Voi non sapete chi è Dennis Rodman

Demoni e dolori, lacrime e sensibilità. Il ‘Verme’ del basket non è chi pensate. Non lo è mai stato

È facile cadere nell’ipersemplificazione, nella narrativa facile quando si parla di Dennis Rodman. Il portamento istrionico, il seguito mediatico, la necessità di superare il limite sempre e comunque, spesso forzatamente, artificiosamente

Tutto fumo negli occhi, tutte esche per osservatori del superficiale, dell’inutile. Le verità del ‘Verme’ sono molteplici, ma non sono queste. Sono frasi ed emozioni nascoste, condizionanti, sono demoni eternamente presenti, insicurezze da camuffare agli occhi del mondo.

Voi non sapete chi è Dennis Rodman. Non potete saperlo.

Dennis Rodman signing autographs

LE ORIGINI DEL VERME

Prima dei rimbalzi coreografici, prima della liaison con Madonna, prima di piercing e nottate estreme. Prima. Prima di tutto questo Dennis Rodman è un ragazzino texano fuori fuoco. Vive in un quartiere popolare di Dallas, in una casa di tirannia rosa, pesantemente condizionato dalle sorelle e dalla madre. Suo padre ha abbandonato la famiglia poco dopo la nascita dell’unico figlio maschio,  è finito nelle Filippine a dirigere un bar, a produrre un’altra trentina di figli.

Si veste da donna Dennis, lo fa di fronte allo specchio della propria camera. Lascia fare alle sorelle, permette loro di agghindare il suo corpo gracile, di disegnare le sue labbra carnose con il rossetto. Inizia a vivere e convivere con un’altra versione di sé stesso.

Nelle strade di Dallas non è conosciuto, anzi, lungo i suoi anni adolescenziali risulta essere una sorta di fantasma. Non si piace, non piace. Il giovane Dennis  è incastrato in un limbo di disinteresse generale, è un nulla, un essere umano senza direzioni e direttive, abbandonato ai margini di scenari scolastici e sociali.</span

Nello sport non eccelle, al contrario delle sorelle. La sua è una vita di lunghe solitudini e partite a pinball. Proprio questa passione genera il suo soprannome: ‘Worm’, il verme in costante movimento, abbracciato ai due lati del luminoso gioco da bar.

Dennis Rodman in drag
Dennis Rodman

Viene tagliato dalla squadra di football dell’high school, nella squadra di basket non trova spazio: è gracile e fino ai 18 anni supera a malapena il metro e settantacinque. Gozzoviglia a lungo Dennis, disperso tra pensieri di un futuro senza certezze e di un presente anonimo, incolore.

Cerca un sorriso in chi gli sta a fianco, è l’unico obiettivo che s’impone, che insegue quasi disperatamente. Vuole essere accettato, vuole essere amato. Proprio per questo finisce in prigione: una nottata in cella, poco dopo il diploma. Ruba degli orologi da un negozio dell’aeroporto, dove lavora come tuttofare notturno. Viene sorpreso dalle telecamere presenti. Una volta tornato nel suo quartiere regala gli orologi ad amici, o presunti tali. La polizia aeroportuale fa decadere le accuse davanti alle prove della mancata vendita.

Dennis Rodman photographed at book signing in New York on 21st August 1996

UN SENZATETTO AL COLLEGE

In casa la madre non sopporta quel figlio privo d’interessi, privo d’interesse per la vita. Arriva così l’ultimatum, seguito dalla messa alla porta. Rodman inizia a vagabondare, disperso in un universo di assenza d’affetti e di stabilità.

“Dormivo a casa di gente che conoscevo, dormivo nei parchi, dormivo dietro un 24/7. Di giorno camminavo in giro, non sapevo cosa fare”

La natura, misteriosamente, regala quasi 25 centimetri a Rodman tra i 18 e i 20 anni. Il ‘Verme’ ricomincia a giocare basket, oasi a spicchi in una vita di turbolenze e negatività. Alla soglia dei 22 anni arriva l’interesse di uno sperduto college nel profondo Oklahoma. Rodman impacchetta il poco che ha e saluta Dallas, con l’intenzione di non rimetterci più piede, di non incontrare più sua madre.

Alla Southeastern Oklahoma State University esordisce con 24 punti e 19 rimbalzi. Il suo coach lo vede arrivare a fine partita e dirgli: “Spero di non averti deluso”. Ha bisogno di approvazione Rodman, un bisogno intenso, drammatico.

Dennis Rodman in: Bad As I Wanna Be.

In un paesino di poco più di 720 abitanti incontra la sua prima, vera, famiglia. Sono i Rich, bianchi agricoltori locali. Stringe amicizia con il più giovane dei loro figli, un 13enne. Rodman è timido e introverso, riesce a confidarsi solo con quel ragazzino di dieci anni più giovane. Dormono insieme, giocano insieme, lavorano nella fattoria insieme.

È un modo per riconquistarsi l’adolescenza perduta, mai completamente vissuta. Un modo per sentirsi parte di qualcosa di vero, tangibile. Alla famiglia Rich Rodman arriva a chiedere l’adozione. In campo, nel frattempo, l’oasi diventa campo di battaglia. La pallacanestro è qualcosa di naturale nelle corde muscolari e mentali del ‘Verme’. Strappa rimbalzi voracemente, corre il campo come una gazzella. È una forza straripante, un cataclisma che si abbatte sul circuito collegiale, portandolo ad essere un All American.

“Quando mi hanno detto che sarei stato premiato come All American ho chiesto che cosa significasse. Non sapevo di cosa stessero parlando”

Jean-Claude Van Damme and Dennis Rodman

L’NBA E IL RODMAN CHE NESSUNO RICORDA

Rodman arriva a Detroit a 25 anni compiuti. Alla famiglia Pistons dà subito l’impressione di essere un dolce, innocente 15enne. “Era il classico che nei club ordinava un bicchiere di latte”, rivela John Salley. In Chuck Daly Rodman trova la figura paterna che mai si era palesata. A casa del coach trascorre Ringraziamento, Natale e feste di compleanno. Nei Bad Boys vede nascere un’alchimia magica, un’altra famiglia su cui fare affidamento, a cui dedicare la propria anima e il proprio corpo.

Sul parquet il ‘Verme’ rivela qualità imprevedibili. Ha un’energia senza fine, è uno spirito libero, gioca duro, vola tra le prime file alla ricerca di una palla recuperata, si fa amare dalla città dei motori e dai compagni. Il collettivo Pistons trascina Rodman in un periodo estatico, la fiducia percepita lo inebria, lo esalta.

