato, sono i tifosi. Insieme ad Imago abbiamo selezionato 10 immagini per celebrare la vasta e multiforme danza umana del calcio, creando una galleria fotografica che, da un lato, ripercorre alcune delle tappe più importanti dell’ultima stagione e, dall’altra, affresca l’eterna simbiosi tra gli esseri umani e il pallone. Abbiamo chiesto ad ogni fotografo di descriverci emozioni e sensazioni connesse a queste opere d’arte calcistiche. Questa è la galleria ‘The Beautiful Game’. Questa è la galleria ‘The Beautiful Game’, prodotta in sinergia con The Game Magazine by Imago.

IMAGO / Ricardo Nogueira
IMAGO / Marjam Majd

Ricardo Nogueira

“Ho scattato questa immagine circa mezz’ora dopo il fischio finale valso a Leo Messi la prima Coppa del Mondo. Ero sugli spalti, in alto rispetto al campo di gioco. Sapevo che, fotograficamente, la “partita” non era ancora finita. La stella della serata e il miglior giocatore degli ultimi tempi doveva ancora vivere il proprio momento di gloria. Così, mentre montavo il materiale prodotto al computer, di tanto in tanto sbirciavo con gli occhi per cercare di capire quando e come Messi sarebbe apparso per sollevare da solo la Coppa del Mondo. E il momento è arrivato: in mezzo al mare di persone che si trovavano sul prato, c’era il 10 con la coppa in mano. Credo che questa immagine abbia molto a che fare con il concetto di Beautiful Game, perché sintetizza la gloria e la realizzazione del sogno di un atleta, ovviamente rappresentato da Leo Messi, e anche quello di un’intera nazione, rappresentato dai tifosi che lo circondano”

IMAGO / Hester Ng

Hester Ng

“Nella storia del calcio ci sono innumerevoli momenti memorabili. Durante la Coppa del Mondo del Qatar, ce n’è stato uno particolarmente indelebile: quando il Marocco ha sconfitto il Portogallo e si è guadagnato un posto in semifinale. È stata la prima semifinale raggiunta nella storia da un Paese africano. Ero a Londra, dove i tifosi marocchini provenienti da diversi contesti si sono riuniti per festeggiare. La gioia e l’entusiasmo mostrati trascendono la nazionalità, la razza e la lingua, sottolineando che lo sport ha la capacità unica di unire tutti. Ho voluto celebrare il Beautiful Game, esemplificando il fascino universale e la portata globale di questo sport. Lo sport cancella barriere e promuove un senso di appartenenza tra individui di diverse culture e continenti. Questo momento incarna il vero significato e il potere del calcio, dimostrando come la sua passione e il suo spirito non conoscano confini”

IMAGO / Antonio Balasco

Antonio Balasco

“Sotto il murale di Maradona a San Giovanni a Teduccio si respira un’atmosfera unica. Quell’immagine è più di un semplice dipinto su un muro, è un santuario che incarna la passione e la devozione di un’intera comunità. È un simbolo tangibile dell’ispirazione che Maradona ha dato al mondo intero con la sua magia e il suo talento. È un richiamo irresistibile per i cuori di chi crede nel potere dello sport di unire, emozionare e trasformare. Sotto quel murale, la gente si riunisce per celebrare non solo la grandezza di Maradona come calciatore, ma anche la sua umanità: non a caso l’artista Jorit lo definisce un dio umano. È un momento in cui le differenze si dissolvono e tutti si uniscono nella gioia e nell’ammirazione per un uomo che ha lasciato un segno indelebile nel calcio e nella vita di milioni di napoletani e argentini. La presenza di quel murale testimonia che il Bel Gioco va oltre i risultati sul campo. È la bellezza dell’espressione artistica, della creatività e della capacità di ispirare. Ricorda la purezza dell’amore per il calcio e per Diego Armando Maradona, nel giorno del suo compleanno”

IMAGO / Antonio Balasco

Antonio Balasco

“La celebrazione del terzo scudetto del Napoli è un momento carico di significato e di potenza nel mondo del calcio, il Napoli la scorsa stagione ha espresso a mio avviso il gioco più bello d’Europa. Le immagini sacre dell’altare rappresentano la fede e la spiritualità che accompagnano il popolo napoletano nel suo cammino. L’incontro tra sacro e profano è molto sottile a Napoli. Ogni scudetto è un trofeo vinto con impegno, sacrificio e talento, e simboleggia il raggiungimento di un obiettivo che sembra sempre impossibile. Le strade si riempiono di tifosi festanti, abbracciati nella felicità ed emozione, creando un’atmosfera unica di magia e di unione. Questa festa, con il suo mix unico di spiritualità e sport, rappresenta un momento di gioia e di gratitudine”

