Watchlist – Wrestlers

La nuova serie Netflix è un’ode al wrestling indipendente e alle sue irrazionali stelle

Quanti di voi conoscono la violenza glitterata WWE? E quanti di voi hanno assistito alla dinamica ascesa dell’AEW nella catena alimentare del wrestling? Probabilmente tutti voi avete incrociato, anche solo per un momento, una diretta televisiva di queste due potenze dell’entertainment. Ma chi tra voi ha mai assistito ad un pay-per-view della OVW, l’Ohio Valley Wrestling? Probabilmente nessuno. Perché questa lega indipendente è la storica sorella sfortunata delle grandi major del wrestling americano, è il paradiso dei puristi del ring e delle sue regole, tradizioni e leggende, è una fucina di talenti, che ha creato celebrity come John Cena, Randy Orton e Batista, ma è anche un’attività in equilibrio sul precipizio del fallimento.

La risurrezione economica di questa scalcinata, eppure affascinante promotion è al centro della serie ‘Wrestlers’, recentemente uscita su Netflix. L’avvento dei due businessman Matt Jones e Craig Greenberg ci permette di scoprire un universo parallelo, scritto e diretto dalla sola (impressionante) immaginazione dell’ex wrestler professionista Al Snow: un universo dove l’heritage conta più del profitto, dove la credibilità e l’ispirazione snobbano consapevolmente le leggi di mercato, e dove decine di atleti sognano di vivere grazie alla propria arte, collidendo spesso con una durissima realtà fatta di secondi lavori e difficoltà economiche. ‘Wrestlers’ è un’ode al wrestling indipendente e ai suoi eroi: esseri umani pieni di demoni, fratture emotive, contraddizioni familiari e passati controversi, che nell’adrenalina delle tre corde riescono a trovare risposte anche alle più complesse domande esistenziali.

Greg Whitley dirige una serie magica, che ci fa esplorare le tumultuose identità di performer di ogni dove (India compresa), così come la grande bellezza di una disciplina troppo spesso sminuita. Una forma d’arte che richiede tempi e qualità recitative. Un romanzo senza fine che cerca solo e unicamente la reazione dello spettatore e la sua fedeltà. Un teatro del dolore, plasmato da impatti acrobatici e interpretazioni tutt’altro che superficiali. ‘Wrestlers’ è una summa contemporanea di ambizioni, sacrifici, fallimenti e, soprattutto, irrazionale passione. La passione che spinge uomini e donne a sfidare i propri corpi e le proprie menti per vestire temporaneamente i panni di supereroi. Anche davanti a 30 persone. Anche per una manciata di dollari. Ecco perché ‘Wrestlers’ entra di diritto nella nostra Watchlist.

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Netflix

Photo Credits
Gianmarco Pacione


Più di un’icona, semplicemente Beckham

La nuova serie Netflix ‘BECKHAM’ ci permette di celebrare un esteta, una celebrità e un calciatore di culto

Non c’è migliore occasione dell’uscita della serie Netflix ‘BECKHAM’ per omaggiare un’icona che ha lasciato un segno indelebile tanto nella storia, quanto nell’estetica calcistica. E oltre. La duplice immagine di Beckham, pittore di traiettorie geniali e pop star, centrocampista senza pecca e celebrità globale, ha a lungo spaccato l’opinione pubblica, ma mai ha lasciato dubbi sulla naturale potenza comunicativa del londinese adottato da Manchester e dai ‘Red Devils’.

Jorge Valdano scriveva che “Beckham è due persone in una: è una persona quando gioca e un’altra nella vita. Fuori dal campo, come certi uccelli della Patagonia, fa una cagata ad ogni passo. Ma durante i novanta minuti mostra doti di concentrazione, buona capacità di partecipazione, abnegazione, solidarietà e un tiro che riesce a indirizzare dove vuole”; Diego Armando Maradona si limitava invece a definirlo come “Un altro troppo carino per andare in campo. Anche se è molto preso dalla sua Spice Girl, qualche volta trova il tempo di giocare e lo fa bene, molto bene… Con il Manchester ha vinto tutto, ma deve qualcosa alla nazionale”. Due pensieri coincidenti, che definiscono l’essenza della meteorica ascesa dell’attuale Ufficiale dell’Ordine dell’Impero Britannico e proprietario dell’Inter Miami CF, oltre che multiforme imprenditore.

