Fishing like Jesus

Sono pescatori e camminano sull’acqua. Viaggio nel mondo dell’icefishing

“Gesù ha camminato sull’acqua una volta, io lo faccio ogni inverno” questa citazione si può trovare su iceshanty, un popolare blog di icefishing.

Alla prima lettura ho trovato questa citazione incredibilmente divertente e intrigante, è stata inviata su un gruppo WhatsApp a cui sono stato aggiunto dal mio amico Martino. Il nome del gruppo era ‘Better served on ice’, all’interno di esso c’erano molte persone che non conoscevo. Stavano progettando di acquistare oggetti come canne da pesca, tende, stufe a gas, e stivali: parlavano di slitte, birre, caffè con grappa, salame, spessore del ghiaccio ed esche.

All’inizio tutto era abbastanza confuso, ma sono una persona curiosa per natura, quindi mi sono subito inserito nel progetto. Una volta che dici che sei dentro, si sa, sei dentro, e quando ‘Il Capitano’ è uno come Ben, sai che ti contatterà a breve.

Così ecco Ben inviare un elenco incredibilmente dettagliato di cose che bisogna avere. Ogni singolo oggetto elencato è seguito da un link con la migliore offerta disponibile: puoi ottenere il tuo kit di sopravvivenza per la pesca sul ghiaccio con meno di 200 $. Ottenuto il mio, mi sono presentato alla riunione delle 4:00 di mattina a Brooklyn, dando ufficialmente inizio alla mia avventura nell’icefishing.

Per prima cosa si arriva al lago, fa freddo, fa davvero freddo. Poi si cerca di capire se il bollettino dice la verità e se il ghiaccio è abbastanza spesso: sono sicuro che ci siano modi più professionali per stabilirlo, ma il lancio di un grosso masso sembra bastare. Terzo passo: è necessario fidarsi di calpestare il ghiaccio, vanno fatti pochi passi e va aperto un buco per verificare quanto sia effettivamente profondo.

Quarto: una volta che sei pronto per muoverti, carichi la tua slitta con tutto ciò di cui potresti aver bisogno per la giornata e inizi a camminare sull’acqua gelata.

Ogni lago ha i suoi pesci e ogni pesce vive e caccia a diversi livelli di profondità, il pescatore fa del suo meglio per cercare d’ipotizzare queste variabili e sceglie il posto che a suo avviso sarà quello di maggior successo.

Quindi si prepara il campo, si fanno dei buchi, si posizionano le Tip-ups (trappole segnalatorie), si dispongono le canne da pesca e si attende. Quando ho chiesto nel gruppo: “Ehi, ragazzi, perché continuiamo ad andare a pescare sul ghiaccio?” (questo è il nostro terzo anno), la risposta è stata “Per qualche pesce, per molte birre e per il caffè corretto”.

La pesca sul ghiaccio è diventata uno di quegli appuntamenti annuali che tutti noi aspettiamo. Questo progetto documenta i nostri progressi e le nostre giornate segnate da questo nuovo sport.

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Paolo Testa

IG @paolo.testa
paolo-testa.com


El Gran Felipe

A Xochimilco, durante la pandemia, si lotta per preservare l’arte della Lucha Libre

Emilio Espejel ci porta alla scoperta di una tradizione preziosa, quella del wrestling messicano. Un microcosmo colorato, quello della Lucha Libre, tristemente costretto a svanire durante questa pandemia. Grazie a 3 fratelli, però, questa liturgia sportiva continua a vivere in una particolare zona di Città del Messico.

Buona visione.

I 3 fratelli intenti a parlare sul divano di casa
‘El Gran Felipe Jr.’, 19 anni, prepara il ring per un match pomeridiano sulla chinampa

Di fronte alla crisi pandemica e all’effetto devastante di essa sulle pratiche sportive, giovani wrestler messicani hanno trovato il modo per reinventarsi, organizzando show nelle chinampas di Xochimilco.

La chinampa, conosciuta anche come giardino galleggiante, è una piccola area costruita in un lago sovrapponendo strati di pietra, canne e terreno: solitamente in questo tipo di aree vengono coltivati ​​ortaggi e fiori. Anticamente quello delle chinampas era il principale sistema di coltivazione della zona lacustre della Valle del Messico. Oggi questa pratica agricola è utilizzata solo in alcuni luoghi, come Xochimilco.

Durante la pandemia, 3 fratelli hanno avuto l’idea di offrire spettacoli di combattimento trasmessi su YouTube e organizzati nelle fertili terre ereditate dal loro padre. In questo modo hanno donato una forma d’intrattenimento alternativa a tutte le persone confinate a casa. Oltre allo svago, l’intenzione dei fratelli si è concentrata nell’aiutare i wrestler ad ottenere un sostegno economico durante la crisi: per riuscirsi hanno chiesto donazioni durante le varie trasmissioni. Così facendo, i fratelli stanno giocando un ruolo fondamentale nel rivitalizzare il wrestling messicano, salvando l’affascinante tradizione della Lucha Libre locale, sbiadita negli ultimi dieci anni, dopo l’estinzione dell’arena di Xochimilco.

