Nick Turner, un flusso di coscienza tra arte e sport

Onde e cavalli, insicurezze ed evoluzioni, l’artista americano che ritrae universi individuali e universali

“C’è qualcosa che unisce onde e cavalli, surf ed equitazione. È la sensazione di non essere in pieno controllo. Sei un piccolo individuo sopra un qualcosa di molto più grande di te… In pochi istanti ti senti più umile, percepisci una forte e profonda connessione con la natura, e l’essere umano viene curato da questa condizione passeggera. Il mio rapporto con i cavalli nasce molto tempo fa, ho iniziato a cavalcarli quando ero solo un bambino, il surf è arrivato più tardi, ma è immediatamente diventato una terapia: riesce a riallineare tutto quello che c’è dentro la mia testa”

L’arte di Nick Turner è elegantemente cinetica, è un raffinato moto ondoso, è la vorticosa rotazione di zampe e criniere, è la danza di un presente naturale e umano, di un attimo definito e indefinito, dove la solitudine riesce a sublimarsi in uno stato comune, esplicitando profondi significati esistenziali, emotivi e sensoriali.

Il multiforme eclettismo di questo artista statunitense, ma cittadino del mondo, si esprime attraverso mezzi e immaginari solo all’apparenza distanti tra loro: lente e pennello, collage e aforismi diventano un corpo unico e un flusso coerente davanti alle sensibile mani, al palpitante estro e al pregiato DNA di un uomo destinato fin dall’infanzia al supremo ideale delle Muse antiche, ma anche ad un altro tipo d’immaginario, l’immaginario sportivo.

“Sono cresciuto in giro per il mondo. La mia base è sempre stata nel Maine, ma per tanto tempo ho vissuto in Europa e attualmente sono in Portogallo. La mia famiglia è estremamente creativa. Mia nonna era una pittrice di Berlino, lasciò la Germania durante la Seconda Guerra Mondiale. Mia madre è una grande intellettuale, ha completato un phd ad Harvard e in quel periodo ha incontrato mio padre. Durante i lunghi periodi trascorsi in Paesi stranieri ho fatto scuola a casa insieme a lei. Lei mi ha introdotto ad una visione più romantica di ciò che mi circondava, lei mi ha permesso di entrare in comunione con la natura e mi ha messo la prima macchina fotografica in mano. Non è stato semplice crescere in questo modo, perché non ho mai avuto un reale circolo sociale attorno a me. Durante l’infanzia e l’adolescenze avevo solo l’arte e lo sport. In Francia ho partecipato a competizioni nazionali di judo e sollevamento pesi. Insieme al mio cavallo ho anche gareggiato per anni in gare d’equitazione. In generale mi sono sempre trovato meglio nel mondo esterno, immerso nella natura e nel suo dinamismo… Il contesto outdoor mi ha sempre calmato ed è il motivo per cui, ancora oggi, mi reco spesso in luoghi remoti con la mia macchina fotografica”

Sport e arte. Arte e sport. È complesso far convivere questi due universi paralleli, è complesso esplorare e manifestare questa dicotomia resa inconciliabile da percezioni e tabù passati, mai completamente infranti. Nick Turner inserisce questo tema all’interno di un concetto più corposo e delicato, il concetto d’insicurezza personale.

Perché la fisicità di questo artista polivalente, scolpita da anni di sforzi atletici, è spesso risultata un difetto, più che una virtù, inserendosi nella galassia d’incertezze che inevitabilmente accompagnano ogni essere umano. Una condizione universale, che solo illuminate sensibilità riescono a trasporre in parole, composizioni e ritratti.

Ho sempre ritenuto importante avere piena consapevolezza del mio corpo. L’esercizio fisico è stato un fondamento della mia vita, lo sport mi ha insegnato il valore della fatica e della disciplina, mi ha spinto a competere con me stesso, a perfezionare ogni dettaglio del mio lavoro. Per molti amici artisti lo sport non ha rilevanza, io invece devo essere coinvolto in qualche tipo di attività, altrimenti non sto bene con me stesso… A livello artistico ho mostrato il mio corpo solo per una serie di ritratti dedicati ai cavalli. All’epoca volevo concentrarmi sulla ritrattistica fashion, ispirandomi alla statuaria greca, ed era difficile trovare persone che fossero a loro agio con questi animali. Ma la comunione tra sport, corpo e arte ha anche lati negativi. Ricordo per esempio le mie prime mostre a New York, dove ho ricevuto commenti ironici sulla mia stazza. Quei momenti mi hanno provocato insicurezze per molto tempo. Ho vissuto molte situazioni in cui non mi sono sentito a mio agio con me stesso o parte di un gruppo. Dopo tutti gli anni spesi all’estero, al college avevo la sensazione di non essere completamente americano, inoltre ero un artista, ma non bevevo e non fumavo. Per molto tempo poi ho pensato di non poter essere contemporaneamente fotografo fashion e artista, mi sono imposto di tenere separati questi due campi, e solo ultimamente ho iniziato a comprendere che, in realtà, questi due mondi possono convivere…”

Nonostante le insicurezze, nonostante i dubbi interiori, l’arte di Nick Turner è riuscita a raggiungere una maturità popolata da analogie visuali e volti incisivi, movimenti filmici e cattedrali naturali, unendo arte, sport e fashion in un magmatico e coerente moodboard in costante espansione.

Il delicato piano sequenza delle sue opere trae ispirazione da figure e discipline multiformi, diventando riflesso delle fotografie senza tempo di Bruce Weber e Peter Lindbergh, delle geometrie tracciate dai padri dell’architettura contemporanea, dalle nozioni assorbite attraverso studi socio-politici e filosofici, come testimonia il titolo della pubblicazione ‘State of Nature’, realizzata in collaborazione con Yves Saint Laurent.

Non c’è interruzione nella produzione di questo artista quarantenne, c’è continuità. La continuità del gusto e del senso, dell’origine e dell’evoluzione, della natura e dell’uomo. La continuità della realtà, narrata senza artifici o vie di fuga. La continuità di un’arte che nella sua multidimensionalità riesce ad essere coerente ed efficace, trascinando ogni spettatore in scenari privati e universali, dove ogni dettaglio diventa un messaggio interpretabile.