Perché Beckham fu contemporaneamente 7 e ‘Spice Boy’. 23 e ‘Galácticos’. Fu le Adidas Predator e il piano sequenza delle sue punizioni. I capelli biondo platino e l’evoluzione stilistica. Fu lo sbarco in Italia, Francia e USA. Fu una sensazione di bellezza. Una pubblicità ambulante. Victoria. Un vincente per ogni club. Un perdente per molti inglesi. Fu, semplicemente, uno degli atleti più influenti e ricercati dello sport moderno, una stella capace di modificare ogni legge di mercato e di demarcare un’intera era calcistica. Opera che sta continuando ancora oggi, definendo anno dopo anno i (anche controversi) capitoli di una legacy estetica destinata a durare per sempre.

La serie ‘BECKHAM’, diretta dal premio Oscar Fisher Stevens, spiega le origini e l’evoluzione di questo fenomeno di massa che, a 48 anni d’età, non ha ancora smesso di dettare canoni e trend. L’eredità di ‘Becks’, però, non è fatta di sole luci e successi, ma passa anche attraverso le umili origini, il lato oscuro della fama, la depressione e il personale disturbo ossessivo-compulsivo. Ogni perfezionista, in fondo, nasconde crepe. E ogni leggenda si crea attraverso difficoltà, incomprensioni, fallimenti e momenti di debolezza. Ora possiamo scoprire quelli di David Beckham.

Credits
Netflix

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Imago
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Avalon.red
Uwe Kraft
Adidas
PanoramiC
POP-EYE
Action Plus

Testi di
Gianmarco Pacione


Watchlist – Swagger

La serie Apple TV+ che ci mostra la vita attraverso la pallacanestro

È finita da poco la seconda stagione di Swagger, la serie Apple TV+ che ci mostra la vita attraverso la pallacanestro, e viceversa. Swagger è un bildungsroman prezioso, ispirato alla storia di Kevin Durant e co-prodotto dalla stessa stella NBA. Il protagonista della storia è Jace Carson (Isaiah Hill), giovane promessa cestistica destinata ai grandi palcoscenici, che viene seguita e analizzata lungo il tortuoso percorso liceale. Sul parquet s’impara a vivere, dice una legge non scritta della pallacanestro. E Jace sul parquet riesce ad evolversi come essere umano, prima che come giocatore, ereditando conoscenze della cultura afroamericana, toccando con mano i problemi della società contemporanea e costruendo fondamentali legami umani.

Episodio dopo episodio, il termine ‘swagger’ diventa un fil rouge per definire lo stile, il coraggio e la sfrontata ma virtuosa attitudine di un talento che vuole trascendere il semplice ruolo di atleta, diventando punto di riferimento per la propria comunità, e oltre. La comparsa di leggende come John Carlos, velocista del guanto nero a Città del Messico ’68, e i consigli del coach-mentore Ike (O’Shea Jackson Jr), rendono questa serie un meraviglioso viaggio tra le insicurezze, le pressioni e le scoperte tipiche della maturazione nel terzo millennio, dove social, profitto e tabù razziali possono annichilire in un istante l’equilibrio mentale di qualsiasi predestinato.

Oltre all’enorme valore sostanziale, va sottolineata anche l’estrema qualità estetica e verosimiglianza di questa serie. L’innovativa regia, l’utilizzo di atipiche riprese e un cast formato da giovani giocatori di alto livello, ci permette di assistere a partite credibili e spettacolari, dove svanisce ogni differenza tra atleti e attori. La colonna sonora guidata da Tobi Nwigwe e le qualità magnetiche del già citato Isaiah Hill sono gli ultimi tasselli di una serie che merita senza dubbio di entrare nella nostra Watchlist.

Credits: Apple TV+
Text by: Gianmarco Pacione


Matildas – Il mondo ai nostri piedi

La serie Disney+ dedicata alla Nazionale australiana femminile

Il nickname della Nazionale femminile di calcio australiana è ‘Matildas’, termine che si riferisce alla bush ballad ‘Waltzing Matilda’, composta dal poeta Banjo Paterson nel 1895. Questo inno non ufficiale è anche il titolo della produzione Disney+ dedicata al cammino delle calciatrici australiane verso il Campionato del Mondo casalingo del 2023 (co-ospitato dai vicini neozelandesi).