Il loro obiettivo è continuare a mettere in scena spettacoli sempre più complessi e accattivanti. In questo modo potranno continuare a dimostrare l’importanza sociale del reinventare costumi locali e tradizioni ancestrali. A questo uniranno la pura meraviglia visiva creata dalla Lucha Libre combattuta nei campi galleggianti di Xochimilco.

‘Venom’, 48 anni, durante un evento Chinampa Luchas
‘Galactus’, ‘Rey Halcon’, ‘Shere’ e ‘El Gran Felipe Jr.’ durante un allenamento
Rey Optimus 23 anni e la sua compagna Evelin, 19, in posa alla fine di un match
‘Sol Mirrey’, 15 anni, in posa alla fine di un match
‘Sol Mirrey’, 15 anni, durante un match
‘Mr Jerry’, fratello de ‘El Gran Felipe Jr.’, sul ring
Primo piano di un luchador
‘Tempo’, 21 anni, ritratto al termine di un match
‘Mr Jerry’, 24 anni, in posa dopo una sua esibizione
‘El Gran Felipe Jr.’ durante un allenamento notturno
La maschera de ‘El Gran Felipe Jr.’ esposta in casa, sopra un modellino di Terminator
La maschera de ‘El Gran Felipe Jr.’ esposta in casa, sopra un modellino di Terminator
‘El Gran Felipe Jr.’ si cambia per andare a lavorare
‘Mr Jerry’ e ‘Ciclonico’ seduti di fianco alle calendule raccolte durante il tragitto per la chinampa

Credits

Emilio Espejel

IG @emilio_espejel
emilioespejel.com


Il mito del Cardines Field

Una piccola squadra di una piccola città gioca in un campo dalla grande storia

Qui si sono sposati John Fitzgerald Kennedy e Jacqueline Bouvier il 12 settembre 1953. Qui si sono stabiliti i Vanderbilt, leggendari costruttori ottocenteschi e fautori del mito modernista di New York. E sempre qui ha trovato dimora estiva la famiglia Astor, storica nemesi dei già citati Venderbilt nel dominio immobiliare della Grande Mela. Qui nasce e cresce l’Hall of Fame del tennis che si abbina a uno dei tornei ATP più importanti. Qui si è regatato per conquistare la mitologica Coppa America.

 Qui alle ore in bicicletta si alterna un programma di aiuto scolastico, votato alla preparazione professionale di giovani sudafricani: un’impresa utopica in una zona che “vanta” un tasso di disoccupazione del 60%

Lontani dal crimine, lontani dalle droghe. Pedalata dopo pedalata per un futuro migliore. Il reportage fotografico è di Chad Cheverier & Tashena Burroughs

Continua il solito gioco delle franchigie blasonate che vengono ad “allenarsi” in Rhode Island e, nell’agosto del 1916, succede l’incredibile: i New York Giants perdono 5-3 al Wellington Park.

Un risultato incredibile per i padroni di casa perché ottenuto contro una franchigia di MLB e, soprattutto, perché, in seguito a quella sconfitta, i Giants inanelleranno otto vittorie consecutive diventando la squadra più vincente di sempre nel mese di settembre. Un record che regala un alone ancora più mitico al risultato ottenuto dai Trojans.

Ma dove non erano riusciti i Giants ci pensano le termiti che distruggono letteralmente le tribune dello stadio tanto che, per motivi di sicurezza, si è costretti a smantellare quello che rimane in piedi cercando una nuova location per un nuovo stadio. Viene così inaugurato il Cardines Field e con esso continua la passione locale per il “batti e corri”. I Trojans giocano in una Sunset League sempre più importante e la popolarità della squadra aumenta in maniera sostanziale a cavallo della Seconda Guerra Mondiale.

Come tutte le belle storie, però, c’è un finale inesorabile e il killer ha un nome ben preciso: televisione. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta, infatti, le partite dei Boston Red Sox e degli Atlanta Braves cominciano a comparire sul piccolo schermo catalizzando l’interesse degli appassionati di Newport. La Sunset League continua la sua locale attività (che continua ancora oggi!) ma all’inizio degli anni ’90 il colore della Tv via cavo ne uccide definitivamente l’antico appeal. Nel 1993 viene creata la New England Collegiate League e, nel 2001, i Rhode Island Gulls lasciano Narragansett Bay per trasferirsi a Newport raccogliendo l’eredità dei Trojans.

