Brooks Roots Journey, la bici è narrazione

Dal nord Italia a Birmingham: una moderna Odissea per omaggiare la storia di Brooks

Cosa significa tornare alle origini? Cosa significa scoprire e riscoprire una storia secolare pedalando nel cuore dell’Europa?

Brooks England ha annunciato il Brooks Roots Journey, una ‘moderna Odissea’ che coinvolgerà tre ciclisti e li vedrà viaggiare lungo tutto il Vecchio Continente. Dal nord Italia a Birmingham, tre settimane di avventura umana e fatica sportiva che condurranno i partecipanti ad un traguardo carico di fascino e significato: la fabbrica Brooks di Birmingham, dove tutto iniziò nel lontano 1866 e dove ancora oggi vengono prodotte tutte le selle in pelle del brand britannico.


Under Armour e Stephen Curry stanno cambiando il basket, e non solo

Il Curry Brand è la virtuosa evoluzione del rapporto brand-atleta

Change the game for good. Il mantra evidenziato da tutte le pagine legate al Curry Brand non è la classica, impattante forma lessicale priva di reale volontà, contenuto e azione.

Stephen Curry sta cambiando il gioco. Lo sta facendo sul parquet dal lontano Draft NBA del 2009, checché ne dicano i puristi della palla a spicchi, lo sta facendo in egual modo all’esterno di esso. Lo spirito filantropico del visionario faro-giocoliere dei Golden State Warriors risulta difatti essere uno dei più sfaccettati ed efficaci dell’intero panorama sportivo mondiale.

Il suo brand, sottocostola di Under Armour in un rapporto che, a tutti gli effetti, ricalca quello mitico tra Nike e Jordan, è diventato molto più di una semplice vetrina per abbigliamento e sneakers personalizzate: Curry Brand è un’evoluzione del binomio marchio-atleta, un nuovo scenario figlio di questo tipo di connessione, in grado di toccare in egual modo ambiti inesplorati e virtuosi, Metaverso e comunità reali, parquet e istruzione.

DALLA LOTTA ALLA MALARIA A ‘EAT. LEARN. PLAY.’

La prima grande tappa nell’impegno sociale del figlio di Dell, nota shooting-guard dei favolosi Charlotte Hornets anni ’90, arriva nel 2012, con una particolare formula di donazione per la fondazione ‘Nothing But Nets’, impegnata nel combattere la diffusione malarica in Africa.

Introdotto al tema dal suo compagno collegiale a Davidson Bryant Barr, Curry decide di donare tre zanzariere per ogni tripla segnata. La sensibilità maturata verso questo problema porta Curry anche alla Casa Bianca, dove nel 2015 interviene davanti a Barack Obama sostenendo la sua President’s Malaria Initiative.

È solo un piccolo ma significativo antipasto di quella che, con il passare del tempo e con l’annessa maturazione personale, si sarebbe tramutata in una visione umanitaria molto più articolata.

Segnato dalla consapevolezza di un’infanzia differente rispetto a tanti suoi colleghi, vissuta nell’agio di una famiglia resa benestante dalla pallacanestro, e da un profondo legame con i valori cristiani, come testimoniato dall’ormai iconica gestualità tocco del petto-indice puntato al cielo dopo ogni canestro, il 30 degli Warriors inizia a concretizzare le sue convinzioni solidaristiche nel 2019, quando istituisce la fondazione ‘Eat. Learn. Play.’ insieme alla moglie Ayesha.

“Ci impegniamo a far evolvere il potenziale incredibile di ogni bambino, lottando per porre fine alla fame infantile, assicurandoci che gli studenti abbiano accesso a un’istruzione di qualità e fornendo luoghi sicuri per tutti i bambini, dove possano giocare ed essere attivi”, questo il manifesto programmatico firmato dai Curry: una serie di obiettivi virtuosi perseguiti grazie alla poliedrica sinergia con Under Armour.

TRA NFT E REALTÀ, TRA TRIPLE E OPPORTUNITÀ

Che Stephen Curry abbia cambiato le prospettive di Under Armour non è un mistero. Firmato nel lontano 2013, il tre volte campione NBA e due volte MVP ha segnato indiscutibilmente l’inizio di un’epoca cestistica d’oro per il brand del Maryland.

Contestualmente, però, il rapporto tra Curry e Under Armour ha permesso al nativo di Akron di strutturare ed esplorare una lunga serie di iniziative sociali: iniziative anche atipiche e, per certi versi, visionarie, come recentemente successo in occasione della 2974esima tripla mandata a bersaglio in una partita ufficiale NBA, record all-time della Lega.

Per celebrare il traguardo raggiunto, 2974 repliche digitali delle scarpe indossate da Curry nella storica partita del Madison Square Garden sono state messe in vendita con un drop NFT. Queste scarpe ‘metaversiche’ sono andate sold out dopo poche ore e quasi l’80% del milione di dollari totalizzato (il prezzo singolo di ogni scarpa era 333 dollari) è stato devoluto in beneficenza ad organizzazioni che supportano l’accesso allo sport per i più giovani.

Accesso allo sport che Curry e Under Armour perseguono non solo con queste iniziative speciali, entrando costantemente nei quartieri più caldi e sostenendo da un lato fondazioni radicate nella Oakland a cui Steph è visceralmente legato, come testimoniano le azioni a favore dell’Oakland Parks, Recreation & Youth Development e dell’Oakland Athletic League, e dall’altro realtà internazionali come l’australiania Charity Bounce.