“Amo fotografare, ma voglio essere artista allo stesso tempo e voglio continuare ad avere la mia libertà creativa. Devo restare fedele al mio gusto, a ciò che mi piace. Il mio lavoro non ha una precisa struttura, dipende dai miei spostamenti, dai luoghi che incontro. Non spendo troppo tempo nella creazione di un set o nella tecnica, cerco di trovare l’immagine che mi piace. Quando viaggio porto con i miei sketchbook e passo ore a disegnare cavalli. Faccio tantissime cose che non uso e tengo per me. Annualmente mi reco nel Wyoming, dove scatto panorami stupendi e riesco a disconnettermi dal vortice tecnologico contemporaneo, come sulla tavola da surf. Dopo un lungo allontanamento dal fashion, ultimamente questo universo è tornato da me in maniera organica, non ho dovuto cercarlo e i brand con cui ho iniziato a collaborare mi stanno concedendo piena libertà artistica. Voglio proseguire su questa strada”

Nick TURNER is represented by THEWAVES Agency
https://thewavesagency.com/photographer/nick-turner
For any request emilie.dacosta@thewavesagency.com

Photo Credits:

ZARA: @Zaramen – Photography: Ben Beagent
SAINT LAURENT: @saintlaurent by Anthony Vaccarello


Hansle Parchment, gli ostacoli sono la vita

Dalla Giamaica a Tokyo, dal corpo alla mente, l’arte scientifica di un campione olimpico

"Gli ostacoli sono parte della vita, sono la vita. Li uso spesso come metafora, perché la filosofia e i concetti alla base di questo sport sono estremamente potenti. Ogni ostacolo è una nuova gara, ogni ostacolo è una nuova barriera da attaccare e superare… E per riuscirci bisogna unire e perfezionare una lunga serie di fattori. In fondo noi ostacolisti dobbiamo essere come dei computer, ogni dettaglio deve essere coordinato per ottenere il massimo risultato”

Non è facile percepire il fulminante tocco dei passi di un atleta raro, di un ostacolista raro, capace di sollevare un oro olimpico sul podio di Tokyo 2020 e di segnare un’intera era sportiva. È invece facile ascoltare le sue parole, lineari e profonde: come la sua corsa sui 110 metri, come le sue planate sulle 10 trappole verticali che lo attendono dopo ogni sparo. Gli ostacoli sono una forma d’arte scientifica, rivela questo monumento contemporaneo alla biomeccanica. Gli ostacoli sono esperienza ed evoluzione, fa intendere questa 32enne stella dell’atletica giamaicana, riavvolgendo la macchina del tempo e tornando alla genesi di un rapporto totalizzante.

“Quando ero un bambino, non sapevo cosa fosse l’atletica. Nella mia vita c’erano soltanto il cricket e il calcio. Ma in Giamaica tutto è involontariamente legato alla corsa. Correvo sempre, per sfidare altri bambini o per andare a comprare qualcosa a mia madre. Le mie giornate erano scandite dalla velocità. Il colpo di fulmine con l’atletica è arrivato a inizio high school, quando ho assistito ad una gara sui 100 metri tra i migliori ragazzi della mia scuola. Centinaia di persone erano assiepate per osservare quel momento, io l’ho fatto dal terzo piano dell’edificio: caos, adrenalina ed eccitazione hanno invaso tutta la comunità. Ho deciso immediatamente che mi sarei unito alla squadra di atletica della mia scuola. Per i primi mesi mi sono cimentato in tante discipline diverse, come il lancio del disco e del giavellotto. Passavo di fianco agli ostacoli ogni sera, poi un allenatore mi ha chiesto di provare a saltarli: da quell’istante la mia vita ha iniziato a gravitare attorno a questi oggetti”

Prima le vittorie a livello scolastico, poi la scalata internazionale. Hansle racconta quasi nostalgicamente del suo meeting d’esordio, corso con delle scarpe usurate e una divisa fuori taglia, del nervosismo e dell’orgoglio vissuti vestendo per le prime volte i colori del proprio Paese, delle responsabilità cresciute di pari passo con i risultati e di alti e bassi: montagne russe fisiche e psicologiche, che risultano inevitabili in una delle discipline più complesse dell’intero panorama atletico, montagne russe che questo argento Mondiale è riuscito a stabilizzare grazie all’esperienza, allo studio e all’esplorazione di sé stesso.

“Ora posso dire di essere in controllo, sento di aver raggiunto la piena maturità sportiva. Lungo la carriera sono cambiato molto: quando sei giovane pensi a divertirti e a viaggiare, non lavori realmente sulla tua testa, sulle tue paure, sui tuoi obiettivi, e in questo sport finisci inevitabilmente per avere dei periodi bui, spesso legati agli infortuni e alle insicurezze. Dopo tutti questi anni sulla pista, ho deciso di approcciare gli ostacoli come la vita: so che posso controllare ciò che è possibile controllare, e so che le incognite non dipendono da me, non devono influenzarmi. Stress e preoccupazioni non hanno senso. Devo solo concentrarmi sul prossimo risultato, devo avere dei paraocchi mentali e pensare solo a ciò che voglio conquistare, devo ragionare sulle tappe che dovrò percorrere per raggiungere la destinazione. Alcuni audiolibri hanno plasmato questa nuova filosofia, mi hanno permesso di comprendere quanto la negatività emotiva influenzi l’intero corpo, quanto il subconscio sia estremamente potente e possa incidere sulle performance. Libri come ‘How to own your own mind’ mi hanno cambiato e ho cominciato a condividere queste nozioni con chi mi circondava. Perché la condivisione aiuta a rafforzare le conoscenze e le consapevolezze”

Oggi le consapevolezze di Hansle sono le certezze di un atleta all’apice della propria traiettoria sportiva, sono le sicurezze di un uomo che ha affrontato gioie impareggiabili e infortuni dolorosi, sono le volontà di un ostacolista destinato a restare nella storia, insieme ai propri tempi. Parliamo di legacy, come la definirebbero dall’altra parte dell’oceano, parliamo di una carriera che ha incasellato una serie di podi di altissimo livello e che desidera vestirsi ancora d’oro, colmando un’unica lacuna: la vittoria di un Mondiale.

“Voglio essere considerato tra i più grandi di questa disciplina. Fino ad ora ho ottenuto ottimi risultati, ma voglio fare di più, voglio tornare sul podio olimpico e voglio conquistare il mio primo oro mondiale. Sento che posso ancora abbassare i miei tempi. Se riuscirò a centrare questi obiettivi, riuscirò a vedere il mio nome nel Gotha degli ostacolisti. Ora sono più vecchio, ma correre gli stessi tempi di quando avevo 20 anni, o migliorarli, sprigionerà emozioni ancora più forti. All’esterno della pista voglio proseguire i miei studi universitari, sono iscritto a Psicologia, ma vengo sempre più attratto dalle discipline ingegneristiche… Comincerò dei piccoli corsi e progetti dopo aver finito di correre. Ma prima ho ancora molte soddisfazioni da togliermi”


Il Sunshine Criterium secondo Magnus Bang

Il rider danese ci spiega la genesi e l’evoluzione dell’annuale gara fixie di Copenaghen

“Il Sunshine Criterium è strettamente connesso alla città di Copenaghen, durante ogni edizione c’è questa vibrazione urbana che circonda l’intero evento… L’anno scorso abbiamo corso l’undicesimo capitolo della gara e il percorso non è mai stato lo stesso. Ogni uscita con la mia scatto fisso equivale ad un’esplorazione della mia città e dei suoi angoli nascosti. Copenaghen è in continua evoluzione, il suo volto continua a cambiare, e io voglio stare attento ai nuovi luoghi che si creano, voglio cercare zone che trasmettano le giuste sensazioni ai rider, per poi delineare il tracciato anno dopo anno”

Minimalismo architettonico e cosmopolitismo umano. Copenaghen è una terra fertile per qualsiasi appassionato di bici a scatto fisso. La sua morfologia sembra plasmata su misura per fungere da sfondo, o meglio, da patria per rider che nella bicicletta vedono uno strumento sportivo, ma anche un elemento di design e un mezzo per costruire community apolidi. In questa capitale scandinava prende forma ogni anno il Sunshine Criterium, la gara che raccoglie tutti questi fattori, elevandoli grazie all’arte delle due ruote e all’impegno del suo organizzatore, Magnus Bang.