Superstar globali come Sam Kerr, Ellie Carpenter e Mary Fowler vengono seguite giorno dopo giorno, allenamento dopo allenamento, partita dopo partita. Tra gol e delusioni, istanti privati e folle urlanti, le loro intime dichiarazioni ci comunicano la volontà di rivoluzionare un intero sport e un’intera nazione, di cambiare la vita di milioni di giovani calciatrici e di gestire le pressioni di un momento storico senza precedenti.

Perché le ‘Matildas’ rappresentano un’eccellenza non solo da un punto di vista sportiva, ma anche per quanto riguarda la gestione dei diritti umani e femminili. L’iper positività del coach svedese Tony Gustavsson e le immagini di campo sono difatti intervalli tra profonde riflessioni e analisi sulla società contemporanea, sul rapporto tra donne e sport, e sul desiderio di progredire, attraverso l’esempio dentro e fuori dal campo, verso un futuro migliore per ogni atleta.

Per questo motivo “Matildas – Il mondo ai nostri piedi” entra nella nostra Watchlist come produzione essenziale per essere introdotti all’imminente Mondiale.

Photo Credits: Watchlist
Text by: Gianmarco Pacione


Watchlist – Tour de France: Unchained

Un’intima e romantica opera documentaristica dedicata alla meraviglia senza tempo della Grand Boucle

Pochi eventi al mondo vantano l’epica e la mistica che circondano il Tour de France. La corsa gialla è dal lontano 1903 un romanzo costruito su lacrime e fatica, è una folle maratona ciclistica ideata dal geniale ‘tiranno’ Henri Desgrange e abbracciata da atleti leggendari. Aneddoti, imprese e fallimenti hanno reso il Tour una celebrazione senza tempo di un intero movimento sportivo e di un intero Paese, dipingendo, generazione dopo generazione, un’opera d’arte tanto tragica, quanto romantica.

Tour de France: Unchained è la produzione Netflix dedicata alla Grand Boucle e ai suoi eroi contemporanei. A poche settimane dalla 110ª edizione della corsa a tappe più dura del mondo, questa serie ci permette di scoprire i lati più intimi della scalata verso gli Champs-Élysées. Tappe, emozioni individuali e dinamiche di ogni team s’intrecciano, raccontandoci sia le caratteristiche dei singoli protagonisti, sia le difficoltà gestionali di quest’enorme e complessa macchina sportiva.

Le ali di folla dell’Alpe d’Huez, il rapporto tra Van Aert e Jonas Vingegaard, l’imperitura grandezza di Geraint Thomas, la vita bucolica di Pinot e l’incredibile risurrezione sportiva di Fabio Jakobsen sono solo alcuni topic messi in rima da questa emozionante serie, che entra di diritto nella nostra Watchlist.

Photo Credits: Netflix
Testi di Gianmarco Pacione


The Ninth Issue

Athleta Magazine Issue 9 è una nuova celebrazione della musa sportiva, del suo valore sociale, della sua infinita forza narrativa e del suo rapporto con la fotografia contemporanea. Per la prima volta il nostro viaggio cartaceo comincia con due differenti copertine. La prima è firmata da Nils Ericson, mentre la seconda è affrescata dalla lente di Rich Wade. ‘Game on’, le tradizioni e i rituali di passaggio del football americano liceale da una parte, e ‘It’s all fake, right?’, la brutale meraviglia del deathmatch wrestling dall’altra, sono le porte d’ingresso per questo nuovo capitolo della nostra pubblicazione indipendente. Sacrificio, redenzione e resilienza ci guidano all’interno dell’Eastern New York Correctional Facility, dove la leggendaria macchina fotografica di Joseph Rodriguez ha immortalato un tanto atipico, quanto rilevante contest di bodybuilding tra detenuti. I corpi statuari del reportage ‘Forced Reps’ echeggiano ad un oceano di distanza nel secolare e mistico rituale del wrestling iraniano, descritto in ‘Zurkhaneh, la casa della forza’ da Konstantin Novakovic.

