Mike Powell, 8.95 è per sempre

Insieme a Karhu abbiamo incontrato il più grande lunghista della storia

Esistono momenti sportivi che si riflettono sul corso della storia, che ridefiniscono i paradigmi della fisica, che rielaborano i limiti umani, rendendo la realtà immaginazione e l’immaginazione realtà. Sono rapidi strappi temporali, istantanee e imprevedibili transizioni verso nuove ere atletiche, verso nuovi mondi inesplorati.

“Competere con Carl Lewis non era facile, sapete?”, scherza Mike Powell allargando le braccia e regalando un sorriso ironico al media center del Ratina Stadium di Tampere, “Era una leggenda vivente. Il mio unico focus era batterlo. E per batterlo sapevo che avrei dovuto fare una sola cosa: infrangere il record mondiale”

30 agosto 1991, Mondiali di atletica leggera a Tokyo, finale di salto in lungo. L’uomo chiamato ‘Figlio del Vento’ si abbandona ad una corrente ascensionale e, contemporaneamente, orizzontale. Sono quasi 3 metri al secondo di aiuto ventoso. Il suo corpo fugge dalla sabbia poco dopo, lasciando l’impronta a 8 metri e 91 centimetri. Bob Beamon nella rivoluzionaria kermesse di Città del Messico ’68 si era fermato un centimetro prima, polverizzando il record mondiale del sovietico Igor’ Ter-Ovanesjan e ridefinendo l’intera disciplina.

“Tre giorni prima di quella finale ho fatto la mia ultima sessione d’allenamento e mi hanno chiesto di firmare un autografo. Ho scritto il mio nome, Mike Powell, e a seguire ‘1991 World Champion, 8.95’. All’epoca il mio personal best era 8.66 e non sapevo nulla di centimetri, ragionavo sempre in pollici… Però quel numero era nella mia testa. Doveva succedere”

Il corpo di Mike Powell si appropria della pedana del National Olympic Stadium. Attorno alla lunga vena di tartan solo un nipponico silenzio assoluto. L’allora 27enne di Philadelphia sbuffa a cadenza regolare, pare fissare lo sguardo su una dimensione esterna, a noi sconosciuta, disegna i tipici tre-quattro passi scenici introduttivi alla sua rincorsa, poi si lancia in un ossessivo ed elegante moto rotatorio di gambe e braccia. Powell fende la terra, poi l’aria. Tutto si ferma, tempo e vento compresi.

“L’atletica è ritmo. Il salto in lungo è una danza: ti carichi, voli e… splash. Nei secondi precedenti alla rincorsa, è fondamentale la visualizzazione. Io non mi vedevo come un robot, ma come un animale, sentivo l’energia che si appropriava del mio corpo, pensavo ad un ghepardo e alla sua velocità, alle sue linee: volevo muovermi nello stesso modo”

8.95. È una danza animale. È un primato mondiale destinato a durare per trent’anni, e per chissà quanti altri ancora. Powell festeggia correndo all’impazzata, abbracciando idealmente l’intera tribuna: fiumi di persone che non riescono a reagire, meravigliate, quasi atterrite, da un gesto atletico che nulla ha di umano. Grazie a quei 9 metri di planata, Powell ha appena assaporato una rivincita attesa da tutta la vita, ha scritto con il proprio corpo un qualcosa che non può e non potrà essere cancellato, ha semplicemente dichiarato di essere il più grande saltatore in lungo della storia sportiva.

“Quel salto non riguardava solo il Mondiale. Riguardava tutta la mia vita, tutti coloro che non avevano creduto in me: gli addetti ai lavori che pensavano fossi troppo magro, le ragazze che si erano rifiutate di uscire con me… In quel salto c’era tutto. Stavo dicendo al mondo ‘I’m Here!’. Ero, anzi, continuo ad essere felice e orgoglioso. Sono stato in grado di entrare nella storia sportiva e io, da sempre, sono prima di tutto un fan assoluto di questo sport. Sono un ‘athletic geek’ e vedere tutte queste persone che ancora oggi mi fermano per chiedere una foto, o anche solo per complimentarsi, mi fa essere grato nei confronti del salto in lungo”

Camminare al fianco di Mike Powell sarebbe complesso in un normale contesto cittadino, figurarsi in una città finlandese popolata da amanti del track & field. Nel villaggio World Masters Athletics di Tampere, dove Powell svolge il ruolo di ambassador, ogni passo per questo mito vivente equivale ad un selfie, ogni saluto equivale ad una forte emozione provocata. Oggi Mike Powell ha 58 anni. Sono passate tre decadi dal suo capolavoro aereo, eppure tutti continuano ad essere attirati dall’aura di un uomo speciale, nel vero senso del termine.

“Per me è naturale stare in mezzo alla gente. Per alcuni atleti non è facile, me ne rendo conto, ma per me è gratificante. Più di tutto amo stare a contatto con gli atleti che alleno. Con loro il mio obiettivo principale è instillare fiducia e divertimento. Avere fiducia come atleta equivale ad avere fiducia come persona, e la fiducia è uno strumento fondamentale per giovani ragazzi che cercano di definirsi come esseri umani, che lottano per trovare un proprio posto nello sport e nella società. Quando vedo gli atleti Masters, poi, capisco di essere nel posto giusto: sono pazzi quanto me. Dico sempre che è vecchio solo chi non si muove: io mi alleno, alleno i giovani, ballo, mi sento giovane nella mente. L’età è solo un numero”

Mentre sorseggia un bicchiere di Lonkero, drink inventato in occasione delle Olimpiadi di Helsinki ’52, in compagnia di Emanuele Arese, Chief Operating Officer di Karhu, official sponsor dei WMA di Tampere, Mike Powell emana una sensazione di grandezza controllata, di autentica umiltà. Ci comunica che non è arrivato in Finlandia solo per stringere mani e fare pubbliche relazioni, ma per suonare, per vestire i sempre più graditi panni di DJ nella festa serale aperta a tutti gli iscritti WMA.

