URBEX, il ciclismo come esplorazione urbana

Nuove generazioni di rider stanno cambiando le città, MET ci spiega come

Reinventare l’esplorazione urbana. Lasciarsi inghiottire dagli spazi sconfinati della metropoli alla ricerca di anfiteatri industriali abbandonati in qualche angolo di periferia. È proprio lì il vero cuore pulsante delle grandi città: nei palazzi popolari dell’hinterland milanese, nei suburbs londinesi, nei quartieri più lontani della Città Eterna. Costruzioni spesso apparentemente anonime, prive di storia, figlie di uno strampalato piano edilizio stipulato per risolvere in fretta la crisi degli alloggi. Luoghi emblematici, spettrali, capaci però di attirare un numero sempre maggiore di visitatori affascinati dalla maestosità di questi giganti in calcestruzzo.

Partire alla scoperta di questi quartieri significa dover fare i conti con la soffocante congestione cittadina. Per sconfiggerla, servirebbe un mezzo più pratico e leggero, in grado di farci procedere a zigzag tra una macchina e l’altra: in altre parole, serve una bicicletta. MET Helmets, uno dei produttori di caschi più famosi nel panorama ciclistico mondiale, ha seguito il dj francese Matéo Montero nelle sue esplorazioni urbane in un progetto chiamato Urbex.

“My bike is the king” dice fieramente Montero, a testimoniare l’incredibile efficienza delle due ruote nella giungla urbana. Ex ciclista, per questo dj la bici è molto più di un mezzo di trasporto. È un ponte per unire culture e personalità differenti. È libertà pressocché incondizionata negli spostamenti. È l’unico modo per non restare imbottigliati nel traffico del centro città e per ridurre il proprio impatto ambientale.

Riprese mozzafiato, la capacità di persuadere visivamente. Dopo aver già collaborato con MET Helmets, Achille Mauri e Stefano Steno sono stati contattati per realizzare il progetto audiovisuale di URBEX MIPS. Un progetto in grado di raccogliere tutte le sfumature dell’esplorazione urbana in soli tre minuti.

La Terrazza del Pincio, qualche edificio abbandonato di periferia. Sampietrini, asfalti trascurati o nuovi spazi ancora in costruzione. Le nuances sceniche dell’esplorazione urbana sono potenzialmente infinite, proprio come le sfide o le difficoltà che si possono incontrare durante il viaggio. Tra iconici monumenti e palazzi abbandonati, una nuova generazione di esploratori pare essere pronta a popolare le nostre città.

Project by MET Helmets
IG @met_helmets

Pictures by Ulysse Daessle
IG @ulyssedaessle

Video:
Directed by @achillemauri.eu
Cinematography by @stefanosteno
Music by @_anddot
Sound Designer @tommaso.simonetta
Title Designer @samsala.studio
Starring @rawmance707
Voice @rawmance707

Testi di Filippo Vianello


Il basket parla Aussie: Nike Prahran Summer Jam

Gli scatti di Mitch Fong ci portano alla scoperta di uno dei festival cestistici più iconici d’Australia

Il Nike Prahran Summer Jam unisce culture e personalità differenti. Skaters, street artists e cestisti condividono lo stesso spazio urbano in un microcosmo dove meritocrazia e rispetto sono le due uniche regole.

Nato nel 2012 dalle menti di Eamon Larman-Ripon e Daniel Ella, il Summer Jam di Prahran si è presto imposto come la Mecca dello streetball australiano. Forte del sostegno di Nike ed House of Hoops by Foot Locker, il festival ha attratto negli anni centinaia di giocatori e street artist provenienti da tutto il globo.

Quella australiana è una cultura cestistica in rapida espansione, che di anno in anno conquista maggiore credibilità grazie all’elevata attrattività della sua lega, la NBL. Alcuni tra i migliori prospetti liceali americani, destinati a diventare futuri All-Star della NBA iniziano a preferirla ad una carriera al college: Lamelo Ball, stella degli Hornets e RJ Hampton, guardia di assoluto talento in forza agli Orlando Magic, hanno preferito misurarsi contro i professionisti della massima serie oceaniana prima di essere scelti al draft.

