Marmöl, una celebrazione gravel

Anche quest’anno saremo Media Partner di Marmöl Gravel

Marmöl è una celebrazione del ciclismo gravel dionisiaco. È la scoperta del territorio estrattivo del marmo Botticino, un’esperienza individuale e collettiva in una magica zona bresciana, dove cave e natura si uniscono a consapevoli pedalate. Marmöl non è una gara, è un evento dove l’esplorazione delle connessioni umane, di paesaggi sottovalutati e della semplice convivialità valgono molto più di tempi e risultati. Anche quest’anno saremo Media Partner di Marmöl Gravel, e il 25 febbraio ritrarremo i suoi protagonisti e i suoi significati. Per il momento potete osservare la galleria della passata edizione e leggere alcune testimonianze qui. Se volete scoprire qualcosa in più di questo evento, invece, visitate il sito Marmöl.


I colori della Coppa d’Africa

La Coppa d'Africa è sinonimo di passione, tifosi e creatività

"L'Africa è uno stato mentale. Io lavoro in Europa, ma sogno in Africa", raccontava uno dei più grandi calciatori della storia moderna, il camerunese Samuel Eto'o. recounted one of the greatest footballers in modern history, Cameroonian Samuel Eto’o.

L'unico, inconfondibile stato mentale africano emerge agli occhi di tutti durante una manifestazione unificatrice come la Coppa delle Nazioni Africane (AFCON). Se da un lato la Coppa d'Africa viene vissuta come un'esotica e quasi sconosciuta parentesi calcistica, dall'altro questo evento sprigiona l'essenza, la magia e, perché no, le sfumature esoteriche di un intero continente.

La Costa d'Avorio è la patria dell'attuale AFCON e l'ennesima vetrina per un sogno calcistico fatto di colorata passione e distintiva creatività. Questa galleria d'immagini non celebra calciatori-star, ma i co-protagonisti di questa competizione continentale: i tifosi delle varie Nazionali e la loro eclettica passione.

Credits

IMAGO / ZUMA Wire / Samuello Sports Images Gh / Osodi Emmanuel / Shengolpixs


Sfumature di Australian Open

La lente di Chris Caporaso ci guida tra i dettagli e le vibrazioni dello Slam australiano

Amo l'Australia per quello che è, e amo la sua gente. In un certo senso è come se fosse la casa del tennis”. Parole di Roger Federer. L’Australian Open ha le proprie peculiarità, la propria anima. Un DNA che riecheggia delle tipiche caratteristiche Aussie, rivelandosi in ogni scorcio tennistico, in ogni visione architettonica, in ogni volto sugli spalti. Il blu australiano è rapido ma calmo, esotico ma tradizionale. Ha il sapore di un Paese e della sua capitale culturale, Melbourne, la ‘Città Giardino’ che ha originato ed evoluto le più progressiste correnti artistiche di un intero continente. Così distante, eppure così vicino. La galleria di Chris Caporaso mostra la bellezza di questo evento, dell’epicentro tennistico oceaniano, calandoci nella sua intimità, nel suo atipico, affascinante linguaggio visivo.


La New Wave del Golf, il Vibez Golf Club

Nel Vibez Golf Club il progresso rima con par, nuove generazioni e stile

Jordan ai piedi, tatuaggi, dread, musica hip hop e golf: molti potrebbero pensare che questa combinazione sia strana, ma il Vibez Golf Club (VGC) sta cambiando qualsiasi percezione legata ad una delle discipline più elitarie della storia sportiva. Questo gruppo, composto da membri provenienti da tutti gli Stati Uniti, ha l'obiettivo di portare il golf nelle comunità che storicamente sono state escluse da green e buche. I co-fondatori, tra cui stelle della NFL come Melvin Gordon e Dare Ogunbowale, vedono il golf anche come un veicolo di opportunità per le prossime generazioni; vogliono che a tutti i ragazzi, anche quelli dei complessi quartieri dove sono cresciuti, venga concesso di praticare questa disciplina, proprio come accade nel caso di football e basket. Ma soprattutto, come dice un altro co-fondatore, Noe Vital, vogliono che chiunque possa "entrare in campo come sé stesso e uscirne rimanendo sé stesso".

Photo credits:

Credits MT Kosobucki

@vibezgolfclub 

vibezgolfclub.com 


Visioni e prospettive sull’esperienza The Speed Project

I protagonisti della speciale edizione cilena del The Speed Project raccontano l’unione tra running e partecipazione radicale

Ciò che il deserto prende, il deserto restituisce, scriveva la penna di James Rollins. Ciò che il The Speed Project prende, il The Speed Project restituisce, rivelano le voci dei suoi protagonisti, che raggiungiamo a continenti di distanza. I loro sono flussi di coscienza, più che risposte, che ci travolgono dalle principali metropoli del mondo: vorticosi centri urbani che questi avventurieri del running hanno deciso di abbandonare per volare in Cile, nel deserto dell’Atacama, dove hanno donato le proprie gambe e le proprie anime alla natura sudamericana. Le riflessioni che ci regalano snobbano personal best e posizioni raggiunte sul traguardo finale del The Speed Project, raccontano piuttosto di una sfida individuale che si trasforma in esperienza collettiva, in chilometri percorsi in una meraviglia naturale sospesa nel tempo e nello spazio. Sono diapositive di un’ultrarun che non mette in competizione, ma che unisce culture e coscienze. Sono l’essenza della radicale partecipazione del The Speed Project.