Il binomio UA-Steph dichiara di voler costituire gli strumenti, le basi affinché le nuove generazioni possano progredire a livello sportivo e umano. Il rinnovamento dei campetti, la bonifica di spazi abbandonati e il supporto del sistema scolastico sono i tre ambiti su cui si focalizza maggiormente questa sensibilità condivisa. Altrettanto fondamentale in questa vision è il reclutamento di allenatori-mentori, persone inviate in aree delicate con il solo scopo di cambiare vite grazie alle parole, alle nozioni cestistiche e all’influenza positiva: capisaldi riassunti dall’organizzazione non-profit Positive Coaching Alliance, anch’essa sostenuta dal Curry Brand.

Recentemente Curry e Under Armour hanno dato ulteriore dimostrazione della vicinanza alle problematiche infantili, coinvolgendo i famosi Muppets di Sesame Street nella nuova collezione di Curry Flow 9. I celebri pupazzi, oltre a dare una nuova e originale identità cromatica alle sneakers utilizzate dallo sharpshooter degli Warriors, sono simbolo tangibile dei principi sopraelencati.

“Curry Brand e Sesame Street condividono lo stesso messaggio. Si tratta di sostenere tutti i bambini, specie coloro che vivono in comunità scarsamente aiutate: ragazzi che cercano un opportunità per diventare la migliore versione di loro stessi”, questo lo statement che ha accompagnato il lancio delle sette differenti colorways dedicate a questa collaborazione.

Anche in questo caso Curry e Under Armour hanno fatto seguire all’esempio l’azione, schierandosi al fianco dell’organizzazione non-profit Sesame Street, impegnata nell’istruzione infantile.

Change the game for good. In un mondo di testimonial strapagati e fini a loro stessi, di atleti-influencer, di stelle che si fermano alle prestazioni sul campo, Stephen Curry sta segnando una nuova strada: la strada della grandezza condivisa, del rapporto con un brand che non si ferma al semplice shooting fotografico o all’advertising superficiale, del coinvolgimento attivo e costante in problematiche reali.

Stephen Curry sta cambiando il gioco, il gioco vero, per il bene. Ed è giusto ricordarlo ogni volta che lo si vede rilasciare un floater ad altezze vertiginose, ogni volta che lo si vede shakerare il pallone in un ball-handling ipnotico, ogni volta che lo si vede rilasciare frecce fatate dai nove metri dopo alcuni passi di danza cestistica.

Perché l’eccellenza deve ispirare. Non solo dietro la linea dei tre punti.

Under Armour
IG @underarmour

Curry Brand
@currybrand

Testi di Gianmarco Pacione


Franco Arese, nel nome di Karhu e della corsa

Karhu ha lanciato la Trampas ‘Franco Arese’, un omaggio al proprio chairman e alla sua leggenda sportiva

“Karhu e la Finlandia sono nel mio destino”. Parla di destino, Franco Arese, lo fa con estrema lucidità, con quella punta d’ironia tipica di chi alla pratica sportiva ha sempre aggiunto il pensiero articolato. Parla di destino, il piemontese di Centallo, classe 1944, mezzofondista cristallizzato nel mito, imprenditore costantemente capace di mischiare tradizione e futuro, uomo divenuto, da pochi giorni, scarpa da indossare, grazie alle Karhu Trampas ‘Franco Arese’.

È un mezzofondista cristallizzato nel mito, un imprenditore costantemente capace di mescolare tradizione e futuro, un uomo diventato da pochi giorni una sneaker da indossare, grazie alla Karhu Trampas “Franco Arese”.

Ragiona a voce alta, sincero e diretto, pare il manifesto di un signore d’altri tempi, a cui è stata aggiunta la brillantezza della modernità. Ritorna sul tartan dello stadio Olimpico di Helsinki, riavvolge il nastro dei ricordi fermandolo su quelle falcate lunghe ed eleganti, su quelle braccia allargate a ricercare l’apoteosi della “terra dei campioni, la terra dei grandi mezzofondisti, da Paavo Nurmi a Pekka Vasala…”, si sofferma sul luccichio di quella medaglia d’oro europea che da poco ha compiuto mezzo secolo di leggenda.

Lo fa calzando ai piedi le Karhu Trampas dedicate a quello storico successo continentale sui 1500 metri: azzurre come la canottiera che vestiva in quel soleggiato pomeriggio baltico, rosse come i pantaloncini che gli fecero tagliare il traguardo davanti al polacco Szordykowski e al britannico Foster, atipici shorts indossati perché “belli, all’avanguardia, ed anche un po’ per scaramanzia… Per quei pantaloncini ebbi anche una discussione accesa con la Federazione, ma non mi fecero nulla”.

DALL’INFORTUNIO AI VERTICI DI ASICS

Era il 1971, era il momento di grazia di Franco Arese, l’anno in cui le sue leve aggraziate stabilirono record italiani proprio sui 1500, sui 5000 e sui 10000 metri, oltre che sul miglio. Era l’apice di una carriera che presto si sarebbe drasticamente fermata, “una rottura del tendine d’Achille, successe durante una gara a Milano. Un infortunio molto grave, ho dovuto tenere la gamba completamente ingessata per quaranta giorni e uno stivaletto dal ginocchio al piede per trenta. Alla fine ero solo ossa. Ho provato a correre di nuovo, ma non ero più io, a livello muscolare faticavo tantissimo”.

Nei mesi di lento e inefficace recupero, si fermò il corpo di Franco Arese, ma non la mente. “Ero abituato a fare 50 gare all’anno, non sapevo cosa fossero le ferie, mi riposavo giusto un paio di settimane a dicembre per attendere la nuova stagione… Passavo sempre da un aereo all’altro, da una corsa all’altra. Nel periodo dell’infortunio ho iniziato a riflettere su cosa volessi fare ‘da grande’, ricordo benissimo che mi trovai a parlare con mio fratello e, a un certo punto, mi sono detto: non è il caso che smetti? In quel mese e mezzo ho deciso di abbandonare le corse, ed è stata la mia fortuna”.