Il movimento nazionale sforna ogni anno atleti di assoluto livello: Andrew Bogut, Joe Ingles Patty Mills sono stati dei veri e propri pionieri nel portare la cultura cestistica degli aussies oltreoceano. Sulle loro orme ora possiamo ammirare Josh Green, dinamica guardia scelta dai Mavericks nel 2020 e Joshua Giddey, il nuovo wonder boy degli Oklahoma City Thunder che al suo primo anno ha distrutto il record di Luka Doncic, diventando il giocatore più giovane di sempre a registrare una tripla doppia.

Sempre più giocatori sognano di calcare i parquet delle arene più importanti degli USA, e non è un caso se il numero di squadre partecipanti ad un’importante vetrina come il Summer Jam cresca di anno in anno.

Giunto alla decima edizione, il Nike Prahran Summer Jam ha attirato migliaia di spettatori curiosi di vedere gli atleti più forti del Paese sfidarsi in intense sfide. Musica live, angoli food, una spettacolare gara di schiacciate e la nuova tappa di Perth: i numeri del torneo più iconico d’Australia sono destinati a crescere in maniera esponenziale per le prossime edizioni.

Nonostante l’evento abbia un forte respiro cestistico, Larman-Ripon, in una recente intervista per Pick and Roll ha voluto sottolineare l’importanza delle radici culturali riguardanti il loro progetto: “è qualcosa che va oltre la pallacanestro. È sempre stato così. È stare in famiglia, essere parte di una comunità, è musica, arte, cibo…la cultura è la vera base del Summer Jam”. 

Il decimo anniversario pare essere solo il punto di partenza per un torneo destinato a far parlare di sé ancora per molti anni.

Mitch Fong
IG @mitchfongphoto
mitchellfong.com

Testi di Filippo Vianello


MBOGI AMANI e l’evoluzione del ciclismo africano

Il film supportato da Brooks England che racconta speranze e sogni dei ciclisti in Africa orientale

È tempo di cambiare volto al ciclismo. Ruota attorno a queste parole la virtuosa realtà della AMANI Migration Gravel Race, gara che ha allargato gli orizzonti dei migliori  ciclisti dell’Africa orientale.

Organizzato per la prima volta in Kenya nel 2021, questo evento vuol essere il manifesto di una transizione sportiva epocale, atta ad evolvere l’intero movimento ciclistico africano e a infrangere barriere che per anni hanno limitato questa disciplina in tutto il continente.L’emozionante film ‘MBOGI AMANI’, supportato nella sua produzione da Brooks England, ritrae questo vento di cambiamento irradiato dal Team Amani e da molti altri talentuosi ciclisti dell’Africa Orientale che, attraverso le loro pedalate su bici gravel, stanno cercando di sfondare nella scena ciclistica globale.

The exciting film ‘MBOGI AMANI’, supported in its production by Brooks England, portrays this wind of change radiating from Team Amani and many other talented East African cyclists who, through their pedaling on gravel bikes, are looking to break into the global cycling scene.

Questo meraviglioso cortometraggio unisce storie personali, infiniti rettilinei rossi e suggestive albe, facendo comprendere quanto siano rilevanti le due ruote in queste terre e quanto margine di crescita abbia questo sport in Africa. Buona visione.

Credits: BROOKS ENGLAND
IG @brooksengland
brooksengland.com

Testi di Gianmarco Pacione


‘The Queen of Basketball’, un premio Oscar per una regina dimenticata

Segnò il primo canestro olimpico femminile e venne selezionata al Draft NBA, poi sparì nel nulla. La storia di Lusia Harris e della sua maestosa pallacanestro

La notte degli Oscar di LA ha visto trionfare nella categoria dei cortometraggi documentaristici la pellicola ‘The Queen of Basketball’.

Prodotto, tra gli altri, da mostri sacri della pallacanestro maschile passata e attuale come Shaquille O’Neal e Steph Curry, questo documentario diretto dal regista canadese Ben Proudfoot narra la vita e le imprese dimenticate di Lusia Harris.

Nata nel profondo Mississipi e cresciuta spezzando il polso insieme a sei fratelli nei pressi di un logoro canestro casalingo, ‘Queen Lucy’ lungo gli anni ’70 ha letteralmente cambiato il modo d’intendere la pallacanestro femminile.