Il campo di gioco rimane sempre lo stesso, quello intitolato a Bernardo Cardines, primo abitante di Newport morto nella Prima Guerra Mondiale. Inizialmente chiamato “The Basin”, il Cardines Field è uno dei più vecchi stadi di baseball di tutti gli Stati Uniti tanto che è in corso una dura polemica legata alla possibilità che questi risulti il più antico tra i campi ancora esistenti. Rimane il fatto che la storia del baseball locale è legata a doppio filo con questo impianto che risulta mitologico per oggettive motivazioni.

Tutta la recinzione, ad esempio, è alta 28 piedi rispetto ai 20 piedi precedentemente eretti… con un’eccezione: nella parte a centro-sinistra del campo si è lasciata un’altezza di 15 piedi non tanto per ricordare l’aspetto originale del tutto, quanto per lasciare crescere un albero! E gli alberi sono uno dei problemi legati al campo. Intorno ad esso, infatti, ce ne sono parecchi e con essi ci sono anche tantissime case visto che la zona in cui sorge è fortemente residenziale: inutile dire che sul budget della squadra pesano anche i tanti vetri rotti…

All’inizio degli anni Ottanta, poi, la forte espansione turistica di Newport portò l’amministrazione locale a considerare l’abbattimento del Cardines Field per costruire un parcheggio. Una sollevazione popolare stoppò questo infausto intento e grazie a una raccolta fondi si continuò a giocare nello stesso posto in cui la brezza proveniente dall’Oceano Atlantico (siamo a un solo isolato dal mare) ha un forte impatto sul gioco, spingendo la palla verso destra a causa dei venti di sudovest.

E se la palla vola fuori dallo stadio? Ecco, in questo caso vige una regola ferrea: tutti i tifosi che abbandonano le tribune per recuperare l’oggetto del desiderio non vengono riammessi all’interno dell’impianto. Il motivo è semplice: si vuole disincentivare una pratica che riverserebbe nelle trafficate strade adiacenti un pericoloso numero di cacciatori di palle… non il massimo in termini di sicurezza

I fan, quindi, se ne stanno buoni al proprio posto, costretti ad abbandonarlo prima della fine del match in un solo caso: quando la nebbia estiva cala sul diamante. Eventualità, questa, non proprio rara visto che un paio di volte all’anno le partite vengono sospese proprio per tale motivo. Eventualità, questa, che contribuisce a creare il mito di una delle mecche del baseball americano.

Proprio qui, dove JFK e Jackie si sono detti sì, il National Pastime vive una delle sue storie d’amore più belle con il popolo americano.

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PH Jason Evans

IG @afrotographer
jasonevansphoto.com

TEXT Francesco Costantino Ciampa


Principianti. Fino all’ultima campana

Un tuffo nelle arti marziali miste finlandesi attraverso le parole e le immagini di Timur Yilmaz

Le cerimonie del peso iniziano alle otto del mattino. Gli incontri si svolgono ai margini della città, in vecchie palestre di boxe. La gabbia aspetta silenziosa in un angolo.

Questi fighter combattono a livello amatoriale, pagano di tasca propria la quota di ammissione ad ogni evento. Concluso il peso, il proprietario della palestra informa che la sauna si sta riscaldando: lì entreranno i combattenti che non hanno rispettato i limiti imposti. Alcuni iniziano con ansia a boxare da soli e a correre brevi sprint, infagottati nei loro vestiti. Coloro che non ne hanno bisogno appaiono rilassati, ma paralizzati da una strana introversione: non conoscono gli altri lottatori, o almeno si comportano in quel modo. L’aria rapidamente diventa tesa e muta, ma non calma.

Tutte le palestre che ho visitato avevano una sorta di altare, un reliquiario composto da vecchi trofei e articoli di giornale su combattenti locali capaci di sfonare e avere successo. Alcuni di questi altari profani sono in posizione più prominente, altri più appartati.

D’un tratto mi sento indesiderato, i proprietari e gli istruttori che prima sembravano cordiali e accoglienti, davanti all’avanzare della giornata diventano tesi. Non li biasimo. Avevo semplicemente richiesto di documentare l’evento, non lavoro per un giornale, né sono in qualche modo coinvolto nei circoli di MMA. Per loro sono un estraneo, un volto esterno che si intromette educatamente in un terreno non suo. Mentre il sole continua a sorgere, sempre più persone continuano ad apparire.

Il suono del primo combattimento è assordante. Alcuni fighters colpiscono la porta della gabbia con i pugni, ululando prima di entrare. Altri fanno il loro ingresso silenziosamente. L’incontro inizia sempre con una strana attesa. Tutto va avanti al rallentatore e poi, all’improvviso, ecco succedere qualcosa: alcuni fendenti, il ruggito del pubblico e, prima che io possa comprendere, la lotta viene portata a terra.

Tre round da cinque minuti sono tutto ciò che questi fighter hanno, la maggior parte di essi finisce prima del limite. Tra un round e l’altro, mentre gli allenatori asciugano il sudore e il sangue, gli occhi di questi gladiatori moderni vagano senza obiettivo per la stanza. Molti di loro sono qui per la prima volta, mi domanda cosa stiano vivendo lì dentro.