Rodman signature Converse All-Star Shoes
Dennis Rodman with the Detroit Pistons

A rimbalzo domina, studia le traiettorie dei palloni, in difesa prende sfondamenti e innalza mura invalicabili. “È il primo giocatore in grado di essere idolatrato pur non facendo canestro”, dicono di lui i media nazionali. Per lui il basket non è un business, il basket è questione di legami e fratellanza. Arriva a vincere due titoli NBA, al fianco del mentore Isiah Thomas. Ottiene anche il premio per il miglior difensore dell’anno: durante la conferenza stampa scoppia in lacrime

L’INIZIO DELLA FINE, O DELL’INIZIO

Poi il crollo. Un crollo verticale e incontrollato. I Bad Boys si sciolgono, Chuck Daly si dimette. La depressione si appropria, sibilante, della mente di Dennis Rodman. L’11 febbraio 1993 viene ritrovato addormentato, all’interno del parcheggio del Palace, con un fucile puntato alla testa. Demoni e fantasmi, dolore e rabbia.

Da quel punto in avanti la mia mentalità è cambiata in ‘Fuck the World’, fanculo il mondo”

Pochi mesi dopo si trasferisce a San Antonio, gli Spurs lo vogliono affiancare all’ammiraglio Robinson. Rodman arriva alla presentazione con i capelli tinti di giallo paglia, emulando il personaggio interpretato da Wesley Snipes in ‘Demolition Man’. Prende il microfono, urla “Sono qui per essere solido!” e lo lancia a terra.

Qualcosa sta cambiando, qualcosa è cambiato. In Texas Rodman inizia a calarsi in un vortice di esibizionismo forzato, di libertà assolute. Nasce il personaggio Rodman, nasce l’iconoclasta, il ribelle, la superstar che fa gola a Madonna.

Il ‘Verme’ si tinge i capelli, si traveste, confida a Sports Illustrated di nutrire fantasie gay, si associa profondamente alla comunità omosessuale. Alterna intenti nobili a parodie cartoonesche di un’attivista sociale. Inizia a bere, molto. Va alla deriva e lo spogliatoio Spurs non riesce a comprendere le vere necessità di quel ragazzo instabile, sempre più costruito.

“La sua era diventata un’arte performativa più che un’arte sportiva”

La convivenza con David Robinson non funziona, Rodman prende tecnici, si fa espellere e sospendere. La sua irrequietezza viene riversata contro arbitri e avversari. Non può funzionare, non deve funzionare. Serve una nuova figura paterna, serve un nuovo contesto familiare.

Dennis Rodman with the San Antonio Spurs
Dennis Rodman in San Antonio

L’EPOPEA BULLS

I Bulls di Phil Jackson lo contattano poco dopo il ritorno in grande stile di MJ. Il maestro zen domanda a Rodman se gli vada bene entrare nell’organizzazione di Chicago. Rodman gli risponde che non gliene frega un cazzo. “Abbiamo un accordo allora”, chiosa il coach-profeta.

Rodman, dopo aver chiesto perdono a Scottie Pippen per il trattamento riservatogli negli anni precedenti, torna ad essere determinante, straripante. Sotto le plance raccoglie caterve di palloni, lo fa con stile e potenza impareggiabili. Nella triangolo winteriana dimostra di non essere solo un predatore, ma anche un cervello fine.

I 3 titoli in sequenza arrivano tra la reverenza portata a ‘His Airness’, idolatrato dal primo giorno di palestra, e ritmi di vita folli. I Bulls permettono a Rodman di vivere più di 20 ore al giorno, viverle pienamente. Nei bar di Chicago lo osservano bere dozzine di birre in una serata, 40 shots di jagermeister in poco più di un’ora. Le sue nottate finiscono accompagnate dal chiarore dell’alba. Poche ore dopo Rodman raggiunge il centro d’allenamento, scarpe in mano, pronto a versare fino all’ultima goccia di sudore. Non è umano, è un uomo speciale.

1998 Chicago Bulls Dennis Rodman during Game 3 of a first-round playoff series against the New Jersey Nets
Dennis Rodman in 1996/97 Chicago Bulls vs Seattle Supersonics Playoff Series

Il presunto egocentrismo rodmaniano raggiunge l’apice negli anni Bulls. Arriva a sposarsi da solo in occasione dell’uscita della propria autobiografia ‘Bad as I wanna be’. In molti sostengono che nel triennio ’96-’97-’98 il ‘Verme’ arrivi ad essere più popolare di MJ stesso. Poi si spengono le luci. Di nuovo.

From left: Dennis Rodman, Scottie Pippen, Michael Jordan, Ron Harper and Toni Kukoc

LA CONFUSIONE, LE LACRIME, IL DITTATORE

Nell’intimo Rodman è spezzato, è un vaso rotto dai cocci dispersi chissà dove. Le parentesi in casa Lakers e Mavericks sono il manifesto di un uomo tornato ad essere senza bussola, senza direzioni e direttive.

“Non sono capace di amare”

Lo scenario familiare che tanto negativamente aveva segnato Rodman, viene riproposto da lui stesso. Snobba la prima figlia, nata ancora ai tempi di Detroit, snobba gli altri due figli nati a cavallo del 2000. L’amore è un enigma irrisolvibile per Rodman, un rompicapo che trova le giuste combinazioni solo in alcune apparizioni pubbliche. Interviste che mettono a nudo la sua sofferenza, le sue lacrime, la sua incapacità nel costruire un rapporto paterno reale, tangibile.

Piange Rodman. Lo fa spesso. Regala alle telecamere rimpianti e timori. Imbrigliato in un personaggio creato chissà come, in un riflesso di sé, voluto per compiacere il mondo esterno. C’è chi ironizza sul suo stato, chi deride i suoi discorsi deliranti in preda all’alcol, chi lo etichetta come relitto di un mondo pop ormai dimenticato.

Nel carosello relazionale e umano, il ‘Verme’ stringe un’amicizia con il dittatore Kim Jong-un. Un rapporto surreale, che vede l’ex 91 visitare Pyongyang più volte, vestendo i panni di autoproclamato diplomatico statunitense.

Rodman gioca anche un ruolo fondamentale nella liberazione di un prigioniero americano. A volte la realtà può superare la fantasia.

Dennis Rodman in: Bad As I Wanna Be
Dennis Rodman in 1997

L’ESSERE UMANO DENNIS RODMAN

Il suo discorso in occasione dell’ingresso nella Basketball Hall of Fame è un grido sincero, un’ammissione di colpevolezza. “Non sono stato un buon padre. Non sono stato un buon figlio”. Oggi Dennis Rodman sta provando a superare i suoi demoni, il suo passato: una battaglia vera, negli abissi della propria personalità. Sta provando a ricucire i rapporti con la madre e con i figli, sta provando a comprendere ed accettare il vero sé stesso.

Non ci è dato sapere se ci riuscirà, così come non ci è dato sapere chi sia, effettivamente, Dennis Rodman a 62 anni. Quello che ci è dato sapere è che il ‘Verme’ è sempre stato più di un rimbalzo, più di un capello colorato, più di Madonna.

Dennis Rodman è sempre stato un uomo solo e vessato dal mondo esterno, un individuo dalle potenti e dolorose tempeste interiori. Un essere umano come tutti noi. Più di tutti noi.

