Serhij Lebid’, il cross come inizio di tutto

Grazie a Karhu siamo riusciti a parlare con l’ucraino 9 volte campione europeo di cross country

Alcuni esseri umani segnano indelebilmente le proprie discipline sportive. Sono divoratori di medaglie e record, sono atleti capaci di dominare le proprie prestazioni, sono perfezionisti motivati da un’unica necessità, da un unico obiettivo che mai smette di essere fondamentale e primario: la vittoria. Serhij Lebid’, nato nell’ucraina Dnipropetrovs’k il 15 luglio 1975, è una di queste figure mitiche, di questi onnipotenti totem ammirati da ogni avversario, da ogni spettatore. Italiano e verbanese d’adozione, Lebid’ vanta 19 partecipazioni consecutive agli Europei di cross tra il 1994 e il 2012. Per oltre vent’anni ha letteralmente egemonizzato questa manifestazione, arrivando per 12 volte sul podio e conquistando 9 titoli (di cui 5 consecutivi). Grazie a Karhu abbiamo incontrato questo mito sportivo all’interno della Reggia di Venaria, durante gli European Cross Country Championships, durante il suo evento principe. Abbiamo parlato del valore del cross country e del periodo storico del suo Paese. Queste sono le sue parole.

“Il cross country rappresenta tutta la mia vita. È l’inizio di tutto. I bambini cominciano a correre su questi percorsi, anch’io ho iniziato così. Questa è una base imprescindibile per la corsa su strada e su pista. La presenza di un fenomeno come Ingebritsen ad ogni europeo di cross non è causale… Il norvegese partecipa a queste competizioni per preparare le gare che arriveranno nei mesi futuri, perché qui si preparare l’eccellenza del mezzofondo. Quando osservo manifestazioni come gli European Cross Country Championships ho un po’ di nostalgia e sento riaffiorare tantissime immagini, ricordi e momenti che ho vissuto grazie a questo sport. Per competere a questi livelli la mente conta tanto quanto il fisico. Quando corri in pista tutto è uguale, qui invece si alternano continuamente salite e discese: da un lato ti senti meglio, perché sei a contatto con la natura, la respirazione è come se fosse più pura e non rischi mai di annoiarti, dall’altro tracciati del genere costringono il tuo corpo ad enormi fatiche. Ricordo ancora quando vinsi il primo europeo e la settimana successiva partecipai ad una gara nel fango dove arrivai molto indietro in classifica… C’è bisogno di tempo per comprendere il fattore ambientale, per abituare i tuoi muscoli ad emergere dal fango e da terreni complessi. Io sono italiano d’adozione, ma vivo ancora in Ucraina, dove gestisco il mezzofondo per la Federazione del mio Paese. Per me è un periodo molto particolare, perché quando è arrivata la guerra tutto è diventato confuso. Tra sirene e missili non si realizza cosa sta succedendo, per il primo periodo è come se sentissi la guerra distante da te, ma poi capisci e finisci per abituarti ad un qualcosa di così negativo… Spero solo che finisca il prima possibile, stanno morendo tantissime persone”

Photo Credits: Rise Up Duo
Testo a cura di Gianmarco Pacione


Franco Arese e Maurizio Damilano, il cross è per sempre

Due leggende dell’atletica italiana spiegano l’importanza degli European Cross Country Championships torinesi

Gli European Cross Country Championships 2022 hanno riunito nell’elegante e accogliente Reggia di Venaria due volti che mai hanno smesso di vivere, incarnare e tramandare la bellezza del sacrificio atletico. Sono Franco Arese e Maurizio Damilano. Sono due professori emeriti dell’universo sportivo italiano. Sono due menti, due corpi, due anime che all’atletica hanno dedicato e continuano a dedicare le loro esistenze.

“Ho cominciato a correre così, nelle campagne cuneesi e nei campionati studenteschi”, confida Arese, prima mezzofondista di livello internazionale e campione europeo sui 1500 metri ad Helsinki ’71, poi imprenditore di successo e oggi chairman del brand Karhu, “Il cross è fondamentale soprattutto per noi mezzofondisti. Correre con il fango fino alle caviglie è qualcosa di diverso, ti insegna a superare momenti di crisi che poi puoi ritrovare in pista. Il cross fortifica la tua mente, perché qui non è tutto bello e pulito, le incognite sono infinite… Pensate per esempio al campione olimpico sui 1500 metri a Tokyo, il norvegese Jakob Ingebritsen. Ha appena vinto su questo tracciato il suo sesto oro europeo consecutivo: questa è la dimostrazione di quanto sia propedeutico questo sport e di quanto aiuti la performance in altri contesti”.