I suoni iniziano a calmarsi, lo stesso pare fare la tensione del mattino. I lottatori che hanno già finito, terminano la giornata in differenti stati di forma: alcuni sono loquaci ed energici, altri molto più tranquilli. La maggior parte di loro sembra sollevata, nel bene e nel male.

Uno dei fighters, così esausto da riuscire a malapena a raggiungere l’ultimo round, giace a terra, a pochi metri dalla gabbia, con un asciugamano sopra la testa. Non si può vedere la sua espressione, ma il suo respiro affannoso è mostrato dal saliscendi del petto.

Il consiglio degli allenatori sembra sempre destinato ad orecchie sorde, a occhi vaganti nel vuoto. Quando prendono forma i match, le loro indicazioni continuano: possono gridare a pieni polmoni, ma non possono fare compagnia al loro assistito, solo dentro la gabbia. Questi ragazzi pagano i soldi da soli e, da soli, vincono o perdono.

Le uniche volte in cui c’è uno sguardo di delusione negli occhi del perdente è dopo un incontro dalla brevissima durata. I volti dopo una lotta che va avanti per tutti e tre i round, sia per il vincitore che per il perdente, sembrano estasiati. Come se non avesse davvero importanza l’esito dello scontro, come se avesse importanza solo arrivare ​​al suono dell’ultima campana insieme.

Credits

Ph & Text Timur Yilmaz
IG @timppu.yilmaz
WEBSITE tyilmazphoto.wordpress.com


John McEnroe, ‘The Genius’

Con la racchetta fu artista e musicista, fu, semplicemente, il più creativo dei contemporanei

McEnroe era jazz, era ritmo e improvvisazione, era elasticità d’immaginazione e virtuosismo. “Il jazz è il tipo di uomo con cui non vorreste far uscire vostra figlia”, diceva il leggendario Duke Ellington. Ecco, lo stesso si può dire di John McEnroe, o perlomeno, del primo John McEnroe. Un arto sinistro baciato da chissà quale divinità tennistica, una mente e un carattere dagli ampi spazi grigi e inesplorati. Un talento, puro e cristallino, irrazionale, come solo i talenti dei benedetti e arcaici anni ’80 potevano e sapevano essere

La pallina gialla per l’americano, nato in terra straniera a Wiesbaden, città termale incastonata nel cuore della Germania, non è mai stata una priorità. Il colpo di fulmine, a dire il vero, non scattò mai, fu semplicemente il tennis a bussare alla porta di John. “Credo di essere stato spinto verso una carriera che non desideravo affatto. Ovviamente per me il tennis si è rivelato un’avventura incredibile, ma la verità è che non cercai questa carriera fino a quando non fu il tennis a cercare me. Molti atleti amano il loro sport con tutto il cuore. Non credo di aver mai provato un sentimento simile nei confronti del tennis”.

Il padre incravattata figura di spicco di uno studio legale newyorchese, la madre timida casalinga. John crebbe in un tipico ambiente altoborghese, idolatrando Rod Laver, carpendo dal mito australiano ogni dettaglio, ogni abitudine tennistica.

Una cartacarbone usata sapientemente, sfruttando le caratteristiche comuni, a partire dalla struttura fisica. Laver sfiorava appena il metro e 70, McEnroe imbottendo le scarpe arrivava a qualche centimetro in più. Sottrasse al doppio re del Grande Slam anche l’impugnatura e una predilezione per il selvaggio serve & volley. Corse a rete figlie di un’irriproducibile sensibilità intellettiva, di una soprannaturale capacità anticipatoria. Le sue volèe erano attimi di genio, ispirate pennellate d’artista.

L’origine, la fonte del suo inconfondibile stile di gioco fu quel servizio inconsueto con i piedi paralleli alla rete, diretti verso il giudice di linea, con la schiena che, dolcemente, s’inarcava trovando angolazioni da contorsionista. “La bizzarra posizione di servizio di McEnroe, aperta e con le braccia rigide, con entrambi i piedi paralleli alla linea di fondo e il fianco rivolto così rigorosamente alla rete, sembra una figura su un fregio egizio”, diceva David Foster Wallace.

Gianni Clerici, sublime cantore della racchetta, osservò John quando era ancora minorenne, assistette a una partita in cui lo vide sbagliare quasi tutti i colpi di circa un palmo. Capì che, a distanza di qualche tempo, quel palmo sarebbe svanito, elevando McEnroe tra i più meravigliosi interpreti della disciplina.

Alzò la cornetta, l’esperto comasco, compose il numero di Sergio Tacchini, permettendo al brand del tennista novarese di vestire il ragazzo che, di lì a poco, sarebbe diventato ‘The Genius’. Leggenda vuole che, dopo quella telefonata, Sergio Tacchini in persona decise di fissare un incontro con il padre di McEnroe, in un imprecisato pub londinese, dove prese forma il connubio italoamericano che segnò lo stile tennistico per quasi tre decenni.

