La fotografia aerea di Brad Walls

Ginnaste, nuotatrici, ballerine. Dall’alto lo sport diventa una forma di design

Lo sport nelle opere di Brad Walls è una questione di prospettiva, di eleganza, di geometria. Ogni composizione di questo pluripremiato fotografo aereo è in equilibrio tra surrealismo e perfezione, tra design e armonia.

Davanti alla lente di questo artista australiano l’elemento sportivo diventa fondamentale quanto spazi simmetrici e linee guida; la grazia di ballerine, ginnaste e nuotatrici impreziosisce luoghi dall’identità non definita, contesti prevalentemente acquatici capaci di attrarre l’occhio e la mente.

Abbiamo intervistato questo poeta dell’altezza. Buona lettura.

Come è nata la tua passione artistica e come si è evoluta nel tempo?

La mia passione per l’arte è nata grazie alla mia curiosità e alla natura critica del mio pensiero. Da sempre mi sento connesso al concetto di ‘What if’ e nell’ultimo periodo ho deciso di prendere la macchina fotografica in mano senza pormi limiti.

Che ruolo ha giocato e gioca lo sport nella tua produzione artistica?

Credo che lo sport tenda ad essere ritratto in maniera molto documentaristica, dinamica che calza a pennello con il proposito alla base della fotografia sportiva. Però, quando fai un passo indietro, ti puoi rendere conto che ci sono così tanti elementi e personaggi sportivi che puoi ritrarre in maniera artistica… Per esempio la mia immagine “Ball Up” ritrae un tennista pronto a servire: l’uso delle linee diagonali conduce lo spettatore più a fondo all’interno del soggetto.

Come scegli i soggetti da ritrarre e in base a cosa stabilisci la distanza aerea?

Ovviamente la cosa più facile è ritrarre gli sport legati all’artisticità: ginnastica, nuoto sincronizzato… Se gli sport non sono così artistici, il secondo passo sta nell’analizzare i movimenti degli atleti e i contesti. Se posso applicare i principi del design ai movimenti e ai contesti in modo armonioso, allora indagherò quel determinato sport.

Come mai i tuoi lavori sono così legati alla grazia femminile del nuoto sincronizzato e della ginnastica artistica?

Come detto in precedenza, gli sport artistici sono la risposta più ovvia alla mia ricerca visuale. Spesso collego i miei lavori al concetto di femminilità: il corpo femminile funziona perfettamente per la mia idea di estetica, delicato, con linee leggere, l’opposto del corpo maschile, più squadrato e pesante.

Quali sono i fattori cromatici e visuali che devono essere presenti nelle tue composizioni?

Il mio lavoro si concentra molto sulla composizione in generale, guarda allo spazio negativo, alle linee guida e alla simmetria: tutti elementi che si mescolano all’interno delle mie opere. Anche la teoria dei colori svolge un ruolo importante, garantendo un’armonia visiva cromatica.

Cosa risponderesti a coloro che ritengono la fotografia aerea come limitante a livello visivo?

Che è una teoria falsa. La fotografia aerea più o meno vicina al soggetto è relativamente nuova, tutti stanno sperimentando cosa funzioni meglio. Busby Berkely e Massimo Vitali usavano delle scale per creare lo stesso effetto, io invece uso un drone. Ogni artista fonda il proprio lavoro su quello di qualcuno che l’ha preceduto, per me lo sviluppo tecnologico ha prodotto una nuova generazione di artisti.

Quali sono i piani futuri? Esplorerai altri sport con il tuo drone?

La mia collezione sportiva continuerà ad ingrandirsi, ma non mi metto fretta. Mi piacerebbe rivisitare il nuoto, ma nulla è già stabilito, sono solo delle idee messe su carta. È importante avere delle pause serie tra i vari lavori. Ad un certo punto le mie opere sportive si fonderanno con l’arte contemporanea, un modo che voglio esplorare. Sì, ho pensato ad una pubblicazione futura a tema sportivo, ma è ancora distante nella mia mente. Ora sono focalizzato sulla ‘Pools collection’ che prenderà forma nel 2022.

Credits

Photo by Brad Walls
IG @bradscanvas
bradscanvas.com

Testi di Gianmarco Pacione


Confórmi: le forme non appartengono a nessuno

Intervista a Davide Trabucco, l’artista che trasforma il preesistente in novità

Le forme non appartengono a nessuno. A rivelarcelo è la filosofia artistica di Davide Trabucco, una filosofia tradotta in accostamenti visuali, in collage di statue e istantanee, di quadri e oggetti distanti nel tempo e nel significato, non nella continuità estetica.

Confórmi è l’archivio visivo che contiene tutto questo, un progetto contaminato da arte, design, architettura e, parzialmente, anche dallo sport. Un catalogo in costante aggiornamento, fondato sulla necessità di partire dall’esistente per produrre novità, per destare un inatteso impatto sensoriale. Nelle opere di Trabucco le certezze si appaiano, si mescolano, si fondono, diventando incertezza, sprigionando una profonda forza estetica ed enigmatica.

Abbiamo approfondito questo mondo alternativo, dove ogni cosa vede mutare il proprio significato originale, concentrandoci, in particolare, sulle tante icone e gesta sportive presenti all’interno di esso.

Hendrick Goltzius, Icarus, from The Four Disgracers, 1588 
VS
 Wainer Vaccari, Calciatori Panini, Logo, 1969

Come e perché nasce l’archivio visivo ‘Confórmi’? Quali sono idea e visione alla base di questo progetto?

Confórmi nasce dalla necessità di ordinare il mio patrimonio di riferimenti visivi. La volontà era quella di condividere questo sistema di riferimenti sul web, rendendo quindi tutti in qualche modo partecipi della mia visione del mondo.

Gian Lorenzo Bernini, Apollo and Daphne, Galleria Borghese, Roma, Italy, 1623-1625 VS Mano de Dios, Estadio Azteca, Mexico City, 22 June 1986

Le immagini che compongono questo archivio sono “rubate” dal web, e per “chiudere il cerchio” è stato quindi normale pensare ad un modo per riconsegnarle al web.

Instagram è quindi risultato essere il luogo ideale per condividere queste immagini, perché più di altri è il social che lavora in modo efficace con le immagini. In fondo i testi su Instagram contano molto poco.

Roberto Baggio penality miss, Brazil – Italy, Pasadena, 1994 FIFA World Cup VS Jean-François Millet, L’Angélus, 1857-1859

Che significati si celano dietro a questo nome e alla frase “le forme non appartengono a nessuno”?

Scegliere un nome era fondamentale per la riconoscibilità del progetto sui social. Quindi ho cercato una parola che sintetizzasse uno degli aspetti principali, ovvero la similitudine che lega le immagini tra di loro.

“Le forme non appartengono a nessuno” è una sorta di manifesto programmatico: le forme pre-esistono alle cose che creiamo, in qualche modo sono da sempre presenti nel mondo che ci circonda e noi non facciamo altro che riutilizzarle e dare loro nuovi significati.

Sputnik 1, first artificial Earth satellite, 1957 VS 1972 Olympic Men’s Basketball Final, Soviet Union defeats USA, first ever loss for USA in Olympic play

Come s’innesta l’atto sportivo nella tua ricerca e nella tua produzione artistica?

L’atto sportivo, nel caso di Confórmi ad esempio, è legato soprattutto al corpo e alla posizione che viene ad occupare nello spazio: un corpo sotto sforzo esalta una certa parte di muscoli, e quindi sviluppa a suo modo forme differenti.