“È una grande palestra di costruzione”, prosegue Damilano, marciatore oro olimpico a Mosca ’80 e due volte campione mondiale sui 20km, ora consigliere di spicco della Federazione Italiana di Atletica Leggera, “I mezzofondisti costruiscono i propri risultati con il cross, ma questo sport serve soprattutto come avviamento per tanti bambini che incontrano l’atletica in gare scolastiche e se ne innamorano. Il cross tocca anche un punto fondamentale per la società attuale, la sostenibilità ambientale. È una disciplina che consente di correre e muoversi nella natura, di sfruttare il territorio nel migliore dei modi”. “Questo luogo è un’ex riserva di caccia e credo sia un contesto fantastico per un evento di questo genere”gli fa eco Arese osservando lo splendore della Reggia di Venaria, “Solitamente le gare di cross si svolgono in campagna, in zone anonime in cui non è presente questo contorno architettonico e monumentale… Qui invece l’arte umana si fonde con l’ambiente e con la corsa. Ho la sensazione che questo scenario completi la competizione e la renda affascinante in primis per gli atleti, ma anche per le oltre diecimila persone che sono accorse ad ammirare le loro performance”.

Gli occhi di entrambi si illuminano davanti a giovani falcate, innescando un duplice processo d’immedesimazione e desiderio. Perché nella corsa di Ingebritsen e colleghi si riflettono interi decenni di amore viscerale per l’atletica, di allenamenti e successi, così come il desiderio comune di un presente dedicato allo sviluppo di questo nobile, eppure estremamente popolare universo sportivo. “Per me è un onore supportare questo evento”, afferma Arese, “Ed è un onore rappresentare Karhu e la sua storia strettamente connessa a tante leggende dell’atletica, come i Finlandesi Volanti o le 15 medaglie d’oro che questo brand ha vestito ad Helsinki 1952. Qualche anno fa ho deciso di rilanciare Karhu, era una questione di rispetto verso un pezzo di storia sportiva. Allo stesso tempo è fondamentale rilanciare il cross country, e questa cornice di pubblico dimostra che siamo sulla giusta strada”. “Quando partecipo a queste competizioni è come se rivivessi dei momenti della mia carriera”, conclude Damilano, “Gli atleti italiani, i loro risultati e le loro imprese mi riportano indietro nel tempo… Mi fanno pensare all’autostima e alle consapevolezze che ho acquisito raggiungendo risultati come l’oro di Mosca. Ho lasciato le piste da 30 anni, ma non ho lasciato l’atletica. Per questo evento ho assunto il ruolo di CEO del comitato di organizzazione e coordinamento, schierandomi al fianco del presidente Lucchi, e osservare questa cornice straordinaria mi conferma quanto sia sempre più necessario che l’atletica diventi una piattaforma d’inclusione di massa”.

Credits: KARHU
Photo Credits: Rise Up Duo
Text by: Gianmarco Pacione


La meraviglia podistica degli European Cross Country Championships

Insieme a Karhu abbiamo raggiunto la reggia di Venaria Reale e ammirato l’elite del cross country continentale

“Chi vede Torino e non vede la Venaria, vede la madre e non la figlia”, racconta un antico detto sabaudo. E i migliori interpreti del cross continentale hanno avuto modo non solo di vedere, ma anche di assaporare e fendere con le proprie falcate le vibrazioni di questa reggia patrimonio UNESCO. Perché gli SPAR European Cross Country Championships 2022 sono stati una celebrazione della bellezza, del rapporto tra corsa di altissimo livello e meraviglia architettonico-naturalistica.