Oltre un metro e novanta d’altezza, mani morbide ed educate, uno strapotere fisico bilanciato da una naturale eleganza: queste caratteristiche ante-litteram sconvolsero l’ambiente sportivo USA e videro il suo college, la minuscola Delta State University, ergersi a invincibile cenerentola nel panorama nazionale.

Il successo e la fama della Harris raggiunsero l’apice durante le Olimpiadi di Montreal 1976, quando l’appena 21enne centro mise a segno il primo canestro nella storia della pallacanestro olimpica femminile, e l’estate seguente, quando venne selezionata al Draft NBA dai New Orleans Jazz. All’epoca, difatti, non esistevano leghe professionistiche femminili e ‘Queen Lucy’ fu ritenuta all’altezza dei propri colleghi maschi.

Lusia decise però di rifiutare l’opportunità NBA, d’interrompere la sua carriera cestistica e di allenare nella sua città natale. In pochi anni il suo nome cominciò a svanire nel nulla, risucchiato da una tranquilla esistenza vissuta nei panni di madre ed educatrice.

Dopo decenni d’incomprensibile anonimato, l’induzione nella Naismith Memorial Basketball Hall of Fame restituì solo una piccola parte di quanto dovuto a questa pioniera della pallacanestro. ‘The Queen of Basketball’ fa luce su questa straordinaria storia di sport finita nell’oblio, ripercorrendo la biografia di Lusia attraverso le sue parole. Il documentario distribuito dal New York Times è un vero e proprio testamento di una gigante della palla a spicchi, reso ancora più significativo dalla recente scomparsa della Harris. Ve lo proponiamo pochi giorni dopo averlo visto premiato sul palco del Dolby Theatre. Buona visione.


Athleta’s Shelf – The Finishers: The Barkley Marathons

La recensione del libro firmato Alexis Berg e Aurélien Delfosse sulla folle maratona a stelle e strisce

Dall’Oregon al Tennessee. Dalla neve del Colorado al sole della California. Gli scatti di Alexis Berg e la penna di Aurélien Delfosse hanno girato per tutti gli Stati Uniti per conoscere e raccontare le incredibili storie degli eroi in grado di portare a termine The Barkley Marathon, una delle gare più iconiche al mondo.

The Cumberland Mountains of Tennessee. Un cancello giallo in mezzo alla foresta, non lontano dal luogo dove venne imprigionato James Earl Ray, l’assassino di Martin Luther King. Ci troviamo senza ombra di dubbio in uno dei luoghi simbolo della cultura americana. Una cornice tetra, spettrale, perfettamente abbinata all’alone di mistero che avvolge i criteri di selezione per una corsa dal respiro leggendario.

Quaranta runners con una determinazione fuori dal comune sfidano ogni anno i propri limiti fisici e mentali al fine di entrare nell’Olimpo sportivo riservato a coloro che terminano la gara nei tempi prestabiliti. Per un totale di circa 160 km, ed un dislivello complessivo pari a due salite del Monte Everest, la corsa prevede 5 giri completi dell’ostile tracciato del Barkley Loop entro 60 ore. Un’impresa titanica, che trova conferma nelle parole della liberatoria che ogni partecipante firma prima di iniziare la corsa: “Se sono così stupido da provare la Barkley, merito di essere l’unico responsabile per qualsiasi conseguenza: finanziaria, fisica, mentale o di ogni altro tipo”.

Nell’universo sportivo contemporaneo, dominato dagli sponsor e dalla fama, la Barkley è quindi una stella che brilla solo di passione e cultura. Nessuno sponsor, nessun media, solo una piccola tassa di $ 1.60 per partecipare. I Virgins, coloro che prendono parte a questo massacrante evento per la prima volta, sono inoltre tenuti a donare una targa del loro Stato d’origine. Per i Veterans invece, la donazione prevede regali di ogni tipo: una cassa di Dr. Pepper, delle sigarette o dei capi d’abbigliamento.

Il destinatario dei regali è Lazarus Lake, l’uomo che dietro la sua folta barba cela tutti i segreti della Barkley sin dalla sua nascita. Inoltre, essendone il padre fondatore, sceglie personalmente i partecipanti della competizione, analizzando le motivazioni di ogni atleta. Dopo un attento esame di tutte le candidature ed una convocazione ufficiale contenente le condoglianze di Laz stesso, viene fissato il giorno della gara, ma non l’orario. Sarà proprio Laz a dare improvvisamente il via alle 60 ore di corsa suonando una conchiglia ed accendendosi una sigaretta.