Destino, fortuna. Nel mezzo di questi poli ingovernabili sta la bravura di un atleta capace di reinventarsi, di trovare nella passione per le scarpe la propria sfolgorante seconda vita. “È stato traumatico prendere quella decisione, ma ho subito trovato la mia strada. Nella vita devi essere bravo nel fare delle scelte. Io ero innamorato delle scarpe, da sempre, conoscevo tutti i marchi e iniziai a fare l’agente. Poi, durante uno dei miei viaggi all’ISPO di Monaco, incontrai il presidente giapponese di Asics Tiger. Gli proposi di diventare distributore per tutta Italia, ma mi rispose di no. Mi chiese di preparagli un business plan di quattro anni e io, all’epoca, non sapevo cosa fosse un business plan…”

Nonostante l’iniziale fase di stallo, l’approccio di Arese all’universo Asics si tramutò rapidamente in una vertiginosa scalata prima concentrata sull’ampio panorama occidentale, poi sulle alte sfere orientali. “Mi comunicarono la carica di distributore italiano durante gli Europei Indoor di Milano, lo ricordo ancora, eravamo al Palasport di San Siro. Da semplice distributore divenni poi socio e arrivai ad essere Chairman di Asics Europa. In Giappone godevo di ottima stima, così negli ultimi anni entrai anche nel board di Asics Japan”.

Una storia trentennale dal sapore di ciliegio e Sol Levante, una storia chiusa e riaperta davanti al tanto lontano, quanto forte richiamo nordico, davanti all’irresistibile ed evocativa melodia di una terra divenuta seconda casa per tutta la famiglia Arese.

“È stato un atto d’amore per la Finlandia”. Quando parla della rinascita di Karhu, il celebre marchio dell’orso in grado di popolare tutti i maggiori meeting d’atletica dei primi settant’anni del Novecento, Franco Arese sembra fare riferimento ad una fenice obbligata, ad un processo inevitabile.

“Giunto alla fine del mio percorso con Asics, non avevo più voglia di mettermi in gioco, ma i miei figli mi hanno stimolato”, uno stimolo arrivato sotto forma di visione familiare, di occasione da cogliere fatalmente. “Sarebbe stato un errore buttare tutta la sua esperienza”, a parlare è Enrico, ultimogenito dei tre figli di Franco, tutti oggi coinvolti nella realtà Karhu, “inizialmente volevamo fare un marchio a nome suo, ‘Arese’, ispirato alla Finlandia. Mio padre è particolarmente legato a quella nazione: quando era un professionista andava ogni anno ad allenarsi là, partiva da solo e andava a Turku, tra luglio e agosto, dove si allenava con Pekka Vasala e altri atleti finlandesi. Avevamo un’idea di brand, ma non avevamo ancora le scarpe. D’un tratto, mio fratello ci suggerì che Karhu stava vivendo un periodo pessimo. Così partimmo per la Finlandia, organizzammo un meeting, e iniziammo le trattative per entrare in società”.

Quando si fa proprio un marchio come Karhu non si può ragionare solo su quote e fatturato, non si può pensare solo a prodotti e mercato. Quando si fa proprio un marchio fondato in lingua suomi nel lontano 1906 e passato dai piedi dei ‘Finlandesi Volanti’ o da quelli della ‘Locomotiva Umana’ Emil Zatopek durante la tripletta olimpica dorata (5000, 100000 e maratona) di Helsinki ’52, vuol dire entrare in possesso di un heritage prezioso, di un passato mitologico, di un pregresso da omaggiare riverentemente.

Un bacino di nozioni e vittorie da cui la famiglia Arese ha immediatamente attinto, iniziando ad inserire il concetto di sneaker in un’affascinante contenitore storico, forgiando la scarpa street contemporanea nelle grandi figure sportive d’epoca. Un processo che, unito alla sempre presente produzione di scarpe da running puro, tecnico, ha ricondotto in breve tempo Karhu ad essere “un marchio di prestigio. Stiamo riportando Karhu dove merita di stare. I miei tre figli sanno bene che il concetto di fatturato viene dopo quello di prestigio, viene dopo quello di status. Per questo non vendiamo tanto per vendere, per questo ci affidiamo solo a determinati negozi sparsi in tutto il mondo”.

Destino, fortuna, prestigio. L’ultimo tassello dell’epopea sportivo-imprenditoriale di Franco Arese è racchiuso nella ricerca dell’eccellenza: una ricerca condotta per anni sulle piste d’atletica internazionali e sulle scrivanie aziendali, una ricerca che oggi trova l’apoteosi nel più programmatico degli oggetti, le Karhu Trampas Made in Italy a lui dedicate. Scarpe con cui Arese ha voluto riabbracciare il tartan e le emozioni dello Stadio Olimpico di Helsinki, come testimonia il suggestivo video che vi proponiamo qui sotto.

Foto e video di Karhu
IG @karhuofficial@karhurunning
karhu.com

Testo a cura di Gianmarco Pacione


Stan Smith, molto più di una sneaker

Storia di un mito del tennis e della scarpa che l’ha reso immortale

“Alcune persone pensano che sia una scarpa”. È altamente autoironico il titolo dell’autobiografia di Stan Smith. È comprensibile, d’altronde, sorridere di fronte alle royalties ottenute negli anni, alla fama incessante legata ad un nome divenuto sneaker, ad una sneaker divenuta nome. È comprensibile allisciare un baffo folto, mai diradato dai lontani 70s ad oggi, dall’erba retro di Wimbledon agli shooting fotografici al fianco di Pharrell Williams.

“Alcune persone pensano che sia una scarpa”. Sicuramente le nuove generazioni, sicuramente coloro che non sono cresciuti nel mito di un tennista capace di raggiungere la vetta mondiale, di vincere nel singolare il primo Masters della storia, di conquistare gli US Open nel 1971 e la sempreverde Londra l’anno seguente. Risultati bissati e amplificati nel doppio, dove prese forma il mitico binomio con Bob Lutz: connection che condusse a 4 successi sui campi di Flashing Meadows e un Australian Open.