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Gianmarco Pacione

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KAPPA E IL FOOTBALL, L’ESTETICA RIMA CON PROGRESSO E INNOVAZIONE

Dalla prima, storica sponsorizzazione alla Juventus, alla tecnologia Kombat e al fashion contemporaneo: gli Omini che continuano ad ispirare il calcio

In una maglia da calcio confluiscono infiniti simboli e significati. Storia, marketing, cultura, fede. La carta d’identità di ogni squadra è un libro da scoprire stagione dopo stagione, un colorato compendio di pop culture, religione profana e crossover fashion che mai ha smesso di evolversi, così come d’ispirare fascino e reverenza. Sensazioni che si manifestano e propagano tra i corridoi della BasicGallery, dove ha sede un vero e proprio santuario calcistico, un colorato catalogo di tessuti e loghi in grado di tracciare la storia del fútbol moderno e, allo stesso tempo, di raccontare una connessione cruciale, quella tra le jersey e gli sponsor tecnici. Legame in cui Kappa ha giocato e continua a giocare un ruolo chiave, che abbiamo deciso di analizzare nel nostro secondo focus dedicato al rapporto simbiotico tra questo brand e l’immaginario sportivo.

Torino Football Club 2014-15

LA VECCHIA, NUOVA SIGNORA E L’INIZIO DI TUTTO

“Voglio sponsorizzarvi”. “Ci date voi i soldi o dobbiamo darveli noi?”. “Ve li diamo noi”. L’ingresso di Kappa nel mondo delle sponsorizzazioni calcistiche può essere riassunto in quella che oggi, a quasi mezzo secolo di distanza, assume le sembianze di una battuta da teatro dell’assurdo. Nel 1978, però, la connessione tra brand e società calcistiche era ancora agli albori, paralizzata in una fase dove nulla (o poco) era già accaduto e tutto doveva ancora venire.

In quel così vicino, eppure così lontano contesto storico, l’allora Amministratore Delegato del Maglificio Calzificio Torinese Maurizio Vitale organizza un meeting con Giampiero Boniperti, presidente e mito della Juventus. È qui che prende forma il surreale botta e risposta che cambierà per sempre la storia del calcio italiano, e di Kappa. Vitale, contagiato dal visionario istinto del suo Direttore Marketing Marco Boglione, propone ai vertici juventini di costituire una partnership con il brand-manifesto del Maglificio Calzificio Torinese: una proposta talmente avanguardista da risultare quasi inconcepibile per la società bianconera.

Fino a quel momento, difatti, la Federazione italiana (nello specifico l’ente Promocalcio) non aveva concesso l’inserimento di marchi commerciali sulle maglie, sabotando istantaneamente alcuni arcaici escamotage tentati da squadre come Udinese e Perugia.

Ma la stagione 1978-79 è quella della parziale apertura alle logiche di sponsorizzazione-visibile. La Federazione concede ai soli sponsor tecnici di apparire tra i colori societari. Kappa, sotto forma di Robe di Kappa, coglie l’opportunità e il 17 dicembre 1978 fa capolino per la prima volta sulla maglia della Juventus. Nasce così un glorioso rapporto destinato a durare 22 stagioni, 7 Scudetti, 7 coppe nazionali, 2 Champions League e 2 Coppe Uefa. Contemporaneamente si sblocca un nuovo livello estetico del calcio italiano, oltre a un’iconica connessione che vestirà Palloni d’Oro e artisti del calibro di ‘Pablito’ Rossi, ‘Le Roi’ Platini, Roberto Baggio, Zinédine Zidane e ‘Pinturicchio’ Del Piero.

Juventus Football Club 1980-81
Juventus Football Club 1997-98
Juventus Football Club 1997-98
Juventus Football Club 1999/2000
Juventus Football Club - Kappa gallery
Juventus Football Club 1982-83
BasicGallery - Juventus Football Club archive
Juventus Football Club training jersey from the 80s

DAGLI ICONICI ANNI ’80 AI DORATI ANNI ‘90

Da Torino al mondo. Vitale inizia il proprio viaggio calcistico sposando un’eccellenza della sua Torino come la ‘Vecchia Signora’, accompagnandola fino alla sua seconda stella e al raggiungimento di traguardi magici, ma spalanca presto gli orizzonti anche su altre evocative piazze italiane ed esotici epicentri calcistici internazionali. Alcuni esempi sono la Roma dell’allora centrocampista Carlo Ancelotti, l’Auxerre del giovane principe, in procinto di divenire ‘King’, Éric Cantona, e il nobile reame olandese dell’Ajax.

Il logo degli Omini diventa rapidamente sinonimo di successo, legandosi anche alla favola della Sampdoria e dei ‘Gemelli del Gol’ Vialli-Mancini, e al Milan degli ‘Immortali’, guidato a 2 Coppe dei Campioni dagli automatismi di Arrigo Sacchi e dalla strapotenza del trio olandese Van Basten-Gullit-Rijkard. Dopo aver inanellato una lunga serie di scelte vincenti, Kappa continua l’amplificazione della propria influenza calcistica lungo tutti gli anni ’90, spingendo sempre più in alto le proprie partnership e l’immaginazione di ogni design.

Se il Barcellona del ‘Fenomeno’ Ronaldo e Figo, l’Athletic Club di Bilbao e i suoi 100 anni di storia, e il Monaco del giovane binomio Henry-Trezeguet rappresentano tappe di meraviglia ed eccellenza sportiva nel decennio delle jersey oversize, squadre come il Betis di Siviglia dell’oracolo Denilson, il Porto di Sérgio Conceição e il Manchester City, ancora nella sua era proletaria, incarnano invece il desiderio del brand di andare oltre semplici matrimoni ai fini della vittoria sul campo. La creatività Kappa muta, difatti, la percezione delle maglie grazie a sinergie inattese e, proprio per questo motivo, particolarmente eclettiche.

Basti pensare ai ‘Bafana Bafana’, la Nazionale sudafricana abbracciata da Nelson Mandela verso il primo Mondiale nel ’98, e a maglie lucide che incuriosiscono il mondo. O ai ‘Reggae Boyz’ giamaicani, anch’essi all’esordio mondiale nell’edizione francese, e ai vibranti pattern che li accompagnano in quella spedizione. E ancora, a club dal fascino mistico come la Stella Rossa di Belgrado, il Panathinaikos e l’AEK di Atene, o il Vasco da Gama oltreoceano. Sta di fatto che, nei vorticosi anni ’90, Kappa disegna opera d’arte sotto forma di kit, arricchendole di dettagli talmente unici da risultare, ancora oggi, inconfondibili e indimenticabili.