“La scatto fisso mi ha reso quello che sono oggi. Mi ha avvicinato alla fotografia, ad una nuova sfera estetica e, soprattutto, a gente di tutto il mondo. Ogni volta che viaggio in una città so che posso fare affidamento su vecchi o nuovi amici conosciuti grazie alla fixie. Tanto tempo fa, durante uno di questi viaggi, ho partecipato ad una gara berlinese. Avevo 18 anni e ho sentito la responsabilità di creare qualcosa di simile nella mia Copenaghen. All’epoca lavoravo come courier e insieme ad un amico abbiamo deciso di organizzare il primo Sunshine Criterium. Eravamo inesperti, non avevamo idea di come muoverci, ma tante persone ci hanno dato una mano. Sono passati più di dieci anni da quel momento e oggi il Sunshine ospita centinaia di rider provenienti anche da altri Paesi. Questa cosa m’inorgoglisce e mi fa comprendere, ancora una volta, il potere aggregante della fixie”

Perché scatto fisso è sinonimo di community. Magnus sottolinea questo concetto parlandoci della pulsante atmosfera che circonda ogni Sunshine Crit, ma anche elencando i suoi viaggi in giro per il mondo, i letti offerti da sconosciuti rider e le cene condivise con amanti della fixie di ogni dove. La bici, per questi atleti senza freni, diventa un ‘entry point’ nelle vite e nelle culture altrui, uno strumento per ricercare sia il risultato sportivo, che la connessione umana. Caratteristiche che si riuniscono annualmente sull’asfalto di Copenaghen.

“È una questione di mindset. Per noi i confini nazionali non esistono, la fixie unisce chiunque. E questa è una caratteristica insita anche alla città di Copenaghen. Qui le persone si muovono costantemente e giungono da tutto il mondo, tanti internazionali lavorano come corrieri. Ho sempre pensato che queso cosmopolitismo potesse essere rappresentato anche all’interno del Sunshine Crit. I partecipanti sono eterogenei, ci sono ex ciclisti professionisti, atleti che hanno vinto tappe del Giro d’Italia e che si sono innamorati della fixie, ma anche minorenni, come capitato con un ragazzo che ha attraversato tutta la Danimarca con i suoi genitori per competere su queste strade… Personalmente non ho resistito al desiderio di gareggiare solo due volte, mi sono piazzato secondo e terzo: meglio così, sarebbe stato strano vincere!”

Sorride Magnus. E il suo sorriso lascia trapelare la soddisfazione per un divertissement giovanile che si è esponenzialmente evoluto in un evento di portata internazionale. Ma nella vision del rider danese non c’è spazio per ingordigia, corruzione o compromessi. Il Sunshine Criterium deve rimanere fedele a sé stesso e al suo spirito, ribadisce più volte questo nordico creativo delle due ruote. Una fedeltà interamente fixie.

“Non voglio correre e affrettare l’evoluzione del Sunshine Crit. Dev’essere lenta e naturale. Se dovesse aumentare vertiginosamente il numero dei partecipanti ovviamente non me ne dispiacerei, ma il mio desiderio è restare connesso e fedele alle radici di questo evento. Non necessitiamo di enormi spazi pubblicitari o di sponsor commerciali: rischiano di essere lontani anni luce dalla nostra filosofia… Conosco e conosciamo il vero valore e la purezza di questo momento d’incontro. È fondamentale evitare di snaturarlo. I fondi governativi ci hanno sempre aiutato, ora il nostro obiettivo è quello di connetterci ad aziende e brand che possano realmente comprendere il Sunshine Criterium, la sua community e i suoi molteplici significati”

Testo a cura di: Gianmarco Pacione


Left A Boy And Returned A Viking: The Story Of Kelechi ‘Kelz’ Dyke

From Austria to the UK, from American Football to Netflix, life for Kelz means challenge and growth

My whole life has always revolved around the concept of growth. My mom was born into a wealthy Nigerian family, her father died when she was only 17, so things changed very quickly. She met my father, who was living in Austria, they got married and divorced when I was 4 years old. Suddenly my mom found herself alone, without knowing how to speak German, and we struggled a lot. Life continued to be difficult even after we moved to England: in the early days we lived in a one-bedroom apartment…. That is why I always wanted to achieve more and push myself as far as I could.”

Ancient epic poems tell of journeys and heroes. They define figures, fighters carved in stone, sketch their invulnerability and vulnerability, their muscular superficiality and inner depth. They are athletic feats and metaphors for life. They are obstacles and opportunities. They are centuries-old notions reflected in a digital, swirling present: the present of American football player and fitness benchmark Kelechi Dyke.

Austria meant challenges. Nigeria gave me body, genetics, culture and behavior. While Austria was chaos for me, Nigeria was structure. Growing up I was always alone; I was the only black child in my Viennese school. There are many positive sides to Austria, I think for example of the health care system or nature school trips, but in this nation, I also learned to understand some forms of racism…. No one spoke to me and I remember many small, strange negative incidents. That’s why I focused only on grades and academic successMy mom pushed me toward American football; before that I simply played European football. I love contact sports, I enjoy a challenge, and I liked the idea of making a sport that was virtually unknown in Europe more popular. I still remember when they handed me the book with all the rules, I studied it day and night…. I still remember when they handed me the book with all the rules, I studied it day and night…”

Kelechi does not mention any reference points or sporting idols. When he thinks about his own ascent in Old World American football, which began in Vienna, passed through London, and is now back in the city that was once the capital of the glorious Austro-Hungarian Empire, this monumental athlete over six feet tall does not talk about NFL stars, but about values. The same values he tries daily to share on his social channels, showing the effects of healthy living on body and mind. The same values that have accompanied him on a playful experience away from the football field, in Netflix’s ‘Too Hot to Handle’ format.

“When you come out of nowhere, the only thing you can have are your values: kindness and respect are key. After my experiences in Austria, I could never have become a bully. I never had sports icons because I always had to deal with real life problems. And I never had the luxury of focusing only on sports: while my mom was working, I had to keep an eye on my brothers, I couldn’t go to the park and have fun…. Without money it is not easy to play sports. For me it was and still is important to face and overcome daily obstacles, which is why I always appreciated Arnold Schwarzenegger not just as a sportsman, but as a man. Even during ‘Too Hot To Handle’ I tried to stay true to myself, to the idea that you don’t have to be a dickhead: that doesn’t mean being a leader and it doesn’t mean influencing in the right way. You have to understand people, be honest and create connections through your ideas. It is difficult, but I firmly believe in this purpose.”

After being viewed by millions and radically increasing the number of followers, the current Vienna Vikings player has not lost his distance from reality and the significant past. He has preferred meditation, reading and rigorous care of an almost endless muscular archipelago to easy success. That’s why his videos don’t sprout cigars, champagne and dolce vita, but resonate the echoes of pure passions like football and basketball, the desire to dominate every yard and the urge to consciously inspire. Like one of the heroes described in ancient epic poems, like a Super Saiyan from the much-loved Dragon Ball universe. Because right there, at the intersection of reality and imagination, past and present, Kelechi Dyke’s mindset and personality find fertile ground, projected into a future that wants to be both individual and collective.