Un pedigree da gigante della racchetta, dunque, eppure digitando la ricerca ‘Stan Smith’ su Google non risultano immagini di servizi, volée e Coppe Davis sollevate (7, per l’esattezza). Risultano immagini di scarpe. Le omonime scarpe, marchiate Adidas, che dal 1973 accompagnano e sdoppiano questo mostro sacro del tennis: secondo alcuni adombrandone identità e carriera, secondo altri, tra cui lo stesso Smith, diffondendone la legacy nella cultura popolare.

IL TENNISTA STAN SMITH

Usciva da Pasadena, Stan Smith. Usciva dalla cultura losangelina postbellica. Amava andare in skate, ci riusciva anche molto bene, a riuscirgli meglio, però, era l’arte del dritto e del rovescio. Nato nel ’46, dopo una dominante carriera collegiale plasmata sui campi di USC (University of Southern California), valsa tre investiture di All-American e altrettanti titoli NCAA, aveva iniziato ad assaltare gli Slam con il suo fisico longilineo e apparentemente dinoccolato, con il suo stile calmo e bilanciato.

Dicevano fosse un giocatore di poker prestato alla racchetta. Dicevano che il suo atteggiamento, che il suo riporto sempre perfetto, che il suo baffo boscoso non tradissero emozioni, non regalassero agli avversari punti di riferimento, crepe caratteriali in cui inserirsi per scardinare psiche, punti e set. “Quando cammini in campo devi liberare la mente”, dichiarava Smith, “devi ripulirla di tutto ciò che non è necessario ai fini del match”.

Specialista del serve & volley dall’alto dei risicati due metri, il suo gioco risultava rapido ed efficace, economico e pragmatico, altamente cerebrale. Nel 1972 raggiunse il proprio apice, negli stessi anni firmò un accordo con il brand creato da Adolf ‘Adi’ Dassler nella Bavaria degli anni ’20: un accordo che avrebbe condotto alla creazione del prodotto più iconico nella storia delle tre strisce.

COME UNA SCARPA, PIÙ DI UNA SCARPA. ADIDAS E STAN SMITH

Robert Haillet fu Stan Smith prima di Stan Smith. Atleta di punta di Adidas, nel 1965 accettò la proposta del marchio tedesco, siglando con il proprio nome l’esordio nel mondo delle calzature tecnico-tennistiche dei fratelli Dassler.

Pelle bianca, suola sintetica e tre linee punteggiate speculari. Fu Horst Dassler, figlio di Adolf, ad inventare questa scarpa. Sempre lui optò per il testimonial Stan Smith dopo il ritiro di Haillet: una scelta ovviamente strategica, di marketing, dovuta sì alla posizione nel ranking mondiale di Smith, ma anche alla possibilità d’esplorare l’ancora vergine mercato americano.

Smith vestì per qualche stagione le ‘Haillet’, a cui furono aggiunte, nel frattempo, delle protezioni per il tallone d’Achille di colore verde. Poi indossò un modello ibrido, tra il ’73 e il ’78, riportante il suo viso sulla linguetta e la scritta ‘Haillet’ sulla tomaia. Infine qualsiasi riferimento al predecessore francese fu rimosso, dando il là alla definitiva ‘Stan Smith’.

IL PASSATO, IL PRESENTE, IL FUTURO. IL GUINNESS DEI PRIMATI

Adidas cominciò a vendere milioni di ‘Stan Smith’ in tutto il mondo, statistiche impressionanti, che portarono questa signature shoe ante litteram ad entrare nel Guinnes dei Primati nel 1988. In mezzo secolo di storia, la richiesta attorno a questo oggetto carico di storicità sportiva non è mai calato.

La singola pausa di produzione tra il 2011 e il 2014, difatti, è stata seguita da un ricollocamento della scarpa nel panorama dello streetwear, grazie ad ambassador come Pharrell Williams e A$AP Rocky. Oltre all’evoluzione delle ‘Stan Smith II’, l’apparentemente infinita parabola delle ‘Stan Smith’ ha toccato innumerevoli edizioni limitate, alcune delle quali prodotte insieme a celebrità del calibro di Lil Wayne, Rick Ross e Jay-Z.

In tutto questo incessante processo di diffusione, l’uomo Stan Smith ha continuato a giocare prima, poi è diventato allenatore, infine è stato nominato Presidente dell’International Tennis Hall of Fame. Ritenuto unanimemente uno dei migliori 100, secondo molti 50 tennisti della storia, non si è mai visto tralasciare da Adidas nella promozione delle scarpe a lui dedicate. Tra shooting, video e campagne pubblicitarie, il suo viso e il suo baffo continuano a restare indissolubilmente legati ad una delle calzature più indossate al mondo.

“Sono Stan Smith e alcune persone pensano che sia una scarpa. In fondo è abbastanza normale. A meno che non siate storici, è abbastanza improbabile che conosciate la mia carriera…”


The Seventh Issue

Muscoli e pensieri, viaggi rapidi e interminabili, poesie sportive. Athleta è di nuovo qui, con un’inedita veste grafica, con la consueta volontà di penetrare l’immaginario culturale sportivo. La copertina firmata da Neil Gavin introduce Athleta Magazine Issue 07 e gli ‘Stomping Grounds’ newyorchesi, cattedrali urbane consumate da mani e trazioni. Le stesse mani che abbracciano i macigni baschi dell’Harri Jasotzea: tradizione che si fonde, ad un oceano di distanza, con quella dei tuffatori di Acapulco, i ‘Los Clavadistas’. Di storia in storia, di tradizione in tradizione. Le flebili leve dei corridori kenyoti di ‘Home of Champions’ si muovono veloci come le rovinate lamiere dei Demolition Derbies, disordinati santuari dove l’America rurale trova il proprio paradiso. Rurale paradiso è anche quello dell’Atlas Race, viaggio esteriore e interiore nel suggestivo deserto marocchino: un itinerario sensoriale ricreato parallelamente nei panorami urbani di ‘Riding the Floating City’ e ‘Ballin Somewhere’, grazie alla forza artistica di skateboard e pallacanestro. Infine un salto nel futuro, nella meraviglia ingegneristica di Rizoma, l’atelier dei motori, il luogo capace di unire high-tech ed eleganza. Godetevi il viaggio.