“Ve l’ho detto, la musica e l’atletica sono connesse. Per me il salto in lungo è hip hop. Io sono cresciuto con il flow della Sugar Hill Gang e ancora oggi ballo insieme a mia figlia. Tanti miei amici ascoltano il jazz, ma io ho bisogno di altri beat, soprattutto quando sono in pista. Fare musica mi piace, da sempre, per questo ho iniziato e sto continuando a fare il DJ. La musica è positività e la positività è un segreto nella carriera di uno sportivo. Come persone tendiamo ad essere negative, ma con i miei ragazzi faccio l’esatto opposto: continuo a ripetere loro quanto siano meravigliosi e grandi. In fondo si tratta di questo, che sia un record mondiale o qualsiasi altro obiettivo: se puoi vederlo, se puoi sentirlo, se puoi pensarlo, allora puoi farlo… No?”

This project is supported by Karhu Karhu Running 
Photography Rise Up Duo
Video Youtube
Testi di Gianmarco Pacione


The Eighth Issue

Il rapporto tra l’uomo e la natura, tra l’uomo e la comunità, tra l’uomo e sé stesso. Tutto incorniciato dall’immaginario culturale sportivo. Vi presentiamo Athleta Magazine Issue 8. La copertina dipinta dalla lente di Achille Mauri introduce la prima storia ‘I Want To Live In Real Madrid’, un viaggio di Alessandro Simonetti tra le bollenti dune di Fuerteventura, divenute centro calcistico per migranti africani. Dune che diventano interiori con Giuliano Pugolotti e il suo ‘Inner Dunes’, suggestivo saggio visuale dedicato all’ultratrail desertico. Elemento naturale che ritorna anche in ‘Una Inmensa Stepa Verde’, dove la poesia fotografica contemporanea di Achille Mauri si sublima nel contesto outdoor. Le due ruote si sublimano invece in maniera molteplice nel doppio reportage ‘Ice & Fire’ di Eric Scaggiante/Niccolò Varanini e ‘No Temas, Somos Los Chilangos’ di Jeoffrey Guillemard: da una parte osserviamo l’affascinante dolore sportivo del ciclocross, dall’altra indaghiamo il valore sociale del Chilangos Lowbike Club México, community che usa la connessione tra arte e ciclismo per debellare la piaga della criminalità organizzata. Di community in community, da Città del Messico a Venice Beach, dove l’empowerment femminile (e non solo) si amplifica sulle tavole da skate di ‘There Is No “I” In Grl’, ritratte da Giulia Fassina. Conversiamo poi con Charlie Dark e Sanchia Legister, coppia di creativi londinesi che nella corsa e nello yoga hanno trovato gli strumenti per cambiare le vite proprie e altrui, e con Virgil Dey, b-boy e performer di fama internazionale con una visione antropologica e culturale della breakdance. L’editoriale di Julien Da Costa a base di football americano e fashion parigino ‘Easy To Pick Up, Hard To Put Down’ è l’ultimo tassello di questo nuovo capitolo di Athleta Magazine: l’unico luogo dove lo sport è arte e cultura.


World Masters Athletics, where Every Runner’s Rights

Competizione e socialità, individualità e collettività. Grazie a Karhu abbiamo scoperto un evento unico, i WMA

Il brusio e il silenzio. La gioia e la delusione. Lo spettro sociale dei World Masters Athletics è direttamente proporzionale a quello emotivo. Nella festa sportiva finlandese di Tampere, l’equilibrio tra il risultato sportivo e il rapporto umano assume dei connotati che non hanno eguali, che non hanno paragoni. Bastano alcune diapositive, alcune immagini per riassumere quanto andato in scena tra il 29 giugno e il 10 luglio nei pressi del Ratina Stadium.

Lo scambio di opinioni e di gesti tra un decatleta finlandese di 60 anni e un diretto avversario cileno dopo un salto sbagliato. L’abbraccio tra un 50enne duecentometrista indiano, arrivato ultimo ad oltre 8 secondi di distacco dal primo classificato, e un avversario di Trinidad and Tobago disteso a terra dopo una coraggiosa e vana progressione finale. Il massaggiatore della delegazione spagnola impegnato nello sciogliere l’acido lattico di uno sprinter portoricano di 76 anni che, a sua volta, lo omaggia del racconto della propria vita. E ancora. La chiacchierata al chiaro di luna (anche se di luna non si può parlare, viste le 20 ore di sole scandinavo) di un gruppo di atleti misti, per età e provenienza, in uno dei bar affacciati sullo scuro canale Tammerkoski.

“Il World Masters Athletics unisce due componenti fondamentali”, spiega lucidamente la presidentessa WMA Margit Jungmann, “da un lato abbiamo lo sport, la competizione, il desiderio di porsi un obiettivo, perseguirlo e vederlo concretizzare in un evento di portata mondiale. Dall’altra abbiamo la componente sociale, la volontà di incontrare altre culture, di entrare a far parte di una community fondata su un’enorme passione condivisa: l’atletica”. Impossibile darle torto.

Per comprendere l’importanza e l’eccezionalità di questa manifestazione, immaginate il concetto di ‘limite’ e cancellatelo dalla vostra mente. Uomini e donne al di sopra dei 35 anni di età che si sfidano nelle più svariate discipline atletiche divisi in categorie: la prima dai 35 ai 40 anni, l’ultima over 100. Non c’è limite al processo di miglioramento. Che sia esso fisico o mentale. Non c’è limite alla ricerca del proprio personal best. Che tu abbia appena superato la soglia dei 40 anni o ne stia per compiere 90. Non c’è limite all’idea di rivoluzione, di cambiamento personale. Che tu sia un ex atleta olimpico o un novizio della pista.