I am coming back to Vienna after many years in London to close a circle and to succeed in a country that I still feel connected to me. Now I want to continue to improve in everything. Lately I have discovered meditation and it is helping me a lot. I have realized that it is essential to be in the present, and I try to share this concept with those who follow me. I want to become the best version of myself and allow others to join in this individual process, avoiding fiction and false positivity. The mind is playing a central role in my life. For example, I used to be just a sprinter, but now I love to train for long distances: I struggled tremendously, but I discovered incredible feelings when I ran 5 miles for the first time. Long distances allow me to think clearer, to better process things. I also want to establish myself in American football, but mostly I want to be a good person and take care of my family. I’ve always read anime because they theorize paths that somewhat resemble mine: they teach that even heroes can fail and that they have to work hard to achieve success. Goku is constantly improving because he has to fight for his life. That’s why I will never stop seeing myself in his character.”

Photo Credits: Kelz images

Photo: Dave Imms @daveimms
Athlete Representation: Forte

Text by: Gianmarco Pacione


Safiya Alsayegh, il ciclismo ha bisogno di eroine

Giovane pioniera, giovane rivoluzionaria, intervista al volto-simbolo del UAE Team ADQ

“Mi sono sempre vista sulla bici, l’immagine delle mie prime pedalate con due rotelle stabilizzatrici è ancora impressa nella mia mente. Avevo meno di 4 anni e il ciclismo non era molto popolare negli Emirati Arabi Uniti… A dire il vero il ciclismo femminile era praticamente pari a zero”. Comincia con questa romantica diapositiva la storia di Safiya Alsayegh: la storia di una pioniera, o meglio, di una giovane pioniera contemporanea.

Dal deserto ciclistico degli Emirati Arabi Uniti 21 anni fa è sbocciata un’inattesa rivoluzionaria, una ragazza capace di far germogliare una primavera sportiva, di segnare e cambiare indelebilmente il rapporto tra una nazione e le due ruote. È l’atipico cammino di Safiya Alsayegh, l’attuale volto-manifesto del UAE Team ADQ. È la forza dirompente della passione, in grado di modificare paradigmi e costumi, tradizioni e passato, stereotipi e tabù.

Tutto cominciò casualmente, grazie ad una vecchia bicicletta e al profondo legame paterno. Tutto continua a ruotare attorno alle sensazioni delle due ruote, in una carriera da pro che sotto l’arido sole di Abu Dhabi sembrava una missione impossibile, quasi utopica, ma che negli ultimi sette anni si è invece concretizzata in un’ascesa tinta di medaglie continentali e corse internazionali, in una legacy in costruzione.

“Da giovane ho provato quasi tutti gli sport. Ero particolarmente brava nel nuoto, ho anche raggiunto risultati rilevanti a livello nazionale, ma ho dovuto abbandonare le vasche a causa dell’assenza di competizioni. Sono passata all’atletica e, grazie ad un mio compagno di squadra, ho scoperto il ciclismo. Ho chiesto subito a mio padre una bici e mi sono ritrovata a pedalare con una city bike di seconda mano al suo fianco. Era la seconda bici della mia vita. In principio ho vissuto il ciclismo come un modo per connettermi a mio padre e per alimentare il nostro legame: facevamo giri di una decina di chilometri attorno al quartiere e parlavamo di tutto. Poi ho notato sui social che una mia amica si stava allenando con la squadra nazionale, l’unico team femminile di tutto il Paese, e ho deciso di unirmi a lei. All’epoca sapevo pochissimo di questo sport, pensate che volevo partecipare alla prima gara con la bicicletta che mi aveva regalato mio padre… Per fortuna non è andata così”

La narrazione di Safiya riesce ad essere contemporaneamente leggera e matura, coraggiosa e timida, evidenziando una personalità strutturata alla perfezione, in costante equilibrio tra dolcezza, forza e consapevolezza. Perché non è facile essere Safiya, non è facile essere un’innovatrice. È in questi casi che entra in gioco un fattore determinante, ci rivela quest’atleta già campionessa nazionale, medaglia d’oro dei Paesi Arabi e bronzo nei Campionati Asiatici: il fattore familiare. E il sostegno paterno e materno può portare ad uno sviluppo individuale e generazionale, ad un processo cosmopolita di empowerment femminile, al pesante, eppure fondamentale status d’icona.

“Mio padre ha giocato nella Nazionale di calcio degli Emirati Arabi Uniti e da grande sportivo ha sempre supportato il mio sogno. L’unica sua preoccupazione erano i miei risultati scolastici che, fortunatamente, sono addirittura migliorati dopo l’inizio del mio rapporto con il ciclismo. Mi ha sempre detto: se questo sport è la tua passione, combatti e vai avanti. Lui è una quotidiana fonte d’ispirazione, mentre mia madre tende a stare dietro le quinte, si mostra poco, ma non mi ha mai fatto mancare sostegno e affetto. Non pensavo di poter ispirare a mia volta qualcuno, ora però molte ragazze mi ammirano e voglio mostrare loro la migliore versione di me stessa. Voglio comunicare messaggi virtuosi. È una strana condizione, mi sento privilegiata e, in qualche modo, benedetta, ma anche sotto pressione e con grandi responsabilità. La bici non smette di essere un piacere, più passa il tempo, però, più mi rendo conto di avere un ruolo rilevante, di rappresentare il mio Paese e la sua evoluzione in corso, di segnare una nuova strada per tante bambine che potranno diventare atlete. Molte volte mi sento il volto del UAE Team ADQ: sono fiera di poter portare queste lettere in giro per il mondo, di mostrare i variegati colori della mia terra, così come di diffondere il verbo del ciclismo femminile. Sono convinta che il nostro sport abbia bisogno di eroine”

Safiya sorride affacciata sul Golfo Persico, elencando gli inimmaginabili luoghi che è riuscita ad esplorare grazie alle proprie gambe e alla propria abnegazione. Dal panorama pianeggiante del suo Paese alle epiche vette d’Europa, dai rapidi giri nei dintorni di casa alle gare dell’ultima stagione in dieci diverse nazioni… Questa studentessa di Graphic Design dà l’impressione di essere contemporaneamente allieva e maestra della vita, mettendo in rima nei suoi ragionamenti movimento sportivo e situazione sociale, falsi stereotipi e progressi femminili, fornendo un identikit inatteso dei suoi Emirati Arabi Uniti.

“Il pensiero occidentale è spesso figlio di preconcetti, è il prodotto di paradigmi cognitivi che ormai sono obsoleti. Il mio Paese è cambiato e sta continuando a cambiare. È diventato aperto e tollerante. Ecco perché è fondamentale quello che stiamo facendo con il UAE Team ADQ: riusciamo a mostrare al mondo un punto di vista differente e reale sullo stato del nostro Paese. Se volete uno spaccato diverso da quello mainstream, riflettete sul fatto che il 50% dei nostri rappresentanti governativi è obbligatoriamente di sesso femminile, e tantissime donne ricoprono importanti ruoli istituzionali anche a livello sportivo. Anno dopo anno stanno aumentando le opportunità sotto ogni punto di vista. Una delle poche cose che non amo del mio Paese è l’assenza di montagne… Non sono abituata alle leggendarie salite del grande ciclismo: ecco perché ho faticato e sofferto tantissimo nell’ultimo Mondiale, ma in futuro andrà meglio… Mi sto allenando molto sul suolo europeo”

E il futuro di Safiya sarà impegnativo e affascinante, sarà la prosecuzione di un viaggio che non vuol essere solo sportivo, ma anche culturale, sarà la somma dello sviluppo personale e di quello collettivo, plasmato dalle sue parole e dalle sue gesta. “Se vedo persone interessate alla mia vita, mi piace entrare in contatto con loro e condividere esperienze e pensieri”,conclude questa saggia ventunenne, “Il UAE Team ADQ è la piattaforma perfetta per me e per le idee che voglio diffondere. Ora voglio migliorare i miei risultati: i miei obiettivi più grandi sono una partecipazione olimpica e la vittoria di una stage race. Nel mentre continuerò ad incontrare nuove persone, nuove culture e nuovi panorami, a creare progetti di graphic design dedicati al ciclismo e a segnare una nuova via per le donne che amano questo sport e per il mio Paese”.