La passione e gli obiettivi atletici non hanno età in ‘Mastering Time’, la nostra ode ai protagonisti dei World Masters Athletics, e non hanno prezzo in ‘Fairway Tertulia’, la galleria visuale di Joseph Fox focalizzata sui green popolari e democratici del quartiere madrileño di Fuencarral-El Pardo. La ‘Giovane, nobile arte’ di Lucia Elen Ayari ci porta nella complessa periferia di Catania, dove la boxe può diventare strumento di emancipazione e speranza. Dalla bollente Sicilia al gelido Wisconsin: la terra di laghi ha permesso a MT Kosobucki di scoprire e analizzare l’affascinante sport capace di unire vento, vele e regate sottozero in ‘Ice Sailors’. Infine, l’editoriale ‘Back in the days’ a base di breaking, cultura underground milanese e flow fotografico di Tommy Biagetti è l’ultimo tassello della nostra nona issue, la prima dal doppio volto.


Guardiani del Mar Baltico

I volti e le parole di chi ha deciso di proteggere il Mar Baltico insieme a KARHU e alla John Nurminen Foundation

L’evento ‘Baltic Sea’ organizzato da KARHU e dalla John Nurminen Foundation è stato sinonimo di community. Sensibilità ambientale e running si sono uniti nelle parole e nelle azioni dei tanti partecipanti alla speciale giornata di Helsinki. Questi Guardiani del Mar Baltico sono attivisti e atleti, sono anime connesse alla natura e al proprio mare. Li abbiamo ritratti al termine della simbolica corsa che li ha condotti sulla costa della capitale finlandese, abbiamo ascoltato le loro esperienze e riflessioni, comprendendo il bisogno individuale e collettivo d’incidere positivamente sul mondo contemporaneo e sul suo ecosistema.

ANTON ARO

“Sono cresciuto sul Mar Baltico, ho tantissimi ricordi, da bambino ci nuotavo costantemente. Ora ho una casa affacciata sulla costa, dove trascorro alcune settimane d’estate con i miei parenti. Per questi motivi il Baltico è molto vicino a me. Penso che sia doveroso agire ora per salvaguardarlo. Sono consapevole che non possiamo effettuare cambiamenti enormi o drastici da un giorno all’altro, ma possiamo iniziare questo processo, possiamo puntare su un cambiamento sostenibile e graduale. Siamo qui per una buona causa e credo che momenti come questi siano fondamentali, perché riuniscono persone positive, che possono diffondere questi temi, creare awareness e allargare il numero di attivisti. Sono orgoglioso della running community finlandese. Quando ho iniziato a farne parte, ho subito capito di avere a che fare con delle persone meravigliose. I runner non corrono sul Mar Baltico, è ovvio, ma hanno una spiccata sensibilità ecologica e quelli che conosco evitano sempre d’inquinare”

ELINA TUOMAALA

“Sono nata sul Golfo di Bothnia, nella parte occidentale della Finlandia. Il mio cuore appartiene a quelle coste e ancora oggi, ogni volta che vado a correre, cerco di farlo nei pressi del mare. Quando osservo il suo colore, non posso che preoccuparmi. Non è pulito e quando la temperatura sale è impossibile pensare di nuotare. Lentamente le condizioni del Baltico stanno migliorando, perché tutti stanno prendendo seriamente la cosa: il futuro mi sembra luminoso, ma dobbiamo unirci per renderlo tale. Questo evento è una grande opportunità, permette di creare awareness ed è assolutamente importante anche la parte di fundraising dedicata ai progetti della John Nurminen Foundation. In Finlandia fortunatamente si stanno muovendo in tanti per proteggere il Mar Baltico, e questa giornata lo dimostra”

JARI-PETRI TIANINEN

“Non vivo a contatto con il Mar Baltico, ma arrivo dall’entroterra finlandese, dove sono in costante sinergia con la natura. La natura è parte della mia esistenza. Ascolto e leggo news riguardo il tema ambientale tutti i giorni. Credo sia necessario un percorso individuale e collettivo. Tutti possono fare di meglio, come riciclare ed evitare di gettare compulsivamente ogni cosa. Le persone devono entrare nell’ordine delle idee che tutto porta al mare: anche se vivono distanti dalle coste, i loro rifiuti incidono sulla salute del Baltico. Qui ad Helsinki l’inquinamento è evidente e tutti ne sono consapevoli, ma eventi del genere permettono di aprire ancora più gli occhi. Io lavoro per una grande company internazionale e stiamo portando avanti molte iniziative per l’ambiente. C’è bisogno di brand come KARHU e di questa partecipazione collettiva per rendere le cose migliori. Non succederà domani o dopodomani, ma un giorno le cose torneranno a funzionare, e lo faranno grazie alla conoscenza e alla consapevolezza maturate durante eventi come questo”