Nel nordico Paese che diede i natali alla generazione dorata dei ‘Finlandesi Volanti’, mezzofondisti rivoluzionari degli anni ’20, guidati dal pluricampione olimpico Paavo Nurmi, lo sforzo sportivo ha trovato altri significati: quello di resilienza, quello di eternità, quello di individualità trasformata in collettività, e viceversa. Il risultato è una parte del processo, insegnano questi atleti: è una parte rilevante, sia chiaro, ma non totalizzante.

Lo può spiegare Annie Dorina, 65enne francese madre ed ex manager, che per oltre vent’anni ha dovuto abbandonare le piste seguendo il corso della vita e che a 53 anni ha iniziato a dedicarsi al salto triplo, disciplina che non aveva mai potuto svolgere in giovane età a causa di stereotipi e preconcetti di genere. Lo può spiegare Pei-Jung Huang, 48enne R&D manager che utilizza il decathlon per incamerare il maggior numero d’informazioni e trasmetterle, attraverso l’esempio, alle nuove generazioni di Taiwan. Lo può spiegare Ivan Gonzalo Ortiz, 76enne sprinter portoricano, giunto dall’altra parte del mondo unicamente per omaggiare la memoria del defunto padre-atleta.

Risultati che diventano storie. Storie che diventano risultati. Grazie a Karhu, sponsor ufficiale dei World Masters Athletics di Tampere, abbiamo avuto modo di scoprire un universo colorato di testimonianze, sacrifici e ideali, un universo composto da infiniti microuniversi personali, tutti egualmente importanti, tutti egualmente significativi. I profili che abbiamo raccontato e che continueremo a raccontare sono le stelle più o meno consapevoli, la parte pulsante, il manifesto dei WMA. Ecco il perché del claim condiviso con Karhu ‘Every Runner’s Rights’, ecco il perché di un’indagine che sa di essere sportiva, ma soprattutto antropologica e sociale.


Red Star, l’altra Parigi del calcio

Il Paris Saint Germain è la squadra di calcio più glamour del mondo. Per i sobborghi parigini, però, esiste solo il nome Red Star Paris

C’è sempre un’altra Parigi. Via dalle luci, lontana dagli Champs Élysées e dai miliardi degli Emiri. Scordandosi di Kylian Mbappé, di Neymar, di Messi e Thiago Silva, ti inoltri in una metropoli che sarebbe piaciuta a Émile Zola e a Victor Hugo e, più di tutti, a Marcel Proust: alla ricerca del tempo perduto.

Saint-Ouen è un sobborgo della zona Nord della capitale francese. Per i turisti, il quartiere è noto perché ospita il mercato delle pulci più popolare della capitale. Qui abita il Red Star Paris.

Il simbolo, una stella rossa posta al centro di un riquadro verde, è il fulcro di articolate disamine che intendono chiarirne la provenienza. Tra queste, una fa riferimento al suggerimento di Miss Jenny, governante della famiglia di Jules Rimet, che tutti ricordano come l’ideatore della Coppa del Mondo, nonché quale più longevo presidente della FIFA, ma che è stato anche il fondatore del Red Star, nel 1897.

Rimet diede vita al club in un piccolo caffè parigino. All’epoca era uno studente di giurisprudenza. Avrebbe cambiato il calcio, ma intanto cercava di farlo attecchire nel territorio della capitale. Jenny avrebbe scelto il nome della squadra dedicandolo alla compagnia navale Red Star, che con i suoi transatlantici portava dall’Europa all’America migliaia di emigranti, solcando l’oceano sulla rotta tra Anversa e Coney Island.

Leggenda o verità, di sicuro il bianco e il verde, che sono i colori della società, sono divenuti un emblema resistenziale. Un dato di fatto, questo, evidenziato fin dall’iconografia che contrappone al Paris Saint-Germain il Red Star, che è di stanza in uno stadio, il vecchio Bauer, dalle tribune rugginose e per cui è stato necessario progettare una sollecita e laboriosa ristrutturazione, sostenuta anche dall’ex Presidente della Repubblica, François Hollande, non nuovo a frequentare le tribune dell’impianto e così coinvolto da non esitare a convincere a seguirlo pure dei ministri dell’Esecutivo.

Ma il tratto politico del Red Star ha una definizione che porta alla Seconda Guerra Mondiale. Espressione di un quartiere popolare, un distretto della classe lavoratrice in cui la lotta all’occupazione nazista era forte, a far parte della squadra era anche Rino Della Negra, un giocatore i cui genitori erano italiani e che, durante il conflitto, era entrato in un gruppo partigiano dalle posizioni comuniste. Ferito e catturato dai tedeschi nel 1944, venne giustiziato.

L’ultimo messaggio che fece recapitare in una lettera spedita al fratello Sylvain prima dell’esecuzione conteneva un saluto: “Envoie l’adieu et le bonjour à tout le Red Star”. Dì addio e buongiorno a tutto il Red Star.

Da sempre leva d’integrazione, con molti calciatori dal doppio passaporto, e allenato, in passato, da Steve Marlet, martinicano nato a Phitiviers, piccolo comune nella regione della Loira, con una buonissima carriera tra i professionisti, con 23 presenze e 6 segnati tra il 2000 e il 2004 con la nazionale francese, il Red Star si è guadagnato un culto di nicchia che lo rende l’esatto contrario del PSG.

Se al Parco dei Principi ha trovato piena consistenza il turbocapitalismo del calcio, la legittimazione della deregulation applicata allo sport, il superamento dell’identità comprato con centinaia di milioni di euro e la nascita per partenogenesi di un tifoso-non tifoso, ma puro cliente, al Bauer c’è la replica romantica e malinconica a questi concetti.

Il Red Star ha brillato nella prima metà del secolo scorso, ha vinto quattro coppe di Francia, ma il declino che ne è seguito è stato continuo, con ripetuti saliscendi e interminabili difficoltà finanziarie. Nonostante tutto, il Red Star non conosce l’abbandono alla dittatura del calcio moderno.