Gemma Triay, il padel è questione di tempo

Dall’inattesa epifania alla vetta del ranking mondiale, storia e pensieri della regina del padel

“Alcuni anni fa il padel non era uno sport strutturato e non era una prima scelta. Tanti giocatori venivano dal tennis, ovviamente. Oggi invece le cose stanno cambiando, i bambini iniziano il loro percorso sportivo giocando a padel. Spero e credo che questo processo sia destinato ad evolversi sempre di più. Tra poco sarà ancora più naturale vedere un bambino o una bambina intraprendere questa strada… È una questione di tempo. E per me è un orgoglio essere una figura di riferimento in questo momento, è fantastico avere la possibilità d’ispirare le nuove generazioni”

È questione di tempo, Gemma Triay lo sa bene. In fondo questa frase racchiude anche il suo avvicinamento all’universo popolato da bandeja e chiquita, globo e por tres. Perché la regina contemporanea e incontrastata del padel, titolare di uno strabiliante record di 294 partite vinte su 386 disputate all’interno del World Padel Tour, prima di egemonizzare elegantemente le pareti di vetro ha dovuto fare i conti in prima persona con il fattore-tempo. Ma anche con il tennis, la sua prima passione, con la temporanea inattività e con il fato, che bussò alla porta della nativa di Minorca durante un placido periodo universitario.

“Ho cominciato a giocare a tennis prestissimo, a 4 anni, e l’ho lasciato quando ne avevo 19. All’epoca decisi di trasferirmi da Minorca a Barcellona per studiare Lingue e smisi completamente di fare sport. Dopo un paio d’anni, però, mi mancava il senso di competizione, il sapore della sfida, e mi feci coinvolgere dal padel. Era il 2013 e in Spagna, al contrario di molti altri Paesi europei, questa disciplina era già molto conosciuta. Ricordo che per Natale feci arrivare a Minorca una ‘pala’ ordinata su Wallapop e da lì in avanti mi lanciai tra tornei amatoriali prima, campionati catalani poi e infine nei miei primi eventi di alto livello. Chiesi aiuto a mio padre per pagarmi voli e viaggi, lui mi domandò se fossi sicura di ciò che facevo, o se il padel fosse solo un hobby. La mia risposta lo convinse a supportarmi”

È questione di tempo, dicevamo. E per la nuova Gemma il tempo diventa magicamente prezioso. Oltre al sostegno paterno, per far decollare la propria carriera la minorchina dedica ogni suo minuto ai campi da padel, sia sotto forma di giocatrice, che d’istruttrice. Oggi, a distanza di un decennio, tra eventi internazionali, tornei di prima classe e il costante interesse di sponsor e tifosi, Gemma potrebbe limitarsi a pensare alle tensioni tipiche della vetta del ranking, potrebbe dedicare il proprio tempo unicamente alla sé stessa giocatrice… Eppure non è così, come dimostra il ruolo di vicepresidentessa IPPA, sindacato dei giocatori professionisti di padel, e il sogno di vestire il proprio sport con i cinque cerchi olimpici.

“Per i primi due anni ho lavorato cinque giorni a settimana. Davo lezioni di padel per mantenere il mio sogno. Quando ho iniziato a scalare il ranking, i giorni lavorativi sono diminuiti e sono aumentati i viaggi e gli allenamenti. Sono stata fortunata, perché le ragazze che erano state numero 1 negli anni precedenti al mio avvento non hanno guadagnato quello che meritavano… Io sono capitata nel posto giusto al momento giusto, proprio quando il padel stava iniziando ad espandersi a macchia d’olio in tanti Paesi diversi. Ma questo è solo il principio, ne sono sicura, già tra cinque anni il movimento sarà ancora più grande e strutturato. E spero possa raggiungere palcoscenici enormi, come i Giochi Olimpici. Io mi sto impegnando per raggiungere questo obiettivo e sto lavorando per far sì che i miei colleghi e le mie colleghe del presente e, in particolar modo, del futuro, possano giocare e vivere le loro carriere nelle migliori condizioni. Ho tante cose su cui concentrarmi ed è faticoso, ma mi piace essere partecipe di quest’evoluzione”

All’interno di questo continuo cambio di focus, Gemma riesce anche a godersi uno dei più grandi privilegi dei professionisti della ‘pala’: la possibilità di saltare da un aereo all’altro e di fondersi con culture che mai avrebbe pensato d’incontrare. La sua tipica vibora disegna traiettorie letali in ogni latitudine del globo, settimana dopo settimana, e proprio durante una di queste trasferte abbiamo incrociato la sua profonda testimonianza. Siamo al Platys Center di Verona, dove la numero uno al mondo si è unita alla campionessa italiana Carolina Orsi per celebrare la forza aggregativa del padel. Siamo in Italia, nel Paese che è ormai diventato seconda casa per la fenomena spagnola. Siamo, soprattutto, all’interno di un processo virtuoso: quello della divulgazione del verbo padelista.

“Amo viaggiare grazie al padel, mi permette di entrare in contatto con culture diverse, di esplorarle e comprenderle. Il padel è una professione, ma anche un piacere. Quando non gioco m’immergo nei musei e nella gastronomia di ogni luogo. Con l’Italia poi ho un rapporto speciale, sono tesserata per il Circolo Canottieri Aniene di Roma e ogni volta che raggiungo la capitale mi sento in famiglia. Questi eventi aiutano a far conoscere il padel e ad avvicinare la gente a questo sport. È fondamentale organizzarli in ogni dove, le Olimpiadi del 2032 sono dietro l’angolo e spero che, portando il padel in nazioni come gli Stati Uniti, l’Australia o in generale nell’Est Europa e nell’Estremo Oriente, il nostro sport possa essere selezionato. In fondo, ripeto, è solo questione di tempo”


Behind the Lights – Louis Bever

Il fotografo inglese che, nei suoi ritratti, unisce meraviglia calcistica e identità umana

“La scelta delle maglie calcistiche nei miei ritratti non è casuale. Dipende dai ragazzi e dalle ragazze che posano davanti alla mia lente. Dipende dal colore dei loro capelli, dai loro occhi, della loro pelle. Dipende dalla loro personalità. Voglio che i kit riflettano le identità delle persone che ritraggo e che combacino cromaticamente con loro. Amo i ritratti, amo i colori, e amo il calcio. Mi sembra logico che mi piaccia unire queste cose. Amo anche i dipinti classici, ecco perché faccio riferimenti a quadri di Jan Vermeer, Eugène Delacroix, Caspar Friedrich e tanti altri… Attingo dalla loro forza drammatica e romantica, dai loro colori, che riescono ad essere vibranti senza realmente esserlo. Spero, almeno un po’, che le mie fotografie appaiano come questi dipinti”