Fútbol Club Barcelona 1996-97
Fußball Club St. Pauli 2001-02
Vintage Fc Barcelona commercial
Iranian National Team jersey x France ‘98
Jamaican National team jersey 2012
Stella Rossa di Belgrado 1997-98
Collezione Ambassador, Maradona
Real Betis Balompié 1998-99
AC Milan 1988-89
South African National team x Africa Cup '96
Unione Calcio Sampdoria 1988-89
Manchester City Football Club 1997-98
Jamaican National team 2012
FC Barcelona 1996-97

222 BANDA, GLI OMINI CAMBIANO LE REGOLE DEL CALCIO

In quest’affascinante finestra storica, l’influenza di Kappa muove fili che vanno ben oltre l’estetica da campo, arrivando a toccare e cambiare regolamentazioni istituzionali. Lo dimostra, per esempio, una campale battaglia combattuta fuori dal prato verde, quella legata alla 222 BANDA. La striscia di Omini ripetuti, applicata per la prima volta sulle divise olimpiche del Team USA per mezzo di un’incredibile partnership iniziata nel 1981, si trasferisce anche sulle maniche di alcune jersey calcistiche: su tutte, quelle di Juventus e Barcellona.

La UEFA vieta però al brand torinese di proseguire con questa soluzione di branding-artistico, appellandosi ad un regolamento che prevede l’utilizzo di una superficie massima di 20 centimetri quadrati per ogni sponsor sulla maglia: spazio relativo anche a maniche e fianchi. La 222 BANDA viene, di fatto, abolita dal football. Ma Kappa non accetta questa decisione e, dopo un lungo confronto con la UEFA giunto fino al 2004, riesce a cambiare le regole.

La maggiore istituzione calcistica europea viene valutata come colpevole di abuso di potere, e a tutti gli sponsor viene concessa la possibilità di stampare il proprio logo senza limitazioni, purché esso resti all’interno di fasce di 10 centimetri (poi ridotti a 8) e non superi i 20 centimetri quadrati di grandezza. La 222 BANDA cambia ancora una volta la percezione dello sport. Kappa cambia ancora una volta la percezione del calcio.

Grêmio Foot-Ball 2000-01

LA RIVOLUZIONE KOMBAT SI VESTE DI AZZURRO

La coda degli anni ’90 marchia un’altra pietra miliare nel rapporto tra l’identità Kappa e l’universo calcistico. A partire dal 1999, il logo degli Omini si fissa sul petto degli Azzurri: la massima espressione del pallone italiano. Per celebrare questa simbiosi tricolore, Kappa sblocca anche un nuovo capitolo del suo mito, presentando una rivoluzione in linea con il nuovo millennio: la Kombat jersey.

Il brand torinese, che nel decennio precedente aveva visto prendere le proprie redini da Marco Boglione, inaugura gli anni 2000 con un prodotto futuristico senza precedenti, in grado di mutare le prospettive della performance sportiva. Gli speciali materiali della Kombat garantiscono, difatti, un’elasticità che impatta totalmente il Beautiful Game, permettendo, da un lato, agli arbitri di valutare meglio ogni trattenuta e, dall’altro, ai giocatori di proseguire le singole azioni nonostante falli tattici o contatti frustranti. Grazie ai laboratori Kappa le maglie non sono più un ornamento, ora possono anche determinare il risultato di una partita.

Con la Kombat che inizia a popolare i campi di Serie A, Liga, Bundesliga e competizioni internazionali, mostrando una vestibilità e un’incisività sul gesto atletico senza precedenti, si apre un nuovo corso per lo studio e lo sviluppo di materiali tecnici-sportivi. Si spalanca, a tutti gli effetti, il sipario sul calcio contemporaneo, e sulle jersey contemporanee: simboli funzionali, capaci di mettere in rima bellezza, tradizione e avanzamento scientifico.

Nazionale italiana femminile
Roberto Baggio, l'Italia e Kappa
Kombat jersey
AS Roma 2002-03
Immagini d'archivio della Nazionale vestita Kappa
La tecnologia Kombat in azione
Momenti iconici del rapporto tra Kappa e il calcio

KAPPA FOOTBALL, TANTO CONTEMPORANEO, QUANTO ICONICO

Dopo il turning point della Kombat, Kappa ramifica ancora più la propria influenza sul vasto teatro calcistico, mantenendo, alimentando ed ampliando legami con club e nazionali di tutto il mondo, e assecondando il processo osmotico di avvicinamento tra passerelle fashion e prati verdi.

Alcuni esempi di quest’ultima, virtuosa transizione sono il crossover di fama globale tra SSC Napoli-Marcelo Burlon, o l'ormai longeva collaborazione con Leo Colacicco ed LC23, brand con cui gli Omini hanno già sviluppato svariate jersey dedicate alla Bari e alle unicità di questa sacra città calcistica pugliese. Pare quasi scontato, poi, menzionare il Venezia e la sua opera di stravolgimento del panorama calcistico ispirato al fashion, così come delle dinamiche fashion ispirate dall’elemento calcistico. Uscendo dai confini nazionali e trasferendosi in Francia, invece, continua sicuramente ad affascinare il link con l’anima sociale di Parigi, il Red Star, così come l’intreccio virtuoso con l’emergente brand di Digione Drôle de Monsieur, interamente votato all’esaltazione dell'anima del Principato e del suo AS Monaco.

Ciò che è certo, è che le jersey Kappa continuano a narrare un passato glorioso e ad assecondare un presente in costante cambiamento. Un cambiamento che, probabilmente, non sarebbe giunto senza la vision calcistica di questa realtà torinese. Un cambiamento che dura dal lontano 1978, e possiamo respirare, oltre che toccare con mano, nell’abbacinante archivio della BasicGallery. In una maglia confluiscono infiniti simboli e significati, dicevamo. Il simbolo e il significato di Kappa, però, resterà sempre al centro dello spartito calcistico. Per la sua rilevanza. Per il suo fascino. Per il suo inarrestabile progresso artistico e tecnologico. Lo stesso progresso che descriveremo all’interno del prossimo focus, interamente dedicato all’improbabile e leggendaria commistione d’intenti con il Team USA di Los Angeles ’84 e Seul ’88.

Aston Villa Football Club 2020-21
Torino Football Club 2014-15
SSC Napoli with Marcelo Burlon 2020-21 & Borussia Dortmund
SSC Bari with LC23 2021-22
Genoa Cricket and Football Club
Genoa Cricket and Football Club
Venezia Football Club

IL MITO ETERNO DELLA GIACCA VERDE

Scottie Scheffler ha vinto per la seconda volta l’Augusta Masters, indossando uno dei più preziosi e simbolici riconoscimenti sportivi

Tra il dolce abbraccio delle azalee in fiore, i pini maestosi e le fragili magnolie, i primi sussurri di aprile sono tornati a svelare un capitolo magico per gli appassionati di golf di tutto il mondo. Durante quattro giorni elegantemente stressanti e 72 buche di rarissimo valore, il terreno sacro dell'Augusta Masters Tournament ha celebrato, ancora una volta, la crème de la crème del golf internazionale, permettendole di danzare con il proprio epico destino.

Scottie Scheffler, 2024
Jon Rahm, 2023
Tiger Woods, 2019

Qui, nella Georgia, tra fairway santificati e green incontaminati, continuano a nascere leggende e a crollare i giganti. Qui, nel major più sublime, ogni massima impresa e minimo errore vengono cristallizzati per sempre negli annali sportivi. D’altronde il tempo ha insegnato che, all'interno dei confini consacrati dell’Augusta National Golf Club, i concorrenti si contendono non solo la vittoria, ma anche l'universalmente ambito abbraccio della ‘Giacca Verde’: simbolo trasversale d’immortalità golfistica, e non solo.