L’unico compromesso accettato è stato quello che ha portato a firmare un accordo di fornitura delle maglie e di apporre sulla casacca il marchio di uno sponsor. Il resto è una rivolta permanente, gestita con meticoloso senso dell’equilibrio da Patrice Haddad, produttore cinematografico che dal 2008 è presidente e proprietario del club.

Il lancio delle nuove divise Kappa, create in collaborazione con il brand Lack of Guidance, è l’ennesima dimostrazione tangibile della filosofia Red Star. Una filosofia che attinge dalla nostalgia calcistica, dal minimalismo estetico destinato a divenire forma di culto, e che si sublima in una produzione multimediale incentrata sul rapporto tra il contesto socio-territoriale parigino e il Red Star: squadra-epicentro di una comunità che in 125 anni di storia non ha mai smesso di essere ribelle.

Testi di Matteo Fontana


5 installazioni in cui lo sport è diventato arte

Una raccolta delle più affascinanti e monumentali opere d’arte influenzate dallo sport

Quello tra sport ed arte è un legame semplicemente eterno, il cui principale punto di contatto è probabilmente la massima libertà espressiva. Arte e sport sono un linguaggio globale in grado non solo di unire culture e personalità differenti, ma anche due universi diametralmente opposti come quello sacro e quello profano.

Per mezzo dell’installazione “Untitled (plot for dialogue)” realizzata presso lo spazio Converso a Milano, l’artista americano Asad Raza ha individuato nel tennis il trait d’union tra lo sport e la dimensione religiosa. La suggestiva cornice cinquecentesca della chiesa sconsacrata di San Paolo Converso si è curiosamente trasformata in una sorta di circolo tennistico dove trovare avversari, allenatori ed una buona tazza di tè al gelsomino. Attraverso il botta e risposta tipico del tennis, Raza rivoluziona lo schema comunicativo verticale che caratterizza la maggioranza dei credi religiosi. L’assoluto silenzio con cui si assiste agli scambi di un match è un altro punto di contatto con la concentrazione imposta durante una funzione ecclesiastica. La pallina che rimbalza veloce da una parte all’altra del campo crea dei piccoli momenti di sospensione: brevi attimi in cui meditare ed avere fede proprio come se stessimo dialogando con un’entità ultraterrena.

Un prato verde, gli alberi. Quello tra natura, sport ed arte è un rapporto complesso, dove la spazialità gioca spesso un ruolo fondamentale. Nel 2019 l’artista svizzero Klaus Littmann realizza “For Forest”, un’impattante installazione artistica dove la sfera sportiva e quella naturale si uniscono in un unico universo.

Ispirato dal disegno di Max Peinter “L’infinito spettacolo della natura”, Littmann ha ricoperto l’intero manto erboso del Wörthersee Stadion di Klagenfurt con ben duecentonovantanove alberi diversi che rappresentano gran parte della varietà forestale europea. Comunemente associato ad eventi sportivi che coinvolgono decine di migliaia di spettatori, la spettacolarizzazione naturalistica di Littmann non si limita solamente a celebrare la biodiversità, ma vuole invitare il maggior numero di persone possibili a riflettere sull’importanza di salvaguardare un bene prezioso come la natura stessa.

La sabbia rovente, il torrido caldo estivo. Gruppi di amici ed un pallone. Quello che sembra essere uno scenario estivo piuttosto ordinario viene messo a soqquadro dal genio artistico di Benedetto Bufalino.

In occasione della Biennale Internazionale di Arte Contemporanea di Anglet, l’artista italofrancese ha realizzato un’installazione che combina magistralmente arte e sport: ciò che dall’alto sembrerebbe un normale campo da calcetto, è in realtà una sorta di fortezza sportiva composta da piccole mura che fungono da linee del campo. Da sempre particolarmente avvezzo al creare opere interattive, il singolare campo da calcio realizzato da Bufalino è simile ad un’infantile costruzione realizzata con i LEGO, dove il sacrificio atletico e la collaborazione tra compagni di squadra è fondamentale viste le difficoltà create dai muretti.

Rivoluzionare la monotonia dello spazio urbano. Donare nuova vita ai palazzi grigi di periferia. L’arte, ancora una volta, si conferma un eccellente mezzo per riqualificare degli spazi apparentemente dimenticati come quelli della banlieu. Quello tra l’artista francese JR ed il Brasile è un legame intenso, vivo. Iniziato nel 2008 con l’opera “Women Are Heroes” realizzata a Moro de Providencia, è proseguito in occasione dei Giochi Olimpici di Rio de Janeiro, dove il transalpino ha deciso di omaggiare il più importante evento sportivo al mondo con delle gigantesche installazioni artistiche rappresentanti tre atleti olimpici.

Mentre il saltatore sudanese Younes Idris conquista i tetti di un palazzo in Avenida Rui Barbosa, Cleuson Lima Do Rosario sembra pronto a tuffarsi nel mare di casa a Barra da Tijuca. L’ultima atleta scelta da JR è Léonie Périault, medaglia d’oro nel triathlon agli europei di Glasgow nel 2018, che in questa installazione fende le acque della spiaggia di Botafogo. Lo sport è senza ombra di dubbio radicato nella cultura popolare ed è per questo motivo che lo street artist francese ha scelto degli atleti solitamente lontani dai riflettori per le sue sensazionali opere.

Quello tra sport ed arte è un rapporto tanto semplice quanto potenzialmente complesso, proprio come quello tra individuo e collettività. Creare opere interattive permette l’unione di tutte queste sfere, come dimostrano le opere realizzate da Koo Jeong A ed il collettivo tedesco Inges Idee.

In occasione della Triennale di Milano l’artista sudcoreana ha realizzato “OooOoO”, uno fluorescente skatepark multisensoriale che incentiva il visitatore ad una partecipazione attiva dello spazio.