Dal 1995 solo 15 partecipanti sono riusciti a portare a termine questa impresa che alterna fatica e misticismo. Lontano dai riflettori e dalla fama, in un contesto forse troppo anonimo vista l’impresa compiuta, le semi-divinità che hanno portato a termine la corsa scavano nelle loro memorie e si raccontano nelle interviste intrise di passione e dedizione raccolte in questo libro.

Ph Alexis Berg
IG @alexis_berg

Publisher Thames & Hudson
IG @thamesandhudson
thamesandhudson.com

Testi di Filippo Vianello


Athleta’s Shelf – Wanderlust Himalaya

Gestalten e Cam Honan ci fanno viaggiare alla scoperta di uno dei luoghi più incantevoli del pianeta

Suggestivi anfiteatri di ghiaccio, variopinti villaggi pregni di tradizione. L’Himalaya è un magistrale connubio tra il creato e la civiltà. Un paesaggio a tratti preistorico, dove il tempo sembra essersi fermato. Un tempio naturale sorvegliato da pochi privilegiati custodi che cercano di farne rispettare la sacralità in un periodo storico caratterizzato dal turismo di massa. L’Himalaya, dimora delle nevi, occupa da secoli l’immaginario dell’umanità intera.

Un lento pellegrinaggio per sfuggire alla frenesia del quotidiano. Il bisogno costante di mettersi alla prova e sfidare i propri limiti. Le sfumature dell’escursionismo sono potenzialmente infinite: lo sa bene Cam Honan che in trent’anni ha attraversato 56 Paesi diversi, percorrendo più di 96,500 chilometri. Il suo ultimo libro, realizzato in collaborazione con Gestalten, ci porta alla scoperta di uno dei territori più selvaggi ed affascinanti al mondo. Un viaggio letterario e fotografico che parte dalle sorgenti del Gange, attraversa 5 Paesi diversi e quasi fa toccare il cielo con un dito grazie alle vertiginose altezze presenti nella regione.

Annapurna, K2 ed Everest sono senza dubbio alcune delle cime più intriganti di tutta la catena montuosa himalayana. Le prime due, tristemente note per la loro fama di mangiauomini, continuano ad attirare ogni anno migliaia di escursionisti da tutto il globo, spinti dalla possibilità di compiere un’impresa realizzata finora solo da pochi eletti. La conquista degli 8848m del Monte Everest, il “Dio del cielo” com’è conosciuto nella cultura nepalese, è senza ombra di dubbio uno dei sogni di ogni appassionato di alpinismo. Gli itinerari proposti da Horan sono piuttosto dettagliati, con numerosi consigli che permettono di pianificare le escursioni secondo le proprie necessità e capacità.

Anuj D. Adhikary, Wanderlust Himalaya, Gestalten 2022
Pete R, Wanderlust Himalaya, Gestalten 2022

Oltre all’aspetto naturalistico, il libro propone anche un interessante focus sulla dimensione culturale dell’Himalaya. Bumthang district è un piccolo concentrato di villaggi nel cuore settentrionale del Bhutan, una preziosa gemma incastonata alle pendici del Chura Kang che custodisce gelosamente i segreti del tessuto yathra, la prima difesa contro il gelido inverno himalayano. Ancora oggi, le donne del villaggio si riuniscono ogni giorno sotto lo stesso tetto e con le loro sapienti mani danno vita a capi unici per materiali, geometrie e colori.

Ridurre “Wanderlust Himalaya” ad una semplice guida, quindi, sarebbe riduttivo ed ingiusto. Abbinando una capacità narrativa particolarmente efficace a degli scatti semplicemente mozzafiato, Cam Honan e Gestalten danno al lettore l’impressione di poter viaggiare anche se si è comodamente seduti sulla poltrona di casa.