Tacchini e McEnroe, una marcia ascendente, rapida, outfit che rimangono ancora oggi cristallizzati nella memoria collettiva. La fascetta in testa, a contenere i ricci ribelli, l’abbigliamento casual che travalica l’atto sportivo, catapultandosi nella cultura di massa, vestendo giovani in ogni latitudine del globo.

Perché quando si parla di McEnroe si parla, inevitabilmente, anche di questo. Del suo impatto sul grande pubblico, della sua capacità innata di dividere appassionati, e non solo, tra detrattori e fanatici. Una capacità di spaccare l’opinione pubblica, quella del genio della Grande Mela, pari a pochissime altre nella storia dello sport. Amore totale o odio viscerale, da un estremo all’altro, bianco o nero, senza sfumature. La debordante personalità di McEnroe non ammetteva scale cromatiche articolate.

Il suo approccio al tennis era una sfida con sé stesso, con il personale equilibrio psichico, destinato inevitabilmente ad eruttare, il più delle volte ai danni d’inermi arbitri e giudici di linea.

“You cannot be serious”, “I can’t believe this!”, “Please tell me!”, e ancora, “Answer my question. The question, jerk!”. L’attesa dei suoi decolli verbali era spasmodica per molti, snervante per altri. I puristi inorridivano, i moderni andavano in estasi. McEnroe con la sua irascibilità demoliva tradizioni e regole cavalleresche, generava compilation pop di racchette trucidate, di telecamere spinte, di tifosi umiliati. I suoi match erano pièces teatrali, monologhi dissacranti da seconda serata. ‘SuperBrat’, moccioso, monello, bamboccio maleducato, i suoi atteggiamenti istrionici e fuori controllo diedero vita ad un’intera branca letteraria.

“Un Peter Pan con la racchetta. Ogni volta che giocava a Wimbledon, la Bbc imbavagliava i microfoni di campo, come i vittoriani coprivano le gambe dei pianoforti. Tom Hulce per la parte di Mozart nel film Amadeus di Forman confessò di essersi inspirato a McEnroe. Sir Ian McKellen nel provare Coriolano per la Royal Shakespeare Company usò McEnroe come modello per il capo ribelle. Un monello imbronciato e lentigginoso, uno in cui si rispecchiava la nuova società”, scrisse di lui Emanuela Audisio, storica penna di Repubblica. Atteggiamenti che, però, finirono per oscurare una grossa fetta della personalità mcenroniana.

John era insopportabile, ma solo con chi desiderava esserlo. Strinse amicizie nel circuito, poche ma profonde, come quella con il rivale eterno venuto dal nord, il biondo Björn Borg. Un legame sincero, descritto negli ultimi tempi dalla pellicola “Borg McEnroe”. “Nessuno ha un senso dell’amicizia come John”, ha rivelato l’uomo glaciale di Stoccolma. Per comprendere il loro rapporto speciale bisogna tornare indietro nel tempo, alla genesi di quello che sarebbe diventato uno dei dualismi più ammalianti della storia tennistica e mondiale: “Nel 1977 l’ho visto qui a Wimbledon per la prima volta, l’anno dopo mi ha battuto facile a Stoccolma, a casa mia. Poi in America giocammo un paio di grandi match, e iniziammo a rispettarci. A quei tempi John in campo dava fuori di matto, un giorno lo presi da parte gli dissi: Ehi, prenditela calma, dovresti divertirti a giocare!”.

Non sappiamo quanto si divertì McEnroe lungo la sua carriera, quello che è certo è che giocò, anzi, dominò. Elencare i suoi risultati è ormai un banale e battuto viaggio negli annali. 7 titoli del Grande Slam nel singolare, 9 nel doppio, al fianco del grande Peter Fleming, 77 vittorie nei tornei in singolare, stesso numero per quanto riguarda quelli di doppio, 5 coppe Davis.

McEnroe fu i trofei alzati, ma anche molto, molto di più. Fu per il tennis un carnivoro, un vincente di razza, un artista, un musicista, un trendsetter,  fu semplicemente, come cantò Gianni Clerici, “Il più creativo dei contemporanei”.

Credits

Gianmarco Pacione

Transalation

Scott Alan Stuart



Un corpo perso tra sogni e metafisica

Tresigallo, la città utopica. Correre qui è un’esperienza sensoriale, è un viaggio dentro sé stessi

Non so se sto correndo, non so se sto sognando. Il silenzio accompagna i miei passi, forme geometriche accompagnano il mio respiro. Ogni centimetro del mio corpo è sospeso in una realtà sconosciuta e ordinata; ogni mio pensiero è cullato da una calma irrequietezza.