Rivisitare il comune rapporto uomo-spazio è il concept con cui è nata anche l’installazione di Inges Idee: quello che apparentemente sembra un semplice playground è in realtà un complesso sistema di piccoli dossi, zone più pianeggianti, aree dinamiche ed angoli dove rilassarsi. In entrambe le opere è il visitatore stesso a sconvolgere il rapporto che ha con lo spazio, diventando l’artefice principale di un’anarchica rivoluzione personale e spaziale.

Sebbene il numero di installazioni artistiche a tema sportivo sia ancora limitato, quello tra sport ed arte è un legame che offre infinite possibilità di sviluppo creativo: non ci resta che scoprire quale sarà il prossimo stadio o sport ad essere rivoluzionato.

Testi di Filippo Vianello


Watchlist – Hustle

Adam Sandler e Juancho Hernangómez ci portano alla scoperta delle dinamiche NBA e delle connessioni umane nella nuova pellicola Netflix

È uscita in questi giorni la pellicola ‘Hustle’, una produzione Netflix che parla, che respira pallacanestro e che, contemporaneamente, utilizza le complesse dinamiche di scouting NBA per narrare qualcosa di ancora più enigmatico rispetto a statistiche, pick e prestazioni: le innumerevoli sfaccettature di ogni essere umano.

Stanley Sugarman, interpretato da un ottimo Adam Sandler (notevole appassionato e praticante all’esterno dei set), funge da scout giramondo per i Philadelphia 76ers. Imbolsito e con una carriera cestistica tragicamente troncata alle spalle, questo marito e padre perennemente in tuta prova a coronare il proprio sogno di diventare assistente allenatore nella franchigia della Città dell’Amore Fraterno. La scalata però è costretta a fermarsi per l’improvvisa morte dello storico Presidente, suo grande estimatore, e Stanley è costretto a fronteggiare un’obbligata involuzione professionale, a tornare in Europa e a ricercare un talento che possa permettergli di tornare in auge nell’organigramma societario.

Nell’oscura periferia spagnola, ormai privo di speranze, Stanley incontra casualmente Bo Cruz: un diamante grezzo fuori da qualsiasi radar cestistico, impegnato in una serie di ruvide ed esaltanti battaglie da playground. Quest’epifania che risulta, va detto, alquanto inverosimile, innesca un rapporto di profonda amicizia che porta Stanley a puntare tutto, patrimonio personale compreso, sulla potenziale carriera NBA di uno sconosciuto 22enne.

Sconosciuto di certo non è l’attore che interpreta Cruz, trattasi difatti di Juancho Hernangómez, splendido tiratore attualmente in forza agli Utah Jazz. Juancho ricalca in ‘Hustle’ le orme di tanti colleghi passati prima di lui sul grande schermo: uno su tutti Ray Allen, o meglio Jesus Shuttlesworth nel magico ‘He Got Game’, ipnotico romanzo visuale marchiato Spike Lee.

Anche il giocatore spagnolo non sfigura davanti alle telecamere, risultando convincente oltre ogni aspettativa: esito considerevole, soprattutto alla luce delle sue candide ammissioni, “Sono innamorato del basket, voglio solo giocare a basket. Quest’opportunità si è materializzata per la noia. Durante il lockdown ero a casa con mia sorella e con mio fratello (Willy, centro dei Pelicans), abbiamo messo il cellulare sul muro e ho provato a seguire lo script, improvvisando. Questo è stato il mio casting. Non ho mai sognato di fare l’attore, ma la produzione ha intravisto qualcosa in quel video, anche se non so bene cosa…”.

Tra passati nebulosi, scatti d’ira, riferimenti a Rocky Balboa e promesse mai mantenute, Stanley e Bo provano così a farsi strada nell’intricato sottobosco NBA, scoprendo delusione dopo delusione, allenamento dopo allenamento, qualcosa in più dell’altro e creando una connessione intima, in cui la pallacanestro si tramuta in strumento per scandagliare le profondità e le debolezze altrui.

Le riflessioni trasversali inserite nella pellicola prodotta (anche) da LeBron James e girata da Jeremiah Zagar s’innestano in un tessuto cestistico incredibilmente dettagliato. L’accesso alle vere strutture dei Sixers, la Draft Combine, i riferimenti alle squadre europee (Real Madrid, Alba Berlino, Olympiacos per citarne alcune…), i volti noti di dirigenti/opinionisti e, soprattutto, la presenza di un infinito mosaico di stelle NBA sono tutti segni di una gustosa e soddisfacente autenticità ambientale.

Basta un elenco di nomi per comprendere quanta NBA sia stata raccolta in questo film: Moe Wagner, Boban Marjanovic, Matisse Thybulle, Tobias Harris, Kyle Lowry, Tyrese Maxey, Seth Curry, Jordan Clarkson, Aaron Gordon, Trae Young, Luka Doncic, Willy Hernangómez, Anthony Edwards, stesso e i più datati, ma leggendari Kenny Smith, Julius Erving, Doc Rivers, Allen Iverson, Charles Barkley, Dirk Nowitzki e Shaquille O’Neal Un’apoteosi cestistica che mai dà però l’impressione di corrompere la pellicola, di renderla caricaturale, delineando invece un’habitat credibile in cui si possono irradiare le improbabili gesta di Bo Cruz.

Nel complesso ‘Hustle’ risulta essere un film godibile, sia per la qualità di scrittura, con la sceneggiatura di Taylor Materne capace di toccare alte corde emotive, sia per l’attenta analisi filmica dell’universo NBA che, per quanto ovviamente imprecisa e non documentaristica, ci consente comunque d’immergerci nello scintillante, esclusivo e durissimo gotha della pallacanestro mondiale, facendoci scoprire qualcosa in più riguardo le sue leggi, le sue dinamiche e i suoi protagonisti.