1988 Olympic Men’s Basketball Semifinal, Soviet Union defeats USA VS Sandro Botticelli, Primavera, 1482

Senna, MJ, Maradona… Che tipo di forza artistico-visiva sprigionano queste icone e come riesci a fonderla con l’arte classica, la moda e la fotografia d’autore?

I campioni sportivi sono da sempre presenti nell’immaginario collettivo e utilizzare delle loro immagini carica già di numerosi significati il lavoro che si viene a creare.

René Magritte, Le Principe du plaisir, 1937 VS Neil Leifer, Michael Jordan, 1991
Ayrton Senna © Norio Koike
VS
Martin Margiela, Spring Summer 2001 collection (#25)
Diego Armando Maradona, Argentina vs Cameroon | 1990 FIFA World Cup | San Siro Stadium, Milan, Italy, 8 June 1990 VS Giovanni Anselmo, Entrare nell’opera, 1971
Icon Collection Juventus Diego Armando Maradona, Argentina vs Bulgaria | 1986 Fifa World Cup, Estadio Olimpico Universitario, Mexico City, Mexico, 10 june 1986 VS Agesander, Athenodoros and Polydorus, Laocoön and His Sons, 1st century AD

Cosa rappresenta nella tua vita personale prima, artistica poi, lo sport?

Lo sport per me è soprattutto l’Inter. E’ l’unica cosa che seguo con una certa continuità. Mi piacciono soprattutto gli sport individuali, e seguo spesso nuoto e tennis.

Lo sport insegna soprattutto la metodicità e la regolarità, che diventano utili anche in un percorso artistico, in cui spesso si crede contino solo l’estro e la creatività.

E’ invece necessario spesso stare sulle cose tanto tempo prima di poterne vedere i frutti, come nello sport.

Icon Collection Juventus Diego Armando Maradona, Argentina vs Bulgaria | 1986 Fifa World Cup, Estadio Olimpico Universitario, Mexico City, Mexico, 10 june 1986 VS Agesander, Athenodoros and Polydorus, Laocoön and His Sons, 1st century AD

Cosa pensi dell’intreccio sempre più evidente tra arte contemporanea/design e sfera sportiva?

Il legame tra sport e arte è un legame indissolubile e ha radici lontane. Basti pensare alle innumerevoli rappresentazioni di sportivi che sono arrivate a noi attraverso la statuaria classica, o alle molte architetture greche e romane che ci sono pervenute e che sono legate al mondo dello sport (le arene o gli stadi).

Polychrome terracotta depicting acrobat, IV century BC VS René Higuita, “Scorpion kick”, England-Colombia, Wembley Stadium | London, UK, 6 September 1995

Nelle tue produzioni future, anche esterne al progetto ‘Confórmi’, l’ispirazione sportiva si ritaglierà ulteriori spazi?

Lo sport fa parte del mio immaginario quindi, come tutte le cose che mi interessano, rientra in modo più o meno evidente nelle cose che faccio. È sempre molto utile guardare ambiti che sembrano avere poco a che fare con il tuo, perché ti permettono di guardare al tuo mondo da una prospettiva differente e cogliere nuove opportunità espressive.

Credits

Davide Trabucco
IG @thegreatcaulfield
IG @conformi_

Testi di Gianmarco Pacione


La fotografia oltre la superficie, Pellicola Magazine

Lo sport nella fotografia contemporanea. Una chiacchierata con le menti e gli occhi dietro Pellicola Mag

Pellicola Magazine è una rivista online indipendente, un affascinante progetto mosso dal desiderio di condividere, alimentare e analizzare l’universo fotografico contemporaneo.

Pellicola è un costante flusso visivo, è una raffinata galleria in cui perdersi volontariamente ed insistentemente. È un archivio di pensieri, parole e, soprattutto, immagini in grado d’ispirare.

Abbiamo contattato Simone e Greta, menti e occhi alle spalle di Pellicola. Con loro abbiamo parlato di un tema, quello sportivo, che inevitabilmente incrocia la loro ricerca. Buona lettura.

Come nasce il progetto Pellicola Mag?

Pellicola com’è conosciuto oggi nasce nel 2015, ma si tratta di un progetto ideato ancora prima in forma di gruppo e pagina Facebook, poi abbandonati per mancanza di tempo dai proprietari. Nel 2015 Simone Corrò ha preso in mano il progetto, che da quel momento è ripartito da capo cambiando veste grafica e spostandosi principalmente su Instagram, dove inizialmente i contenuti consistevano in un reposting di fotografie e immagini che ci incuriosivano e suscitavano la nostra attenzione.

Con l’apertura del sito nel 2017 abbiamo iniziato ad approfondire ulteriormente questa attenzione per le immagini attraverso un approccio più diretto con i fotografi, pubblicando contenuti più esclusivi come articoli e interviste, racconti realizzati dagli artisti stessi. A non essere mai cambiata, e anche idea di fondo del magazine, è sempre stata la volontà di dare voce ai lavori di fotografi da tutto il mondo indipendentemente dalla loro notorietà, spaziando tra personalità emergenti ed altre più conosciute per indagare e delineare in questo modo le più varie direzioni del panorama fotografico contemporaneo.

Quali sono i principi artistici e le valutazioni alla base della vostra selezione di contenuti?

Una cosa che abbiamo appreso con la nostra esperienza nel magazine è l’importanza di interrogare le fotografie oltre la loro superficie, comprendere a pieno la loro origine e il perchè della loro esistenza, soprattutto in un contesto storico in cui, grazie alla democratizzazione dei mezzi, siamo tutti simultaneamente consumatori e creatori di immagini ad un ritmo insostenibile. Diventa sempre più necessario distinguere lavori seri e approfonditi da ricerche esclusivamente estetiche, e in questo senso siamo sempre più alla ricerca di personalità mosse da una reale intenzione, i cui progetti fotografici siano il risultato di un’urgenza che sente il bisogno di essere espressa e condivisa, che apra nuovi squarci sul mondo conoscibile.

Il nostro obiettivo è quello di trasformare l’esperienza delle persone che seguono il nostro progetto in qualcosa che vada oltre l’esclusività estetica delle immagini e che rivendichi il giusto spazio del loro contenuto. Poi, ovviamente, ciò che emerge dalla nostra selezione è al tempo stesso un gusto personale, con cui i lavori vengono inevitabilmente filtrati, che come un filo conduttore implicito lega insieme tutte le pubblicazioni.

Come s’inserisce lo sport all’interno del vostro universo fotografico e come s’inserisce, a vostro avviso, all’interno dell’intero mondo della fotografia contemporanea?

Purtroppo nella ricerca di Pellicola lo sport non ha mai trovato molto spazio, abbiamo avuto davvero poche occasioni di pubblicare artisti con progetti che entrassero in relazione con questo mondo. Pensiamo che, in generale, la percezione della fotografia sportiva sia ancora oggi legata ai principali canali di comunicazione, ai canoni visivi che tuttora influenzano l’ambito giornalistico. La forza del vostro progetto sta proprio nel voler scardinare questa tendenza, nel mostrare e rivendicare nuove sfaccettature di questo genere fotografico e raccontare lo sport da un punto di vista più libero e indipendente.