Max Keith – Chilean mountain runner

L’idea di questa speciale edizione in Cile è nata durante la pandemia: quando Nils ha proposto un TSP decentralizzato, sparso in tutto il mondo per le restrizioni dei singoli Paesi, io e alcuni miei amici abbiamo decise di affrontare un deserto che conosco bene dalla mia infanzia. All’epoca era stato creato anche un contest fotografico, che un mio compagno di viaggio ha vinto. Così, in una delle seguenti edizioni TSP a Las Vegas ho avvicinato Nils e gli ho proposto di fare qualcosa in un luogo meraviglioso come l’Atacama. Dopo mesi di call e organizzazione Nils ha deciso di provare: non l’avrei mai immaginato. Una decina d’anni fa ho visto sui social il primo video dello Speed Project, fare fast forward ad oggi, a quest’ultima edizione, mi emoziona. Ci hanno raggiunto runner di tutto il mondo, persone che non erano mai state in Cile o in Sudamerica... È stata un’avventura e io, in quanto local, sentivo la responsabilità di facilitare la loro permanenza e il loro viaggio. È semplicemente folle come il running, lo sport che tutti amiamo, possa permetterti di vivere esperienze simili: sarà un cliché, ma il running non significa movimento e fatica, significa community. E parlando di community, penso che questo TSP sia stato uno dei primi essenziali step per evolvere la situazione cilena. Grazie a TSP-Atacama i miei connazionali possono comprendere che esiste ben altro oltre alle maratone e alle corse tradizionali. Il running unisce le persone. Non conta quanto vai forte, ma ciò che vivi e quanto riesci ad essere soddisfatto di te stesso. Durante quest’esperienza ogni alba era un highlight, regalava un’energia unica. Alle 6 di mattina il sole arrivava dalle montagne, dalla catena delle Ande, che ci ha accompagnato per lunghi tratti con le sue vette di 6mila metri. A distanza di qualche settimana, però, nella mia mente è ancora chiaro anche un altro tipo d’immagine, meno naturale: sono i segni sulle strade, che segnalano ogni 100 metri. Ricordo di aver corso a lungo con la testa bassa, soprattutto nei tratti più duri, guardando questi numeri scritti a terra. Mi sono fatto anche un tatuaggio a tema per ricordare uno di quei momenti. Corro da 12 anni e per molto tempo ho avuto una mentalità da gara. Poi, anche grazie al TSP, ho capito che il running è un modo per conoscere persone e scoprire il mondo. Non ho mai praticato sport di squadra, ma grazie allo Speed Project ho anche avuto modo di fare una gara in gruppo per la prima volta nella mia vita. E mi ha aperto gli occhi, mi ha cambiato, facendomi capire che la corsa, prima di tutto, va gustata.

Claudio – Chilean tattoo artist, creative and runner

TSP non è una gara, è un’esperienza dove tutto ruota attorno al concetto di community. Quando ho sentito che stava arrivando nel deserto cileno, ho pensato che fosse fantastico. In Cile abbiamo persone splendide, che erano estasiate di ricevere runner e crew di tutto il mondo. Il running è un ponte tra culture, esseri umani e prospettive differenti, può permetterci di costruire un mondo migliore. Non si tratta di capire la cultura del running, ma di accettarla ed essere semplicemente grati. TSP esalta tutto ciò, è un portale dimensionale che aiuta la connessione tra persone, è un viaggio dentro di te, un salto nel vuoto che ti rende felice. Quando ti ritrovi a correre nel mezzo di un deserto, come quello dell’Atacama, tutto può sembrare fisico, ma non riguarda il corpo: c’è una componente spirituale totalizzante. Il deserto permette di scoprire te stesso. Non ti fornisce una risposta, ma ti fa comprendere qual è la vera domanda dentro di te. Di questa speciale edizione dello Speed Project ricordo la luna piena dietro di noi, il vento e la terra che accompagnano il nostro ritmo... Come fai a non sentirti benedetto in quegli istanti? Vivere tutto questo nel mio Cile, poi, è stato fantastico. Ho ringraziato tutte le persone che hanno comprato biglietti aerei e hanno viaggiato solo per raggiungere quest’ultimo angolo del mondo. È stato un momento fondamentale per la running cluture del mio Paese, credo abbia ispirato molti miei connazionali, e sono onorato di aver avuto la possibilità di creare le medaglie per questo storico evento. Quando le ho disegnate non ho pensato al concetto di vittoria, ho voluto che ogni runner avesse un protettore per sé. In fondo l’anima è la nostra guida, nella cultura ispanica, specie dopo il processo di colonizzazione, abbiamo infinite forme di protezione che comunicano l’importanza e le responsabilità insite in ogni decisione. Ho voluto che questa medaglia, e questa protezione, si posizionassero sull’area del timo, vicino al cuore, zona-fulcro di tutte le nostre emozioni. Dopo aver vissuto questa meravigliosa celebrazione del running, spero che il TSP possa trovare sempre più patrie. Giappone, Russia, Guatemala... Non importa dove, basterà vivere nuovamente quest’esperienza.