PH & VIDEO Netflix
Testi di Gianmarco Pacione


Eliud Kipchoge, l’eredità va oltre i record mondiali

Corsa e ambientalismo. Grandezza sportiva e umana. Nike racconta le ispirate volontà del più grande maratone della storia

“Non abbiamo più il controllo di ciò che è passato, ma possiamo controllare dove siamo ora e dove siamo diretti”

La serie ‘What Are You Working On’, griffata da Nike, ci porta alla scoperta dello speciale universo personale di Eliud Kipchoge. Il leggendario maratoneta keniota viene ritratto nella sua comunità di Kaptagat durante il ritorno dalle ultime Olimpiadi di Tokyo, manifestazione che gli ha regalato il secondo oro a cinque cerchi e che ha ulteriormente impreziosito uno status da mito sportivo.

In questa suggestiva produzione, l’aria di casa permette a Kipchoge di riflettere su passato e futuro familiare, sulla sincera volontà di lavorare nella propria fattoria, sull’intenso e totalizzante rapporto con la corsa, soprattutto sulla tematica ambientale: argomento particolarmente caro al re all time dei 42 chilometri. Kipchoge attraverso la propria Fondazione ha deciso di piantare 50mila alberi nella sua terra, con l’intento di lasciare alle nuove generazioni molto più del semplice esempio sportivo.

Gustate questo affascinante cortometraggio, un vero e proprio testamento personale, e ascoltate le ispirate parole di quest’uomo capace di unire filosofia podistica e profondità umana.

Talent Eliud Kipchoge
Photo & Video Nike
Testi di Gianmarco Pacione


Quando il freestyle si colora d’arte contemporanea

The Nines, Red Bull e i migliori freestyler delle nevi hanno creato una performance unica nel suo genere tra le montagne di Crans-Montana

La vorticosa estrosità dell’apparato creativo Red Bull e la piattaforma The Nines, paradiso del freestyle in ogni sua potenziale forma, si sono unite per dare vita a un variopinto progetto visivo.

Le bianche nevi della nota località turistica svizzera di Crans-Montana in queste adrenaliniche immagini vengono affrescate da colorati fumogeni: insoliti pennelli maneggiati dai migliori freestyler mondiali. L’esito di questa installazione artistico-sportiva è un vivace festival alpino, un ordinato caleidoscopio di trick e cromie.

I rider che si alternano tra dossi e vortici fumosi sono Valentino Guseli, Nico Vuignier, Jesper Tjäder, Jennie Lee Burmasson, Fabi Bösch, Hailey Langland, Mac Forehand, Luke Winkelman, Matej Svancer, Thibault Magnin, Fridtjof Tischendorf, Max Moffat, Hiroto Ogiwara, Kaito Hamada, Kim Gubser, Lukas Muelleauer, Moritz Boll, Niek van der Velden, Alex Hall, Andri Ragettli, Kirsty Muir, Mia Brookes, Yuka Fujimori, Pat Burgener e Taylor Brooke Lundquist: fondamentalmente il gotha del freestyle snow e sciistico internazionale.

Le loro gesta, oltre ad essere catturate dai video di droni e videomaker, sono state ritratte dalle lenti fotografiche di Theo Acworth e Florian Breitenberger. Buona visione.


Jake Daniels, un coming out per cambiare il calcio intero

È servito il coraggio di un 17enne per infrangere uno dei più grandi tabù del pallone

Il nervoso su e giù delle gambe, le mani giunte, lo sguardo fisso. Piccoli dettagli che formano “un grande momento per il calcio”, come lo ha definito la leggenda del Manchester United, ora opinionista, Gary Neville. Jake Daniels, 17enne attaccante del Blackpool, ha infranto un tabù apparentemente impossibile anche solo da scalfire, anche solo da sfiorare: ha dichiarato pubblicamente la propria omosessualità, di fatto diventando il primo calciatore professionista britannico in attività a farlo dal lontanissimo 1990, dalla tragica esistenza di Justin Fashanu.

“Ho mentito per così tanto tempo, ho riflettuto e riflettuto tutti i giorni su come e quando avrei dovuto farlo. Ora è il momento giusto. Voglio che le persone conoscano la mia storia, voglio che le persone conoscano il vero me, non voglio mentire per tutto il tempo. È stata dura, ma ora sono pronto ad essere me stesso”, racconta all’inizio di una lunga e profonda intervista rilasciata a Sky.

L’interno di una spogliatoio, le divise arancio-mandarino dei ‘Seasiders’, la tensione che diventa liberazione parola dopo parola, respiro dopo respiro. La testimonianza di Daniels è un attimo di semplice, complessa storia socio-sportiva: “Non so di preciso quando ho capito di essere gay, posso dire a 5 o 6 anni. A quell’età non pensi che sia possibile essere calciatore e, contemporaneamente, omosessuale: pensi che quelle due condizioni non possano coincidere”. Un assunto che non si può smentire. Le giovani e dirette parole di Daniels inquadrano difatti uno dei lati più oscuri dell’universo calcistico: quello della virilità dominante, del machismo totalizzante. Un retaggio alimentato costantemente da organi di stampa, o presunti tali, che mai hanno smesso di dedicare fiumi d’inchiostro alle conquiste del campione-latin lover, al dualismo capitano-velina/letterina/ora influencer e alla deprimente filosofia bomberista, continuando a tramandare, scoop dopo scoop, l’obbligata associazione calciatore-icona eterosessuale.