‘Rise of the Mongolians’ di Catherine Hyland ci porta alla scoperta di un affascinante territorio che, nonostante le relative dimensioni, è in grado si sfornare continuamente giganti del sumo. Cosa vi ha ispirato maggiormente di questo reportage?

Sicuramente la relazione tra i soggetti e il loro ambiente è un aspetto molto forte e interessante nel lavoro di Catherine. Le fotografie avrebbero potuto essere scattate in altri contesti, come nelle palestre al chiuso o durante le competizioni ufficiali degli atleti, ma l’esclusività del paesaggio rurale del Teriji National Park diviene il principale espediente visivo per sviluppare il progetto e rispondere alla sua domanda iniziale. E’ proprio nel paesaggio che risiede la risposta, nelle conseguenti condizioni di vita dei suoi abitanti che per poter bere trasportano e sciolgono il ghiaccio dei fiumi, per scaldarsi spaccano la legna, per spostarsi percorrono chilometri a cavallo. Abitudini che divengono sinonimo di forza e resistenza. Le fotografie di Catherine mostrano questo forte contrasto tra la desolazione del territorio e la forza dei lottatori, due componenti che in fondo si rivelano essere una cosa sola, unite da un profondo legame causale, sono una la conseguenza dell’altra.

Pare evidente un filo conduttore tra l’opera di Catherine Hyland e ‘Against the Elements’ di Joseph Fox. Il calcio islandese come il sumo mongolo: comunità che si ritagliano in maniera inattesa uno spazio di rilievo nel panorama sportivo. Cosa vi ha colpito dell’opera del fotografo britannico?

Certo, in questo senso i due progetti portano avanti uno stesso discorso e approfondiscono questa curiosa relazione tra la propria identità e il grande eco ottenuto con le competizioni sportive. Ciò che colpisce particolarmente in Against the Elements è l’accostamento di uno sport come il calcio ai paesaggi islandesi, un binomio che crea un’atmosfera quasi surreale proprio perché lontana dall’immaginario condiviso che questo sport così universale ha costruito nel tempo. E’ come se il rapporto causale che caratterizza Rise of the Mongolians venisse qui rimpiazzato da una forte componente enigmatica, un senso di sospensione che si protrae nel corso della serie.

La pallacanestro del Goshogaoka Girls Basketball Team. Un gioco contemporaneamente ‘in assenza’, privato del pallone, e ‘in presenza’, caricato di una forte espressività e gestualità. Che valore assume, nel caso di Sharon Lockhart, il ritratto sportivo?

Come dici tu, l’assenza nel lavoro Sharon lascia spazio ad un altro tipo di presenza, quella corporea, performativa, espressiva. La scelta di non rappresentare il pallone nel corso di tutta la serie permette di approcciarsi al basket con un punto di vista che supera il gioco stesso e si concentra su tutti quegli aspetti più sottili che fanno sempre parte di questo sport, ma su cui lo sguardo si appoggia con meno frequenza. I ritratti di Sharon si avvicinano all’emotività delle giocatrici, si caricano di tensione e ci lasciano con il fiato sospeso, come quello delle atlete nell’invisibilità dell’attesa che precede ogni movimento, ogni istante decisivo. Ma si caricano anche di una sorta di sacralità; sono proprio queste attese, che immortalano i soggetti quasi come dei gruppi scultorei, a diventare una celebrazione del mondo sportivo oltre le vittorie e i grandi momenti, dell’umiltà di ogni sguardo, di ogni respiro trattenuto, di ogni muscolo teso.

Credits

Testi di Gianmarco Pacione

Pellicola Magazine
IG @pellicolamag
pellicolamag.com

Photo by Catherine Hyland
IG @cathyland1
catherinehyland.co.uk

Photo by Joseph Fox
IG @josephfoxphoto
josephfox.co.uk

Photo by Sharon Lockhart
lockhartstudio.com


L’onirica urbanità sportiva di Mur0ne

Asfalto orizzontale, muri verticali, uno sport colorato ad unirli. Intervista allo street artist spagnolo

L’equilibrio tra design e pop art, tra asfalto orizzontale e muri verticali, tra mondi immaginari e associazioni oniriche. Mur0ne, nome d’arte d’Iker Muro, dal lontano 2002 ha trovato nel panorama urbano la propria tela vergine.

Nato a Bilbao, i suoi percorsi grafico-visivi hanno esponenzialmente popolato le città spagnole, arrivando rapidamente a migrare oltre i confini iberici. La produzione di questo street artist recentemente ha iniziato a confluire nell’universo sportivo e, contemporaneamente, ad attingere da esso.

In un momento di pausa da pennelli e vernici, abbiamo chiesto a Mur0ne di parlarci del suo percorso artistico, del suo legame con lo sport e di condurci all’interno di quegli scorci cittadini che ha saputo trasformare in opere uniche.

Come è nata la tua passione artistica e come si è evoluta nel tempo?

Disegno da quando ero bambino. Da adolescente ho studiato graphic design, poi ho combinato questa passione con l’universo dei graffiti di strada: questo connubio mi ha condotto a dipingere murales e viaggiare per il mondo. Da giovane non ho mai nutrito un interesse particolare per l’arte in sé, diciamo che i graffiti mi hanno portato, lungo gli anni, a scoprire e analizzare l’arte definibile come ‘più classica’.

Che ruolo ha avuto lo sport nella tua produzione artistica? A quali sport sei particolarmente affezionato?

Ho dipinto un campo da tennis un paio di anni fa e da allora non ho più smesso. Devo ammettere che non ho nessun legame particolare con sport come il tennis o il basket (altro tema spesso affrontato da Mur0ne ndr), da bambino giocavo semplicemente a calcio, come tutti i giovani spagnoli. Gli sport a cui sono realmente legato sono più che altro lo skateboard, il surf e lo snowboard.

Come si inseriscono i tuoi colori nei contesti urbani che scegli come tele?

Penso sia chiaro che i campetti su cui esprimo la mia arte non sono destinati ad un uso propriamente ‘professionale’. Di solito sono scuole o playground pubblici. L’interesse principale sta nel far scoprire ai singoli utenti (bambini e adolescenti) che esistono altri modi per intendere e vivere luoghi ‘funzionali’: modi che si possono trasporre, in grande, nell’approccio alle loro vite. Diciamo sempre ai nostri figli che devono essere medici o insegnanti, ma quando scoprono l’esistenza di un ragazzo che dipinge il suolo del cortile di una scuola e si guadagna pure da vivere, le teste di questi ragazzi ‘esplodono’.

Cosa ne pensi del rapporto sempre più intenso tra arti grafiche/visive e sport?

Design, illustrazione e arte sono da sempre mondi strettamente legati allo sport: basti pensare ai progressi nel design delle sneaker e alla connessione tra street art e tema sportivo. Suppongo che, grazie alla loro freschezza e intensità, questi media si connettano perfettamente: è per questo che, per esempio, i brand sportivi vogliono sempre più collaborare con gli street artist.

“Wall is my name” è la tua ultima pubblicazione. Ci diresti qualcosa a proposito?

“Wall is my name” è il libro che raccoglie almeno 15 anni della mia carriera da muralista. Sebbene ci siano immagini anche precedenti a quest’ultimo lasso temporale (alcune ritraggono i miei primi graffiti di 20 anni fa), il fulcro del libro si concentra sui miei lavori più attuali. Abbiamo lavorato duramente per oltre un anno, raccogliendo immagini e progettando un libro che potesse avere molto peso e valore personale. Non potrei essere più felice del risultato raggiunto, trovo che il libro abbia un’anima propria.