C’è chi associa questo luogo al Paradiso, chi ha dovuto bere rum per affrontare le sue pressioni, chi tra i suoi alberi secolari ha intravisto spiriti e fantasmi... Perché la ‘Giacca Verde’ e il logo Augusta delicatamente inciso sui suoi bottoni di ottone sono una testimonianza di tradizione, eccellenza e patrimonio che chiunque ha sognato, anche solo per un secondo, di poter toccare e indossare. Il valore di questo capo, realizzato in pura lana tropicale, trascende il mero valore monetario ed estetico, incarnando l'essenza del prestigio, e del mito.

Sergio Garcia, 2017
Dustin Johnson, 2020

Quest’anno un imperiale Scottie Scheffler è riuscito, per la seconda volta in carriera, a conquistare il major fondato nel 1934 e tutti i suoi intangibili significati. Scheffler non ha solamente messo in tasca un montepremi da capogiro (oltre 3 milioni di dollari), ma ha nuovamente ereditato lo splendore di un oggetto senza eguali e il peso della sua storia, sospesa nel tempo. “Non vieni all’Agusta per trovare il tuo Gioco. Vieni qui perché ne hai uno”, diceva il pioniere Gene Sarazen, e Scheffler ha dimostrato la grandezza del proprio Gioco, dominando le complessità cerebrali ed emotive di quello che, per molti, se non per tutti, è il torneo più arduo del mondo.

Poi, l’americano numero 1 del PGA Tour ha indossato la sua seconda ‘Giacca Verde’, commovendosi e confermando il suo status di socio onorario del club. Un passaggio elitario di consegne avvenuto, come da tradizione, per mezzo del vincitore della passata edizione, Jon Rahm, durante una delle più celebri e affascinanti cerimonie di premiazione. Questa galleria fotografica è un omaggio alla ‘Giacca Verde’ e al suo inestimabile prestigio.

Credits

IMAGO / ABACAPRESS / ZUMA Wire / Xinhua

Filippo Libenzi


La maestosa parata della Milano Marathon

Grazie ad ASICS abbiamo ritratto lo scintillante evento milanese e i runner che l’hanno popolato

Piazza del Duomo scintilla insieme alla sua dorata maestosità. Nella moderna eleganza di questa metropoli, impreziosita da un clima oltremodo primaverile, ondate di runner alternano la propria partenza, ipnotizzando schiere di spettatori con un moto ciclico, all’apparenza senza inizio e fine. Appassionati, curiosi e semplici passanti assistono ad un fiume in piena di gambe e braccia, una colorata celebrazione della più democratica disciplina sportiva, rappresentata in tutta la sua eterogeneità dalla Milano Marathon dei record. Non bastano i dati statistici, come gli 8545 iscritti singoli e gli oltre 4000 quartetti delle staffette, a definire la portata di un evento senza precedenti, in grado di certificare l’evoluzione del rapporto tra il running e il capoluogo lombardo: una connessione ascendente, sublimata anche dalla nutrita presenza di runner internazionali, professionisti e non, così come dalla funzionale estetica garantita da ASICS.

La nostra galleria d’immagini, prodotta in partnership proprio con il brand del ‘Anima Sana In Corpore Sano’, nonché sponsor tecnico della manifestazione, ritrae le vittorie tangibili del keniano Titus Kipkosgei, e dell’etiope Tigist Memuye, capaci di fermare rispettivamente il cronometro sulle 2h07’12” e 2h26’32”, ma anche, se non soprattutto, l’intangibile meraviglia di una parata atletica e comunitaria, punteggiata di larghi vialoni e vedute sforzesche, caleidoscopi umani e istantanee uniche, come un traguardo posto a pochi passi da Galleria Vittorio Emanuele. È un viaggio nell’essenza della Milano contemporanea, nel suo presente e futuro podistico, che descriviamo attraverso le nostre lenti.


LA STORIA INFINITA DI KAPPA

Dal Calzificio Torinese a Kappa, l’archivio storico di BasicNet schiude le sue porte, i suoi segreti e i suoi miti

Varcare la soglia del Basic Village di Torino equivale a inoltrarsi in un varco spazio-temporale. In questa vasta struttura che, prima di divenire epicentro pulsante della rete internazionale BasicNet, fu feudo del leggendario Maglificio Calzificio Torinese, cultura fashion, icone pop e immaginario atletico paiono intersecarsi senza sosta. Negli ampi spazi geometrici di quest’isolato urbano dedicato all’artigianalità, diapositive, cimeli, tessuti e aneddoti narrano di una galassia di brand tanto mitici, quanto trasversali: una fabbrica di sogni, ancora in piena attività, in grado di determinare il moderno flow sportivo, così come la sua estetica.

L’archivio di questo romanzo in progress, iniziato nell’Italia bellica del 1916 e ormai tradotto in innumerevoli lingue, è un caveau che si spalanca davanti ai nostri occhi, trovando nel suo brand-manifesto, Kappa, il più credibile spirito guida. Visioni e suggestioni, qui, fluttuano tra kit unici e celebri poster, tecnologia Apple e manifestazioni olimpiche. Mettono in rima medaglie e successi, ma anche nomi e cognomi indissolubilmente legati ad ogni teca preziosa, così come ad ogni scrivania operante. A partire da Maurizio Vitale e Marco Boglione.

La BasicGallery all’interno del BasicVillage

TRA GUERRE E INTUIZIONI, UN CALZIFICIO PER L’ITALIA

Il Basic Village è un microcosmo. E il big bang di questo microcosmo sposta le lancette indietro di un secolo, quando Abramo Vitale decide di seguire il ritmo dell’industrializzazione, avviando la propria attività di commercio di filati all’interno di una cascina, sotto il nome di Calzificio Torinese. Come inscritto nel nome stesso dell’azienda, le calze diventano il focus principale di Abramo Vitale, diffondendosi rapidamente su tutto il territorio nazionale. Il primo, enorme step nella parabola evolutiva aziendale avviene in occasione di un evento drammatico, lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale.

Lo stabilimento, passato nel frattempo sotto le direttive di Davide Vitale, nipote di Abramo, viene elevato a fornitore strategico dell’Esercito italiano, e comincia a produrre maglie marchiate, per la prima volta, dal simbolo dell’Aquila. Il contraltare di questa vertiginosa ascesa, però, è un chirurgico bombardamento americano che, nel 1943, rade al suolo l’intera struttura. Della cascina rimangono solo rovine, dei macchinari solo scheletri. Nonostante il complesso scenario sociopolitico e commerciale, la rilevanza nazionale del Calzificio porta comunque alla risurrezione dell’attività nel 1951, in piena ricostruzione postbellica.