Non so se sto correndo, non so se sto sognando. Tresigallo, la chiamano, utopica mecca del razionalismo, borgo apparentemente abbandonato, disperso nella nebbia delle campagne ferraresi. L’irrazionale, qui, è camuffato da razionale, il comprensibile appare incomprensibile. E viceversa. Bar Roma, Casa della Cultura, Campo Sportivo, Sogni… Sfioro luoghi sconosciuti, dai nomi eterei, ossi di seppia urbani appartenenti a un tempo altro, così materico, così astratto.

Non so se sto correndo, non so se sto sognando. Ascolto in lontananza i getti di una fontana, bronzei daini si stanno abbeverando, attorno a loro un vuoto secolare. Archi e torrette, colori e marmi inanimati assecondano il mio viaggio, lo indirizzano verso l’ignoto. Non ricordo di essere arrivato in questo luogo, non ricorderò di essermene andato.

Non so se sto correndo, non so se sto sognando. So solo che i miei passi si susseguono, che i miei muscoli si tendono, che la mia mente è dispersa tra cardi e decumani, tra passato e presente, tra fatica e illusione.

Credits

Gianmarco Pacione

Andrea wears Satisfy Running
IG @satisfyrunning

PH Rise Up Duo


Puma Suede, l’arte di resistere al tempo

Dal 1968 a oggi, da Tommie Smith e John Carlos a ‘Clyde’ Frazier e i B-Boys. Storia di una scarpa di culto

Esistono oggetti quasi esautorati del proprio valore pratico e originale: involontari manifesti di periodi storici, movimenti sociali, istanti sportivi. Esistono le Puma Suede, scarpe di culto che di queste dinamiche sono perfetta incarnazione; scarpe che, negli oltre 50 anni di vita, hanno assaporato leggendari podi olimpici, colorati parquet NBA e lingue d’asfalto scandite da giovani B-Boys.

“Le cose non sono importanti per quello che sono”, sottolineava Indro Montanelli, “Ma per quello che uno ci mette”. E nelle Puma Suede le persone e la storia hanno più o meno consapevolmente messo tanto, tantissimo, a partire dal lontano 1968.

SMITH E CARLOS, L’URLO NERO DI CITTÀ DEL MESSICO

Era destino che le Suede non fossero scarpe comuni, era destino che la loro genesi coincidesse proprio con le Olimpiadi messicane, evento sportivo che più di tutti riuscì ad intrecciarsi con il flusso del mondo esterno.

Quelli ‘tricolor’ furono i Giochi dei grandi movimenti socio-politici, dell’aria rarefatta per l’altitudine, del salto dorsale di Dick Fosbury e, soprattutto, dei pugni chiusi di Tommie Smith e John Carlos. 

“Ho indossato il guanto nero sulla mano destra e Carlos quello sinistro dello stesso paio. Il mio pugno alzato voleva significare il potere dell’America nera. Quello di Carlos l’unità dell’America nera. Insieme abbiamo formato un arco di unità e forza”, avrebbe commentato Tommie Smith, ricordando la silenziosa protesta che scioccò l’establishment americano e internazionale.

Accadde tutto in pochi, intensi, istanti. I due purosangue, oro e bronzo sui 200 metri (intervallati dall’inspiegabile exploit del bianco australiano Peter Norman), architettarono l’iconico gesto nel cuore di un ignaro Estadio Olimpico Universitario.

Il ‘Jet’ texano Smith, nuovo recordman mondiale, guidò il terzetto sfilando le Puma Suede dai suoi piedi e prendendole in mano, lo stesso fece Carlos alle sue spalle, calpestando tartan e erba con le sole calze nere: simbolo della povertà afroamericana.

Le due frecce USA salirono sul podio, prima alzarono le scarpe al cielo, poi le appoggiarono al proprio fianco, mostrando la spilla dell’Olympic Project for Human appuntata sul petto (spilla che indossò temerariamente anche Norman). Al primo rintocco dell’inno statunitense, si chinarono le teste di entrambi e, contestualmente, si alzarono i loro pugni stretti nei guanti neri.

Furono attimi iconici, furono attimi di sensibilizzazione civile, di presa di coscienza da parte del vasto pubblico televisivo, di conferma che il cosiddetto progresso razziale rappresentasse, in realtà, solo una flebile utopia: un fuoco fatuo, soffocato dal persistente razzismo istituzionalizzato e dalle tragiche condizioni che attanagliavano la minoranza nera statunitense.

Smith e Carlos racchiusero tutti gli ideali del Black Power in una posa plastica, affidandosi al potere simbolico di pochi oggetti. Schegge visive di cui fecero parte anche le Puma Suede, diventando parte di un ritratto destinato all’eternità.

‘CLYDE’ FRAZIER E LE ORIGINI DELLE SNEAKERS

Before modern works of art on the feet, and pharaonic sponsorships. Walt Frazier with the Puma Suede was one of the first to break the wall of the sneakers.