 

Quali sono i tuoi progetti per il prossimo futuro? Abbiamo visto che la maggior parte dei tuoi lavori sono in Spagna, si espanderanno sempre più al di fuori del tuo Paese?

Certo, in questo momento per esempio sto viaggiando in Senegal. Ho avuto l’opportunità già in passato di realizzare un paio di progetti in Africa occidentale. Naturalmente sarò sempre pronto a dipingere oltre i miei confini.

Credits

Iker Muro
IG @mur0ne

Testi di Gianmarco Pacione


Chelsea Werner è più di una ginnasta

Atleta vincente, modella affermata, pioniera dell’inclusione. Il ritratto di ‘Showtimewerner’

Storie che possano ispirare, che possano infrangere stereotipi. Storie che possano cambiare percezioni interne ed esterne, che possano cambiare vite.

Chelsea Werner è una ginnasta vincente, Chelsea Werner è una modella affermata, Chelsea Werner è nata con la sindrome di Down.

Per quest’atleta statunitense la ginnastica artistica ha significato molto più dei due ori mondiali e dei quattro titoli nazionali Special Olympics vinti: parallele e travi sono diventate un modo per scoprire una vita inattesa, fatta di soddisfazioni ed evoluzioni personali, d’impatto positivo sulla collettività e sulle singole esistenze altrui.

Gli intensi ritratti di Alejandro Poveda ci conducono nel mondo di ‘Showtimewerner’, una pioniera che, con le sue gesta, sta segnando la strada dell’inclusione contemporanea. Un’inclusione multiforme, che spazia dalle gare internazionali alla carriera di modella iniziata temerariamente e, oggi, giunta ad un livello di risonanza incredibile (come dimostrato, per esempio, dalla recente campagna H&M).

Abbiamo avuto la fortuna di chiacchierare con Chelsea e sua madre Lisa, provando ad entrare in una storia che, a tutti gli effetti, travalica la semplice eccellenza sportiva.

Cosa significa per te la ginnastica artistica e che ruolo ha avuto nella tua vita?  

Chelsea: La ginnastica fa parte della mia vita da quando ho memoria. All’inizio era semplicemente un’attività divertente da fare con gli amici. Con il passare del tempo ho iniziato a gareggiare all’interno del mondo Special Olympics e dal primo istante ho adorato la folla che faceva il tifo per me. Quando ho iniziato ad allenarmi con un allenatore che vedeva oltre la mia disabilità i miei miglioramenti sono diventati molto più consistenti. Ho imparato a lavorare molto duramente, a nutrire una maggiore fiducia in me stessa e a sentirmi al meglio sotto pressione. È stato allora che ho ricevuto il mio soprannome ‘Showtimewerner’. Penso che la fiducia e l’etica lavorativa mi abbiano aiutato in tutte le aree della vita.

Che valore hanno avuto per te le vittorie internazionali? Le hai vissute come semplici traguardi sportivi o come qualcosa di più?  

Chelsea: Mi sono sentita molto orgogliosa delle mie due vittorie ai Campionati del Mondo! Ho amato vedere la bandiera americana alzata e sentire suonare il mio inno nazionale.

La ginnastica e le medaglie, il mondo della moda e le macchine fotografiche: c’è dentro di te qualche sentimento, qualche emozione che unisce questi due mondi?  

Chelsea: Fin da piccola mi sono sempre sentita molto a mio agio davanti alla lente. Mi piaceva stare davanti a una macchina fotografica o a una telecamera. Quando ho fatto il mio primo lavoro da modella per H&M a L’Avana, Cuba, mi sono innamorata del mondo fashion. Amo l’eccitazione che portano nella mia vita sia le gare di ginnastica, sia gli shooting fotografici.

Quanto pensi sia importante infrangere i muri degli stereotipi nella società moderna? E quanto pensi siano utili, da questo punto di vista, mezzi come lo sport e l’universo fashion? 

 

Lisa, madre di Chelsea:

Come mamma di Chelsea, vedo l’importanza e il valore di ciò che Chelsea ha fatto e sta continuando a fare. Quando Chelsea è nata c’erano pochissimi modelli e punti di riferimento da seguire per persone con la sindrome di Down. Il futuro non sembrava molto promettente per Chelsea.&nbsp

Grazie a questi mezzi, le persone di tutto il mondo possono vedere cosa ha realizzato e continua a realizzare Chelsea. Ha dato così tanta speranza ai genitori che cercano guida e ispirazione per i loro figli… È gratificante sentire come Chelsea stia aiutando tante persone in tutto il mondo. Un grande esempio di questo processo è Chris Nikic. Chris è appena diventato la prima persona con la sindrome di Down a completare un Ironman Triathlon. Il padre di Chris ci ha scritto una lettera, dicendo che seguire la storia di Chelsea ha permesso loro di pensare che fosse possibile un’impresa di questo tipo.

 

Quali sono i tuoi progetti futuri? Avrai tempo anche per lavorare su qualcos’altro oltre sport e servizi fotografici?

Chelsea: A causa del COVID-19 molti eventi sono stati cancellati. Ora mi sto allenando e gareggiando con la USA GYMNASTICS (insieme ai miei coetanei non disabili). Sono tornata con il mio primo allenatore, Dawn, che in passato mi ha condotto alla conquista dei due Mondiali. Sono entusiasta nell’apprendere nuovi movimenti e la mia ginnastica non è mai stata migliore. Oltre alle agenzie con cui collaboro a New York e Los Angeles, ora ho firmato un contratto con la Milk Modeling Management di Londra. Andrò a Londra non appena verranno revocate le restrizioni pandemiche. Oltre a questo posso dire che amo le lezioni di danza hip hop e uscire con i miei amici. Sono anche una zia, ho 3 nipoti e una nipote: loro sono i migliori!

Credits

Testi di Gianmarco Pacione

Photo by Alejandro Poveda
IG @ale_poveda
alejandropoveda.com

Chelsea Werner
IG @showtimewerner

Chelsea Agency
IG @wespeakmodels
IG @milkmodelmanagement


‘To Give and Take’, l’arte di Alvin Armstrong

Lo sport come mezzo di produzione artistica e di riflessione sociale. Intervista all’artista americano

‘To Give and Take’ è la nuova serie di dipinti prodotta da Alvin Armstrong, attualmente esposta all’Anna Zorina Gallery di New York.

Un’immersione visiva nel concetto di icona sportiva afroamericana, una riflessione sulla vulnerabilità della popolazione nera del Paese a stelle e strisce, sulla giustapposizione tra eccellenza atletica e irrilevanza sociale.

Abbiamo raggiunto l’artista nativo di San Diego, per approfondire significati e significanti delle sue opere, per comprendere la posizione assunta dallo sport all’interno della sua vita e della sua produzione artistica.

Il rapporto tra arte e sport: come è nata l’idea di utilizzare lo sport come mezzo di comunicazione artistica?

Penso che per molte persone sia facile connettersi visivamente con lo sport, anche per coloro che non sono  particolarmente interessati a un gioco specifico o alle regole di esso. Lo sport è quasi come un linguaggio universale. Trovo sia particolarmente interessante trasmettere l’energia sprigionata da esso attraverso le arti visive, indipendentemente dal mezzo specifico. Ovviamente non sono il primo artista a essere ispirato dall’azione, dalla potenza e dall’aspetto socio-politico veicolato dagli sport agonistici. Vista la mia esperienza come atleta praticante, poi, questa probabilmente continuerà ad essere una linea guida fondamentale nel mio lavoro.