Must watch: ‘Colin in Black & White’

Cultura, razzismo e classismo in una vita da quarterback, quella di Colin Kaepernick

Creata da Ava DuVernay, prima donna afroamericana a ricevere una nomination al Golden Globe per ‘Selma – La strada per la libertà’, e Colin Kaepernick, ex quarterback NFL dei San Francisco 49ers, passato alla storia come primo atleta dei majors sports USA ad inginocchiarsi durante l’esecuzione dell’inno nazionale, ‘Colin in Bianco e Nero’ è una nuova, stimolante miniserie biografica disponibile su Netflix.

All’interno dei 6 episodi, la voce narrante dello stesso Kaepernick accompagna scene della propria adolescenza e profondi ragionamenti sociali. Il quarterback, ostracizzato dai campi NFL per il gesto di ‘kneeling’, forma di protesta contro la repressione delle minoranze statunitensi, mette a nudo la genesi del proprio pensiero, dei propri ideali, descrivendo una parabola cominciata con l’adozione infantile.

Cresciuto da agiati genitori bianchi, Kaepernick elenca una lunga serie di episodi di razzismo, più o meno evidenti, subiti in tenera età e in fase adolescenziale da persone a lui vicine, come allenatori e membri della piccola comunità californiana di Turlock. Episodi che, solo dopo l’acquisizione di una determinata consapevolezza culturale e sociale, hanno permesso a Kaepernick di formulare un lungo viaggio introspettivo e di porre le basi per il suo attivismo ormai noto in tutto il mondo.

Interpretato da Jaden Michael, Kaepernick descrive la sua lunga battaglia per diventare quarterback, una battaglia ostacolata da stereotipi razziali e, paradossalmente, dalla sua fenomenale predisposizione per un altro sport, il baseball. Durante questa difficile trafila sportiva, Kaepernick scopre e abbraccia la ‘black culture’, ispirato da personaggi come Allen Iverson e Spike Lee.

I diversi quadri narrativi ambientati tra casa Kaepernick e la Pitman High School, vengono intervallati da monologhi dello stesso Kaepernick che, impegnato ad osservare il suo percorso umano, crea connessioni tra il suo vissuto ed episodi che hanno segnato la storia afroamericana, non solo a livello sportivo. Le frasi di Kaepernick sono coltelli che s’infilano nelle piaghe della società americana, annotazioni di stampo antropologico dirette ed efficaci, che arrivano a proporre metafore significative, come quella tra lo schiavismo e le condizioni dei giocatori di football attuali.

“Non potevo ribellarmi perché non sapevo come fare. Ora lo so, e lo farò”. La ribellione di Kaepernick è passata dai campi NFL al piccolo schermo. Una ribellione che deve essere guardata, che deve essere compresa.


Il potere del gioco in Steve McCurry

I 10 migliori ritratti ludici del celebre fotografo americano

Cos’é il gioco per Steve McCurry? Cos’é il gioco per una delle lenti più famose della fotografia moderna? Nell’opera del nativo di Philadelphia questo concetto riveste un ruolo fondamentale, sprigiona tutta la propria forza primordiale, la propria capacità evocativa, il proprio fascino rituale.

Quella di McCurry è una rappresentazione huizingiana del gioco, una pratica libera, istintiva, tendente ad un piacere naturale, intrinseco all’essere umano. Classe 1950, il fotoreporter statunitense lungo i suoi numerosi viaggi ha documentato largamente questo fenomeno, studiando popoli e culture anche attraverso il mezzo ludico.

Membro dal 1986 del cenacolo Magnum Photos, McCurry è stato reso immortale dallo scatto ‘Ragazza Afgana’, realizzato in un campo profughi pakistano e rapidamente divenuto la fotografia più riconosciuta nella storia di National Geographic. Alcune delle sue moltissime mostre personali, organizzate a livello globale, hanno visto proprio il gioco come protagonista principale.

Un filo conduttore che qui abbiamo deciso di omaggiare, selezionando 10 scatti emblematici, altamente evocativi, capaci di definire la fotografia ludica di McCurry. Immagini, momenti che uniscono il Madagascar all’India, Il Myanmar al Brasile, in unico enorme parco giochi.


Shawn Stüssy e la genesi dello streetwear

Dalle onde californiane allo skate, dalle strade al ghota del panorama fashion. Storia di un visionario

“Avevo tutto quello che volevo, ma c’erano anche grandi responsabilità. E qual è il senso di avere tutto, se non puoi godertelo?”

Strana scalata, quella di Shawn Stüssy. Strano percorso, quello di un uomo che partendo dalle tavole da surf californiane è arrivato a vestire panorami underground e strade di tutto il mondo, generando di fatto il concetto di streetwear.

Strana scalata, quella di Shawn Stüssy. Strano percorso, quello di un ragazzo prima immerso tra cultura hippy e onde, poi divenuto guru della scena fashion globale, infine allontanatosi da tutto, da fama e riconoscimenti, per crescere i propri figli.

Una scalata anomala, un percorso che, da oltre trent’anni, continua ad ispirare sottoculture e celebri case di moda, skater e designer, stile ed estetica collettiva.