In fondo basta una semplice cartolina visiva per descrivere l’unicità di quest’evento: immaginate fulminei corpi che invadono il Castello della Mandria, attraversando la suggestiva Galleria delle Carrozze degli Appartamenti Reali, per poi uscire attraverso il monumentale portone del Cortile d’onore e lanciarsi su rapidissime discese e vertiginosi muri verticali…

Eleganza e fatica. Terra, erba, ghiaccio e tappeti rossi. Tra le diapositive più significative di questa pittoresca ode al cross bisogna menzionare la progressione ritmata e inarrestabile dell’onnipotente norvegese Jakob Ingebrigtsen, sublimata nel sesto oro europeo consecutivo, ma anche la rimonta al cardiopalma di Gaia Sabbatini e l’abbraccio stremato con tutti gli altri membri della staffetta mista italiana (Pietro Arese, Federica Del Buono e Yassin Bouih). Ulteriori emozioni sono arrivate nello sprint finale della gara senior femminile, dove l’altra eccellenza norvegese Karoline Bjerkeli Grøvdal ha bissato il titolo vinto lo scorso anno, piegando le resistenze della tedesca Klosterhalfen, e dalla giovane regina del mezzofondo italiano Nadia Battocletti, capace di esaltare il fiume di tifosi accorso nell’antica residenza sabauda vincendo l’oro Under 23. I britannici Will Barnicoat e Charles Hicks hanno invece lanciato un messaggio per il futuro da oltremanica, conquistando rispettivamente le gare maschili Under 20 e Under 23. Il titolo Under 20 femminile è infine andato alla spagnola Maria Forero.

Grazie a Karhu, sponsor dell’evento, abbiamo catturato questa soleggiata giornata di eccellenza atletica con le nostre lenti. Vi proponiamo solo una parte della galleria fotografica che vi mostreremo in questi giorni: immagini che saranno accompagnate da interviste, testimonianze e focus dedicati alla disciplina più democratica del mondo.

Photo Credits: Rise Up Duo
Testi di Gianmarco Pacione


L’Europa del cross country

Grazie a Karhu ritrarremo la nobile fatica del cross country agli Europei di Torino

“Il cross country è una stupenda emozione di vita e ha significato per me la verità sportiva”. Le parole della due volte campionessa mondiale Paola Pigni racchiudono l’essenza del cross country podistico. Grazie a Karhu avremo la possibilità di ritrarre questo magico universo sportivo: lo faremo a Torino, nel sublime scenario naturale del parco La Mandria, dove questo weekend seguiremo i Campionati Europei 2022. Fango, freddo e fatica accompagneranno testimonianze editoriali e visuali dei migliori atleti continentali di questa disciplina, mostrandoci le più differenti sfumature del cross country e dei suoi protagonisti. Seguite i nostri canali social per scoprire immagini e pensieri connesse ad uno sport che, da secoli, continua a scrivere pagine di mitologia atletica. Perché il cross country non ha mai smesso di essere democratico e affascinante. Perché il cross country non ha mai smesso di rappresentare la nobile verità sportiva.

Testi di Gianmarco Pacione


Watchlist: The Chosen Few – Captains

Il documentario che mette a confronto 6 capitani, 6 culture e 6 sogni mondiali

È recentemente uscito il documentario ‘The Chosen Few | Captains’, prodotto in collaborazione tra FIFA e Netflix. Pierre-Emerick Aubameyang, Andre Blake, Brian Kaltak, Hassan Maatouk, Luka Modric e Thiago Silva sono i 6 protagonisti di questo viaggio tra spogliatoi, stadi e paesi completamente differenti, uniti dall’unico obiettivo della qualificazioni ai Mondiali qatarioti. C’è poco di superficiale all’interno di questa produzione che ci porta alla scoperta di culture calcistiche e intere società attraverso le testimonianze di questi capitani così differenti per pedigree e status.

Gabon, Giamaica, Isole Vanuatu, Libano, Croazia e Brasile: questa eterogenea selezione di luoghi e personalità ci consente di osservare il percorso mondiale con altri occhi, di comprendere le debolezze, l’orgoglio e le riflessioni che accompagnano questi uomini-simbolo d’intere nazioni. Questi focus, distribuiti su 8 puntate, danno eguale importanza a tutti i protagonisti e utilizzano l’elemento calcistico per descrivere dinamiche molto più ampie: dalla guerra dell’ex Yugoslavia e le tragedie degli ultimi decenni libanesi, alla bellezza di scoprire il mondo attraverso il pallone, partendo da un piccolo stato insulare dell’Oceania, dall’enorme desiderio di rappresentare una nazione africana e di vederla evolvere grazie all’esempio sportivo, all’effetto che i flussi migratori stanno avendo sui ‘Reggae Boyz’.

Ecco perché ‘The Chosen Few | Captains’ entra nella nostra Watchlist. Ecco perché questo prodotto deve essere assolutamente guardato prima del calcio d’inizio di Qatar2022.