Alex Roudayna – Mexican psychologist and ultrarunner

Non stavo pianificando di partecipare a quest’edizione del TSP. Quando si è palesata l’opportunità, però, ho deciso di vivere quest’avventura. Non ero mai stata in Cile. Correre da sola nel deserto dell’Atacama è stato rilassante, non ho mai percepito la pesantezza dello sforzo o la solitudine. In quei luoghi sembra che la gravità funzioni diversamente. Mi sono gustata ogni singolo passo lungo la strada, quando sono arrivata al traguardo di Cruz Papal per un attimo mi sono anche vista dall’esterno... Ho assaporato ogni secondo di quest’esperienza. Nella vita quotidiana si pensano a tante cose senza senso, il running ti permette invece di concentrarti su ciò che conta per davvero: ti connette a te stesso, a ciò che ti circonda, ad altre persone. Mi aiuta costantemente a crescere come persona, a conoscermi meglio: è là fuori che togli la maschera sociale e affronti chi sei veramente... Essere un ribelle non è andare contro la legge, è provare ad essere migliori nei confronti di sé stessi, capire cosa si possa portare al mondo, arricchirlo, e lo Speed Project è un outlet perfetto per questo processo. Negli anni il running mi ha permesso di crescere moltissimo: all’inizio volevo solo vincere e conquistare podi, poi mi sono resa conto di quanto fossero obiettivi vuoti. Ora è il viaggio che mi fa sentire realizzata, non il successo. Ogni fine si trasforma così in un nuovo inizio, dando vita ad un ciclo senza fine. E ogni avversario smette di essere un nemico, diventando qualcuno che ti aiuta a migliorare. Questa filosofia ti permette di essere felice, di annullare l’ansia: il TSP mi ha aiutato a maturare questi pensieri, a cambiare le mie prospettive e a condividerle.

Jarick Walker – Runner and Speed Project host

Giocavo a football. E quando sei un giocatore di football vedi il running come una punizione. Poi ho iniziato a lavorare per Nike e per puro caso mi sono ritrovato a fare uno speech ispirazionale per il loro running club di Boston. Non volevo unirmi alla loro run, ma quel gruppo mi ha eccitato e così ho iniziato a correre al loro fianco. Ovviamente quella prima volta sono partito sprintando e poco dopo non ne avevo più... Da quel momento, però, la mia vita è cambiata. Prima ho aiutato a costruire una community nella mia città, poi mi sono spostato a Los Angeles, dove il running è stata la chiave d’accesso per entrare in una nuova dimensione sociale e per progredire a livello professionale. Conosco Nils da molti anni per questioni lavorative, ma ho realmente compreso cosa fosse lo Speed Project intervistandolo in un podcast. È stata una conversazione meravigliosa e lui, dopo poco tempo, mi ha chiesto di diventare l’host dell’evento. Come host voglio condividere le energie positive del TSP, voglio celebrare uno sport che, semplicemente mettendo un piede davanti all’altro, può permettere di conoscere persone e culture inimmaginabili. È così eccitante e, contemporaneamente, mi fa sentire una grossa responsabilità. Sono grato di essere in questa posizione. Per me si tratta sempre di community e il TSP mi ha fatto stringere legami con runner e crew di tutto il mondo. In Cile c’erano serbi, francesi, messicani, canadesi, tedeschi e tanti altri... È speciale condividere un’esperienza come il TSP con così tanti esseri umani diversi tra loro: m’influenza in modi che non riesco nemmeno a descrivere. Quando viaggio, riesco a scoprire le città attraverso le persone che incontro grazie al running: correre ti porta a maturare nuove prospettive, ad avere amici sparsi ovunque, a sentirti a casa perfino in Cile. L’Atacama è stata un’epifania, ho ancora i brividi pensando alla gente del posto che ho avuto la fortuna di conoscere. Mi hanno soprannominato ‘Chocolate’, abbiamo scherzato tutto il tempo, e durante la gara ho ammirato la bellezza di un Paese unico. Non avevo mai visto dei vulcani, così come un cielo interamente stellato, e le dune di sabbia mi hanno fatto sentire così piccolo... A volte non mi sentivo sulla Terra. Volevo condividere tutto questo con chi non era lì insieme a noi, rispettare la cultura cilena e spingere le persone a visitare questo Paese. Tornerò sicuramente qui con mia moglie e i miei figli, raccontando questa fantastica storia.