Davide Vitale inaugura la nuova sede della propria azienda e, con essa, un nuovo corso impreziosito dalla fusione con la Manifattura Tessuti Maglierie, trasformando l’odierno Basic Village nel Maglificio Calzificio Torinese. L’ampliamento alla maglieria e la diversificazione produttiva confermano un percorso intrapreso, almeno in un primo momento, per pure esigenze belliche, e diffono il simbolo alato del Calzificio in un pubblico di massa.

Vedute del BasicVillage

K - UNA LETTERA PER LA STORIA

Lungo gli anni ’50 la sempre più corposa produzione di calze e maglie incontra uno snodo storico. È il 1956 quando alcuni clienti rispediscono a Torino uno stock dai tangibili errori di fabbricazione. La famiglia Vitale, preoccupata dal potenziale danno d’immagine, corre immediatamente ai ripari. Nasce così, un po’ figlia della necessità, un po’ figlia del genio, la lettera che cambierà per sempre la storia aziendale.

K-Kontroll. Le alte sfere dirigenziali intuiscono che la nuova credibilità aziendale deve passare dall’utilizzo di una sigla fittizia, di una parola in realtà inesistente, ma dal chiaro significato. K come sinonimo di controllo, del rigore qualitativo di ogni prodotto, di ogni dettaglio. K come il rispetto di standard che trascendono i confini nazionali, venendo addirittura associati al sistema tedesco, da sempre stereotipo di fiscalismo produttivo, teso alla perfezione. Il desiderio di salvaguardia dello status aziendale incrocia, quindi, il puro marketing. L’esito è semplicemente impressionante.

Nel 1958, anno in cui viene ufficialmente registrato il marchio Kappa, l’azienda è già divenuta leader nazionale nella produzione di calze e maglieria intima. Il Bel Paese vuole indossare la qualità e la meticolosità garantite da un monogramma. Tutti gli armadi delle case tricolori vengono così popolati da una lettera tanto distante dalla lingua dantesca, quanto rassicurante per la coscienza di ogni consumatore.

Le prime attestazioni del nome K-Kontroll e dell’iconico logo Kappa
La storia dei Kappa nei corridoi del BasicVillage

GLI OMINI K, UN LOGO LEGGENDARIO

Davanti all’apparente monopolio del mercato intimo nazionale, Maurizio Vitale, giovanissimo erede del Maglificio a fine anni ’60, decide di fondere il proprio istinto imprenditoriale alla profonda visione di un mondo in costante cambiamento, aprendo Kappa al lifestyle. L’epifania avviene davanti all’oggetto-simbolo della modernità, la TV, osservando un’intervista ad un’icona transgenerazionale, John Lennon. Vitale viene colpito da un capo, una giacca militare di un caduto del Vietnam, indossata dal più celebre dei Beatles.

Dopo quella visione, le maglie Kappa si tingono di verde e si arricchiscono di stemmi e simboli, permettendo al brand di affacciarsi ufficialmente sull’universo dell’abbigliamento informale. Manca però un ultimo step prima del definitivo cambiamento di rotta: l’ideazione di un logo dall’impatto trasversale. Tra i negativi di uno shooting fotografico dei costumi da bagno Beatrix, Vitale scorge in controluce le sagome di un ragazzo e di una ragazza. Sono nudi e seduti schiena contro schiena, con le gambe leggermente piegate e le braccia a sostenere i rispettivi volti. I loro profili speculari ammaliano ed ispirano il poco più che ventenne imprenditore, convincendolo.

All’alba degli anni ’70 Kappa associa la propria estetica al logo degli omini e aggiunge una specifica al proprio nome: Robe di. ‘Robe’, nel parlato torinese, è un semplice sinonimo di ‘cose’, ‘oggetti’. Questa duplice, epocale transizione catapulta Kappa e i suoi prodotti nell’immaginario della quotidianità italiana: un processo aiutato, anche, dalla genesi di quelli che diventeranno degli essenziali asset aziendali, la genialità comunicativa e pubblicitaria, e il rapporto con i piani più alti e rarefatti dell’immaginario sportivo. 

Lo shooting Beatrix che ha ispirato il logo Kappa
Vecchie sponsorizzazioni e campagne Kappa

D’INNOVAZIONE ED ESTETICA, LO SPORT E KAPPA

Dalla Juventus alla Nazionale Olimpica statunitense, passando per un imprinting tecnologico ispirato dalla visione Apple e da una sensibilità estetica in grado di marcare indissolubilmente gusti, tendenze e performance dello sport moderno. L’archivio BasicNet non è solo un viaggio nella maturazione di una realtà oggi estremamente composita, è un suggestivo tuffo in un vortice di personaggi e momenti chiave sportivi. È il progresso stilistico applicato a quello funzionale: dinamica virtuosa iniziata nei lontani anni ’80, presa per mano e sviluppata da Marco Boglione, e oggi ancora in corso.

Per questo abbiamo deciso di dedicare due focus all’infinito passo a due tra Kappa e l’elemento sportivo. Troverete questi capitolo qui, nelle prossime settimane, quando potrete immergervi in un piano sequenza di aneddotica e meraviglia sportiva plasmata da una singola, potente lettera, e da un indimenticabile logo.

La connessione tra i brand BasicNet e alcune celebrities mondiali, come le scarpe Sebago di Michael Jackson e i pantaloni Kappa della Spice Girl Mel C
Alcuni esempi delle trasversali sponsorizzazioni sportive Kappa

Facce da Marmöl

I volti e le testimonianze di chi celebra le sfumature dionisiache dell'universo Gravel

Il movimento Marmöl non ha nazione o forma precisa. Come il movimento Gravel. È un connubio di menti creative applicate al ciclismo e alla sua forma più romantica. Dove le cave del Marmo Botticino colorano ogni pedalata, la performance viene oscurata dall'estetica del territorio, dai suoi significati e dalla sua storia. Essere facce da Marmöl vuol dire essere amanti Gravel, certo, ma soprattutto esploratori contemporanei delle due ruote, viaggiatori pronti a scoprire, o a gustare nuovamente, le meraviglie di un luogo modellato dalla fantasia naturale, così come dal lavoro umano. Vuol dire preferire l'appagamento mentale, sociale e sensoriale all'effimero risultato. Vuol dire condividere dislivelli e dj-set, dando uguale peso ad entrambi. Ce lo confermano le parole e le suggestioni di alcuni protagonisti di Marmöl Gravel 2024.