IMAGO / Leandro Bernardes

Leandro Bernardes

“La morte di Pelè, uno dei più grandi calciatori di tutti i tempi, dopo una coraggiosa lotta contro il cancro, ha segnato un capitolo cupo nella storia del calcio. Tuttavia, la sua eredità durerà in eterno. Per rendere omaggio al profondo significato di Pelè, ho dedicato tre giorni alla realizzazione di un tributo simbolico intorno allo Stadio Vila Belmiro (sede del Santos FC). Il mio obiettivo era quello di esprimere al mondo l’immenso amore della gente per Pelè. Le maglie che ho creato sono state acquistate in diverse strade di Santos e sono andate rapidamente esaurite”

IMAGO / Michael Erichsen

Michael Erichsen

“Volevo immortalare alcuni dei tifosi sugli spalti prima di questa decisiva partita. Se l’Örgryte IS (squadra svedese) avesse perso, sarebbe retrocesso, quindi l’atmosfera nello stadio era intensa e carica di emozioni. Un paio di tifosi mascherati con fumogeni hanno attirato la mia attenzione. Il fumo ha creato una bella cornice intorno a loro, contribuendo a creare un’atmosfera emozionante. Credo che questo momento racchiuda la passione di questi tifosi per il proprio club e l’amore per il gioco, che si esprime in tutto quello che possono dare sugli spalti”

IMAGO / Zabed Chowdhori

Zabed Chowdhori

“In Bangladesh ci sono dei fan calcistici che rasentano la follia. La gente celebra le partite della Coppa del Mondo come un festival. In molti luoghi del nostro Paese si guardano le partite raccogliendo soldi dagli abitanti della zona per installare dei proiettori. Ma in altri luoghi, come questo, molte persone vengono da diverse località per guardare le partite di calcio in diretta su un grande schermo. Ho scelto questo posto perché era il più affollato. Differenti classi sociali si assiepano per guardare le partite insieme. Questo è il momento più bello, in cui cessano di esistere differenze sociali, religiose o politiche. Si vedono solo amanti del calcio che ridono e piangono insieme. Si guardano tutte le partite, ma ho scelto di seguire l’Argentina per mostrare la pazzia di questi appassionati, attirati da Messi e compagni. La loro follia o, per meglio dire, l’amore per il calcio della gente del mio Paese mi ha ispirato a catturare questo momento”

IMAGO / Alejo Manuel Avila

Alejo Manuel Avila

“Il calcio è una religione scelta, il calcio si gioca con i piedi e si vive con il cuore. È il ritratto di una passione inspiegabile. Sudore, denti digrignati e gole che scoppiano quando la squadra realizza il sogno di un’intera società, segnando un gol… Quando questo accade, le urla diventano un tutt’uno e la gente leva gli occhi al cielo. Il calcio argentino vive di quest’illusioni, rappresentate dalla mistica dell’Albiceleste. Il calcio in questo Paese occupa le prime pagine dei giornali, definisce l’umore del lunedì, incoraggia i sogni, regala abbracci. È un’espressione genuina dell’identità argentina, è un grido che definisce tutto, limitando tutto il resto: gli occhi e i cuori si posano semore lì, dove il pallone rotola”

IMAGO / David Klein

David Klein

“Trovo che il senso di unione tra la squadra e i tifosi gallesi sia davvero evidente in quest’immagine. La nazionale aveva appena abbandonato il Mondiale, eppure il muro rosso ha deciso comunque di dedicare una serenata alla propria squadra, per dimostrare il proprio continuo e ineluttabile sostegno”.

Testi di Gianmarco Pacione

Photo Credits: IMAGO, Ricardo Nogueira, Marjam Majd, Hester Ng, Antonio Balasco, Leandro Bernardes, Michael Erichsen, Zabed Chowdhori, Alejo Manuel Avila, David Klein


Flo-Jo. La donna più veloce di sempre

Omaggio alla donna più veloce del mondo e allo stile più veloce del mondo

Il 21 settembre 1998 moriva ad appena 38 anni la donna più veloce della storia, la stilista della velocità Florence Delorez Griffith-Joyner. Cresciuta nella Los Angeles più dura, prima di raggiungere l’eccellenza fisica la Griffith abbandonò per un certo periodo gli studi e l’atletica per lavorare e aiutare la propria famiglia, ma coltivò sempre, senza interruzione, la sua passione per la moda, grazie a cui riuscì a trasformare i posti di blocco in passerelle. “Mi piace essere non convenzionale”, era solita dire Flo-Jo prima di volare sul tartan e d’infrangere le leggi della fisica e dell’estetica.