Photo
Jamie McGuinness
Anuj D. Adhikary
Pete R
Tyler “Mac” Fox
Feng Wei

Gestalten
IG @gestalten
gestalten.com


Africathletics, correre verso un futuro migliore

Siamo orgogliosi di annunciare l’inizio della collaborazione con Africathletics: il progetto culturale che, grazie all’atletica, aiuta il progresso dei giovani malawiani

‘Run With Us, We Never Stop’. Nel claim di Africathletics sono racchiusi anima, significato e principali attori di questa virtuosa idea. La corsa e l’atletica a tutto tondo sono i veri capisaldi di questo progetto dalle molte sfacettature: da queste attività-fulcro si irradiano una serie di elementi atti allo sviluppo individuale e collettivo, come quello accademico e quello alimentare.

“La genesi del progetto risale al 2015 ed è strettamente legata alla componente sportiva”, spiega Giulia Marazzini, communication manager e consigliera dell’associazione, “Mario Pavan ed Enrico Tirel, i due fondatori di Africathletics, erano 400isti e amici di pista. Durante un meeting si sono soffermati davanti al banchetto di una ONLUS che operava in Africa e hanno deciso di affrontare la loro prima esperienza da volontari. Dopo un mese in Zambia hanno voluto proseguire il loro viaggio in Africa e sono arrivati a Monkey Bay, una piccola cittadina situata sulle sponde meridionali del Lago Malawi. Lì hanno scoperto un paradiso terrestre, un luogo magico, e hanno deciso di sviluppare un progetto incentrato sull’atletica leggera”

Il Malawi è una stretta lingua di terra dell’Africa Sudorientale. In questa ex colonia britannica tre quarti della popolazione vive con meno di due dollari al giorno e il 12% di essa è afflitto dalla piaga della sieropositività. Qui, incorniciata dalla Grande Rift Valley, ha preso forma l’idea multidimensionale di Mario ed Enrico.

“L’atletica è l’elemento trainante del nostro progetto. È uno strumento che aiuta ad evolvere in meglio le nuove generazioni, permette loro di apprendere la necessità di una visione a lungo termine: per ottenere risultati sportivi, d’altronde, c’è bisogno di allenamento. Ogni anno diamo la possibilità a circa 200 ragazzi e ragazze di partecipare al nostro progetto, poi selezioniamo i più meritevoli in base a diversi fattori come le prestazioni atletiche e quelle scolastiche, oltre alle condizioni familiari, infine assegnamo loro delle borse di studio”

Africathletics si è strutturata con lo scorrere del tempo, divenendo realtà sempre più in grado d’infrangere barriere secolari e allargare orizzonti culturali. Una crescita che, purtroppo, è stata alimentata da un tragico evento, la morte dell’appena venticinquenne vicepresidente Mario Pavan. La reazione a questa dolorosa perdita è stata immediata, ed ha portato molte nuove figure e volontari italiani ad unirsi al progetto.

Un progetto che nelle borse di studio vede uno strumento fondamentale per incidere sui giovani di Monkey Bay, per formarli grazie all’aiuto d’istruttori sportivi, d’insegnanti scolastici e di una corretta dieta alimentare. Elementi che, combinati tra loro, sprigionano una potenza rara, in grado di cambiare in meglio una singola vita e, di conseguenza, l’intera comunità.

“Cerchiamo di andare al passo con la comunità. Per noi è fondamentale che il progetto venga vissuto in primis dagli abitanti locali e che loro stessi lo vivano come parte integrante della comunità. Noi vogliamo che il progetto viva anche in nostra assenza, speriamo che un giorno possa addirittura arrivare ad autosostenersi. Stiamo creando gli allenatori del futuro e stiamo creando la buona società del futuro, dando la possibilità ai giovani d’imparare correttamente l’inglese, strumento necessario per accedere alla scuola secondaria. La scuola primaria del Malawi difatti vede spesso classi sovrappopolate, che arrivano a contare circa 200 bambini… Gli insegnanti parlano il dialetto locale Chichewa e, terminato il primo ciclo di studi a 8 anni, meno del 10% degli studenti può proseguire il percorso accademico a causa delle lacune linguistiche. Ecco perché noi mettiamo a disposizione corsi extra di inglese e matematica. Affrontiamo anche il problema della malnutrizione: in Malawi la terra è fertile, quindi non si può parlare di denutrizione, ma la dieta tradizionale prevede prevalentemente nshima (una polenta bianca) e cibi fritti. Con il nostro piano alimentare dimostriamo quanto sia importante anche questa componente nella maturazione dei giovani malawiani”

La presa di coscienza del proprio corpo, della propria mente, della propria capacità comunicativa, del proprio futuro. Il lavoro di Africathletics passa anche attraverso l’esempio dei primi ragazzi coinvolti nel progetto, oggi cresciuti culturalmente, oltre che fisicamente, e divenuti testimonial ideali per convincere i più giovani a perseguire gli stessi obiettivi.