Noi pensiamo che lo sport sia cultura. Per te, invece, cosa rappresenta?

Mio padre ha ottenuto una borsa di studio completa per il college grazie al basket. Quell’opportunità ha cambiato la sua vita: gli ha permesso di uscire da una zona critica come South Central, a Los Angeles. Io e i miei fratelli abbiamo sempre visto lo sport come una via da percorrere verso il successo e la stabilità. Abbiamo capito fin da piccoli che eccellere nello sport poteva potenzialmente significare istruzione gratuita e, di conseguenza, miglioramento delle nostre condizioni. Lo sport è stato lo sfondo costante della mia vita e ha stabilito degli standard di risultati che si sono tradotti nella mia pratica pittorica. Penso che gli sport, in particolare quelli professionistici, svolgano un ruolo complesso negli Stati Uniti. Gli americani vengono spesso uniti dallo sport, ma c’è ancora molto lavoro da fare.

Il tuo lavoro mette in risalto l’eccellenza atletica degli sportivi afroamericani da un lato e la vulnerabilità della loro comunità dall’altro. Puoi dirci qualcosa riguardo la critica sociale che viene si evidenzia in “To Give and Take”?

Le caratteristiche degli atleti neri – forza, velocità, agilità, capacità di lottare e di dominare – vengono celebrati quando sono in campo, ma quando non è presente un’uniforme (sportiva), quegli stessi attributi diventano minacce per la società. Il titolo deriva dall’idea che gli afroamericani, in questo Paese, devono essere straordinari per ottenere diritti umani fondamentali come il rispetto e la sicurezza personale. La dualità intrinseca nei neri americani, così celebrati come atleti e, contemporaneamente, così vessati dalla polizia e privati di risorse per emergere, è stata l’ispirazione per “To Give and Take”.

Quali sono le influenze alla base del tuo stile pittorico e da cosa dipende l’uso di certi colori? Ti sei ispirato ad altri artisti che hanno analizzato il tema sportivo per lavorare a questa serie?

Per gli artisti che sono venuti prima e per i miei contemporanei nutro enorme rispetto, gratitudine. Penso che chiunque si renda tanto vulnerabile da esprimere il proprio pensiero al mondo, accettando di essere osservato e criticato dal pubblico, meriti il nostro rispetto. Alcuni dei miei eroi artistici sono Henry Taylor, Benny Andrews e Noah Davis. Ciò che apprezzo di più, oltre al loro incredibile talento, è la loro impavidità. Il loro lavoro mette in mostra un connubio di rischio e capacità espressiva. Nel mio lavoro cerco di non nutrire paura, cerco di fidarmi del mio intuito, di muovermi all’interno di esso e di esternarlo.

Cosa ne pensi dell’esponenziale impegno socio-politico degli atleti di alto livello? Sportivi e artisti possono cambiare la società con le loro azioni, parole e opere?

Penso che sport e arte possano influenzare la società in modo significativo. Artisti e atleti, quando hanno successo, possono far forza su un prezioso seguito, su piattaforme che possono essere utilizzate per denunciare le condizioni dei più emarginati. Penso che da un grande potere derivino grandi responsabilità, non credo che artisti o atleti possano avere il lusso di rimanere fuori dal discorso socio-politico, soprattutto negli USA del 2021.

Credi che lo sport fungerà da ispirazione anche per la tua futura produzione artistica?

Lo sport influenzerà sempre la mia pratica: se non letteralmente, anche solo nel modo in cui dipingo. Mi piace però restare aperto a vari scenari e ispirazioni riguardo al futuro. Mi entusiasma l’energia collettiva che sento trapelare da tanti miei contemporanei, in particolare dagli artisti afroamericani. Non vedo l’ora di continuare a crescere ed evolvermi; le possibilità sono infinite.

Credits

Alvin Armstrong
@eyesrevive

Testi di Gianmarco Pacione

Ph by Anna Zorina Gallery
IG @annazorinagallery
annazorinagallery.com

Portrait by Jordan Lee courtesy of the artist and Anna Zorina Gallery


Nicolò Martinenghi, atipico come il suo nuoto

Ranista dei record, grande speranza olimpica tricolore. Il ventunenne che sfrutta primati e medaglie per maturare come essere umano

“Conosco ogni angolo del mio mondo natatorio, vorrei cominciare a conoscere tantissimo anche al di fuori di esso. Mi auguro di esplorare sempre più tutto ciò che mi circonda, tutto ciò che c’è oltre la vasca, oltre questa meravigliosa bolla in cui mi trovo”

Di Nicolò Martinenghi stupiscono la maturità, le capacità e qualità riflessive, la volontà di contestualizzarsi in un panorama più ampio rispetto a quello acquatico, rispetto all’etereo mondo dell’agonismo natatorio.

Costume da competizione, arena Bishamon

In fondo questo interprete prodigioso della rana non ne avrebbe bisogno, potrebbe limitarsi a limare secondi e imperfezioni, a focalizzare il suo pensiero sui cinque cerchi, a godere di uno status impreziosito dal doppio record nazionale stabilito a Riccione poche settimane fa, coprendo in 26”39 i 50 metri e in 58”37 i 100.

Potrebbe, per l’appunto. Eppure il classe ’99 pare essere atipico per indole, per natura: un’atipicità riassunta dall’inconsueto stile scelto per competere ai massimi livelli internazionali, scelto per divorare metri fendendo correnti, fatica e cronometri.

“Ironicamente dico che non sono io ad aver scelto la rana: è la rana ad aver scelto me. Credo che questa sia la specialità più folle del nuoto, è molto tecnica, è estremamente atipica, non prevede una nuotata perfetta in senso assoluto: ognuno deve adattarsi secondo le proprie caratteristiche…”

Costume da competizione e cuffia, arena Bishamon / Occhialini, arena

Nicolò quelle caratteristiche le ha scoperte in tenera età, affrontando e superando un’iniziale repulsione per l’elemento che, con lo scorrere delle stagioni, avrebbe iniziato ad ospitarlo quotidianamente, monopolizzandone la vita. Preferiva giocare a pallacanestro, l’espansivo classe ’99, preferiva seguire le orme paterne nel florido territorio cestistico varesino. Poi l’epifania della linea nera, la volontà d’incidere totalmente sul risultato, di affrontare in prima persona, come unico attore protagonista, glorie e delusioni.

“Da piccolino odiavo l’idea di entrare in acqua, amavo stare sui parquet, ero spinto dal desiderio di emulare mio padre Samuele e i suoi trascorsi da guardia nella Ignis Varese. Ad un certo punto quell’odio è svanito e sono presto arrivato ad un punto di non ritorno: non potevo continuare ad intrecciare entrambi gli sport. Per scegliere mi sono basato sui risultati oggettivi e sul fatto che, in vasca, glorie e delusioni le potevo avere tutte per me stesso: nella corsia tutto sarebbe dipeso da me”

Dopo questa presa di coscienza, il climax sportivo di Nicolò inizia ad essere vertiginosamente ascendente, inizia a regalare risultati superlativi, a veder caricare le sue bracciate di aspettative e attenzioni mediatiche: ombre emotive frenate da un maturo e saldo contatto con la realtà.