TRA TAVOLE E T-SHIRT, TRA CALIFORNIA E GIAPPONE

Erano i primi anni ’80 a Laguna Beach, erano gli anni di una ribellione già cominciata, mai codificata. Si surfava, si viveva sulla cresta di un’onda fatta di libertà e psichedelia, si cavalcavano creatività e capelli lunghi.

Shawn Stüssy di quello scenario era partecipe e artefice. Nato nel 1954, nipote di un emigrante svizzero, Stüssy aveva presto iniziato a stare in equilibrio sull’oceano e a lavorare su quelle tavole che gli permettevano di scivolare sull’acqua.

Poco più che venticinquenne aprì la propria attività in una sorta di comune hippy. Privo di soldi, ma traboccante di idee, questo artigiano della vetroresina si fece conoscere grazie al passaparola e alla distintiva firma con cui cominciò a contrassegnare ogni prodotto: quel logo scritto a mano, influenzato da tag e graffiti, e quella u arricchita dall’umlaut sarebbero stati la chiave di volta per l’esplosione del brand. Illuminazioni grafiche alla base di tutto, dunque, ma non solo.

Nel 1981 il giovane Shawn ricevette un’offerta lavorativa dal Giappone, da una casa produttrice di tavole da surf che aveva avuto modo di osservare e studiare i suoi gioielli acquatici. Le trasferte nipponiche diventarono per il californiano un modo per affacciarsi all’alta moda, per battere i negozi di tendenza di Tokyo, per assimilare tendenze e gusti estetici.

Ad un anno di distanza il definitivo punto di non ritorno. Stüssy partecipò ad una fiera californiana, l’Action Sports Retail. Lì espose le sue tavole e, contemporaneamente, iniziò a distribuire maglie personalizzate.

“Non ero mai stato a quel tipo di fiera. Quindi mi sono detto di stampare la scritta ‘Stüssy’ bianca su alcune t-shirt nere. In quei giorni vendetti 24 tavole”

UNA TRIBÙ VESTITA STÜSSY

Stüssy divenne fashion designer senza accorgersene. Nel 1984 venne avvicinato da Frank Sinatra Jr. (nessun legame di parentela con ‘The Voice’) e gli venne proposto di lanciare una linea d’abbigliamento.

I suoi prodotti ebbero immediatamente un impatto epidemico su tutta la selva underground di surfer e skater. Il primo, iconico cappello da pittore divenne un oggetto di culto, un must have, così come le t-shirt e le giacche affrescate da grafiche dissacranti, da immagini rubate da altri brand e reinterpretate. La genialità di Shawn Stüssy si esaltò proprio in questo processo di appropriazione e reinvenzione dell’elemento alta moda. L’opera simbolista di Stüssy attinse da Rolex e Chanel, dalla corona e dal celebre No.4, smitizzando l’aura leggendaria aleggiante su questi marchi. Tra punk e Warhol, tra onde e asfalto, la umlaut travalicò prima i confini californiani, con il primo, storico negozio monomarca aperto a New York, poi le acque oceaniche, giungendo in Giappone ed Europa.

Fu un’ascesa vertiginosa, fu la nascita del concetto di streetwear.

Un processo che venne certificato e ingigantito mediaticamente dalla costituzione della cosiddetta International Stüssy Tribe: un cenacolo elitario, formato da guru dello streetwear europeo e mondiale come Luca Benini (Slam Jam), Jules Gayton, Alex Turnbull e Hiroshi Fujiwara. Nomi che ai profani dell’ambiente diranno poco, ma che rientrano a pieni meriti nel gotha delle figure più influenti in questo processo evolutivo del mondo fashion. 

TOCCARE L’APICE PER DIRE ADDIO

Come i più grandi rivoluzionari, una volta sedutosi sulla vetta, una volta raggiunti i vertici di un ambiente che casualmente l’aveva accolto e venerato, Shawn Stüssy decise di lasciare la propria azienda.

Una scelta presa a soli 41 anni. Una scelta dettata dal desiderio di passare il maggior tempo possibile al fianco dei proprio figli: “Volevo essere tanto puro nel crescere i miei figli, quanto lo ero stato nel crescere il mio business”.

Stüssy vendette le quote a Sinatra Jr. nel 1995, chiuse la porta e da allora non si voltò più indietro. Oggi continua a vivere tra Francia, Spagna e Hawaii, in una sorta di buen ritiro permanente. Le sue collaborazioni, le sue firme estetiche, continuano ad essere richieste dai giganti della moda, così come da case di produzione di tavole da surf.

Stüssy non può essere definito eremita a tutti gli effetti, dunque, ma visionario che, a quasi 70 anni, riesce ancora a stuzzicare, ad ispirare, a far desiderare il proprio genio sovversivo, la propria umlaut dipinta da oceani, strade e rivoluzioni culturali, il proprio status di leggenda vivente. 


I 6 migliori film di basket della storia

Da ‘He Got Game’ a ‘Chi non salta bianco è’. Quando il basket diventa leggenda sul grande schermo

“Il basket è come il jazz”, diceva Kareem Abdul-Jabbar. È una forma artistica, dove ritmo e ispirazione scandiscono ogni palleggio, ogni azione.

Il basket è una musa ispiratrice per il mondo della moda, grazie al suo spirito underground, all’universo cool NBA, al suo heritage visivo. Il basket è un soggetto sempre più utilizzato nell’arte contemporanea, ammaliata dalle innumerevoli sfumature del Gioco inventato da James Naismith. Il basket è anche punto di riferimento e spunto ideale per la grande cinematografia

Vi proponiamo quindi una raccolta di film, 6 per l’esattezza, che riteniamo i più grandi capolavori cestistici comparsi sul grande schermo. Buona visione.