Il romanticismo che asseconda il calcio. Colori che coniugano sponsor e personalità, loghi e identità. La galleria ritrattistica di Louis Bever è un unicum, è un flusso di raffinatezza calcistica e delicatezza umana, di emotività individuale sublimata e potenziata da kit iconici. Dall’Inter al Saint Etienne, dal PSG all’amato e tifato Arsenal, per questo fotografo londinese i talismani in tessuto prodotti per il ‘Beautiful Game’ non sono semplici e pratiche divise, sono parte fondamentale di un processo artistico e narrativo: un processo plasmato da una vecchia Pentax, dalle parate di una leggenda dei ‘Gunners’, Jens Lehmann, e da una maturazione itinerante.

“Ho incontrato la fotografia grazie a mio nonno, che da bambino mi diede una Pentax K1000. Nonostante i primi rullini fossero un disastro, mi sono innamorato istantaneamente di questa forma d’arte. Mi sono detto: perché devo spiegare qualcosa a voce o scriverlo, quando posso fotografarlo? Da quel momento la fotografia è diventata un’ossessione positiva che mi ha accompagnato per tutta la vita, anche durante il mio percorso universitario in legge. Potevo diventare un avvocato, ma non sarei stato felice. Così, dopo un master alla Manchester School of Art e una serie di lavori saltuari, in piena pandemia ho deciso di scommettere sulla mia passione e di diventare un fotografo freelance full-time. Anche il calcio mi ha sempre accompagnato. Mio padre lavorava nell’esercito inglese e la mia famiglia si è spostata in tutta Europa. Abbiamo vissuto a lungo anche in Francia e Italia… E se sei inglese e sei costretto a stare in un altro Paese, diventi inevitabilmente più orgoglioso delle tue radici, del tuo calcio. Ho scelto di essere tifoso dell’Arsenal, come mia madre, e sono cresciuto ammirando i voli del mio giocatore preferito, il portiere tedesco Jens Lehmann. Quando penso al suo Arsenal divento nostalgico…”

Nostalgia. È impossibile evitare di associare questo termine a chiunque sia nato negli anni ’90 e abbia gustato la Premier League a cavallo del nuovo millennio, il suo gioco in equilibrio tra antica virilità e progresso cosmopolita, la sua estetica divisa tra design classico, modelli oversize e intuizioni grafiche. E la nostalgia ha portato Louis ad essere un collezionista, ma soprattutto a costruire rapporti simbiotici tra simulacri calcistici e giovani contemporanei, ricercando costantemente la combinazione, o meglio, il ‘match’ perfetto tra maglia e protagonista dello scatto.

“Quando devo scegliere una maglia e associarla a una persona, valuto un ampio ventaglio di fattori. In primis quelli morfologici e cromatici: per esempio se hai gli occhi azzurri è più probabile che ti faccia indossare una divisa dell’Islanda… Ma la scelta generalmente è dovuta anche a tante altre componenti intangibili, come il carattere o il legame di un individuo con una particolare squadra. Gli sponsor stampati sulle maglie sono un’altra cosa che mi ha sempre affascinato e che ispira le mie scelte. Non a caso, se devo pensare alle maglie che più hanno stuzzicato la mia immaginazione, mi vengono subito in mente i kit del Wolverhampton e del Fulham dei primi anni 2000. Lo sponsor dei ‘Wolves’ era Doritos, quello dei ‘Cottagers’ era Pizza Hut: sponsor divertenti e insoliti, che sprigionavano la mia ironia. Allo stesso tempo alcuni kit vengono elevati dallo sponsor. Un esempio eclatante? La maglia SEGA indossata dall’Arsenal nella stagione 1999-2000. Detto questo, penso semplicemente che sia bello utilizzare questi oggetti e creare un rapporto intimo tra ogni maglia e chi la indossa. Recentemente ho avuto la possibilità di collaborare con la community Take More Photo e ho girato tutta Londra per ritrarre tifosi di ogni tipo. L’obiettivo era quello di celebrare i Mondiali di Qatar… È stato fantastico, alla fine si tratta di incontrare persone, di parlare con loro, di capirle e provare a vestirle nel modo più corretto e rappresentativo”

Il rapporto tra calcio e moda. Negli ultimi tempi questo trend sta crescendo in maniera esponenziale, sospinto da un vortice di collaborazioni, capsule collection e influenze reciproche. Streetwear e high fashion, brand e maison, tutti gli attori protagonisti di questo universo paiono attirati dalla potenza circolare e trasversale del pallone. Le visioni di Louis si inseriscono in questo sovrappopolato dualismo, bypassando hype e coolness. Lo fanno e lo continueranno a fare senza polemizzare con complesse logiche di mercato, spinte dalla primaria necessità di diffondere bellezza.

“Se osserviamo i brand che si stanno legando al calcio, pur non avendo nulla in comune con questo sport, notiamo che molti tra loro sono inglesi. C’è poco da fare o da dire. Noi abbiamo inventato il calcio, è nel nostro DNA, e tanti creativi del mio Paese non possono che prendere spunto dal prato verde e da chi lo popola. Non credo sia una questione di trend o mercato, brand come Aries o Palace avranno sicuramente al loro interno professionisti che amano il calcio e le collaborazioni sono la naturale conseguenza di questo amore totalizzante. In fondo vale lo stesso discorso per le mie opere. Il calcio non è diventato cool: lo è sempre stato, perché piace alla gente. Io continuerò con questa serie ritrattistica e unirò nuove maglie con nuovi protagonisti. Concluderò il progetto solo quando smetterò di divertirmi. È un qualcosa di personale, che esula dai miei lavori commerciali, e mi fa sentire bene. Al momento non ha un significato o un’evoluzione precisa, non so dove mi porterà, ma sono sicuro che un giorno lo capirò”

Photo Credits: Lou Bever
Text by: Gianmarco Pacione


Werner Bronkhorst, il mondo è una tela

Il pittore sudafricano ispirato da materia e ideali, miniature ed echi sportivi

“I miei lavori, soprattutto quelli di dimensioni più grandi, da distante sembrano opere astratte. Se l’osservatore si avvicina e si approccia ai quadri, però, scopre le mie miniature. Questa esplorazione intima delle opere regala dei significati nascosti. E credo formi un forte parallelismo con la nostra esistenza. In fondo se guardiamo il mondo dall’alto tutti noi siamo miniature”

Tutto il mondo è una tela e noi camminiamo all’interno di essa. Basta guardare dall’alto. È racchiusa in questo concetto-manifesto la filosofia artistica di Werner Bronkhorst, ventunenne sudafricano che ha stanziato il proprio estro sulle coste australiane. Werner è un autodidatta con una vasta sapienza artigiana e le sue tele parlano proprio di questo, del rapporto con la materia, ma anche del rapporto tra dimensioni e colori, tra surf e sci. I suoi microuniversi (spesso sportivi) nascono dall’utilizzo di materiali pesanti che diventano set iperattivi, scenari naturali popolati da protagonisti di minuscole dimensioni.