Lena Sophie Anders – German designer and runner

Quando sei là fuori, nel mezzo del TSP, c’è una serie di sensazioni che non ti fa preoccupare del passato e del futuro. Se arrivi a questo evento con un cuore aperto e un’agenda libera, il deserto ti fa sentire veramente presente, pura. È difficile tradurlo in parole. Tutto quello che devi fare è fidarti di te stessa e delle persone che sono al tuo fianco. Corro da quando ho 14 anni e oggi il running è fondamentale per gestire lo stress e darmi equilibrio. Ho partecipato a varie edizioni dello Speed Project e solo con il tempo ho iniziato a riflettere e comprendere il significato di questo evento, ora so come mettere da parte la logica e vivere il momento: in fondo non importa a nulla infrangere il proprio pb o arrivare primi in classifica, conta condividere un’esperienza con persone unite da un legame invisibile. Il TSP-ATA è stato il manifesto di questi concetti, uno spazio sicuro dove potersi aprire con esseri umani che mi potevano comprendere. C’è un trait d’union tra il TSP e la creatività, il mio ambito professionale. Per aprirti realmente e essere in grado di mostrare tutte le tue sfaccettature è necessario avere uno spazio attorno a te dove ti senti bene, non giudicata. Con il piccolo gruppo di TSP-ATA ho percepito un’incredibile connessione mentale ed emotiva, che mi ha fatto sperare di circondarmi di altre persone simili in futuro: esseri umani che possano permettermi di esprimere appieno me stessa e la mia creatività. Nel deserto cileno ho vissuto attimi intensi, che sto ancora processando, ma che attendevo di rivivere dallo scorso marzo, quando ho corso tra Los Angeles e Las Vegas. Dopo quell’edizione ho fatto fatica a rientrare nella vita di tutti i giorni, nella ruota da criceto della quotidianità. Così, quando Nils mi ha proposto di andare in Cile ho detto subito di sì, nonostante l’assenza di compagni di squadra. Alla fine, 5 persone si sono fidate di me, e insieme a loro ho gustato albe, tramonti e lune piene sudamericane. Nei mesi precedenti a quest’avventura ho anche avuto un piccolo incidente che mi ha messo in pausa, e fatto riflettere, ma ho comunque deciso di volare oltreoceano: il running ha questo effetto su di me, mi fa sentire forte e coraggiosa. Ho vissuto un’esperienza magica e trasformativa insieme ai compagni di squadra del Team Marshmellow: abbiamo provato a ricordarci sempre del perché fossimo lì, incitando e tifando le altre squadre durante il percorso. Ho avuto sempre la sensazione di non essere sola. E non vedo l’ora di riviverla.

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Kata Ulloa

Testi di

Gianmarco Pacione


Esplora e l’intensità del Nepal

Il Team Esplora tira le somme della propria avventura nepalese, supportata da Briko

Terra di sapienza, terra di pace, pianure, colline, montagne. Cita così uno dei versi centrali dell’inno nazionale nepalese, composto dall’ispirazione letteraria del poeta Byakul Maila. Gli fanno eco i pensieri di Marco Ricci e Davide Ciarletta, i due membri del Team Esplora appena rientrati da una lunga immersione ciclistica nel mistico Paese orientale. Questo viaggio tra giganti montuosi, dolorosi terremoti ed esseri umani illuminati non può essere riassunto mediante meri dati statistici, fanno comprendere entrambi, deve, invece, essere comunicato attraverso immagini e sensazioni, gesti ed epifanie. Giunti al traguardo del rientro da questo itinerario esperienziale, interamente supportato da Briko, Marco e Davide hanno condiviso le diapositive più significative delle ultime settimane, provando a farci comprendere il valore tangibile e intangibile di una traversata nel cuore del Nepal: suggestioni che abbiamo deciso di trattare come una galleria tematica, come un flusso di coscienza costantemente ispirato dai cinque elementi che abbracciano l’universo. 

INCONTRI

“Vedere sorgere il sole a poca distanza dal Thorong La è un’immagine indimenticabile. Ci siamo svegliati alle 2 di mattina, eravamo sui 4800 metri e dovevamo raggiungere i 5416 metri del passo. Volevamo arrivarci in concomitanza con l’alba. Per ore abbiamo pedalato al buio, a -15 gradi. Eravamo nel mezzo del Nepal, sotto un cielo interamente stellato: avevamo sognato quel momento lungo tutti i mesi di organizzazione, viverlo è stato davvero intenso. Un altro momento suggestivo è stato l’incontro con l’Himalaya, arrivavamo da un paio di settimane di pedalate collinari o nella giungla, dove tutto era verde... Improvvisamente abbiamo visto questo gigante bianco. Era il nostro obiettivo, è stato un importante momento di realizzazione, di consapevolezza, e uno snodo cruciale all’interno del viaggio”

“I bambini negli asili nido, gli sherpa e i portatori, esseri mitologici che trasportano beni di prima necessità nei rifugi d’alta quota, sono stati tutti incontri speciali. Abbiamo anche esplorato l’aspetto spirituale, grazie ai monaci tibetani: figure straordinarie, che trasmettono con un sorriso il loro stato di pace continua. Siamo stati ospiti di famiglie molto povere, tutti ci hanno fatto dormire e mangiare come se fossero degli amici di lunga data. In alcuni casi, in realtà, eravamo i primi occidentali che incontravano. Abbiamo persino aiutato un bambino ad andare in bagno. Aveva 2-3 anni, ed era il più giovane di una famiglia estremamente povera, che ci ha accolto senza esitare. L’abbiamo accompagnato lungo un sentiero esterno, che era solito percorrere autonomamente, anche di notte, e l’abbiamo assistito. Sembra uno scontato scambio umano, ma per noi ha rappresentato molto di più” 

PAURE

“Andare in Nepal equivale a calarsi in un’altra dimensione. Tutti vivono in comunità e si spendono per farti stare bene. Questa cosa ha, di fatto, annullato i nostri timori: sapevamo che avremmo sempre trovato qualcuno pronto ad aiutarci. Il Paese è pervaso da uno stato d’armonia che ci faceva sentire al sicuro, senza rischi... Il concetto religioso di karma, d’altronde, è molto importante in Nepal, fondamentalmente impedisce di compiere azioni contro la morale. Siamo sempre stati accolti e salutati da rituali e benedizioni, abbiamo sempre lasciato le bici slegate e, soprattutto, abbiamo abbracciato l’incertezza che siamo stati costretti fronteggiare. L’unica vera paura è stata quella dei terremoti: all’inizio del viaggio c’è stato un episodio sismico che, purtroppo, ha causato quasi 200 vittime... Nei giorni seguenti abbiamo cercato di dormire in tenda o in luoghi che ci potessero dare maggiori sicurezze, ma è una cosa che ci poteremo dietro per molto tempo”