He Got Game

La regia di Spike Lee, le interpretazioni di Denzel Washington e Ray Allen. Bastano tre nomi per comprendere la grandezza di una pellicola. In questa chicca divenuta cult, Jesus Shuttlesworth (interpretato da Allen, al tempo giocatore dei Bucks), è uno dei maggiori prospetti liceali della nazione. Fama, donne, oscuri procuratori e grandi college arrivano a bussare alla porta di questo ragazzo privo di genitori. Jesus, difatti, seppur minorenne, deve fungere da uomo di casa e padre per la giovane sorella. Alle sue spalle un terribile episodio: la morte della madre. Jake Shuttlesworth (Denzel Washington), padre di Jesus, è in carcere proprio perché responsabile del tragico omicidio casalingo e, improvvisamente, si trova a tornare tra i campetti di Coney Island per conto del proprio direttore. L’obiettivo? Far scegliere al proprio figlio l’università di Big State, alma mater del governatore statale. Ad innescarsi è una vorticosa serie di eventi, culminata in un complesso e duro riavvicinamento tra un figlio pieno di astio e un padre divorato dai rimorsi. ‘He Got Game’ venne presentato alla Mostra Internazionale Cinematografica di Venezia nel 1998. Da segnalare la meravigliosa colonna sonora in cui s’intrecciano brani di Aaron Copland e ispirati pezzi dei Public Enemy.

Glory Road

La storia dei Texas Western Miners è una pietra miliare nell’evoluzione sociale americana. Il piccolo college texano, grazie alle visionarie decisioni di coach Don Haskins, fu la prima squadra a schierare un quintetto di soli giocatori di colore in una finale NCAA: quella giocata nel 1966 contro la quotatissima Kentucky, corazzata guidata dal conservatore Adolph Rupp. Atti intimidatori, insulti razziali, resistenze pubbliche e desiderio di cambiamento popolano questa pellicola, diretta magistralmente da James Gartner, e l’intera marcia dei Miners fino alla terra promessa del titolo nazionale. Il film, fondamentale testimonianza storica, oltre che sportiva, venne nominato per il celebre Humanitas Prize, premio per la scrittura di film destinati a promuovere la dignità umana e la libertà, e vinse l’ESPY Award nel 2006.

White Men Can’t Jump

A Los Angeles il playground è folklore e trash-talking, è dollari in palio e outfit sgargianti. Lo era già negli anni ’90, come testimoniato dalla mitica pellicola White Men Can’t Jump. Nell’iconico campetto di Venice Beach s’incontrano Billy Hoyle (Woody Harrelson) e Sidney Dean (Wesley Snipes): streetballer agli antipodi, non solo per il colore della pelle. Tra i due nasce un’amicizia particolare, un’affinità cestistica che li condurrà in un ironico e vincente viaggio tra i playground più noti della Città degli Angeli: un viaggio alla ricerca di soldi facili. Come sfondo della storia un pregiudizio da sempre presente nella pallacanestro: la mancanza di atletismo nei giocatori bianchi. È solo un’agognata schiacciata a porre fine, forse, a questa diatriba secolare.

La legacy di Space Jam

Da Michael Jordan a LeBron James, da una pallacanestro giocata al ritmo dei grandi Bulls alla contemporaneità ipertecnologica vissuta come un videogame, dai Looney Toons ai Looney Toons. Il secondo capitolo di Space Jam (A New Legacy), da poco uscito nella sale, ha fatto storcere il naso a molti puristi, eppure sembra incarnare l’evoluzione 2.0 di una pellicola che ha deliziato generazioni di appassionati della palla a spicchi. James, ‘Re’ del basket attuale, indossa la corona consegnatagli da ‘Sua Altezza Aerea’ MJ anche sul grande schermo, trovandosi a salvare il mondo al fianco della compagine cartoonesca griffata Warner Bros. In questo nuovo capitolo i vari Charles Barkley, Patrick Ewing, Larry Johnson, Muggsy Bogues e Shawn Bradley vengono sostituiti da Anthony Davis, Damian Lillard, Klay Thompson, Nneka Ogwumike e Diana Taurasi. La presenza femminile nella Goon Squad è solo una delle tante novità innestate nel secondo Space Jam, ambientato in un mondo totalmente cibernetico, in cui prendono forma i sempre divertenti Bugs Bunny, Daffy Duck, Porky Pig e soci.

Coach Carter

Altra pellicola ispirata ad una storia vera, in questo spaccato biografico Samuel L. Jackson interpreta il coach Ken Carter, impegnato nel migliorare come giocatori e, soprattutto, come studenti e uomini, i ragazzi della Richmond High School. Carter sparge tra i suoi giovani atleti, vicini ad ambienti violenti e criminali, il verbo dell’istruzione, ponendo i risultati scolastici davanti a quelli sportivi. Gli Oilers, squadra dall’indiscusso talento, si trovano addirittura a dover saltare delle partite per concentrarsi sullo studio: scelta che pose coach Carter in mezzo ad una bufera di polemiche, ma che consentì a tantissimi suoi ragazzi di ottenere borse di studio universitarie. Anche in questo caso il basket diventa strumento per raccontare una meravigliosa storia sociale.

Hoosiers

Film più datato rispetto a quelli già elencati, Hoosiers è un capolavoro del 1986, diretto da David Anspaugh e candidato ai Premi Oscar per il miglior attore non protagonista (Dennis Hopper) e per la colonna sonora. Gene Hackman interpreta coach Norman Dale, allenatore messo ai margini dal sistema collegiale, che si ritrova a dirigere la squadra di una piccola scuola dell’Indiana, conducendola ad un inatteso successo statale. La storia, ispirata a quella della Milan High School, narra di rapporti umani ed intrecci sociali all’interno della comunità di Hickory. Ne viene fuori un intenso affresco dei criptici Stati Uniti rurali, un ritratto talmente intenso dall’essere stato scelto dalla United States National Film Registry come “opera d’arte culturalmente, storicamente e esteticamente significativa”, risultando, proprio per questo, soggetto alla preservazione della Biblioteca del Congresso.