Questa indimenticabile fuoriclasse è ancora oggi venerata per i 3 ori olimpici di Seul ’88 e per due record del mondo (sui 100 e 200 metri) che continuano ad osservare l’intera umanità dall’alto, ma la sua legacy va oltre il superamento dei limiti umani. La sua legacy si annida anche nei brand, nelle tendenze e nelle collezioni contemporanee.

Flo-Jo fu stilista di sé stessa a partire dall’High School, dove riuscì a vestire la sua intera squadra, e fu l’anticipata connessione tra fashion e sport. Fu una colorata sensazione di onnipotenza, fu i body colorati e le tute ‘one-legger’, le unghie lunghe ed i loro pattern psichedelici, il verde lime e il fucsia, la gioielleria e i capelli lunghi. Flo-Jo fu una pioniera stilistica, capace d’ispirare intere generazioni d’atlete, da Serena Williams a Sha’Carri Richardson, mostrando loro come la personalità e la creatività non debbano essere un tabù per lo sport femminile.

A 25 anni di distanza dalla sua incomprensibile e prematura morte, onoriamo la memoria di Florence Griffith-Joyner con una serie di scatti iconici e con dieci frasi che definiscono la sua eclettica filosofia di vita. Dieci, come i suoi irraggiungibili 10″49.

“A scuola mi prendevano in giro per il modo in cui portavo i capelli. Già all’epoca facevo già cose strane, come indossare calzini di colori diversi…”

“Non vedevo l’ora di crescere… Guardavo continuamente i collant di mia madre, li indossavo con i suoi tacchi alti e mi scompigliavo tutti i capelli…”

Vestiti bene per apparire bene. Mostrati bene per sentirti bene. E sentiti bene per correre veloce!”

“Ho disegnato i miei kit da gara sin dall’high school. Dopo il ritiro dalle piste, ho continuato il rapporto con il fashion, creando una linea personale”

"Il convenzionale non è per me. Mi piacciono cose che sono unicamente Flo. Mi piace essere differente”

“Non importa cosa indossi, ma cosa credi poter fare”

“Non mi vedo come una persona famosa. Mi vedo come un’atleta”

Credo nell’impossibile perché nessun altro lo fa”

Quando qualcuno mi dice che non posso fare qualcosa… Semplicemente smetto di ascoltarlo”

Credits: IMAGO / PCN Photography / WEREK
Text by: Gianmarco Pacione


Átjan Festival, il running è epica

Le Isole Fær Øer trasformano il running in sensazioni e incanto naturale

Oltre 300 runner provenienti da tutto il mondo sono immersi negli ultimi suoni e colori della notte nordica. Le Fær Øer rendono tutto magico, specialmente la transizione dal buio alle prime, abbaglianti luci dell’alba. In questo tempestoso sabato, la loro natura incontaminata viene popolata da atleti ed esploratori: esseri umani attirati dal fascino remoto di coste pure e montagne selvagge. È il giorno clou del visionario Átjan Wild Islands Festival, è il momento in cui cultura e panorami locali entrano in contatto con la competizione podistica estrema. È il giorno in cui questo meraviglioso arcipelago si manifesta in tutto il suo selvaggio splendore. Se i primi 3 giorni di questo Festival hanno permesso, nella loro multidimensionalità, agli atleti di cimentarsi nello snorkeling e nel surf, e di assaporare i benefici del nuoto in acque libere, oggi l’ammaliante scoperta naturale lascia spazio all’epica impresa sportiva.