“La fatica e il dolore ci sono stati. Affrontarli in un ambiente così suggestivo, però, ha reso tutto molto più semplice. Ciò che ci circondava ci distraeva, e le persone locali sono sempre riuscite a comprendere le nostre necessità, mettendoci a disposizione acqua calda, cibo e letti... La parte peggiore, o migliore, del nostro itinerario è stato il giro dell’Annapurna. Le strade non erano asfaltate, anzi, erano distrutte, ed era molto complesso pedalare sia in salita, che in discesa. Il vento, poi, soffiava fortissimo. Spingere le bici è estremamente faticoso: dopo giorni di spinta non vedevamo l’ora di tornare a pedalare”

RAPPORTI

“Quando siamo in viaggio sappiamo di avere uno scopo comune, quindi siamo ben consapevoli che qualsiasi fastidio, anche il più grave, non può incidere sul nostro obiettivo finale... Detto questo, stando a così stretto contatto alcuni aspetti personali si sono inevitabilmente sottolineati. Abbiamo deciso di accettarli e, sicuramente, ci hanno permesso di evolvere la nostra amicizia. Siamo andati più in profondità nella nostra conoscenza, nel nostro rapporto. Ecco perché stiamo già pensando di ripartire e abbiamo già formulato delle idee per i nostri prossimi viaggi”

“Abbiamo l’impressione di aver progettato questo viaggio insieme a Briko. È stata una scommessa per noi e per loro, e ognuno ha portato il proprio contributo. Il supporto tecnico, che ci ha permesso di viaggiare sempre caldi e asciutti, è stato essenziale tanto quanto il sostegno e la vicinanza umana, la compartecipazione ad eventi speciali e lo scambio reciproco d’opinioni e visioni. Grazie a Briko abbiamo compreso che il progetto Esplora, su cui abbiamo investito e scommesso molto negli ultimi anni, ha un senso reale e un futuro concreto”

RACCONTI

“Creare contenuti visuali è stato un limite da un certo punto di vista, dall’altro ci ha fatto superare la fatica, sentire a nostro agio e pensare costantemente ai tasselli ideali per completare il complesso puzzle documentaristico. Siamo partiti da un concept legato ai cinque elementi che, strada facendo, si è rivelato molto trasparente. L’acqua scorre e dà linfa vitale alla terra, la terra crea la materia prima per creare il fuoco, che a sua volta viene alimentato dall’aria, e tutto viene raccolto dall’immenso contenitore del cielo... In Nepal queste immagini sono molto chiare e potenti, e abbiamo provato a seguirle e ritrarle. Ora proveremo a mostrarle”

“Nei prossimi mesi lavoreremo su un documentario dedicato a quest’esperienza. Nel frattempo, abbiamo già iniziato a condividere alcuni scatti, e continueremo a farlo sia attraverso una pubblicazione specifica, che in una mostra presso la Médiathèque di Chamonix, dove esporremo anche foto di altri nostri viaggi. Contemporaneamente stiamo organizzando una serie di talk atti a raccontare il Nepal. Vogliamo anche ricordare che la raccolta fondi che abbiamo lanciato per questo Paese meraviglioso, nello specifico per le sue nuove generazioni e le loro strutture scolastiche, è ancora aperta, potete aiutare a questo link

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Esplora

Testi di

Gianmarco Pacione


Remando por la Paz, in Colombia il rafting è pace e riconciliazione

I Mondiali di rafting in Valtellina ci hanno presentato un significativo team sudamericano, ritratto da Giulia Fassina

La firma degli Accordi di Pace, siglati all’Avana, Cuba nel 2016, tra il governo colombiano e i combattenti delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia - Esercito del Popolo (FARC-EP) sancisce la fine di un conflitto durato per più di 50 anni, con 220,500 morti e più 7 milioni di persone sfollate, porta alla smobilitazione di 13.609 integranti del gruppo rivoluzionario. Con il deporre delle armi, le persone firmatarie del Processo di Pace si trovano nella situazione di prendere decisioni sul proprio futuro, sul dove stanziarsi e di come provvedere al proprio sostentamento. 

Nella regione colombiana del Caquetá, sulle sponde del fiume Pato, un gruppo di ex guerriglieri ha un’intuizione unica per abbordare il processo di reincorporazione alla vita civile: il rafting come strumento di Pace e Riconciliazione. Dotatisi di un Raft, remi, caschi e giubbotti salvagente iniziano un processo di autoformazione, con l’obiettivo di poter avviare un progetto di ecoturismo, che valorizzi il territorio e lo trasformi in una destinazione che testimoni il cambio nella Regione e nel Paese. 