Sami Sauri - Gravel explorer, founder of The W Collective

"È stata un'esperienza incredibile. Sarei stata per ore a guardare le cave. Marmöl ti dà la possibilità di vedere la meraviglia naturale modificata dalla presenza umana. E questo mix, qui, ha creato scorci pazzeschi. Non pensavo ci potesse essere così tanta gente. Ho incontrato amici che non vedevo da tantissimo tempo, perfino dei compagni di squadra di bike polo con cui giocavo a Padova 15 anni fa... Ho riso, sono stata bene e mi sono gustata la bellezza senza fretta: il perfetto chill domenicale. Eventi come questo non hanno la pressione della gara e possono semplicemente ispirare le persone. Per questo Marmöl è un format geniale. E per questo sono presenti tantissime ragazze, che qui possono comprendere il Gravel e migliorarsi edizione dopo edizione. Se il calendario me lo permetterà, tornerò sicuramente l'anno prossimo"

Omar Martinello - explorer, cyclist and hiking guide

"Sono un grande fan del mondo Gravel, perché trovo sia un perfetto punto d'incontro tra sport e stile. Ha un carattere preciso, ruvido, fatto di sentieri ed esplorazione, e sta coinvolgendo sempre più persone. Eventi come Marmöl mi permettono di scoprire nuovi e vecchi legami umani. Ogni volta sembra di tornare bambini e andare al campeggio estivo: sai che ti aspetteranno degli amici. Senza il concetto di community, il Gravel non sarebbe un fenomeno così unico. Marmöl è un format ideale per la condivisione di un'esperienza e perché combacia con il mio rapporto con il territorio. Sono un sostenitore delle esperienze a portata di mano, dal mio punto di vista sono le più belle. È la mia seconda partecipazione a Marmöl, ma di certo non sarà l'ultima. In fondo, bere vin brulé ai piedi di cave che sembrano cattedrali è un'esperienza fantastica"

Paolo Bettini - leggenda del ciclismo, GeoGravel Tuscany founder

"Da anni ho abbandonato il ciclismo agonistico e mi sono dedicato al Gravel. Ho fatto la mia carriera, anche abbastanza bene, ma ora il mio approccio alla bici è legato ai concetti di esplorazione e scoperta. Ed è sinonimo di Gravel. Ho corso tantissime volte in questo territorio, ma solo oggi ho avuto la possibilità di entrarci veramente dentro. Questa è la differenza tra ciclismo Gravel e tradizionale. La bici diventa un'opportunità di ritrovo, di festa collettiva. La transizione è stata facile, perché la bici per me è vita, ma soprattutto benessere. E scoprire pedalando ti fa stare bene. Gli eventi Gravel dovrebbero essere come Marmöl: gare non agonistiche in cui ci puoi sbagliare, perderti e orientarti, apprezzando ciò che ti circonda. Sto portando tutto questo anche nelle mie zone, in Toscana, con il progetto GeoGravel, ed essere qui mi aiuta a studiare, ad entrare completamente in simbiosi con un movimento che, fino a pochi anni fa, non avevo realmente compreso. Il connubio di festa, birre, panini, musica e meraviglia naturale rende il ciclismo un affascinante parco giochi. Io sto sviluppando quest'idea tra la costa etrusca e il Chianti: mi sono allenato sulle colline di casa per una vita, adesso amo farle scoprire ad altri"

Asja Paladin - ex ciclista pro, parte di Enough Collective

"Questa è la mia terza Marmöl. Ancora una volta sono qui con il mio collettivo, Enough. Dopo 20 anni di ciclismo agonistico, avere la possibilità di vedere tante persone che si divertono grazie al Gravel, di sentirle attorno a me, è semplicemente fantastico. Nel nostro gruppo siamo convinti che una bici sia abbastanza per rendere felice chiunque, e Marmöl conferma questo pensiero. Qui mi sento parte di Enough, ma anche di una community ben più grande. Il Gravel ha la forza di essere estremamente inclusivo, e sono entusiasta della folta partecipazione femminile... Tante ragazze, a volte, hanno solo paura di mettersi sulle due ruote: in realtà hanno solo bisogno della giusta chiave d'accesso per la cultura ciclistica. Il Gravel ed eventi come Marmöl giocano un ruolo fondamentale per cambiare le loro prospettive. Parlando del territorio, poi, spesso viaggiamo distante per scoprire cose, ma vicino a noi abbiamo luoghi altrettanto interessanti. Ecco perché giornate come queste sono una grande vittoria per il movimento"

Carlo Donadoni – Global Marketing Manager 3T

"3T supporta Marmöl dalle sue origini. E io ho avuto la fortuna di partecipare a partire dalla prima edizione. All'epoca ricordo di aver portato una macchina del caffè e di averli fatti per tutti. Oggi i numeri sono cresciuti vertiginosamente, ma la giocosità e, soprattutto, la qualità dell'evento non ne hanno risentito, anzi, progrediscono ogni edizione. 3T ha iniziato a produrre bici nel 2016 e abbiamo deciso di concentrarci su eventi 'grassroots', costruiti dalle e attraverso le community, evitando sponsorizzazioni a team pro. Eventi come Marmöl combaciano con la nostra filosofia e con il nostro posizionamento alternativo. Il suo successo ci gratifica. Abito a Bergamo, qui vicino, eppure non avevo mai visitato queste zone affascinanti. Radunare così tante persone qui e far scoprire loro le cave, divertendosi, è meraviglioso"

Dino Lanzaretti - extreme cyclist/traveler, trip creator

"Marmöl è oggettivamente qualcosa di unico. In passato mi è capitato di vedere immagini di cave su riviste o documentari, ma pedalare qui è stato bellissimo. Puoi osservare il disarmante impatto dell'essere umano sulla natura: un'impronta che in questa valle è estremamente affascinante. Le montagne solcate da queste lastre bianche, stratificate, mi hanno fatto pensare ad una vasta opera d'arte. Devo essere onesto, stanno nascendo tantissimi eventi Gravel, ma questo è uno dei pochi che continua a durare e crescere nel tempo. Marmöl coinvolge le persone giuste e offre tracce fruibili da tutti: questa formula è perfetta. Ho sempre pedalato per dirigermi verso un luogo. Qui, invece, ho pedalato per tornare nello stesso luogo, e mi è piaciuto. Mentre salivo tra le cave ho riflettuto su come sarebbe bello partire per primi e arrivare per ultimi, incontrando e parlando con tutte le persone... Questo è il primo approccio ideale ad una forma di ciclismo che poi può evolversi in esperienze più dure e difficili. È essenziale, e porterò con me tanta gente nelle prossime edizioni"


Vivere Marmöl è vivere il Gravel

Marmöl 2024 è l'ultima evoluzione di una celebrazione Gravel unica

Polvere. Cave. Luce. La celebrazione ciclistica di Marmöl Gravel è tornata, insieme alle sue caratteristiche uniche. Siamo a Brescia, siamo nella patria del marmo Botticino. Siamo dove tempi e ritmi smettono di essere essenziali, facendo spazio alla condivisione della bellezza, e dell'esperienza. Tra queste pietre dalle infinite sfumature, su queste tracce in grado di unire fantasia naturale e lavoro umano, il Gravel risplende nella sua accezione più pura e conviviale.

Il Museo della Mille Miglia, luogo mistico della storia automobilistica italiana e internazionale, è il perfetto epicentro per questa edizione Marmöl e per le sue evoluzioni. Un simbolico punto di partenza e d'arrivo che, in qualche modo, definisce l'essenza dell'evento stesso: un'epica a portata di tutti, un viaggio individuale e collettivo che, inevitabilmente, viene sublimato dai connotati e dalla morfologia di scorci ipnotici.