La tipica narrazione unica che, inevitabilmente, si è tradotta e riversata in modo ciclico nel sacro tempio dello spogliatoio, nel suo codice linguistico-comportamentale, nelle sue leggi non scritte. “Lungo la mia adolescenza pensavo che avrei trovato una ragazza, che sarei cambiato, che tutto si sarebbe sistemato. Crescendo, però, ho realizzato che tutto questo non era possibile. Ho avuto diverse fidanzate in passato, solo per far credere ai miei amici che fossi ‘giusto’, ma erano solo un’enorme copertura. A scuola tutti mi domandavano se fossi sicuro di non essere gay, rispondevo di sì, ma stavo mentendo”, prosegue Daniels, “Non c’era nessun calciatore dichiaratamente omosessuale da cui trarre ispirazione. I calciatori vogliono essere associati al concetto di mascolinità, di virilità e l’essere gay per molti equivale ad essere debole, questo può influenzare l’ambiente attorno a te, così come le scelte e le situazioni di campo. Nessuno ha deciso di fare coming out perché è sempre mancato un role model da seguire, io vorrei esserlo”.

I nobili intenti di questo coraggioso 17enne hanno immediatamente trovato il supporto di compagni di squadra, società e organi federali, oltre all’ammirata approvazione di molti colleghi, tra cui l’ex centrocampista tedesco Thomas Hitzlsperger, dichiaratosi gay poco dopo il ritiro dal calcio giocato.

The hope, now, is that this wave of solidarity may open the door to many more similar testimonies, may stimulate even high-ranking players to lay down artifactual masks and to educate, through the courage of the truth, the new generations to an inclusive football: “I am only 17 but I am clear that this is what I want to do and if, by me coming out, other people look at me and feel maybe they can do it as well, that would be brilliant. If they think this kid is brave enough do this, I will be able to do it too. I hate knowing people are in the same situation I was in. I think if a Premier League footballer does come out that would just be amazing. I feel like I would have done my job and inspired someone else to do that. I just want it to go up from here. We shouldn’t be where we are right now. I know that every situation is different and that there are a lot of different factors for other people to consider that will scare them a lot, especially in football. And if you think you are ready, then speak to people”.


Jean-Michel Basquiat e l’arte sportiva, un legame indissolubile

Dal baseball al football, dalla boxe a Jesse Owens. Nelle riflessioni socio-artistiche di Basquiat lo sport è sempre stato protagonista

Un curioso vagabondare per le strade di New York. Qualche apprezzamento alle ragazze che si incrociano, una stretta di mano ad un amico, un cenno allo spacciatore del quartiere. Uno scatto d’isteria creativa marchiato SAMO© in uno degli infiniti spazi vuoti della Grande Mela. Un’esistenza apparentemente ordinaria, comune. In quel SAMO©, tuttavia, c’è qualcosa di speciale: non è solo “SAMe Old shit”, non è il banale tag di qualche writer. È una furia artistica ai limiti dell’ossessività, l’urlo pittorico di chi dà voce ai propri demoni interiori. Tutto questo è l’essenza di Jean-Michel Basquiat, il trait d’union tra il dinamismo artistico dominato dai propri istinti e la staticità della routine quotidiana.

Quella di Basquiat è un’infanzia turbolenta: i genitori divorziano quando lui è solo un adolescente, la madre è spesso ostaggio degli istituti psichiatrici ed il padre ha comportamenti violenti. Jean-Michel, dotato di una personalità estremamente sensibile, scappa di casa ed inizia a vagabondare per le strade di New York. Basquiat ha la grande capacità di assorbire tutto ciò che lo circonda, immagazzina concetti ed idee che trasferisce successivamente nelle sue opere. Una delle più grandi fonti d’ispirazione per l’artista newyorkese è lo sport, elemento fortemente radicato nella cultura americana contemporanea.

Avere una voce, emanciparsi, essere riconosciuti sia come uomini che come campioni. Per la comunità afroamericana, di cui Basquiat stesso fa parte, lo sport è qualcosa che va oltre il divertimento o l’essere una professione. Storicamente, è stato uno dei primi mezzi in grado di dare visibilità globale ad una comunità tanto numerosa quanto oppressa e raramente ascoltata.

“Famous Negro Athletes” è uno dei primi lavori dove il genio artistico di Basquiat si fonde all’universo sportivo. La serie di artwork, nata inizialmente come graffito, è soggetta ad una duplice interpretazione. Le opere sono caratterizzate da tratti essenziali e decisi, un susseguirsi frenetico di linee che costruiscono elementi facilmente riconoscibili come una palla da baseball, la celebre corona a tre punte, volti umani bianchi, neri o di ambedue i colori. Dettagli, quelli del colore utilizzato che hanno un significato ben preciso: nel volto metà bianco e metà nero c’è denuncia sociale, ad evidenziare come le persone afro siano considerate uguali a quelle bianche solo dopo il successo sportivo. L’emblema del baseball potrebbe essere interpretato come una critica verso lo sport come unico mezzo d’emancipazione: l’arte e le carriere manageriali o politiche sono ancora un lontano miraggio negli anni ottanta.

“Non sono interessato alla vostra simpatia o antipatia…tutto quello che chiedo è che mi rispettiate come essere umano.”

Chi nel baseball ha trovato il palcoscenico per esprimere le proprie idee e per dimostrare la forza della comunità black è Jackie Robinson, seconda base dei Brooklyn Dodgers negli anni cinquanta. A lui, Basquiat dedica “Untitled” una delle sue opere a tema sportivo più celebri. Robinson è una vera e propria icona per il giovane artista di origini haitiane e portoricane, ed in “Untitled” la sua figura viene santificata dalla presenza del pubblico formato da angeli in adorazione del Dodger e dall’iconica corona. Basquiat è affascinato dal baseball, uno sport di squadra in cui l’individuo ha enormi possibilità di decidere le sorti dell’incontro. L’essere il primo giocatore afroamericano a giocare nella MLB è rappresentare in prima persona il cambiamento, l’essere il Cristo dell’universo sportivo afroamericano. Giustizia, uguaglianza, fraternità. Valori cattolici che possono essere delle interessanti chiavi di lettura per la scelta di Jackie Robinson come soggetto principale dell’opera di Basquiat.