Con il complice affiatamento di persone che si interessano a ciò che accade nel Miravalle - come Mauricio Artiñano, al tempo funzionario della Nazioni Unite in Colombia e Rafael ‘Rafa’ Gallo, leggendario rafter costaricense - gli integranti del progetto accedono a una formazione tecnica e certificata dalle Federazioni, così da poter creare il primo team di persone in grado di operare come guide di rafting. Nasce così Caguan Expeditions, un tour operator diretto da firmatari degli Accordi di Pace, membri delle comunità locali e imprenditori sociali di diverse regioni della Colombia.

Alle certificazioni formali, segue l’invito, come ospiti d’onore, ai Mondiali di Rafting della International Rafting Federation a Tully, Australia nel 2019. In quel momento nasce l’idea di Remando por la Paz, la prima squadra al Mondo ad essere composta da persone che hanno attivamente preso parte al conflitto e persone che del conflitto sono vittime. 

“Quando siamo tornati dall’Australia, siamo stati invitati dalla Federazione ad organizzare un campionato nazionale di rafting in Colombia ed è stato un evento senza precedenti in quanto era la prima volta che succedeva in quel luogo. Come se questo posto, dopo la guerra, fosse un luogo per fare sport, per costruire la pace”

Nel novembre 2019 la squadra, insieme alla comunità della vereda del Miravalle e con il supporto di Caguán Expeditions, del comune di San Vicente del Caguán e del governo regionale del Caquetá organizza il primo Campionato Nazionale di Rafting Remando por la Paz. Remando per la Pace. Un team di atlete ed atleti, un evento sportivo, ma soprattutto un impegno al quale queste persone si dedicano ogni giorno. 

“La pace si firma tra due parti, ma la Pace è di tutti”  

L’evento vede la presenza di delegati di entità governative, tanto come della Missione di Verificazione delle Nazioni Unite in Colombia. Partecipano 20 squadre, provenienti da 6 regioni del Paese e una delegazione invitata dal Costa Rica, per un totale di 95 atleti che competono in quattro categorie.

Da un’iniziativa nata grazie alla volontà di essere attori di trasformazione sociale attraverso lo sport, in un tempo record, il team di Remando por la Paz, costituitosi formalmente come Club Sportivo nel 2020, può gareggiare ed organizzare eventi regionali, quanto nazionali. Nel 2022 si aggiudica il terzo posto al Campionato Nazionale di Rafting a Santander, qualificandosi ai Mondiali di Rafting a Sondrio nel 2023.

A novembre il gruppo ha ospitato il Festival Remando por la Paz, giunto alla sua quarta edizione, proprio nel fiume Pato, che lo ha visto cimentarsi in questa esperienza promotrice di Pace. 

"Questo fiume prima era una frontiera, era una linea che divideva, perché da un lato c’era la guerriglia e dall’altro l’esercito. Oggi è un fiume che ci unisce, perché lo abbiamo disceso insieme"

Gli integranti di Remando por la Paz: Sebastián, Erika Gamboa Aroca, Mayerli Gamboa Aroca, José David Gamboa, Hermidines Linares, Carlos Ariel García.

Photo credits:

Giulia Fassina

Testi di

Daniele Riboli Hincapié


The Speed Project, dove il running diventa partecipazione radicale

Nils Arend, fondatore dell'evento The Speed Project, racconta la sua visione del running e il nuovo, suggestivo capitolo cileno del suo evento

NO RULES. NO SPECTATORS. The Speed Project non è una gara di corsa, è una collettiva esperienza radicale, è la bellezza della fatica applicata al contesto naturale, è un provante viaggio dentro e fuori sé stessi. Nato da un'estemporanea epifania di Nils Arend, questo evento estremo sta festeggiando il decimo anno di vita e, per l'occasione, ha abbandonato la Death Valley, il bollente deserto tra Los Angeles e Las Vegas divenuto casa per i suoi runner. Il nuovo, simbolico traguardo di quest'edizione è stato posto invece nell'esotico Sud America, lungo la suggestiva route cilena dell'Atacama. Le parole di Nils Arend introducono l'essenza di una gara unica al mondo e ci parlano di quest'innovativo e atipico capitolo di The Speed Project.

Come nasce la tua passione per il running e qual è stata la genesi del The Speed Project?

Il primo contatto con il running si perde nel tempo. Avevo 14, 15 anni, ed studiavo in un collegio. La notte evadevo per suonare con una band punk rock, e portavamo sempre con noi delle scarpe da running. Quando rientravamo ci cambiavamo le scarpe e i vestiti, facendo finta di essere tornati da una corsa all'alba... All'epoca ero più interessato a sport come lo snowboard e il wakeboard, solo verso i 20 anni, quando ho deciso di trasferirmi dalla Germania agli USA, il running ha iniziato a giocare un grande ruolo nella mia vita. Per celebrare il mio passaggio oltreoceano, io e il mio coinquilino abbiamo deciso di correre la maratona di Amburgo, e per la prima volta mi sono sentito realmente immerso in questo sport. Quando sono arrivato ad LA non conoscevo nessuno, non avevo soldi e la mia lingua era basica. Quindi il running è diventato uno strumento essenziale per esplorare la città. Dopo un paio d'anni ho partecipato a un primo grande evento, una maratona, e mi sono reso conto di quanto fosse regolamentato. La cultura della gara, nel running, mi sembrava all'opposto rispetto a ciò che avevo vissuto in altri sport. Allora ho deciso d'iniziare delle avventure a piedi a modo mio.

La bollente Death Valley come s'inserisce in questo processo di studio, comprensione ed evoluzione della running culture?