Passa anche per la ‘Conquista del Castello’, gara podistica organizzata annualmente a Feltre, il cui ricavato viene devoluto al progetto malawiano, e passa per una comunicazione dall’alto impatto visivo. Sui social Africathletics ha deciso di cambiare la classica narrazione di ONLUS e associazioni varie, proponendo contenuti estetici, volti a raccontare l’anima positiva di un progetto che è in continuo sviluppo.

“Non vogliamo comunicare tristezza o difficoltà. I malawiani vengono definiti ‘il popolo del sole’, regalano sempre gioia e sorrisi. Per questo portiamo con noi fotografi che sono in linea con la nostra idea comunicativa, le loro immagini rispecchiano il nostro pensiero e crediamo che siano un punto di forza del progetto. Come prossimo step ci piacerebbe creare una squadra di rugby a 7 femminile. Riteniamo sia fondamentale per evolvere il concetto di donna, tema storicamente delicato nel continente africano. L’importante, come sempre, sarà trattare tutto con calma e delicatezza, nel rispetto della cultura malawiana”

Per conoscere più approfonditamente e sostenere il progetto Africathletics, clicca qui. 

Ph Davide Gaudenzi
IG @davidegaudenzi_photo
davidegaudenzi.com

Ph Federico Ravassard 
IG @federico_ravassard
federicoravassard.com

Testi di Gianmarco Pacione


Surf, militari e Vietnam: la visione di Nigel Cabourn

La collezione ‘China Beach Surf Club’ prende spunto da una delle più affascinanti storie militari americane, quella di un atipico club di surfisti

‘China Beach Surf Club’ è l’ennesima visionaria intuizione di Nigel Cabourn. Per la personale collezione SS22, il geniale fashion designer britannico ha voluto trarre ispirazione da una delle storie più originali e affascinanti della storia militare americana: quella di un’atipica community di surfisti.

L’estetica di Cabourn, tradizionalmente contaminata da elementi workwear, militareschi e vintage, in questo caso si concentra sul lontano 1967 e sulla tragica Guerra del Vietnam. Guerriglia, terrorismo e fallimenti politico-militari, ma non solo. Nell’ostile territorio vietnamita, difatti, i militari americani decisero di rilassare nervi e corpi affidandosi ai benefici del surf.

Fu Larry Martin, magazziniere della US Navy, a maturare quest’intuizione. Di stanza nello strategico centro portuale di Da Nang, il giovane militare propose ai superiori di far cavalcare il moto ondoso di China Beach, nome in codice di My Khe Beach, ai propri commilitoni. La richiesta venne accordata, le tavole iniziarono a scivolare sul Mar Cinese Meridionale e rapidamente prese forma il ‘China Beach Surf Club’.

I Marines di ritorno da provanti offensive, come quella celebre del Têt, e dalla terrorizzante prima linea falcidiata dai Viet Cong, utilizzarono il club e il surf come strumenti terapeutici di primaria importanza e divennero simbolo non convenzionale della cultura surfista statunitense.

Tante delle tavole utilizzate da quei militari oggi popolano i musei a stelle e strisce, molti di quei ragazzi sono anche tornati in Vietnam per rivivere le sensazioni provate sulle onde di China Beach. Nigel Cabourn non è il primo artista o creativo ad attingere dall’influenza pop di questo iconico club: basti pensare alla pellicola-capolavoro Apocalypse Now, diretta dal mostro sacro Francis Ford Coppola.

Il tenente colonnello Bill Kilgore, interpretato magistralmente da Robert Duvall, entra in contatto con l’elemento surf in alcune delle scene più emblematiche del film vincitore di 2 Premi Oscar e 3 Golden Globe. In una di queste, riferendosi ai nemici, pronuncia la storica frase “Charlie non fa il surf”.