7 is more than just a number

Da Best a Ronaldo, e oltre. Manchester United e Adidas celebrano la legacy del numero 7

La numerologia è sempre stata una scienza irrazionale legata al calcio, capace di tratteggiare e definire figure leggendarie e miti senza tempo. Misticismo, identità, responsabilità. Ogni numero ha il suo significato, ogni numero ha la sua tradizione e il suo valore. Ad Old Trafford il numero per eccellenza è e sarà sempre il 7. Ecco perché Manchester United e Adidas hanno deciso di celebrare una legacy introdotta dal mancino tanto benedetto, quanto maledetto di George Best, raggruppando i 7 più iconici dell’immaginario Red Devils passato e contemporaneo.

Intelligence. Consistency. Skill. Speed. Speed of the mind. Score. Top left. Red. It’s got to be Red. 7.

Comincia con questa rapsodica composizione poetica il meraviglioso e intimo video prodotto nel Teatro dei Sogni del football mondiale. Da Bryan Robson a Eric Cantona, da David Beckham a Cristiano Ronaldo, per arrivare ad Ella Toone, prima donna a raccogliere e tramandare la magia del 7… Le testimonianze di queste figure chiave esaltano la potenza e l’influenza di quello che continua ad essere molto più di un semplice numero, descrivendo il suo rapporto con il popolo United, con l’universo calcistico e con la città di Manchester, descritta da ‘The King’ Cantona come luogo per eccellenza dei numeri 7: dove vige la legge della creatività, della libertà e della leggerezza.

Aneddoti e riflessioni. Ricordi e speranze. Gustate il video prodotto dalla sinergia tra lo United e il brand delle tre strisce per penetrare questa legacy destinata all’eternità.

Credits: Manchester United e Adidas
Testo a cura di Gianmarco Pacione


Liberate Brittney Griner

Il gioco politico internazionale non può costare 9 anni di prigione ad una delle giocatrici più dominanti della pallacanestro moderna

Sta continuando nel peggiore dei modi il processo che coinvolge la stella del basket femminile Brittney Griner. A poco più di due mesi dalla sentenza di primo grado, la Corte d’Appello di Mosca ha confermato la condanna a 9 anni per una delle giocatrici più influenti del panorama cestistico WNBA e mondiale. Paiono sgretolarsi all’apice la vita e la carriera della texana classe ’90, vincitrice di due ori olimpici, un torneo NCAA, un titolo WNBA, quattro Euroleghe e, surreale a dirsi, 4 campionati russi.

Griner era stata fermata lo scorso 17 febbraio alla dogana dell’aeroporto Sheremetyevo di Mosca con 0,72 grammi di olio di hashish contenuti in alcune cariche liquide per sigarette elettroniche. Il centro di oltre due metri d’altezza stava tornando in Russia per proseguire la tipica annata ‘splittata’ in due stagioni, che vede molte giocatrici professioniste impegnate sia in WNBA, che nei maggiori campionati europei: in questo caso in quello Russo, con la squadra-potenza dell’Ekaterinburg. La difesa sostiene che Griner fosse in possesso di una prescrizione medica per l’utilizzo terapeutico di cannabis.

Figlia di un veterano del Vietnam, afroamericana dichiaratamente omosessuale, attiva sostenitrice dei diritti Lgbtq+ e della presidenza Biden, Griner più che apparire come una criminale, sembra semplicemente essersi trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato: ovvero nel mezzo delle tensioni ucraino-russe e di un’apparentemente insanabile frattura socio-politica internazionale. Per questo il suo identikit è risultato da subito sinistramente ideale e funzionale per un’oscura partita a scacchi tra il Cremlino e la Casa Bianca.

Pedina di scambio, perseguitata internazionale, vittima sacrificale… La condizione di Griner è transitata rapidamente da quella di super atleta globale a quella di “ostaggio politico”, come dichiarato dalla moglie Cherelle ai microfoni CBS. Parole confermate dai numerosi contatti che da mesi stanno intercorrendo tra la Casa Bianca e il Cremlino. Sarebbe difatti il trafficante d’armi Viktor Bout, meglio conosciuto come il Mercante della Morte, l’altro pedone che garantirebbe la libertà alla due volte medaglia d’oro olimpica nella complessa scacchiera russo-americana.