“Ho sempre cercato di restare fedele al Nicolò quattordicenne, al ragazzo che non vuole semplicemente andare forte in acqua, ma che vuole restare a contatto con il mondo esterno, con gli amici di sempre. Ripeto, so di essere stato risucchiato da tempo dentro questa bolla magica: nella mia carriera agonistica tutto è e sarà perfetto al di là dei risultati, tutto è e sarà teso al distacco dalla realtà: rendersene conto e provare a restare connessi ad essa credo sia fondamentale. In questo critico percorso adolescenziale mi ha sicuramente aiutato l’allenarmi vicino a casa e il poter fare affidamento dai 12 anni in poi su un unico allenatore”

Il rapporto con Marco Pedoja, difatti, esula dal classico legame coach-atleta. È un sorta di rapporto fraterno, quello dei due, coltivato con costanza da circa un decennio: un rapporto colorato da un accrescimento reciproco vissuto a pelo d’acqua. Al fianco di questa figura Nicolò ha visto aggiungersi altri tipi di aiuto, come quello essenziale di uno specialista della mente, di un esperto in grado di far incidere il fattore psico-emotivo sul gesto muscolare.

“Marco mi ha visto crescere, credo sia una carta vincente il fatto di aver condiviso e condividere tantissimo tempo con una persona che mi conosce così a fondo. Quando ha iniziato a seguirmi aveva poco più di vent’anni e lo vedevo come un fratello maggiore, poi il nostro rapporto si è ulteriormente evoluto. Un’altra carta vincente è la presenza di un mental coach, Lorenzo Marconi: a questi livelli lotti contro i minimi dettagli e psicologicamente non è facile. Sono arrivato ad un punto della maturazione agonistica dove, se voglio migliorare, devo concentrarmi su miliardi di cose, miliardi di vere e proprie piccolezze. Devo stare molto attento a quello che penso, perché ogni parola e ogni riflessione possono tramutarsi in grandi problemi: la serenità mentale è l’unica chiave per raggiungere grandi risultati”

Occhialini e cuffia, arena

Serenità mentale e grandi risultati, un’equazione che Nicolò ha risolto alla perfezione nelle acque di Riccione, da cui è uscito con un doppio record italiano nel palmarés e con un inequivocabile segnale lanciato ad Adam Peaty e colleghi in vista delle Olimpiadi illuminate dal Sol Levante.

“Volevo andare forte, non lo nego, ma migliorarmi in quel modo è stato stupendo, sono uscito dall’acqua quasi allibito… È bello essere consapevoli di quello che si può fare, ma è ancora più bello superarsi. Questi tempi non mi danno maggiore benzina, semplicemente aumentano la serenità in vista di Tokyo. Mi aiuta vivere il nuoto in questo modo, con una leggerezza che mai si tramuta in mancanza di serietà, con la consapevolezza di essere fortunato nel lavorare divertendomi…”

Non è un peso, per Nicolò, entrare in vasca ogni mattina, non sono un peso le interminabili ore scandite da respirazioni e virate. Nelle parole di quest’eccellenza Azzurra allenamenti e conseguenti medaglie sembrano più che altro mezzi: mezzi di scoperta, mezzi di formazione.

“Il nuoto mi permette di viaggiare per il mondo, di conoscere posti, culture, di ampliare la mente. Toccando così tanti contesti differenti mi arricchisco, analizzo e capisco cose che anche solo il giorno prima mi sembravano assurde o sbagliate. Se in un futuro dovessi avere un figlio, non vorrei parlargli semplicemente di etica lavorativa e di sacrifici sportivi, vorrei dimostrargli di avere una visione molto più ampia”

Sono concetti penetranti, quelli sviscerati dal ranista tricolore. Concetti intimi, preziosi come i gioielli trattati sapientemente da suo padre nello studio orafo di famiglia. E il nuoto di Nicolò, in fondo, sembra ricalcare l’attività paterna, sembra trovare fondamento nella medesima passione e cura del dettaglio.

Un’associazione implicita, un’associazione doverosa, messa in risalto dal trasporto con cui l’atleta varesino ci parla di quest’antica arte tramandata di parola in parola, di artigiano in artigiano, di Martinenghi in Martinenghi.

“Un mestiere del genere non lo impari studiando, lo impari facendo, è molto manuale e nozionistico. Se chiudo gli occhi e penso a un mio futuro non mi dispiacerebbe trovarmi al posto di papà. È sicuramente stimolante l’idea di poter tramandare questa tradizione familiare: non lo nego, sono pensieri che di tanto in tanto mi attraversano. Pur rimanendo consapevole della mia età, voglio comunque pensare a dei piani, a degli interessi, a delle certezze su cui fare affidamento quando il mio fisico arriverà al limite. Ma manca ancora molto tempo prima che arrivi questo momento, posso stare tranquillo…”

Icon Collection Juventus Felpa con banda laterale logata, arena ICONS / Costume con banda laterale logata, arena ICONS
Costume e pantalone con banda laterale logata, arena ICONS
Cuffia, arena Bishamon / Occhialini, arena Towel, arena /Pantalone con banda laterale logata, arena ICONS
Costume da competizione e cuffia, arena Bishamon / Occhialini, arena
Polo, LAB Pal Zileri / Pantaloni in denim, Pal Zileri / Rider Rain Jacket in tessuto riciclato con cappuccio staccabile, Moose Knuckles / Sneakers con tomaia in pelle e suola in gomma,PUMA

Sì, a mancare è ancora moltissimo tempo e Nicolò ce lo lascia intendere sorridendo. All’appena ventunenne mancano innumerevoli medaglie da indossare e record da conseguire, luoghi da visitare e piscine da dominare. Mancano, soprattutto, monumentali obiettivi da centrare.

Per il momento questo lombardo dalle stupefacenti bracciate può rimandare l’appuntamento con diamanti e gioielli: può focalizzarsi sul più prezioso dei metalli, questo sì, provando ad incidere l’oro con i cinque cerchi, con l’eterno simbolo d’Olimpismo e leggenda sportiva.

Credits

Ph RISE UP
IG @riseupduo
riseupstudio.com

Arena Italia
@arenaitalia

Arena Water Instinct
@arenawaterinstinct

Dao
@dao_sport

Nicolò Martinenghi
IG @nicolomartinenghi

Text Gianmarco Pacione


Scatto fisso è sinonimo di design

A Copenaghen il ‘brakeless’ è un’ispirazione quotidiana. A spiegarcelo è Karl Tranberg

Forme pulite ed evocative. Sfondi urbani animati da oggetti rapidi ed eleganti, da pezzi d’artigianato minimalista. Nella capitale danese lo scatto fisso rappresenta molto più di un vezzo ciclistico. A rivelarcelo è Karl Tranberg, il designer che trasforma le proprie bici in opere d’arte da costruire e fotografare, in mezzi di trasporto da trattare come preziose e ispirate costruzioni personali. Vi portiamo all’interno del suo mondo, dei suoi ritratti, delle sue parole. Buona lettura.

Come sei entrato in contatto con la bici a scatto fisso e perché hai scelto di utilizzarla?