Nella nuova collezione di Cabourn, dunque, ogni prodotto diventa storia, ogni tavola fotografata diventa riferimento, ogni dettaglio diventa un trait d’union tra il presente del fashion e il passato sportivo-militare, creando un connubio di altissimo valore culturale, oltre che estetico.


Brooks Roots Journey, la bici è narrazione

Dal nord Italia a Birmingham: una moderna Odissea per omaggiare la storia di Brooks

Cosa significa tornare alle origini? Cosa significa scoprire e riscoprire una storia secolare pedalando nel cuore dell’Europa?

Brooks England ha annunciato il Brooks Roots Journey, una ‘moderna Odissea’ che coinvolgerà tre ciclisti e li vedrà viaggiare lungo tutto il Vecchio Continente. Dal nord Italia a Birmingham, tre settimane di avventura umana e fatica sportiva che condurranno i partecipanti ad un traguardo carico di fascino e significato: la fabbrica Brooks di Birmingham, dove tutto iniziò nel lontano 1866 e dove ancora oggi vengono prodotte tutte le selle in pelle del brand britannico.


Under Armour e Stephen Curry stanno cambiando il basket, e non solo

Il Curry Brand è la virtuosa evoluzione del rapporto brand-atleta

Change the game for good. Il mantra evidenziato da tutte le pagine legate al Curry Brand non è la classica, impattante forma lessicale priva di reale volontà, contenuto e azione.

Stephen Curry sta cambiando il gioco. Lo sta facendo sul parquet dal lontano Draft NBA del 2009, checché ne dicano i puristi della palla a spicchi, lo sta facendo in egual modo all’esterno di esso. Lo spirito filantropico del visionario faro-giocoliere dei Golden State Warriors risulta difatti essere uno dei più sfaccettati ed efficaci dell’intero panorama sportivo mondiale.

Il suo brand, sottocostola di Under Armour in un rapporto che, a tutti gli effetti, ricalca quello mitico tra Nike e Jordan, è diventato molto più di una semplice vetrina per abbigliamento e sneakers personalizzate: Curry Brand è un’evoluzione del binomio marchio-atleta, un nuovo scenario figlio di questo tipo di connessione, in grado di toccare in egual modo ambiti inesplorati e virtuosi, Metaverso e comunità reali, parquet e istruzione.

DALLA LOTTA ALLA MALARIA A ‘EAT. LEARN. PLAY.’

La prima grande tappa nell’impegno sociale del figlio di Dell, nota shooting-guard dei favolosi Charlotte Hornets anni ’90, arriva nel 2012, con una particolare formula di donazione per la fondazione ‘Nothing But Nets’, impegnata nel combattere la diffusione malarica in Africa.

Introdotto al tema dal suo compagno collegiale a Davidson Bryant Barr, Curry decide di donare tre zanzariere per ogni tripla segnata. La sensibilità maturata verso questo problema porta Curry anche alla Casa Bianca, dove nel 2015 interviene davanti a Barack Obama sostenendo la sua President’s Malaria Initiative.

È solo un piccolo ma significativo antipasto di quella che, con il passare del tempo e con l’annessa maturazione personale, si sarebbe tramutata in una visione umanitaria molto più articolata.

Segnato dalla consapevolezza di un’infanzia differente rispetto a tanti suoi colleghi, vissuta nell’agio di una famiglia resa benestante dalla pallacanestro, e da un profondo legame con i valori cristiani, come testimoniato dall’ormai iconica gestualità tocco del petto-indice puntato al cielo dopo ogni canestro, il 30 degli Warriors inizia a concretizzare le sue convinzioni solidaristiche nel 2019, quando istituisce la fondazione ‘Eat. Learn. Play.’ insieme alla moglie Ayesha.

“Ci impegniamo a far evolvere il potenziale incredibile di ogni bambino, lottando per porre fine alla fame infantile, assicurandoci che gli studenti abbiano accesso a un’istruzione di qualità e fornendo luoghi sicuri per tutti i bambini, dove possano giocare ed essere attivi”, questo il manifesto programmatico firmato dai Curry: una serie di obiettivi virtuosi perseguiti grazie alla poliedrica sinergia con Under Armour.