La prima idea è stata quella di correre da un punto A a un punto B. Lo facevo in pausa pranzo con un mio collega. Poi, durante le vacanze, ho deciso di correre da casa mia a casa sua, attraversando tutta Los Angeles. Sono partito da Venice per giungere a Long Beach, passando attraverso porti e paesini di pescatori. Ho amato le giustapposizioni, i contrasti di quella corsa. E durante quelle ore ho iniziato a maturare l'idea The Speed Project. All'inizio ho organizzato alcune wild ride con i miei amici, abbiamo anche girato un film, e mi sono reso conto di quanto questo tipo di esperienze potessero avere un impatto sulle persone. Così mi sono preso la responsabilità d'invitare altre persone, di condividere queste run. Non promettevo loro enormi cambiamenti personali, garantivo solo un'esperienza radicale, che ho fatto coincidere con il deserto della Death Valley. La community e la sua espansione sono le principali ragioni, poi, per l'esistenza e lo sviluppo di The Speed Project.

Avresti mai immaginato che saresti riuscito a coinvolgere crew e runner di tutto il mondo in questo tuo progetto?

Assolutamente no. Sono meravigliato da quante persone negli anni siano state attirate da questo evento. È estremamente bello e appagante. Così come è bello vedere il lavoro creativo che stanno portando avanti. Non posso negare che la prima volta che abbiamo invitato runner esterni alla nostra community originaria ero nervoso, le persone volavano da diverse parti del mondo, prendevano ferie e spendevano soldi solo per essere parte del The Speed Project... A volte sento ancora questa sensazione nello stomaco. La cosa che più mi eccita è il coinvolgimento creativo di questi runner e di chi li accompagna. Ogni edizione emergono così tante prospettive e storie differenti... Penso che questo evento sia una sorta di casa per l'evoluzione del running, che ormai non può più essere semplicemente definito come un movimento sportivo. E il concetto di partecipazione radicale indica proprio la nostra volontà di andare oltre l'elemento atletico e i limiti fisici.

A proposito di evoluzione, questa volta avete deciso di affacciarvi su un nuovo Paese, il Cile...

Abbiamo scelto il Cile perché ci piace comunicare con la nostra community. Ascoltiamo ogni idea, anche se poi non riusciamo a concretizzarla. Durante la pandemia abbiamo creato un photo contest con Leica, coinvolgendo runner da 50 Paesi differenti. Un fotografo cileno ha vinto ed è stato invitato a Las Vegas con il suo team. Così ci ha raccontato di questa route cilena e abbiamo deciso di provarla. Quest'esperienza è parsa da subito l'ideale passo in avanti per The Speed Project. Il 10º anniversario è parso il momento migliore per introdurre una versione alternativa, sviluppata ad Atacama. L'evento è stato sicuramente ancora più difficile e radicale, e abbiamo scelto un piccolo gruppo di partecipanti di cui avevamo massima fiducia. È stato un vero e proprio esperimento. Ovviamente il nostro viaggio non si limita mai al running. Durante questi mesi di organizzazione abbiamo esplorato e provato a comprendere la cultura locale, così come i problemi che affliggono questa zona geografica. La natura nei pressi d'Iquique è gravemente danneggiata dall'afflusso di vestiti che arrivano da altri Paesi e che qui vengono smaltiti nelle dune del deserto... Per questo abbiamo deciso di collaborare con un brand locale, sensibilizzando la nostra community riguardo questo tema, e creando del merchandise speciale, prodotto riutilizzando questi capi. È un piccolo gesto che, però, ci rende orgogliosi di avere portato in Cile The Speed Project. 

 

Nei prossimi giorni potrete anche scoprire le testimonianze dei protagonisti di questo The Speed Project cileno e ammirare un'altra evocative galleria fotografica. State pronti.

 

Photo credits:

Rafa Rivero

Testi di Gianmarco Pacione


Al cospetto dell’Himalaya con Esplora

Continua il virtuoso viaggio supportato da Briko, immergiamoci nelle prime emozioni nepalesi del Team Esplora

Prosegue il viaggio di Esplora nel territorio nepalese. Avevamo conosciuto il Team e il suo virtuoso progetto, supportato da Briko, nel capitolo introduttivo di quest’epopea lunga 1200km, dedicata alla meraviglia esperienziale del bikepacking e alle sue sfumature artistico-sociali. Marco Ricci e Davide Ciarletta hanno condiviso i primi pensieri e le prime emozioni maturate lungo le antiche strade del Paese asiatico, corredandole con una suggestiva galleria visuale. Godetevi il viaggio insieme al Team Esplora.

“Attraversare il Nepal da sud a nord, immersi in valli remote, costituisce l'essenza dei nostri viaggi. Un'estasi infantile ci pervade di fronte a realtà profondamente diverse dalla nostra, conducendoci ad ammirare con riverenza ogni azione e dinamica circostante. Ogni alba ci accoglie prematuramente, delineando giornate scandite da pedalate su strade aspre e ascensioni impervie.