A Copenaghen lo scatto fisso è stato molto popolare dalla metà degli anni 2000 fino al 2013 circa. Come tanti altri ragazzi sono stato ispirato dai film di MASH SF e ho trovato intrigante l’idea di potermi costruire una bici da solo e di riuscire a padroneggiare la totale assenza di freni. All’epoca avevo già un trascorso con la mountain bike (una Cannondale Caffeine hardtail da 26″, di cui sono innamorato ancora oggi), quindi è stato molto naturale provare questo diverso tipo di bici. Durante un viaggio a New York, nel 2012, ho setacciato un numero infinito di negozi di biciclette, alla ricerca di una bici da pista o di un telaio da portare a casa: dopo lunghe ricerche ho finalmente trovato il mio telaio Masi Speciale Sprint nel retrobottega di Continuum Cycles, un accogliente negozio di biciclette nell’Avenue B ad Alphabet City. 

Che ruolo gioca questo tipo di bicicletta nel contesto urbano di Copenaghen e che tipo di comunità si è creata negli anni?

Copenaghen ha un’incredibile cultura ciclistica. La viabilità della città è in gran parte progettata a misura di ciclista e in molti luoghi le piste ciclabili sono più larghe delle strade. La normale conseguenza è che tutti possiedono una bicicletta e le piste ciclabili vengono spesso affollate da pendolari e turisti. Ciò significa che, guidando senza freni, hai una grande responsabilità, non puoi permetterti di mettere in pericolo l’incolumità altrui. Andare in bici a Copenaghen vuol dire anche scivolare giù dalle colline (nonostante ce ne siano pochissime), in quel caso in mezzo utilizzando la normale carreggiata. Qui, però, le cose si complicano: i conducenti non sono abituati a condividere la strada con i ciclisti e il risultato è spesso un caotico mix di clacson, frenate e imprecazioni…

Fatta eccezione per alcune riconosciute figure locali e alcuni testardi nerd (categoria di cui faccio parte), la scena dello scatto fisso a Copenaghen è stata praticamente in letargo per quasi un decennio. Al momento, tuttavia, stiamo riscontrando un crescente interesse che spero possa coincidere con un ripopolamento della comunità. Va detto anche che la scena attuale si presenta in maniera molto differente. In passato si mescolavano telai e ruote colorate per creare combinazioni divertenti, mentre ora le persone sembrano concentrarsi su componenti di qualità superiore e costruzioni più semplici, basiche.

Except for some of the local messengers and a few stubborn nerds (myself included), the fixed-gear scene in Copenhagen has pretty much been in hibernation for almost a decade. At the moment we’re experiencing a local growing interest in fixed-gear, though, and I’m hoping it could mean the community is slowly returning. It’s a very different scene now, however. It used to be about mixing colourful frames and wheels in fun combinations whereas now people seem to focus on higher quality components and simpler builds.

Cosa rappresenta per te questo tipo di bici? Pensi che questo oggetto abbia anche un’anima artistica?

La bici a scatto fisso rappresenta per definizione il minimalismo ciclistico: è impossibile rimuovere un singolo componente della bici senza compromettere in modo critico la sua funzionalità complessiva. A Copenaghen studio Furniture and Object design: la mia ispirazione accademica si radica nel funzionalismo e nel minimalismo scandinavo-giapponese. Amo un tipo di design artigianale, visivamente leggero, e apprezzo quando la forma abbraccia la funzionalità. Adoro le linee semplici e pulite dei vecchi telai in acciaio e alluminio. Nutro una fascinazione particolare per la bici da pista, perché è di gran lunga la bici più facile da mantenere: la linea della catena è diritta e la trasmissione è più voluminosa per resistere a un enorme trasferimento di potenza, quindi è destinata a durare più a lungo. L’unica parte che sostituisco molto spesso nelle mie bici sono le gomme posteriori.

Cosa rappresenta per te questo tipo di bici? Pensi che questo oggetto abbia anche un’anima artistica?

La bici a scatto fisso rappresenta per definizione il minimalismo ciclistico: è impossibile rimuovere un singolo componente della bici senza compromettere in modo critico la sua funzionalità complessiva. A Copenaghen studio Furniture and Object design: la mia ispirazione accademica si radica nel funzionalismo e nel minimalismo scandinavo-giapponese. Amo un tipo di design artigianale, visivamente leggero, e apprezzo quando la forma abbraccia la funzionalità. Adoro le linee semplici e pulite dei vecchi telai in acciaio e alluminio. Nutro una fascinazione particolare per la bici da pista, perché è di gran lunga la bici più facile da mantenere: la linea della catena è diritta e la trasmissione è più voluminosa per resistere a un enorme trasferimento di potenza, quindi è destinata a durare più a lungo. L’unica parte che sostituisco molto spesso nelle mie bici sono le gomme posteriori.

Cosa rappresenta per te questo tipo di bici? Pensi che questo oggetto abbia anche un’anima artistica?

La bici a scatto fisso rappresenta per definizione il minimalismo ciclistico: è impossibile rimuovere un singolo componente della bici senza compromettere in modo critico la sua funzionalità complessiva. A Copenaghen studio Furniture and Object design: la mia ispirazione accademica si radica nel funzionalismo e nel minimalismo scandinavo-giapponese. Amo un tipo di design artigianale, visivamente leggero, e apprezzo quando la forma abbraccia la funzionalità. Adoro le linee semplici e pulite dei vecchi telai in acciaio e alluminio. Nutro una fascinazione particolare per la bici da pista, perché è di gran lunga la bici più facile da mantenere: la linea della catena è diritta e la trasmissione è più voluminosa per resistere a un enorme trasferimento di potenza, quindi è destinata a durare più a lungo. L’unica parte che sostituisco molto spesso nelle mie bici sono le gomme posteriori.

Credits

Alberto Grasso
IG @alberto.grasso
albertograsso.com

Magnus Bang
IG @magnus_bang

Karl Tranberg
IG @fixiekarl

 

Testi di Gianmarco Pacione


Carmen Rocchino, danzare nell'acqua

Vent’anni e 24 ori. La giovane Azzurra che in vasca tende le punte, creando una forma d’arte

Scandire la grazia in otto tempi, scandire la grazia tendendo punte, sfiorando con esse acqua e sinfonie musicali. Sono corpi dalle linee nobili, quelli delle sincronette, strutture flebili, muscolarmente raffinate. Sono menti alla costante ricerca della perfezione sincronica, della combinazione impeccabile.

Carmen Rocchino ha solo vent’anni e 24 ori nazionali in bacheca, è una danzatrice acquatica che sta rincorrendo, esercizio dopo esercizio, l’immagine dei cinque cerchi a pelo d’acqua. Una rincorsa partita, per puro caso, in età infantile all’interno delle piscine genovesi.

“Da piccola facevo dei semplici corsi di nuoto, poi, quasi per sbaglio, mi sono capitati dei volantini tra le mani. Parlavano di nuoto sincronizzato e per gioco ho iniziato quest’avventura. Avevo all’incirca 7 anni, ricordo che i primi tempi ero sempre l’ultima della fila, non avevo ben chiaro cosa fosse questo sport, avevo solo visto qualche immagine durante le manifestazioni olimpiche… Con il passare del tempo sono iniziate le prime gare e verso i 13 anni sono passata alla Rari Nantes Savona: un punto di svolta per il mio rapporto con questa disciplina”

Un rapporto che diventa presto totalizzante, continuando ad esserlo ancora oggi. Nella fase adolescenziale l’acqua si tramuta nella seconda, anzi, nella prima casa di Carmen. Un’abitazione fluida, dove ad alternarsi sono allenamenti infiniti e note da inseguire energicamente.