“Brittney Griner, dopo un altro processo farsa, continuerà ad essere ingiustamente detenuta sotto circostanze intollerabili”, ha dichiarato il consigliere per la Sicurezza nazionale USA Jake Sullivan. Parole condivise pubblicamente dallo stesso Joe Biden, che ha richiesto il rilascio immediato di Griner e ha affermato che continuerà a lavorare fino a quando questa situazione non verrà risolta.

Inerme e al centro di questo delicato gioco di equilibri politici internazionali, Brittney Griner continua ad essere detenuta nei pressi di Mosca, impossibilitata a comunicare e, almeno per il momento, destinata a vivere i prossimi 9 anni in una colonia penale russa per una condanna che, stando alle parole dell’avvocato difensore Alexander Boykov, “non risulta essere in linea con il diritto penale russo”.

Griner nel frattempo ha trascorso il 32esimo compleanno in prigione ed è intervenuta in videoconferenza durante l’udienza di ieri, scusandosi per la propria ingenuità e dicendosi speranzosa di veder concludere nel migliore dei modi un “processo estremamente stressante e traumatico”speranza che per il momento si è infranta contro il muro invalicabile della cortina di ferro contemporanea.

Credits: Lorie Shaull, commons Wikimedia.
Testo a cura di Gianmarco Pacione


Mike Rostampour: sostenere le donne iraniane vuol dire sostenere l’umanità

Abbiamo raccolto le parole di denuncia di un volto di spicco del basket e dello sport iraniano

È difficile penetrare la coltre di silenzi e irreperibilità che sta soffocando le maggiori personalità sportive iraniane. Nelle ultime settimane di proteste e sollevazioni popolari abbiamo letto le pesanti parole di Sardar Azmoun, il ‘Messi d’Iran’ che aveva utilizzato i propri canali social per sfogare la propria sofferenza. Oltre alle sue parole, poche testimonianze di atleti di alto livello hanno raggiunto i media internazionali. D’altronde non è facile esporsi, non è facile guidare con l’esempio una (necessaria) rivoluzione sociale che sta creando paura, dolore, sofferenza, morte.

Michael Rostampour ha deciso di farlo. ‘Mike’, nato nel Minnesota ma di chiarissima origine iraniana, è stato per lungo tempo un punto di riferimento della la Nazionale iraniana e un giramondo del basket (ha giocato, per esempio, in Slovacchia, Messico e Canada). Con il ‘Team Melli’, soprannome persiano della sua Nazionale, ha partecipato recentemente alle Olimpiadi di Tokyo e ai Mondiali cinesi del 2019. Ora sta per compiere 31 anni e, dopo aver vinto il primo titolo nazionale nella storia dello Shahrdari Gorgan, squadra dell’omonima città iraniana, ha deciso di lasciare il parquet e chiudere la carriera professionistica.

La sua testimonianza è un fondamentale atto di coraggio, è l’urlo di un uomo di sport conosciuto in tutto il proprio Paese, è una consapevole confessione che abbiamo avuto la fortuna di raccogliere.

Cosa sta succedendo nella società iraniana?

“Il popolo iraniano vuole la libertà. Ascoltate le voci nei video che girano sui vari media, ascoltatele bene e capirete cosa chiedono. Tutto questo è stato sotto la nostra pelle per tanti anni, ma oggi gli iraniani sono disposti a morire per la propria libertà. Non vogliono la fine di sanzioni internazionali, non vogliono un accordo nucleare. Vogliono la libertà. Un basilare diritto umano. Ecco perché ci si può schierare solo da una parte”.

Come mai questo desiderio di rivoluzione sociale è esploso solo nelle ultime settimane?

L’omicidio di Mahsa Amini ha colpito le donne di tutto il Paese. Quasi tutte, se non tutte loro hanno vissuto esperienze negative con la polizia della moralità. Sanno che tutto questo è possibile, lo sanno per esperienza personale. Ora si è creato un effetto a catena in tutto il mondo, non solo all’interno dell’Iran. Ovunque si stanno svolgendo manifestazioni per richiedere il rispetto dei diritti umani di base in Iran”.

Sei nato nel Minnesota, USA, e grazie alla pallacanestro hai avuto l’opportunità di viaggiare ed esplorare molti altri Paesi e culture. Come valuti le condizioni delle donne iraniane?