TARU PALSA

“I problemi del Mar Baltico sono noti a tante, tantissime persone, ma sono sempre positivi eventi di sensibilizzazione come questo. La rilevanza di queste giornate è enorme, perché runner, attivisti e persone riescono ad ottenere informazioni concrete dalla John Nurminen Foundation e, contemporaneamente, a fare qualcosa collettivamente per cambiare le cose. Spero che vengano organizzate sempre più eventi del genere. Il mare è qui, al nostro fianco, e dobbiamo fare di tutto per salvaguardarlo”

JARKO HAMMAR

“Sono cresciuto a Turku, di fianco al mare, e questo tema mi tocca particolarmente, perché sono legato al Baltico e da qualche tempo ho iniziato ad alternare running e nuoto in acque libere. Penso che la conoscenza delle condizioni del Mar Baltico sia molto cresciuta negli ultimi anni, la gente sta comprendendo la gravità della situazione, è consapevole che ogni rifiuto può mettere a repentaglio la salute del nostro intero ecosistema. Gli eventi legati al running sono importanti, perché tra i runner ho sempre riscontrato una spiccata sensibilità ambientale. Quando corro a Turku vedo tantissimi altri runner che raccolgono plastica lungo i rispettivi tragitti, e lo stesso avviene qui ad Helsinki. Lo sport aiuta a sensibilizzare e comprendere. Fa estremamente piacere che tanti runner, pur non essendo nuotatori, abbiano a cuore il Mar Baltico”

RIIKKA HEINONEN

“Il Mar Baltico è nella mia vita quotidiana. Vivo ad Helsinki, affacciata sulle sue acque. Nuoto durante tutto l’anno, sia d’estate che d’inverno, anche quando vado a correre cerco di prendere strade che passino nei pressi della costa. Per questo sono molto preoccupata, perché posso osservare le condizioni del Baltico ogni giorno. Ho due figlie giovani e spesso devo spiegare loro che non possono entrare in acqua, perché il colore è eccessivamente verde… Fa paura. Quando parliamo di cambiamento climatico possiamo solo idealizzarlo, ma in questo caso possiamo vederlo, è tutto tangibile. Oggi per esempio abbiamo fermato la nostra corsa su una baia dove l’acqua era totalmente marrone. Contemporaneamente so che l’impegno delle persone sta portando a dei progressi che si possono riscontrare in altre zone marittime di Helsinki. Questo è un sollievo, ma dobbiamo continuare ad agire”


A guardia del Mar Baltico insieme a KARHU e JNF

Sensibilizzazione e corsa nel cuore di Helsinki, in una giornata dedicata alla salvaguardia marina

“Vedere runner e persone che tengono al Mar Baltico è estremamente gratificante. ‘Baltic Sea’ è un evento nuovo per la John Nurminen Foundation, è la prima volta che colleghiamo le nostre azioni e i nostri progetti al running. Siamo felici di essere qui grazie a KARHU. Il fatto che tutte queste persone abbiano dedicato tempo ed energie al nostro mare è emozionante. La cosa più bella dell’evento è proprio questa, la connessione tra tutti i partecipanti, tra tante persone che non si conoscevano prima di oggi, ma che condividono le stesse volontà”. L’evento ‘Baltic Sea’ è racchiuso nelle parole del rappresentante della John Nurminen Foundation Erkki Salo e nella presenza attiva dei moltissimi partecipanti ad una giornata di sensibilizzazione marina, prodotta dalla virtuosa sinergia tra KARHU e la JNF.

Il Karhu Store del centro di Helsinki ha accolto runner e persone preoccupate per le condizioni di un mare che deve essere protetto e preservato, soprattutto alla luce di dannosi processi in atto come l’eutrofizzazione, la perdita di biodiversità e i disastrosi livelli d’inquinamento raggiunti negli ultimi tempi. “In Finlandia e in tutta la Scandinavia non possiamo nuotare dopo la metà di luglio, perché il Baltico si riempie di cianobatteri”, continua Salo, “la visibilità è nulla e l’acqua ha un odore forte. Questi sono segnali chiari: il Mar Baltico non sta bene, ma se riduciamo l’inquinamento e aumentiamo la nostra attenzione potrà recuperare da solo, potrà curarsi da solo”.