Vento incessante e pioggia leggera danno il via alle 4 gare che s’intrecciano sugli atavici percorsi di queste Isole: Ultra Trail, Mountain Marathon, Half Marathon e Trail 10km. Passano le ore. La pioggia diventa acquazzone. La terra diventa fango. I delicati corsi d’acqua diventano impetuosi torrenti. Dalle 6 di mattina alle 6 del pomeriggio (e oltre) le Fær Øer richiedono ogni energia fisica e mentale ai partecipanti Átjan, ripagandoli con uno dei traguardi più incantevoli del mondo: la spiaggia vulcanica di Tjørnuvík. C’è chi mangia voracemente e chi si lancia irrazionalmente tra le gelide onde atlantiche. Tutti si limitano a gustare ed abbracciare un momento senza paragoni. “È stata una giornata dura ma meravigliosa”, dice l’organizzatore di Átjan Festival Theo Larn-Jones, “Tutti sono felici dell’impresa compiuta. Ogni anno è una grande emozione vedere così tante persone all’Átjan Wild Islands Festival. Sono amanti del running e della natura che arrivano da tutto il mondo per conoscersi, costruire delle connessioni umane e scoprire questo luogo magico, le Isole Fær Øer”.

Credits: riseupduo
Testi di Gianmarco Pacione


Átjan Wild Islands, il trail diventa sublime nelle Isole Faroe

Benvenuti nel celebre arcipelago nordico, dove la corsa è un viaggio esperienziale

“Tidinn rennur sem streymur i á”. Il tempo scorre come la corrente di un fiume, dice un antico proverbio delle Isole Faroe. Sono antiche parole di un’altrettanto antica terra galleggiante, di un arcipelago che da sempre sfida i confini settentrionali d’Europa e del Mondo. 18 isole che formalmente dipendono dalla Danimarca, ma che sono state, sono e continueranno ad essere legate ai gelidi flussi acquatici dell’oceano Atlantico e del Mar di Norvegia. Qui, dove tutto diventa sublime, prende forma l’Átjan Wild Islands race: non una semplice gara trail, ma un vero e proprio festival dedicato all’atavico rapporto tra movimento umano e incontaminata bellezza naturale. Tra il 6 e il 10 settembre saremo testimoni di un viaggio esperienziale, dove la corsa diventerà il pretesto per ammirare e un remoto paradiso terrestre, condividere estasi e fatica, e celebrare il desiderio d’avventura in tutte le sue forme. “Tidinn rennur sem streymur i á”. Il tempo scorre come la corrente di un fiume, dice un antico proverbio delle Isole Faroe. Ma a settembre saranno corpi e gambe a fluire nel tanto arcaico, quanto vibrante arcipelago nordico. E noi vi racconteremo tutto questo.


Barberà Rookies – Empowering Women’s Football

Yard, trionfi e spirito inscalfibile nel reportage di Yuriy Ogarkov

Le Barberà Rookies, squadra femminile di football americano di Barberà del Vallès, località nei pressi di Barcellona, stanno provando a ridefinire il proprio sport. Fondata nel 2002, questa realtà ha recentemente ottenuto un notevole secondo posto nella finale della Serie B LNFA. L’incrollabile ricerca dell’eccellenza è valsa loro numerosi riconoscimenti nel corso degli anni, tra cui l’incoronazione a campionesse della Catalogna nel 2009-10 e 2010-11, la vittoria del titolo spagnolo per cinque stagioni consecutive, dal 2009-10 al 2013-14, e quattro Coppe di Spagna.

Prima dei successi e delle vittorie sul campo, le Barberà Rookies vogliono infrangere gli stereotipi e ispirare ogni atleta ad abbracciare le proprie qualità. Con grazia e potenza, dimostrano che femminilità e atletismo possono e devono andare di pari passo. Il loro viaggio continua, guidato da uno spirito inscalfibile e dalla profondo determinazione nell’affrontare nuove, significative sfide. Il reportage di Yuriy Ogarkov ci permette di osservare ed esplorare le protagoniste di questa cavalcata sociale e sportiva, popolata da field goal e touchdown.


Mind your Soul, Mind the Gap

L’evento di Runaway spiegato dai suoi protagonisti

Sudano le voci nella notte milanese. Alcuni corpi sfrecciano in ritardo sui marciapiedi di via Ugo Bassi, cercando ancora il traguardo di un frenetico e tangibile videogioco metropolitano. Mind the Gap mette alla prova l’essenza di ogni runner. Corpo e mente. Razionalità e irrazionalità. Egoismo e altruismo. Tra un checkpoint e l’altro ogni dettaglio brucia energie, ogni fattore è determinante per risolvere l’ennesimo enigma teorizzato da Runaway. Usano queste parole gli sfiancati protagonisti MTG, condividendo emozioni e visioni, mentre gelide birre passano di mano in mano. Fatica e frustrazione paiono già un ricordo lontano, cancellato dal senso di community che pervade l’afosa pace milanese. È in questo momento, subito dopo l’estasi o il dolore del cronometro bloccato, che prende forma il vero significato di questo evento. Ascoltiamolo.