“Le donne del Medio Oriente hanno per distacco le peggiori condizioni di vita al mondo. Non è una novità. Iran e Afghanistan sono sul fondo di questa classifica. Queste donne desiderano vivere la loro vita come le donne europee o americane. Quanto è triste che gli uomini di questi Paesi permettano che tutto questo accada alle loro madri, sorelle, amiche, cugine e mogli? Dovrebbero provare un grande senso di vergogna. Se non sei a favore dei diritti delle donne, non sei a favore dell’umanità”.

Cosa significa essere un atleta iraniano oggi e rappresentare il Paese a livello internazionale?

“Non ha significato. Ora bisogna concentrarsi unicamente sulla richiesta del popolo iraniano di ottenere dei diritti umani basilari. Se sei un atleta, se rappresenti questo Paese, devi sentirti in dovere di parlare per coloro che sono senza voce. Le persone non sono stupide. Coloro che parleranno e si esporranno saranno ricordati per sempre, quelli che non lo faranno saranno dimenticati”.

Hai avuto modo di osservare la protesta della Nazionale di calcio iraniana e di ascoltare le parole della stella Sardar Azmoun? Cosa ne pensi?

“Come ho detto in precedenza, ci si può schierare solo da una parte: dalla parte dei diritti umani. I diritti che sta reclamando il popolo iraniano. Vestire la maglia del ‘Team Melli’ è il più grande onore che abbia avuto nella mia vita. Il mio coach mi ha sempre detto questa frase: “Noi giochiamo per il nostro popolo”. Oggi migliaia di miei connazionali vengono vessati nelle strade. Ho il dovere di parlare per loro. Rappresentare l’Iran ai Giochi Olimpici per me è stato un sogno. Ora devo fare la mia parte per far sì che il popolo che ho rappresentato abbia la possibilità di realizzare i propri sogni”.

Pensi che ci sarà un futuro migliore per le donne iraniane e che otterranno quello che stanno chiedendo?

“Assolutamente, senza dubbio. Può accadere oggi, domani o chissà quando… Ma la volontà del popolo iraniano alla fine si concretizzerà, come la storia ha sempre dimostrato”.

Credits: Ashkan Mehriar
Testi di Gianmarco Pacione


Il calcio non può più ironizzare sul tema del coming out

I tweet di Iker Casillas e Carles Puyol ci ricordano, ancora una volta, quanto il calcio debba evolversi

Il siparietto tra Iker Casillas e Carles Puyol, due leggende del pallone internazionale, ha riportato a galla un fiume carsico che, negli ultimi tempi, sembrava essersi fortunatamente prosciugato. “Sono gay, rispettatemi”, questo il tweet dell’ex portiere di Porto e, soprattutto, Real Madrid, che ha scoperchiato un autentico vaso di Pandora. Stando a quanto riportato dai media spagnoli, il tweet, immediatamente cancellato da Casillas, avrebbe dovuto e voluto essere una semplice battuta di cattivo gusto: una caustica replica alle voci che lo vorrebbero impegnato in una lunga serie di liaison dopo la separazione con la storica partner Sara Carbonero. L’ex portiere ha poi parlato di un hackeraggio del profilo, scusandosi con la comunità LGBT, ma non è riuscito a diradare la cupa nebbia di dubbi e polemiche scaturita dal destabilizzante statement. Nebbia alimentata goffamente dal compagno di Nazionale e rivale di club Carles Puyol, che ha prontamente replicato a Casillas twittando simpaticamente (almeno a suo avviso) “È il momento di raccontare la nostra storia”.

Questa tragicommedia social alla spagnola è sicuramente frutto di leggerezza e disattenzione, forse di un oscuro agente esterno, forse di una sfortunata serie di eventi. Forse. Eppure ci permette, ancora una volta, di riflettere su un tema che ritenevamo ormai superato. L’uscita “goffa e fuori luogo”, com’è stata descritta dallo stesso Puyol, tasta difatti un polso ancora vivo: quello di un calcio che non riesce ad adeguarsi al progresso e all’accettazione, ma che invece resta popolato da enormi tabù e da un retrogrado senso di repulsione verso l’eterogeneità sessuale.