“Ho iniziato a dipingere nel 2018, perché mia sorella l’ha sempre fatto e mi ha inevitabilmente influenzato. Un’altra grande fonte d’ispirazione è stata la pittrice sudafricana Lorraine Loots, i suoi dipinti sono famosi per essere grandi quanto monete: grazie a lei ho subito il fascino delle miniature e ho cominciato a produrle. Il vero ‘eureka moment’ è arrivato dipingendo dei pezzi di legno. Sono anche un artigiano di mobili e per caso ho cominciato a dipingere di bianco o di giallo degli ‘sfondi’ corposi composti da materiali di scarto, materiali che in teoria hanno poco a che fare con l’arte. Queste particolari tele mi sono immediatamente sembrate dei paesaggi. La prima volta mi sembrava di avere di fronte delle montagne innevate, così ho deciso di dipingerci sopra una serie di sciatori. Poi alle montagne si sono aggiunte le spiagge, gli sport acquatici, i surfisti… Ho deciso anche di filmare i processi di creazione delle varie opere, condividendoli sui social: la gente ha cominciato in questo modo ad apprezzare e seguire il mio lavoro”

E i social sono risultati mezzi fondamentali per l’esplosione di questo giovane artista. Instagram e TikTok sono diventate le gallerie digitali dove esporre e, contemporaneamente, spiegare le personali creazioni: strumenti essenziali per costruire forti legami con il pubblico del presente e del futuro, ma anche per permettere a chiunque di valutare e acquistare opere che non vogliono essere elitarie. Perché l’arte, ci spiega Werner, sotto questo punto di vista può e deve coincidere con lo sport e con la sua ideale apertura a tutti, indipendentemente dal conto in banca.

“I social rendono tutto accessibile e voglio che le mie opere siano accessibili, come lo sport. Voglio che siano democratiche. Arte e sport sono due attività che non attengono alla sopravvivenza dell’essere umano. Non sono obbligo, sono piacere. Hanno tantissimo in comune. Desidero che tutti possano dipingere o comprare un quadro, ecco perché non mi sono legato a gallerie specifiche: non voglio rapporti esclusivi che renderebbero le mie opere irraggiungibili per tante persone. Parlando di sport, qui ho incontrato il surf e ho subito iniziato a dipingerlo. Quando surfi ti senti in un posto speciale, dove tantissimi esseri umani entrano in relazione grazie alla passione per le onde. Lo stesso vale per lo sci, anche se non ho mai sciato. È ironico, lo so, dipingo sciatori eppure non sono ancora riuscito a toccare la neve…”

L’Australia non sarà culla di sport invernali, ma è sicuramente uno degli epicentri della scena artistica contemporanea. E Werner Bronkhorst vuole irradiare da questo Paese la propria fresca, ragionata concezione creativa. Vuole evolvere la sua vitalità pittorica ed esplorare nuovi orizzonti, nuove piattaforme, nuove opzioni virtuali che possano permettergli, da un lato, di proseguire un percorso già chiaro, dall’altro di testare strumenti sconosciuti, alla ricerca di un altro ‘eureka moment’.

“Sono in Australia da tre anni ormai, ero arrivato qui dal Sudafrica per un periodo sabbatico e oggi riesco a mantenermi grazie ad arte e lavoro artigianale, è incredibile e mi fa emozionare. Il prossimo obiettivo è muoversi dal mondo reale al mondo virtuale. Non ho mai fatto opere digitali o NFT, ma le cose cambiano velocemente e sono curioso d’interfacciarmi con questo campo innovativo. Odio replicare una cosa all’infinito e voglio che sempre più gente abbia miei pezzi unici, per questo sono sicuro che ci saranno molti cambiamenti in futuro… Vorrei riuscire a creare la stessa sensazione di una tela nel panorama virtuale: non ho ancora una risposta precisa a questa ricerca artistica, ma presto la scoprirete!”

Photo Credits: Werner Bronkhorst
Text by: Gianmarco Pacione


Hassan Azim, la boxe è un dono da condividere

Legami di sangue e religione, gaming e solidarietà, ‘Hitman’ è il nuovo volto virtuoso dei ring britannici

“Ero piuttosto giovane quando ho messo i guantoni per la prima volta. Mio fratello minore Adam ha iniziato a 4 anni e per lungo tempo mi sono limitato a guardarlo. Poi a circa 12 anni mi sono lanciato. Ricordo di aver pregato mio padre e l’allenatore, e dal nulla mi sono ritrovato a fare sparring… Tutti sono rimasti scioccati, perché prima di quel momento non avevo mai boxato, eppure riuscivo a replicare perfettamente quanto avevo visto in quegli anni: merito del processo di visualizzazione. La boxe è diventata istantaneamente il mio tutto”

Il ring è un polo catalizzatore. Dentro le quattro corde si possono concentrare i fattori più disparati. Legami di sangue e religione, gaming e solidarietà, medaglie olimpiche e heritage culturale: questo è il kaleidoscopico mosaico che compone l’identità pugilistica e umana di Hassan Azim. ‘Hitman’ è il suo soprannome, 5-0-0 è il suo record da professionista dopo una lunga e vincente trafila amatoriale, culminata in un bronzo olimpico giovanile. A 22 anni Hassan sta entrando nella grande boxe. Lo sta facendo con il giusto mix di spavalderia e consapevolezza, soprattutto lo sta facendo senza dimenticare le proprie radici, divise tra il Pakistan e la cittadina inglese di Slough. Perché i ko, precisa immediatamente questo giovane interprete della nobile arte, non hanno senso se non riescono ad ispirare, se non riescono a restituire qualcosa alla comunità, o meglio, all’umanità.

“Sono nato in Pakistan e sono arrivato in Inghilterra dopo pochi mesi. Slough è la mia città, è dove sono cresciuto circondato da tantissime culture differenti. Ha una comunità stupenda, tutti sostengono me e mio fratello, tutti ci guardano con rispetto e ammirazione. Mi onora avere una nutrita fan base sia nel mio Paese natale, sia in terra inglese. Ho sempre coltivato i rapporti umani, perché mi hanno aiutato e continuano ad aiutarmi: hanno definito l’uomo che ero, definiscono l’uomo che sono e definiranno l’uomo che sarò. Allo stesso tempo mi piace aiutare. I miei genitori mi hanno sempre chiesto cosa volessi fare della vita e ho sempre avuto una chiara idea in testa: voglio dare il giusto contributo per plasmare un mondo migliore, il mondo del futuro. La mia religione, l’Islam, insegna che il vero premio, la vera medaglia è il ricordo positivo del tuo nome, la tua legacy legata a iniziative virtuose. Ora ho una piattaforma e un network che mi permettono di lanciare eventi, comunicare e promuovere l’operato dell’organizzazione no-profit che ho fondato insieme a mio fratello. Sono fortunato e devo condividere questa fortuna”

La Team Azim Trust è più di un’organizzazione no-profit, è la sublimazione di un legame che trascende il semplice concetto di famiglia: il legame tra Hassan e suo fratello Adam. Entrambi allevati dalla boxe, entrambi fenomeni in ascesa, entrambi role model in costruzione. Questi fratelli condividono praticamente tutto: allenamenti, sacrifici, successi e, soprattutto, ideali. E dalla condivisione, come sempre, nasce il miglioramento, il progresso.