La speranza è il tema fulcro di una giornata dedicata alla salvaguardia marina, strutturata tra speech di approfondimento della Fondazione e una corsa simbolica che ha toccato la costa di Helsinki, oltre che gli occhi dei suoi abitanti. “L’attenzione di KARHU a questo tema è molto importante”, conclude Salo, “Attraverso eventi del genere riusciamo a dare voce alla natura e al mare. In questo momento storico stiamo lottando per il nostro mare, ma anche per la sopravvivenza del pianeta. KARHU è un brand molto amato in Finlandia, fa parte della storia del nostro Paese, ma raggiunge anche tantissime persone in tutto il mondo. Grazie al suo impegno e alle sue piattaforme in tantissimi verranno raggiunti da questi messaggi”.

Le nostre immagini aiutano il racconto di questo fondamentale evento. Ecco una galleria dei Guardiani del Mar Baltico che hanno colorato le strade di Helsinki con i loro corpi e i loro ideali.


It’s a Layered World

Heritage e funzionalità, innovazione e iconicità: Woolrich e GORE-TEX proseguono il loro storico legame nella nuova SS23

Tutto ciò che ci circonda è stratificato. Tutto ciò che ci abita è stratificato. Elementi e storie, esseri umani e sensazioni, natura e ispirazione. È un mondo stratificato, popolato da percezioni interiori e necessità esteriori, da panorami che traducono pensieri in materia, volontà in forme, storia in contemporaneità.

È un mondo impegnato nel costante valzer tra performance e stile, tra comfort e utilità, che si esprime nei capi della collezione SS23 di Woolrich, alcuni dei quali sviluppati e concettualizzati attorno ad un materiale-manifesto dell’universo outdoor, del suo immaginario e delle sue necessità: il GORE-TEX INFINIUM™. L’High Tech Waterproof Jacket completamente nastrata e integralmente impermeabile, il Long Hooded Parka traspirante e resistente al vento, la Shirt Jacket della collezione Outdoor Label Designed in Japan, ideale per attività all’aria aperta e foderata con uno speciale tessuto in rete che assorbe il sudore: in ogni prodotto può essere racchiusa una volontà, una vision e una storia, insegna Woolrich. In ogni cappuccio, in ogni tasca, in ogni zip può stratificarsi il DNA di un brand che mai ha smesso di essere tradizione e dettaglio, versatilità e iconicità, spirito estetico e senso pratico.

Mai ha smesso di esserlo dal lontano 1830, dalla genesi della filosofia ‘doing it right’, dall’intuizione di vestire azioni che definiscono persone e persone che definiscono azioni. Tutto cominciò ruotando intorno ai concetti di funzionalità e utilità, dalla comprensione e dallo studio di una parte della società che abbracciava simbioticamente la natura, affrontandone pericoli e temperature. Hard Wearing per Hard Workers, per persone che vivevano ogni strato indossato come un’estensione della propria pelle, come un razionale involucro da scartare e ricomporre in base alle proprie necessità, spinti dall’unico, pragmatico obiettivo della sopravvivenza.

Al crocevia della grande rivoluzione industriale si scoprì che in fondo anche l’essere umano era una macchina, una macchina energetica, e che la sua protezione e la sua salvezza potevano dipendere dalla consapevole regolazione di vestiti e materiali, dal layering. Basta un cappello per evitare l’ipotermia, insegnavano. Basta una giacca per consentire una corretta omeostasi, riflettevano, riferendosi al processo di autoregolamentazione della temperatura corporea. È in questo progresso che si annida l’heritage Woolrich, in evoluzioni scientifiche e stratificazioni cognitive che, seguendo il naturale corso delle cose, sono arrivate a coinvolgere anche coloro che del mondo outdoor hanno fatto il proprio tempio.

Dagli sciatori della domenica agli scalatori capaci di conquistare vette monumentali, come la prima spedizione sul Dhaulagiri nel 1973 e quella sull’invincibile K2 a due anni di distanza, dai backpacker agli scalatori su due ruote: la più antica azienda americana di abbigliamento outdoor ha sublimato lì, dove l’aria diventa rarefatta e il sangue si trasforma in ghiaccio, dove il cuore pulsa e il fiato diventa corto, una tecnologia eterogenea, capace di migliorare l’eccezionalità, così come la normalità della vita di tutti i giorni. Un’eccezionalità che nel moderno flusso creativo si è presto è tradotta in design, consapevolezza estetica e awareness.