Le donne che hanno cambiato l’estetica del tennis

Dagli abiti Vittoriani alle sorelle Williams. Chi ha rivoluzionato il tennis femminile?

Corsetti, busti, gonne enormi che sfioravano terra. Il tennis femminile in epoca Vittoriana non lasciava spazio a creatività e libertà di movimento. Il tempo ha però cambiato radicalmente l’idea di outfit tennistico per il gentil sesso: un cambiamento arrivato grazie a dei momenti di rottura, ad alcune figure che sotto rete hanno coraggiosamente deciso d’infrangere tabù sociali e visivi, calpestando l’erba di Wimbledon e i terreni degli altri Slam vestite di novità, di ribellione, di evoluzione.

Qui abbiamo deciso di elencarvi alcune delle donne capaci di cambiare l’immaginario di abbigliamento sportivo femminile, spesso incappando in critiche e boicottaggi: idealiste spinte da un vento femminista, da un vento progressista. Atlete che hanno segnato il proprio sport non solo grazie alla racchetta.

Suzanne Lenglen

La ‘Divine’, la divina francese che dominò il tennis negli anni ’20, conquistando 25 titoli del Grande Slam, un oro olimpico ad Anversa e perdendo solo 7 partite in carriera. Prima celebrità femminile del tennis, per la stampa d’oltralpe e internazionale fu inesauribile calamita d’attenzioni: il suo gioco tendente al futuro, unito alla sua passione per il mondo glamour e all’intensità umorale mostrata in campo, portò le grandi masse a seguire il tennis femminile, prima di allora vissuto solo marginalmente.

In particolare, nel gran gala bianco di Wimbledon 1920, la Lenglen stupì organizzatori e spettatori presentandosi con un vestito che non copriva avambracci e polpacci: scelta assolutamente incomprensibile per l’epoca. In occasione di quel torneo londinese, la ‘Divina’ venne anche osservata bere del brandy alla fine di ogni set.

Di lì a qualche anno avrebbe smesso di giocare, non ancora trentenne: “In dodici anni in cui sono stata campionessa ho guadagnato milioni di franchi, e ne ho spesi altrettanti per viaggiare e disputare i tornei. Non ho guadagnato un centesimo dalla mia specialità, dal mio percorso di vita, dal tennis. Secondo assurde e antiquate idee solo una persona ricca può competere ad alti livelli e solo le persone ricche riescono a farlo. È giusto? Questo fa progredire il nostro sport?”, furono le sue laconiche parole.

Gussie Moran

Tennista di certo distante dai risultati straordinari della Lenglen, questa californiana resta cristallizzata nella storia sportiva per un particolare crossover avvenuto in occasione di Wimbledon ’49.

L’atleta statunitense, allora 26enne, chiese al celebre stilista Ted Tinling di disegnare il primo abito corto nella storia del tennis femminile. Rigorosamente bianco, come previsto dal ferreo regolamento di Wimbledon, l’abito della Moran venne creato in modo da far risaltare delle mutandine con risvolti in pizzo.

Lo scandalo fu enorme, e l’esibizione della ribattezzata ‘Gorgeous Gussie’, arrivò addirittura all’interno del Parlamento britannico. La prima musa ispiratrice di Tinling, legatissimo anche all’italiana Lea Pericoli, venne accusata dall’All England Lawn Tennis and Croquet Club di aver introdotto “volgarità e peccato nel tennis”.

Billie Jean King

Tornando nel gotha del tennis, non si può evitare di nominare l’immensa Billy Jean King, vincitrice di 78 titoli WTA e, soprattutto, figura di riferimento nella lotta contro il sessismo sia nella società, che nello sport.

Durante il match del 20 settembre 1973 giocato contro Bobby Riggs e passato alla storia come il più importante dei tre capitoli della ‘Battaglia dei Sessi’ tennistica (recentemente trasposto anche sul grande schermo), la King indossò un vestito disegnato proprio dal già citato Ted Tinling.

Quell’outfit divenne simbolo della rivalsa tennistica femminile: una rivalsa certificata dalla vittoria della King ai danni di Riggs, davanti ad oltre 30mila presenti e 90 milioni di persone incollate alla televisione.

Anne White

Wimbledon, 1985 edition: when Anne White took a leap into the future. The American athlete showed up in the green temple of world tennis with a one-piece suit, branded Pony, entirely made of Lycra. The outfit enchanted audiences and photographers, and sparked a huge wave of controversy.

L’incontro venne fermato sul punteggio di un set pari, al calare della sera, e l’arbitro intimò alla White di cambiare abbigliamento per il giorno seguente, optando per un completo più ‘appropriato’. La White acconsentì alla richiesta e perse la partita. Le foto della sua tuta ‘spaziale’, però, vennero pubblicate da tutte le maggiori testate del mondo.

Venus & Serena Williams

Un altro salto temporale, questa volta direttamente nel XXI secolo, dove una coppia di sorelle è stata in grado di raccogliere tutti questi lampi del passato, unendoli tra loro e liberando definitivamente il corpo delle proprie colleghe da preconcetti e demonizzazioni estetiche.

Lingerie e colori, personalità ed eleganza, Reebok e Nike: è così che Venus e Serena hanno definitivamente abbattuto il muro dell’ortodossia visiva tennistica, elevando i concetti di libertà decisionale e di femminilità atletica, impreziosendoli con oltre 300 settimane (combinate) trascorse in vetta alla classifica WTA.

Atipiche e iconiche, come il loro percorso, iniziato nella difficile realtà di Compton: una lunga marcia tra stereotipi e pregiudizi di ogni tipo, che queste due giganti della racchetta sono riuscite a polverizzare grazie a talento ed etica lavorativa.