Vinicio Villa

"È andata inaspettatamente bene, non pensavo di vincere, anche perché arrivavo da una gara provante sullo Stelvio. Mind the Gap è totalmente diverso da quello che faccio di solito. È devastante, perché non sai mai a che ritmo andare, ma allo stesso tempo è eccitante, perché ad ogni checkpoint provi l’ebrezza di doverti orientare. Ti leghi ad altre persone, anche a sconosciuti. Per esempio ho corso per qualche chilometro con un ragazzo che conosceva meglio di me i checkpoint. Mi ha aiutato e gli ho detto che, se fossimo arrivati insieme, l’avrei fatto vincere. Purtroppo ha avuto più cuore che gambe. Sono milanese ed è bellissimo vivere la città così. D’estate le notti sono deserte, riesci a sentirti realmente parte di Milano, nella parte di tracciato che seguiva i grandi viali mi sono realmente goduto ogni secondo”

Beatrice Bianco

"Normalmente non giro per Milano di notte, è bello esplorare strade che non ho mai fatto e vedere la città così vuota. Quando corro nel traffico mi sembra tutto enorme e confuso. In momenti come questo, invece, Milano sembra piccolissima. L’energia è pazzesca nonostante sia un lunedì sera di luglio. È fantastico che ci sia questo interscambio tra crew e persone differenti. Molti di loro non si sarebbero conosciuti senza Mind the Gap. Ho iniziato la gara spingendo per vincere, ma ho finito godendomi il percorso insieme ad un’altra ragazza. Siamo state fianco a fianco quasi sempre, quando ci rivedremo ci ricorderemo sicuramente di quest’esperienza”

Artem Danko

"Sono fortunato, perché conosco i ragazzi di Runaway da tempo e ho partecipato a tutte le edizioni di Mind the Gap. All’inizio era adrenalina pura e i checkpoint erano decisamente più facili da trovare. Poi hanno evoluto il format e adesso ho come la sensazione di lanciarmi verso l’ignoto. È necessaria molta strategia, ho imparato a creare connessioni con gli altri, perché altrimenti rischio di bruciarmi o di trovare sorprese inattese. Durante MTG la testa vale quanto le gambe. Sono un milanese adottivo, abito qui da 7 anni e amo il fatto che questo evento abbia una vibe newyorchese o londinese, ma che allo stesso tempo abbia una giusta dimensione familiare. Format come questo mettono Milano allo stesso livello delle grandi metropoli internazionali, dei loro movimenti e delle loro crew. Mind the Gap mi ha soprattutto permesso d’incontrare tantissimi amici, e credo sia il risultato più importante”

Maria Vittoria Nanut

"Sono arrivata qui con la voglia di vincere, ma avevo un po’ di timore, perché in una gara del genere è quasi impossibile sapere se stai calcolando il percorso giusto e se stai seguendo la giusta direzione. Per quasi tutto il tempo mi è sembrato di essere dentro un videogioco. Sono di Gorizia e per metà slovena, ho iniziato a correre solo un anno fa, quando mi sono trasferita a Milano, per me è fantastico entrare in contatto con un contesto del genere. Per questo ringrazio Floriano Macchione, che mi ha introdotto a Runaway e al MTG. È strano condividere una gara di questo tipo con così tanta gente e sono stupita delle tantissime ragazze presenti. Lungo il percorso ho capito che è importante fare di testa propria, anche quando ci si connette con altri runner… Credo sia il modo migliore per provare a vincere. Questa volta mi è andata bene, vedremo come andrà la prossima edizione”

Ippolito Pestellini

"MTG è un format bellissimo, perché fa tantissima comunità. Mancano questi aggregatori in Italia ed è significativo che qui si riuniscano crew differenti, che normalmente corrono in luoghi diversi. Qui ti affidi agli altri e gli altri si affidano a te, c’è una fusione unica tra solidarietà e competizione. MTG non è solo performance, è anche lucidità e pianificazione. È un modo unico di correre di notte attraverso la città, di vederla con prospettive spaziali atipiche e veramente uniche. Sono un architetto e, ogni volta che partecipo agli eventi organizzati da Runaway, penso che sarebbe bellissimo fare una mappatura di tutte le cose che hanno inventato negli anni: vedremmo una città parallela, la città dei runner, un’altra Milano. In fondo credo che in ogni città convivano tante città, questa è solo una”

Photo Credits: Riccardo Romani
Text by: Gianmarco Pacione