Jean-Michel è un vero e proprio sperimentatore: opere d’arte ed oggetti di uso comune trovano nuova vita dopo esser stati filtrati dal genio creativo di Basquiat. “Anti-product Baseball Cards” è un progetto realizzato in collaborazione con Jennifer Stein volto a rivoluzionare e reinventare un mass product come le figurine. I volti e l’anagrafica dei giocatori vengono completamente cancellati, conferendo un curioso fascino anonimo ad ogni singola carta. Un appena riconoscibile Steve Henderson diventa così “Joe”, mentre “Jerk” è probabilmente Bob Randall. La perdita d’identità degli atleti è il passaggio chiave per trasformare una semplice figurina in un non-prodotto, un’opera d’arte unica ricavata dalla serialità commerciale.

Combattere per difendere il proprio onore. Salire sul ring per dimostrare la propria forza e guadagnare il rispetto della società. Utilizzare il proprio successo per essere la voce di un’intera comunità. Il pugilato è stato uno dei primi sport dove gli atleti hanno saputo sfruttare i propri trionfi per sensibilizzare ed allertare l’opinione pubblica. Da sempre impegnato nell’esaltazione del potere afroamericano, Basquiat è affascinato dai grandi boxeur in grado di sconfiggere due avversari come razzismo ed ingiustizia sociale. Nel 1981 realizza “The Ring”, un’opera in cui è Basquiat stesso ad essere rappresentato all’interno del ring trionfante. Le braccia al cielo in segno di vittoria, sembrano esaltare il successo artistico e sociale dell’artista nato a New York.

Gli eroi basquiatiani coincidono con gli idoli della cultura afroamericana. Eroi che hanno sconfitto il razzismo a colpi di guantone come Cassius Clay, Jack Johnson, Sugar Ray Robinson o Jersey Joe Walcott. Sono loro le muse ispiratrici ed i protagonisti nelle opere di Basquiat. Contrariamente alla maggior parte dei suoi dipinti caratterizzati da una sorta d’isterìa ordinata, i lavori dedicati ai grandi pugili del passato sono sorprendentemente essenziali: solo pochi tratti decisi che compongono un primo piano dell’atleta, suggestive agiografie visive che rendono immortali le loro gesta sportive ed umane.

L’arte di Basquiat ha un evidente e profondo legame con il pugilato stesso. Pennellate decise come un jab, messaggi sociali che colpiscono quanto un potente destro ai fianchi. Jean-Michel è la promessa della boxe artistica mondiale e chi se non il grande artista ed amico Andy Warhol poteva rappresentare lo sfidante perfetto per l’astro nascente dell’arte mondiale? In preparazione ad un’importante mostra in cui sono state esposte le loro opere, i due artisti organizzano un’astuta messinscena pugilistica in cui Warhol, affermato artista americano, sembra pronto a testare tutta la forza artistica del giovane Basquiat. Il match, ovviamente mai avvenuto, ha dato vita ad una serie di scatti semplicemente incredibili, capaci di immortalare l’essenza del pugilato, dell’arte e dell’amicizia tra Andy e Jean-Michel.

Uno dei primi atleti in grado di accelerare il processo di uguaglianza sociale è senza ombra di dubbio Jesse Owens, celebre velocista e lunghista americano in grado di vincere quattro ori nella stessa Olimpiade. Nel 1936 il “fulmine d’ebano” nato ad Oakville partecipa ai Giochi Olimpici di Berlino, nell’edizione in cui l’allora cancelliere tedesco Adolf Hitler era pronto a dimostrare al mondo intero la supremazia della razza ariana. Owens, atleta afroamericano, rovina i piani di Hitler salendo sul gradino più alto del podio in quattro specialità diverse, frantumando ogni record esistente fino ad allora. Lo strapotere fisico dimostrato durante le Olimpiadi, in un periodo storico dove il concetto di razza era ancora ben radicato a livello mondiale, non può che ispirare Jean-Michel Basquiat per la creazione di “Dark Race Horse”. L’opera, realizzata su sfondo nero, rappresenta un particolare anatomico di Jesse Owens: il piede in grado di sconfiggere la propaganda nazista.

Sport e pop culture sono notoriamente due tra le più grandi influenze nei lavori di Basquiat. Nell’universo sportivo americano, il campionato più seguito è la NFL: la lega nazionale di football. L’artista newyorkese è attratto da uno specifico elemento di questo sport, il casco: l’elmo che ogni giocatore porta con sé nella propria battaglia sportiva. “Untitled (Football Helmet)” gioca su due concetti opposti tra di loro: da una parte, lo strapotere atletico degli afroamericani espresso in ogni match, dall’altra troviamo invece la vulnerabilità e la necessità di essere protetti dalle idee razziste tutt’ora presenti nella società.

Il patrimonio artistico, culturale e sociale che Jean-Michel Basquiat ha lasciato in eredità è sconfinato ed inestimabile. Nella stagione 2020-2021 i Brooklyn Nets, franchigia NBA della sua città natale, hanno deciso di unire i due emisferi più importanti ed influenti del celebre quartiere di Long Island: l’arte e la pallacanestro. Lo stile di Basquiat è fortemente riconoscibile sia sul parquet del Barclays Center, arena casalinga dei Nets, sia nelle loro uniformi “city edition”. Stella della NBA e leader dei Nets, Kevin Durant ha recentemente dichiarato di vedere in Basquiat una grande fonte d’ispirazione: “I wanted to see how he got to that point mastering his craft.” Quello tra Basquiat e lo sport è un legame indissolubile. Gli sportivi rappresentati nelle sue opere sono più di semplici atleti, spesso sono considerati delle vere e proprie divinità. Un politeismo artistico e sportivo che Jean-Michel ha cercato di ricreare nelle sue opere sia per glorificare i successi da loro ottenuti, sia per continuare la battaglia della comunità afroamericana contro il razzismo e le disparità sociali. La sua arte, come le medaglie ottenute dagli atleti da lui ritratti, sono semplicemente immortali.

Text by: Filippo Vianello