In una tiepida domenica mattina, sono quasi 600 i ciclisti iscritti. Il doppio rispetto alla passata edizione. Alcuni giungono da dietro l'angolo, altri si sono messi alla guida all'alba per essere qui. Tutti, tra i fumi del caffè, s'imbarcano in un'epopea sorridente, divisa in due tracce da 80 / 60 km. Le statistiche, però, contano relativamente. Sono un mero dato che svanisce di fronte ai click delle macchine fotografiche e degli occhi di una community che vuole festeggiare sé stessa, le proprie sensibilità creative, e un'eclettica, rilassata visione comune. Come spiega l'organizzatore Niccolò Varanini.

"Quando ho iniziato ad organizzare Marmöl, non mi sarei mai immaginato che si sarebbe potuta evolvere così. Sapevo che c'era del potenziale, ma poi le cose si sviluppano in maniera imprevedibile, come i figli. E per me Marmöl è un figlio. Quest'anno siamo partiti dal Museo della Mille Miglia, è stata sicuramente una scelta organizzativa, ma credo sia importante far conoscere la mia città e i suoi luoghi più iconici ai partecipanti Marmöl. Non voglio che le cave e i percorsi siano distaccati da Brescia. Poi è bellissimo dire "Partiamo dal Museo della Mille Miglia", la Freccia Rossa non ha mai smesso di suscitare fascino. Al momento Marmöl è un evento italiano, siamo orgogliosi di essere diventati un punto di riferimento per il movimento Gravel del nostro Paese. Duecento persone circa non sono venute perché avevamo finito i posti, l'anno prossimo cercheremo di aumentare i numeri, senza snaturare la nostra attenzione ai dettagli. In futuro potremmo prevedere un'ulteriore evoluzione in un evento internazionale... Non si sa mai!" 


White Turf, la nobiltà ippica nel fascino di St. Moritz

La celebre gara ippica White Turf descritta dalle nostre lenti

l fascino di St. Moritz e dei suoi scenari è senza tempo. In una delle mete turistiche più desiderate dal mondo, ogni anno, dal lontano 1907, prende forma un evento sportivo unico, in grado di unire la maestosa bellezza cinetica dei cavalli, con il brivido della gara e l'imprevedibilità della neve. È il White Turf, un ghiacciato gran gala dell'ippica internazionale organizzato dal St. Moritz Racing Club, un bianco ippodromo naturale dove lusso, velocità e jet-set si fondono. La nostra galleria fotografica di questo appuntamento della nobiltà ippica, è accompagnato dalle testimonianze del fantino svizzero Tim Bürgin, e del proprietario della scuderia tedesca Rennstall Recke, Christian Freiherr von der Recke.

Tim Bürgin - Professional horse jockey

"Mio padre era un fantino non professionista. Sono cresciuto guardando gare e a 8 anni ho iniziato a cavalcare cavalli normali. Alcuni anni dopo mi sono trasferito dalla Svizzera a Parigi, per un periodo di apprendistato in una scuderia. D'altronde si sa che Francia, Italia e Inghilterra sono gli epicentri dell'ippica europea. Nel 2011 ho esordito come fantino e ho corso per la prima volta qui, al White Turf, nel 2012. È un luogo speciale, non sai mai cosa aspettarti. C'è sempre tanto pubblico, un clamore unico, e tutti sappiamo che è un onore correre su queste piste. L'atmosfera è bellissima, fantini e cavalli vivono sensazioni irripetibili. I risultati sono un'enigma, perché le reazioni dei cavalli a questo terreno sono imprevedibili. Chi è più veloce nelle gare regolari non è detto che lo sia anche qui. Il ritmo è alto e la tattica è decisamente inferiore rispetto alle altre gare.”

Andrea Furger drone shot

Christian Freiherr von der Recke - Allenatore/Proprietario della scuderia Rennstall Recke

"Il White Turf vive in una location senza eguali. Ogni tanto devo darmi dei pizzicotti per realizzare dove sono. Sono stato qui, a St. Moritz, solo pochi mesi fa. Era estate e si poteva nuotare nel lago, c'erano dei vogatori e all'esterno dell'acqua stavano correndo una mezza maratona. Ora è tutto ghiacciato, anche sugli spalti. Alleno i miei cavalli seguendo le loro richieste. Ogni mattina mi sveglio e parlo con loro, capisco cosa preferiscono fare. Queste piste possono far paura ad alcuni cavalli, soprattutto quelli inesperti, per questo bisogna conoscerli a fondo. Anche se puoi scoprire solo qui se un cavallo vuole o meno correre sulla neve. È difficilissimo scegliere il giusto fantino per il giusto cavallo, e per la giusta gara. Per questo vincere una gara è così complesso, ed è sempre un piacere vincerne una. I miei cavalli ne hanno vinte 2200, ma ho perso 9000 volte. Un successo ogni quattro gare. Per questo la sensazione di vittoria è sempre fantastica, soprattutto qui"


Marmöl, una celebrazione gravel

Anche quest’anno saremo Media Partner di Marmöl Gravel

Marmöl è una celebrazione del ciclismo gravel dionisiaco. È la scoperta del territorio estrattivo del marmo Botticino, un’esperienza individuale e collettiva in una magica zona bresciana, dove cave e natura si uniscono a consapevoli pedalate. Marmöl non è una gara, è un evento dove l’esplorazione delle connessioni umane, di paesaggi sottovalutati e della semplice convivialità valgono molto più di tempi e risultati. Anche quest’anno saremo Media Partner di Marmöl Gravel, e il 25 febbraio ritrarremo i suoi protagonisti e i suoi significati. Per il momento potete osservare la galleria della passata edizione e leggere alcune testimonianze qui. Se volete scoprire qualcosa in più di questo evento, invece, visitate il sito Marmöl.


I colori della Coppa d’Africa

La Coppa d'Africa è sinonimo di passione, tifosi e creatività

"L'Africa è uno stato mentale. Io lavoro in Europa, ma sogno in Africa", raccontava uno dei più grandi calciatori della storia moderna, il camerunese Samuel Eto'o. recounted one of the greatest footballers in modern history, Cameroonian Samuel Eto’o.

L'unico, inconfondibile stato mentale africano emerge agli occhi di tutti durante una manifestazione unificatrice come la Coppa delle Nazioni Africane (AFCON). Se da un lato la Coppa d'Africa viene vissuta come un'esotica e quasi sconosciuta parentesi calcistica, dall'altro questo evento sprigiona l'essenza, la magia e, perché no, le sfumature esoteriche di un intero continente.

La Costa d'Avorio è la patria dell'attuale AFCON e l'ennesima vetrina per un sogno calcistico fatto di colorata passione e distintiva creatività. Questa galleria d'immagini non celebra calciatori-star, ma i co-protagonisti di questa competizione continentale: i tifosi delle varie Nazionali e la loro eclettica passione.

Credits

IMAGO / ZUMA Wire / Samuello Sports Images Gh / Osodi Emmanuel / Shengolpixs