Solo la conoscenza produce iconicità e solo la contaminazione produce l’eccellenza. È racchiusa in questa frase-manifesto la sinergia tra Woolrich e GORE-TEX, plasmata lungo gli anni ’70 con un prodotto divenuto simbolo, la Mountain Jacket. I micro pori scoperti dall’estro scientifico di Bob Gore da quel momento non hanno smesso di intrecciarsi con la visione outdoor di Woolrich, rafforzandone ciclicamente, collezione dopo collezione, l’identità. A quasi mezzo secolo di distanza, questo connubio di maestria non ha smesso di proteggere escursionisti ed esploratori del mondo, divisi e coincidenti in una contemporaneità che ha smesso di essere a compartimenti stagni, approcciando il vorticoso panorama metropolitano come un sentiero d’alta quota, e viceversa.

Tutto ciò che ci circonda è stratificato. Tutto ciò che ci abita è stratificato. E il rapporto tra Woolrich e GORE-TEX continua a tramandare queste idee nella SS23, vestendo, tra remote cave e scorci urbani, strade asfaltate e sentieri terrosi, coloro che decidono d’impugnarla e sostenerla. È un mondo stratificato, lo è sempre stato, sempre lo sarà. E ogni strato continuerà a tradurre pensieri in materia, volontà in forme, storia in contemporaneità.

Text by: Gianmarco Pacione
Photo Credits:@Alex Webb

Woolrich archive
Woolrich.com


Una meta fondamentale per le ragazze malawiane

Il nuovo progetto di Africathletics interamente dedicato al rugby femminile e ai suoi riflessi sociali

Africathletics prosegue il suo impegno in Malawi, sviluppando ulteriormente le sue attività sportive, educative e sociali. In questo caso non parliamo di pista e velocità, ma del nuovo progetto dedicato al rugby femminile: un coraggioso salto nel vuoto, che ha coinvolto moltissime ragazze e che, fortunatamente, è stato accolto con estremo entusiasmo dalle comunità locali. Ce ne parla Luigi Vescovi, rugbista e anello di congiunzione tra Africathletics e l’universo della palla ovale. La sua testimonianza ci permette di scoprire come, ancora una volta, attraverso lo sport si possano raggiungere risultati umani e sociali inimmaginabili.

“Non avrei mai pensato di vedere una squadra di rugby formata da 21 bambine malawiane. È emozionante. A dire il vero è stato emozionante fin dal principio. Sapevamo che non sarebbe stato facile, ma dopo aver parlato con tutti i capi villaggio e le istituzioni, siamo riusciti a coinvolgere molte scuole, tantissime bambine e maestri che vogliamo formare come allenatori. Lo spirito di Africathletics prevede che l’attività sportiva sia un mezzo per diffondere consapevolezza alimentare, per aumentare il livello di scolarizzazione e per cambiare vite. In questo caso specifico abbiamo a che fare con ragazze giovani e lo sport per loro è un qualcosa di essenziale. Basti pensare al fenomeno delle mamme-bambine, all’impossibilità di scegliere cosa fare delle proprie vite. Noi abbiamo creato uno spazio sicuro, una comunità eccitata per questa disciplina, e i risultati si vedono anche nelle attività parallele, come la scuola. Questo progetto ha fatto subentrare un meccanismo di costanza che è tutt’altro che scontato in Malawi, pensate che, per esempio, il tasso di presenza agli allenamenti di queste bambine si aggira intorno al 100%… Io e altri volontari, tutti uniti da un passato e un presente rugbistico, abbiamo posto le basi per un progetto che ha portato risultati enormi: le bambine ora hanno la possibilità di rimanere più tempo a scuola, curano nuovi aspetti educativi e maneggiano temi con la gender equality. Negli scorsi mesi abbiamo ammirato l’evoluzione di queste atlete e ci siamo stupiti di fronte alle prime mete complesse. La scorsa settimana hanno anche giocato la prima amichevole… Ora la nostra vision è proiettata verso i Giochi della Gioventù dell’Africa Meridionale, che si terranno nel 2025 in Namibia. La Rugby Union Malawi si è interessata al progetto e la nostra speranza è quella di vedere convocate alcune delle ragazze che stiamo allenando: è un sogno, ma un sogno concreto”

Per conoscere più approfonditamente e sostenere il progetto Africathletics, clicca qui.

Testo a cura di: Gianmarco Pacione
Photo Credits: @Africathletics