“L’acqua può cambiare volto, alcuni giorni è amica, altri nemica. A volte ti fa sentire benissimo, ti permette di galleggiare senza fatica, altre volte hai la sensazione di affogare, vorresti uscire, è quasi soffocante. Credo sia comprensibile questo legame ambivalente: da anni trascorro quasi tutte le mie giornate dentro la vasca. D’altro canto, se resto un paio di giorni lontana da questo elemento, sento di perdere la mia acquaticità, percepisco la velocissima perdita di abitudine del mio corpo a quella che, nel tempo, è diventata una casa”

Una casa da condividere con giovani coinquiline, mosse da un eguale desiderio di eccellenza. Il collettivo delle Azzurre del futuro, una sorta di cantera acquatica nazionale, vede ragazze appena maggiorenni che, tra le increspature dell’acqua, provano a comporre ispirate pièces sportivo-teatrali, a colmare il gap con chi di questa energica forma artistica ha scritto la storia.

“Viviamo tutte insieme. Le nostre giornate si dividono tra condizionamento atletico, pesi, ginnastica ritmica, nuoto normale o specifico e cura dei dettagli tecnici. Ore ed ore che diventano propedeutiche per l’esecuzione di un singolo esercizio: una lunga preparazione necessaria per automatizzare ogni passaggio, per pulire l’esecuzione dai minimi errori, per evitare di andare in affanno nel tanto tempo che passiamo con la testa sott’acqua. Se nelle esibizioni singole prende il sopravvento la mia personalità, in quelle di squadra sento un’intensa connessione collettiva. Una connessione che dobbiamo migliorare costantemente, con l’unico obiettivo di limare il divario che ci separa da superpotenze come Cina e Russia”

Quest’opera di miglioramento, a cui diede il là nei lontani anni ’70 la pioniera del sincro Romilde Cucchetti, trova oggi in profili come quello di Carmen Rocchino la naturale e rispettosa prosecuzione.

Una nuova generazione, o meglio, una nuova ondata di giovani acrobate delle vasche capaci di osservare diligentemente chi sta posando le basi per un ciclo futuro, capaci di sognare razionalmente le acque transalpine di Parigi 2024.

“Siamo state selezionate e stiamo crescendo come squadra Nazionale B, questo ci dà una certa visibilità e ci carica di responsabilità per il prossimo futuro. Il nostro obiettivo è riuscire a diventare il nucleo della Nazionale Maggiore che verrà. Per il momento prendiamo ispirazione dalle ragazze che si esibiranno a Tokyo e lavoriamo duramente per scendere in vasca a Parigi tra tre anni. Prima dei cinque cerchi ci saranno altri eventi come i Mondiali e gli Europei assoluti, dove proveremo a continuare la scalata che, nell’ultimo periodo, ha visto arrivare la scuola italiana a ridosso delle migliori interpreti di questa disciplina”

Scandire la grazia in otto tempi, scandire la grazia con sogni vividi e imponenti. Carmen Rocchino ha solo vent’anni, ma nelle sue punte tese ha già la consapevolezza di chi, in quegli otto tempi, vuole trovare la grandezza sportiva. Vasca dopo vasca. Esercizio dopo esercizio.

Credits

DMTC Sport, Carmen Rocchino
IG @carmynna12

 

Intervista di Gianmarco Pacione


Hillary Allen, the voice of resilience

Touch death and the desire to run again. The endurance runner who defeated destiny with words and willpower

The sky can become a chasm in a few steps, in a few seconds. The clouds, barely touched, can become crevasse, fear, pain, darkness. It’s right there, in the dark mountainous bowels of the Trømso Hamperokken Sky Race, where everything can become a tragedy, where a life can change by changing that of others as well.

Hillary Allen is an international endurance runner and North Face athlete. In 2017 she was at the top of the prestigious Sky Running World Series, then, on the sharp Scandinavian heights, she slipped off a steep rocky ridge, miraculously remaining alive after falling over 150 feet.

Less than a year later, after numerous operations and intense rehabilitation, she tied her running shoes again and came back to skim the sky at maximum speed. The story of this Colorado athlete is a story of courage and resilience: a tale that she has decided to tell in a book, ‘Out and Back’, finding in writing a means to help herself and others.

“Writing is a safe place for me. I have a master’s degree in Neuroscience and through my studies I have discovered the power of this action. During the long recovery I wanted to be honest with myself, with the process I was going through: writing was cathartic, it became therapeutic. The apex of this process was when I came back to Trømso for racing again: that’s why I dedicated the last chapter of the book to that experience”

Survival, the power of self-confidence and passion, the ability to bend adverse opinions and conditions. ‘Out and Back’ page after page transcends autobiography, becoming an intimate metaphor of human strength, of the battle against limits and fears, of the acceptance of them.

“I think my favorite chapter is ‘The Power of Belief’. Given my critical condition, sometimes I thought it was useless to tell myself that every day should be a better day. But this mantra has accompanied me for a year, it has accompanied every little detail of my daily life. I believe that the ability to believe in yourself is there, inside you, even if you can’t see it: it’s hidden, like the roots of a tree, but it’s what gives strength to that tree to grow. I’ve never completely lost this component, I just had to find it again. I’ve faced dark times, I’ve worn the cast for three months, I’ve lived through pain, but that spark of ‘belief’ was finally ignited when I reurned to running for the first time: thirty, simple, seconds were enough. A few months later I won the Lavaredo Ultrarail and it was incredible”

Hillary’s relationship with running and with that natural context is also incredible: an element, the natural one, that has never ceased to be the cornerstone of her life. A deep love, generated already in her childhood, thanks to excursions in Colorado and campsites around the USA.

“On the trails I practically learned to walk. I grew up in the Rocky Mountains of Colorado and my parents introduced me to the natural beauty of the United States from an early age. I’ve always loved running out there. I live my sport as a form of communion with nature: in those landscapes I feel insignificant and, at the same time, I am connected with myself, with the world and the people around me. When I have to train I don’t think about fatigue, I think about spending a day in the mountains admiring and respecting Mother Nature”

A respect that in Hillary’s words extends itself to human nature, to the intimate existence of men and women who, distant from each other, are united by the desire and strength to overcome challenges and adversities.

“I think we, as humans, are the most resilient species. We just have to discover it and use our challenges to improve, to grow. On this path I’ve discovered a lot of myself, I’ve opened myself to vulnerability, I’ve found unknown strengths and attitudes. I don’t really like talking about a ‘comeback’: the reality is that a completely different woman emerged from this personal ascent”

A woman who today, in addition to competing at the highest levels of endurance run, combines her sporting activity with university teaching, the role of coach and a notable activity as a blogger.

Between social posts and personal works, Hillary has built around her a positive community, interested in personal growth, as well as sports.

“In my blog I deal with topics such as athletic and mental preparation, physical and emotional recovery and ‘positive self talk’. My story doesn’t have to be a story of physical recovery, I want it to be a testament to human resilience. For me it’s about people first, in all walks of life, from teaching to coaching. The messages, letters and closeness I received from people all over the world were the driving force that inspired me to be a voice”

A voice stronger than the tragedy. A voice that deserves to be heard.

Credits

Hillary Allen
IG @hillygoat_climbs
hillaryallen.com

PH
Luke Webster
Blair Speed Creative
Jose Miguel Muñoz

Text Gianmarco Pacione

Thanks to bluestarpress.com