“È stato un grande viaggio all’interno del mio ego. Ero l’unico giocatore di qualsiasi sport professionistico ad avere una scarpa chiamata con il proprio nome. All’inizio dissi a Puma che non avrei mai indossato le scarpe che mi stava proponendo, neanche se mi avesse pagato”, ricorda ancora oggi la leggendaria point guard campione NBA nel 1970 e 1973 con i New York Knicks.

L’Hall of Famer fu il primo a consigliare direttamente un brand, a suggerire una scarpa che fosse più flessibile, più leggera rispetto ai modelli classici che a lungo avevano monopolizzato il mercato a spicchi. Poco dopo cominciò ad indossare le Suede griffate ‘Clyde’.

Il connubio tra il marchio del felino nero e Frazier abbagliò immediatamente il grande pubblico americano. Il fascino del 10 dei Knicks, chiamato ‘Clyde’ per l’insolita usanza d’indossare copricapi di feltro come il noto criminale Clyde Barrow (interpretato sul grande schermo da Warren Beatty), aumentò esponenzialmente l’attenzione delle masse sulle Suede.

“Rispetto alle previsioni vendemmo talmente tante scarpe tra New York, il New Jersey e il Connecticut, da non avere bisogno di venderle nel resto degli Stati Uniti…”. Le ‘Clyde’ divennero il sogno proibito di milioni di ragazzini statunitensi, una sorta di prodotto magico.

Agli adolescenti di quei primi anni ’70 bastarono 25 dollari per sentirsi come Walt Frazier, il metronomo più stiloso della Lega dei sogni: l’uomo che sopra il parquet vestiva Puma e fuori s’infagottava in lussuose pellicce, guidando Rolls-Royce. Le Suede si propagarono nelle strade americane, un’epidemia che vide gomma e velluto popolare scuole, playground, marciapiedi.

B-BOYS E B-GIRLS, L’ASFALTO RITMATO

Proprio nel 1973 Kool Herc diede il là, con le sue invenzioni musicali, al movimento underground dei B-Boys newyorchesi. Una cultura cresciuta rapidamente nelle bollenti strade della Grande Mela nera, una cultura che trovò nelle Puma Suede il perfetto segno distintivo.

Dal Madison Square Garden al Bronx. Le danze influenzate da ginnastica, James Brown e film di kung-fu, inondarono gli angoli delle Avenues, fungendo da pacifici contraltari alle violente faide tra gang.

La break divenne un rituale liturgico da rispettare quotidianamente, dando il là ad un’era egemonizzata da hip hop, Block parties e paralleli fenomeni sociali, come il writing, che ebbero presto respiro internazionale.

In questo vortice di ferventi innovazioni generazionali, le Puma Suede, già presenti ai piedi di tanti ragazzi dei quartieri popolari newyorchesi, trovarono un’ulteriore investitura.

Per la totalità dei B-Boys divenne quasi un obbligo indossare le Suede (spesso accompagnate da lacci larghi), una scelta condivisa, tra i tantissimi, anche dai New York City Breakers e dalla Rock Steady Crew, gruppi che aumentarono drasticamente la popolarità del movimento.

Un scelta, in realtà, dalla doppia valenza: da una parte la conferma dello status quo del singolo B-Boy, dall’altra la possibilità di affrontare una danza altamente atletica, spettacolare e provante fisicamente, usando delle scarpe performanti, che a distanza di qualche anno sarebbero entrate, non a caso, anche nel mondo dello skating.

FOREVER SUEDE, FOREVER AUTHENTIC

Se la forma senza tempo e l'iconico Formstrip della Suede sono rimasti costanti e immutabili per mezzo secolo, giungendo fino ad oggi, non si può dire lo stesso del significato di questa sneaker, che è stato reinventato innumerevoli volte attraverso la lente di stili, culture e comunità diverse, all'interno di un processo ancora in atto.

Dal 1968 al 2024, non è un caso se, ad oltre mezzo secolo di distanza, l'aura e l'appeal di questo oggetto di culto continuano a stuzzicare la sensibilità di sneakerhead o semplici cultori della bellezza. E non è un caso che Puma continui a fidarsi di una delle sue più grandi intuizioni, come dimostra la reintroduzione delle Suede in questo 2024.

A Puma Icon, vengono definite così, le Suede, dal brand tedesco. E non potrebbe esserci definizione migliore. Adesso, come tra un secolo. Chissà, nel mezzo, quanti nuovi significati riuscirà ad assumare questa sneaker.

Credits:

IMAGO / Pond5 Images

PUMA


Yumeka Oda, sognare sullo skate

Viaggio nel mondo della 13enne giapponese fenomeno mondiale dello skateboard

Questo cortometraggio, diretto da Jack Flynn, ritrae la 13enne skater giapponese Yumeka Oda, che quest’anno avrebbe dovuto rappresentare il Giappone alle Olimpiadi di Tokyo nella categoria Street Skateboarding.