“Vedere Iker Casillas e Carles Puyol scherzare e ridere sul tema del coming out nel calcio è deludente. È un viaggio difficile che ogni persona LGBTQ+ deve affrontare. Vedere delle leggende ridere di questo va oltre la mancanza di rispetto”, ha commentato il calciatore australiano Joshua Cavallo. L’anno scorso il terzino dell’Adelaide United era diventato l’unico calciatore professionista dichiaratamente omosessuale in attività. Pochi mesi dopo, il suo esempio era stato seguito in un altro continente da Jake Daniels. “I calciatori vogliono essere associati al concetto di mascolinità, di virilità e l’essere gay per molti equivale ad essere debole”, aveva dichiarato il giovanissimo attaccante del Blackpool ai microfoni Sky, divenendo il secondo calciatore omosessuale della storia calcistica britannica. Prima di lui solo Justin Fashanu nel lontano 1990 aveva annunciato oltremanica la propria orientazione sessuale al mondo. Alcuni anni dopo il proprio coming out, Fashanu venne ritrovato morto suicida in un garage londinese, al suo fianco una lettera citava: “Sono fuggito dall’Inghilterra per come mi ha trattato la gente dopo ciò che ho detto. Non voglio imbarazzare ulteriormente la mia famiglia. Spero che qualcuno lassù mi accolga: troverò la pace che non ho avuto in vita”.

Per questi e per molti altri motivi il calcio deve fare un ultimo, decisivo passo in avanti. I suoi protagonisti del passato, del presente e del futuro devono modificare una cultura plasmata da bomber e wags, da una mascolinità totalizzante, fondata sugli ideali di donna oggetto, di predazione seriale e derisione del ‘diverso’, di omologazione obbligata. Lo spogliatoio non può più essere terra d’insicurezze e silenzi, di limitazioni e dolore. I costumi e la mentalità devono cambiare, le consapevolezze devono cambiare. L’intero sistema deve cambiare. Perché ciò avvenga c’è bisogno del coraggio di chi, nel gota del calcio, non vuole aprire la propria condizione a tutti, per paura di vedersi emarginato o abbandonato. “Nelle squadre in cui ho giocato c’erano almeno due omosessuali a stagione. Si aprivano con me privatamente, ma non lo facevano pubblicamente”, ha affermato Patrice Evra di recente.

Ecco perché questa battaglia, questa rivoluzione può essere vinta solo attraverso l’esempio. Un esempio che, ad oggi, sta continuando a latitare nei paradisi del football, spuntando solo in serie minori o leghe poco conosciute e mediatiche. Un esempio che Iker Casillas e Carles Puyol, più o meno volontariamente, hanno evitato di dare.


Watchlist: Human Playground

Netflix ci porta alla scoperta del legame infinito tra l’uomo e il gioco

“Noi umani amiamo giocare, fin dagli albori della nostra esistenza. I nostri campi da gioco sono come specchi che ci aiutano a scrutare noi stessi e il mondo che ci circonda. Lo sport è il modo migliore per conoscere il proprio corpo e la propria mente. E sono gli sport più pericolosi a farci superare i nostri limiti. Sport impegnativi, dolorosi, addirittura letali, ci aiutano a scoprire ciò di cui siamo veramente capaci. Ognuno ha un motivo personale per sottoporsi a queste sfide”

Comincia con questa frase, pronunciata dalla profonda voce di Idris Elba, questo viaggio dedicato all’evoluzione del gioco e dello sport nel mondo. Antiche tradizioni e moderne diramazioni, deserti bollenti e rituali atavici, dolore e redenzione, asfalto e neve. In questa galleria antropologica ideata da Hannelore Vandenbussche e prodotta da Netflix, trovano spazio tutti i significati dell’elemento sportivo, tutti i suoi scenari, tutti i suoi più disparati protagonisti.

La docuserie, girata praticamente in tutto il globo, è una gustosa definizione visiva dell’Homo Ludens huizingiano divisa in 6 episodi. Ci racconta dei tuffatori di Acapulco, pubblicati nella Issue 7 del nostro magazine, come dei wrestler senegalesi, dei falconieri del Kirghizistan come della Parigi-Roubaix femminile, dei motorsport come delle arti del sumo e del kung fu, stilando una vasta enciclopedia del gioco in tutte le sue forme e derive.

Le testimonianze dei vari atleti/giocatori rendono questo prodotto ancora più rilevante e godibile, penetrando l’esperienza soggettiva e facendo comprendere cosa spinga un essere umano a perseverare nella sfida a sé stesso, all’avversario (anche animale) e all’elemento naturale. Per tutti questi motivi ‘Human Playground’ entra con grande merito nella nostra Watch List. Non perdetelo.