TRA NFT E REALTÀ, TRA TRIPLE E OPPORTUNITÀ

Che Stephen Curry abbia cambiato le prospettive di Under Armour non è un mistero. Firmato nel lontano 2013, il tre volte campione NBA e due volte MVP ha segnato indiscutibilmente l’inizio di un’epoca cestistica d’oro per il brand del Maryland.

Contestualmente, però, il rapporto tra Curry e Under Armour ha permesso al nativo di Akron di strutturare ed esplorare una lunga serie di iniziative sociali: iniziative anche atipiche e, per certi versi, visionarie, come recentemente successo in occasione della 2974esima tripla mandata a bersaglio in una partita ufficiale NBA, record all-time della Lega.

Per celebrare il traguardo raggiunto, 2974 repliche digitali delle scarpe indossate da Curry nella storica partita del Madison Square Garden sono state messe in vendita con un drop NFT. Queste scarpe ‘metaversiche’ sono andate sold out dopo poche ore e quasi l’80% del milione di dollari totalizzato (il prezzo singolo di ogni scarpa era 333 dollari) è stato devoluto in beneficenza ad organizzazioni che supportano l’accesso allo sport per i più giovani.

Accesso allo sport che Curry e Under Armour perseguono non solo con queste iniziative speciali, entrando costantemente nei quartieri più caldi e sostenendo da un lato fondazioni radicate nella Oakland a cui Steph è visceralmente legato, come testimoniano le azioni a favore dell’Oakland Parks, Recreation & Youth Development e dell’Oakland Athletic League, e dall’altro realtà internazionali come l’australiania Charity Bounce.

Il binomio UA-Steph dichiara di voler costituire gli strumenti, le basi affinché le nuove generazioni possano progredire a livello sportivo e umano. Il rinnovamento dei campetti, la bonifica di spazi abbandonati e il supporto del sistema scolastico sono i tre ambiti su cui si focalizza maggiormente questa sensibilità condivisa. Altrettanto fondamentale in questa vision è il reclutamento di allenatori-mentori, persone inviate in aree delicate con il solo scopo di cambiare vite grazie alle parole, alle nozioni cestistiche e all’influenza positiva: capisaldi riassunti dall’organizzazione non-profit Positive Coaching Alliance, anch’essa sostenuta dal Curry Brand.

Recentemente Curry e Under Armour hanno dato ulteriore dimostrazione della vicinanza alle problematiche infantili, coinvolgendo i famosi Muppets di Sesame Street nella nuova collezione di Curry Flow 9. I celebri pupazzi, oltre a dare una nuova e originale identità cromatica alle sneakers utilizzate dallo sharpshooter degli Warriors, sono simbolo tangibile dei principi sopraelencati.

“Curry Brand e Sesame Street condividono lo stesso messaggio. Si tratta di sostenere tutti i bambini, specie coloro che vivono in comunità scarsamente aiutate: ragazzi che cercano un opportunità per diventare la migliore versione di loro stessi”, questo lo statement che ha accompagnato il lancio delle sette differenti colorways dedicate a questa collaborazione.

Anche in questo caso Curry e Under Armour hanno fatto seguire all’esempio l’azione, schierandosi al fianco dell’organizzazione non-profit Sesame Street, impegnata nell’istruzione infantile.

Change the game for good. In un mondo di testimonial strapagati e fini a loro stessi, di atleti-influencer, di stelle che si fermano alle prestazioni sul campo, Stephen Curry sta segnando una nuova strada: la strada della grandezza condivisa, del rapporto con un brand che non si ferma al semplice shooting fotografico o all’advertising superficiale, del coinvolgimento attivo e costante in problematiche reali.

Stephen Curry sta cambiando il gioco, il gioco vero, per il bene. Ed è giusto ricordarlo ogni volta che lo si vede rilasciare un floater ad altezze vertiginose, ogni volta che lo si vede shakerare il pallone in un ball-handling ipnotico, ogni volta che lo si vede rilasciare frecce fatate dai nove metri dopo alcuni passi di danza cestistica.

Perché l’eccellenza deve ispirare. Non solo dietro la linea dei tre punti.

Under Armour
IG @underarmour

Curry Brand
@currybrand

Testi di Gianmarco Pacione