Le salite si protraggono in lunghezza, ormai ne siamo consapevoli e lo accettiamo con serenità ogni giorno. D’altra parte, l'altitudine è la caratteristica distintiva di questo luogo, e ogni vetta superata ci avvicina maggiormente al punto più alto. Una salita in particolare, che ci conduce scollinando a Baglung, si preannuncia come un'esperienza straordinaria. Dopo un'intensa pedalata di quattro ore e il superamento dell'ultima curva, la maestosità dell'Himalaya si dispiega di fronte a noi. Annapurna, Daulaghiri e Machhapuchare si ergono davanti a noi in tutta la loro imponenza. L'emozione di intraprendere un viaggio in bicicletta tra queste montagne è irresistibile, lasciandoci senza fiato di fronte a tanta magnificenza.

Al nostro arrivo a Pokhara, ci concediamo una sosta di tre giorni per riorganizzare l'intero set-up, prefigurando un viaggio più agile. Stiamo per intraprendere l'Annapurna circuit, con l'obiettivo di raggiungere il Thorung La Pass a 5416 metri. La sensazione di sapere che presto ci troveremo tra le vette più elevate del mondo, spingendo in avanti la nostra bicicletta pedalata dopo pedalata, al cospetto dell'Himalaya, è al di là di ogni spiegazione.”

Photo credits:

Esplora

Testi di Gianmarco Pacione


Un atipico weekend NFL a Francoforte

Nel nome delle sue origini e dell'iconico Baselayer, Under Armour ci ha permesso di ammirare la partita tra Patriots e Colts

Francoforte tende verso l'alto. Economicamente, architettonicamente, persino sportivamente. Non è un caso che questa città priva di tangibile tradizione, ma ricca di grattacieli e centri nevralgici finanziari, sia diventata una sorta di seconda casa europea per la meraviglia tattica e atletica NFL. Grazie ad Under Armour abbiamo avuto modo di vivere un'esperienza USA nel cuore della Germania, gustando la partita tra New England Patriots e Indianapolis Colts all'interno del futuristico Deutsche Bank Park, e tuffandoci nella suggestiva storia di un brand nato con e per il football americano.

"Tutto è cominciato sul campo". Le parole del Founder UA Kevin Plank paiono un testamento dedicato alla propria passione, all'essenza di una visione maturata tra yard e spogliatoi nel lontano 1996, quando ricopriva il ruolo di fullback e Special Teams captain nel celebre programma della University of Maryland. "Sotto le divise eravamo costretti ad indossare dei materiali pesantissimi, resi ancora più pesanti dal sudore", ricorda durante uno speciale evento dedicato all'evoluzione dell'iconico prodotto Baselayer, per l'occasione presentato nella sua ultima evoluzione ColdGear. Durante l'esposizione di un'inusuale storia imprenditoriale, Plank si sofferma addirittura su un curioso ritratto vintage, che lo vede indossare una camicia di flanella durante una partita giovanile, "Volevo creare un prodotto che aumentasse le performance e il livello di comodità di ogni mio compagno", analizza riferendosi a quello che, retrospettivamente, assume i contorni di un medioevo sportivo, "Così ho venduto fiori per racimolare qualche soldo e ho deciso d'investire tutto sul progetto Under Armour, cominciando a spedire prodotti a squadre collegiali e a compagni che, nel frattempo, erano sbarcati in NFL".

Davanti ad una gigantografia di Eric ‘Big E’ Ogbogu, leggendario defensive end dei Dallas Cowboys e volto dell'altrettanto leggendaria campagna 'Protect This House', lanciata da Under Armour nel 2003 e rimasta, ancora oggi, manifesto del DNA del brand, le parole di Plank danzano tra carriera sportiva e imprenditoriale, introducendoci ad una grande celebrazione NFL e delineando la fondativa volontà di garantire prodotti capaci di trascendere la realtà. Armature, per l'appunto, capaci di tramutarsi in oggetti magici applicati a linee di scrimmage e touchdown prima, all'intero universo sportivo poi. "Indossare il Baselayer per me equivaleva ad avere un superpotere", conferma, non a caso, l'ospite d'onore e volto storico dell'azienda nata in Baltimora Lindsey Vonn, poco prima di prendere posto sugli spalti per lasciarsi ipnotizzare dall'eterna rivalità tra Patriots e Colts.

Parlando di superpoteri, osservare dal vivo i giocatori NFL contemporanei non può che suscitare riflessioni e incredulità per un livello fisico che non trova eguali, probabilmente, in nessun altro contesto sportivo. Sotto caschi e protezioni, difatti, paiono celarsi dei supereroi, più che degli esseri umani: macchine cinetiche capaci di travolgere, decollare e volare nel cielo di Francoforte, già sovrappopolato da aerei provenienti da ogni dove. Di fronte agli oltre 50mila presenti, divisi tra fanatici del Vecchio Continente e vacanzieri d'oltreoceano, i 3 sack di Dayo Odeyingbo e le pragmatiche traiettorie di Gardner Minshaw consegnano l'upset per 10-6 alla franchigia d'Indianapolis, ammutolendo i tantissimi fans dei Patriots accorsi sulle rive del Meno.

Ma il significato di questa domenica pomeriggio tedesca non può limitarsi al mero dato statistico, è piuttosto racchiuso nella conferma di uno sport che, anno dopo anno, sta riuscendo ad attecchire sempre più sul suolo europeo, raccogliendo neofiti e adepti richiamati dal fascino ferale di atleti semplicemente straordinari.

Photo credits:

Under Armour

IMAGO / Schüler / Rene Schulz / Inpho Photography

Testi di Gianmarco Pacione