Yumeka vive a Nagoya, una città ben nota per la sua produzione industriale Toyota. Da anni vola in tutto il mondo per partecipare a gare di skateboard, da Los Angeles a Londra, da Rio De Janeiro a Lima. Il lunedì mattina, però, torna sempre sui banchi a scuola.

Le Olimpiadi del 2020 avrebbero visto per la prima volta lo skate incluso nella rassegna a cinque cerchi. Per l’evento di Tokyo si sono qualificate le prime 20 atlete del mondo con i punteggi più alti stabiliti nelle varie competizioni ufficiali. Yumeka è attualmente all’undicesimo posto nel ranking internazionale e al secondo in quello giapponese nella specialità dello Street Skateboarding.

Con le Olimpiadi ora posticipate al 2021 e le scuole chiuse in Giappone, così come gli skatepark, Yumeka ha raccontato alle telecamere di Flynn il suo rapporto con lo skateboard e i sogni nutriti per il futuro.

Credits

Jack Flynn

www.jackflynn.co.uk
IG  @jackisflynn

Talent @yumeka_oda_1030


L’importanza delle palestre popolari

Lo sport non dev’essere un privilegio per pochi. Viaggio nelle palestre popolari italiane

Il fenomeno delle palestre popolari nasce in Italia circa 20 anni fa, ad oggi si contano circa 50 centri sparsi su tutto il territorio nazionale. today there are about 50 centers scattered throughout the national territory.

Questi spazi, spesso occupati abusivamente, sono ex-scuole, vecchie caserme, locali caldaie Aterp, e offrono a tutti la possibilità di praticare sport.

Persone immigrate, ragazzi con disabilità, uomini e donne in gravi difficoltà economiche, semplici studenti: tutti trovano in queste palestre poli d’integrazione e di formazioni di sane micro-comunità.

Autofinanziamenti o piccole quote che possono versare gli iscritti, permettono a questi luoghi di sopravvivere in contesti che potrebbero risultare ostili.

Nonostante le varie avversità affrontate, questo fenomeno sta avendo successo e conducendo molti atleti a gareggiare a livello nazionale ed europeo nelle proprie discipline. Esempio virtuoso è quello di Roma, dove le ragazze della ginnastica artistica hanno conquistato titoli regionali e nazionali.

Nate inizialmente come realtà legate alla boxe, oggi le palestre popolari in Italia offrono varie declinazioni di attività sportiva. Queste palestre sono state create e vengono tenute in vita da persone che credono fortemente nel diritto dello sport per ogni essere umano.

Come sottolinea anche Verdiana Mineo, una delle fondatrici e istruttrice della Palestra Popolare di Palermo: “Nella nostra società lo sport è diventato un privilegio per poche persone e noi vogliamo far crollare questo muro”.

Credits

Antonio Mercurio
IG @totonwski


LSD, Long Slow Distance

La droga migliore, per alcuni uomini, è la corsa nella natura selvaggia

In un mondo dove tutto scorre veloce e fuori controllo, l’ultrarunner Petter Lundsgren ha deciso di cercare la propria pace, fisica e mentale, abbandonandosi alla corsa.

LSD, in questo caso acronimo di Long Slow Distance, è una sigla solitamente associata ad una nota droga: nel caso di Petter Lundgren e di tanti altri podisti su lunghe distanze, invece, lo stato di alterazione sensoriale giunge grazie allo sforzo, all’osservazione di un contesto esterno inevitabilmente destinato alla fusione con la propria sfera interiore.

“Quando sono nella natura, sono con il mio corpo. Ascolto, sento e continuo a concentrarmi passo dopo passo. Mi sento significativamente insignificante. Sono in sintonia con me stesso, con la natura. Siamo una cosa sola. Oggi è tutto così veloce. Tutti sono sempre raggiungibili e connessi. Hai notifiche sul cellulare. Posta e messaggi ti si riversano addosso. Tutto questo contatto figlio del mondo digitale mi fa sentire insensibile. Quando corro, invece, nessuno può raggiungermi. La lunga distanza lenta (Long Slow Distance) mi permette di conoscermi più intimamente, in tutti gli stati. Il migliore e peggiore me stesso. Correre per me è un modo per ricaricarmi, offrendo al mio cervello e al mio corpo un po’ di riposo dagli effetti paralizzanti del mondo contemporaneo. Mi dà la possibilità di tornare e dare di più”.

Queste le parole di Petter Lundgren. Qui potete viaggiare insieme a lui grazie alle telecamere e all’evocativa produzione di David & Douglas in partnership con il brand Satisfy. Buona partenza.

Credits

Directors David and Douglas
david-douglas.tv
IG @davidanddouglas

Runner Petter Lundgren
IG @carlpetterleonard

Brand Satisfy Running
satisfyrunning.com
IG @satisfyrunning

1AC: Maxime Bobet
Music: Ultimate Spinach
Sound Designer: Augustin Bretillard
Editor: David & Douglas
Camera Service: Ogeita7