Non si tratta di soldi e fama. Si tratta di qualcosa di più importante. Con il Team Azim Trust vogliamo aiutare i giovani in difficoltà e le loro famiglie. Io e Adam siamo sempre disponibili a condividere le nostre testimonianze e le nostre idee con chi vuole ascoltare. Pochi giorni fa, per esempio, abbiamo tenuto uno speech riguardo la qualità della vita davanti a centinaia di abitanti di Slough. Collaboriamo anche con la polizia cittadina, gli abbiamo recentemente proposto delle idee per limitare l’utilizzo di pistole e coltelli tra le nuove generazioni. La nostra famiglia ha lavorato duramente per permetterci di arrivare qui. Abbiamo superato momenti duri insieme. Adam è al mio fianco dal primo giorno, è il mio migliore amico, il mio sangue, il mio partner sul ring. Il nostro legame non si è mai rotto e mai si romperà. Ci siamo sempre motivati e aiutati a vicenda, ora vogliamo farlo anche con gli altri”

Solo tu puoi lavorare per i tuoi obiettivi, solo tu puoi svegliarti ogni mattina per allenarti. Questo è il mantra di Hassin. Questo è l’insegnamento impartitogli da Anthony Joshua, una delle principali fonti d’ispirazione del peso welter anglo-pakistano. Hassin ci racconta di un fondamentale incontro adolescenziale con il due volte campione del mondo e di un dialogo che non ha più smesso di scandire la sua quotidianità. Da Joshua ad Amir Khan, passando per Thomas Hearns e le letture religiose: le illustri citazioni di questo 22enne sono tasselli della sua personalità, parlano una lingua coerente, la lingua della dedizione.

Khan è stata la mia prima ispirazione, ricordo quando lo guardavo in tv… Ha guidato me e mio fratello sulla giusta strada grazie alla sua esperienza e alle sue parole. In generale cerco di farmi influenzare da tutti coloro che ritengo role model: il primo punto di riferimento è sicuramente Muhammad Ali. L’incontro con Joshua è stato incredibile, ero un adolescente e mi sono ritrovato a fare stretching al suo fianco, gli ho chiesto consigli su come rimanere sempre focalizzato e quella sua risposta risuona ancora oggi nella mia testa, nelle mie azioni. ‘Tommy’ Hearns è invece l’ex pugile con cui condivido il soprannome ‘Hitman’. Ho uno stile di combattimento molto simile al suo e penso che ‘Hitman’ calzi a pennello con la mia attitudine, il mio abbigliamento e il mio stile dentro e fuori dal ring: lo sento cucito su misura. Ma ho solo 22 anni e so che devo rimanere con i piedi per terra, devo continuare a rispettare la boxe e accrescere le mie conoscenze. So anche che Dio mi ha dato un dono e non voglio sprecarlo. Io e Adam non avevamo nulla e siamo stati benedetti. Ecco perché prima e dopo ogni incontro mi fermo a pregare, ecco perché resto umile e lavoro duramente, ecco perché nessuno deve portarmi via tutto questo”

E il duro lavoro avviene anche lontano dal ring. Hassan trova in un mondo estremamente contemporaneo, il mondo del gaming, il perfetto alleato per allenare la propria mente nei momenti di pausa fisica. Se per George Foreman la boxe era una tipologia di jazz, per questo talento del Berkshire il ring è un razionale campo di battaglia, dove strategie e decisioni rapide, magari maturate con un joystick in mano, possono essere armi essenziali per piegare le gambe di ogni avversario.

“Il gaming per me è sinonimo di meditazione. Gioco da quando ero bambino. Non sono una persona da feste o serate, preferisco molto di più passare del tempo con amici e risolvere giochi che stimolino le nostre menti. Per questo motivo amo anche gli scacchi. Quando gioco ho la sensazione di allenarmi: il mio corpo è fermo, ma la mia mente ruota vorticosamente attorno a strategie e tattiche. Credo che questa passione mi aiuti sul ring e mi permetta di prendere decisioni rapide ed efficaci. Anche Call of Duty può essere uno strumento fondamentale per la boxe, pensate alla coordinazione occhio-mano…”

Dopo un ragionato e solido approccio al professionismo, Hassan ora può permettersi di sognare in grande. Il suo sogno ha i tratti di un titolo mondiale: vetta che vuole raggiungere senza fretta, passo dopo passo, round dopo round, cominciando dal prossimo match fissato il 11 febbraio alla OVO Wembley Arena di Londra. Il 2023 sarà il primo di una serie di anni decisivi per questo pugile dal cuore antico e della boxe moderna: anni che affronterà con le certezze di un consistente passato e con le incognite di un futuro pianificato meticolosamente.

“Quando sono entrato sul ring per combattere il mio primo match da professionista non avevo paura, sapevo chi fossi. Avevo vinto più di 80 incontri amatoriali e avevo vissuto l’emozione più grande della mia vita, la medaglia di bronzo alle Olimpiadi giovanili. È impossibile dimenticare il momento in cui ho ricevuto la convocazione per quei Giochi, ero così orgoglio di rappresentare la Gran Bretagna e avevo combattuto così tanto per guadagnarmi quella telefonata… Ho mandato ko il miglior pugile dell’intera area asiatica per ottenere la medaglia. Volevo salire su quel podio, sapevo che ci sarei riuscito. A questo punto della mia carriera non voglio correre, quest’anno spero di conquistare un primo titolo e poi, seguendo il giusto percorso e senza forzare i tempi, voglio stringermi una cintura mondiale alla vita. È incredibile essere in questa posizione a soli 22 anni, so di essere un privilegiato e non voglio sprecare quest’opportunità. Non voglio sprecarla per me e non voglio sprecarla per gli altri”

Photo Credits:@Dave Imms
@Hassan Azim
Text by: Gianmarco Pacione


Behind the Lights – Brazo de Hierro

Dalle strade di Barcellona alle vette delle Alpi, l’eterogenea lente ciclistica di Albert Gallego

“Da dove nasce la mia passione per la fotografia? Ecco una foto scattata da mio padre circa trent’anni fa a una Simca 1000. Abitavamo in un paese vicino Girona e nella nostra zona organizzavano spesso gare di rally. Mio padre fotografava quegli eventi con una Konica T4, io lo seguivo e vedevo quella macchina fotografica sempre in giro per casa… È un qualcosa che mi è rimasto dentro ed è spuntato anni dopo, quando facevo il writer. Erano i primi anni 2000 e il centro di Barcellona era blindato, quindi ci muovevamo tra le fabbriche abbandonate all’esterno della città. Lì ho cominciato a fotografare le nostre opere, per tenerne traccia, e presto sono passato a fotografare altri mondi che riempivano la mia vita, come l’hip hop, il rap e la breakdance… Almeno fino all’avvento dell’epoca d’oro della scatto fisso a Barcellona”

Le composizioni ciclistiche di Albert Gallego uniscono tumulto sportivo e scenari sublimi, sbalzi emotivi e luci capaci di comunicare, di spiegare, di responsabilizzare ogni istante, inserendolo in un’ispirata galleria di velocità e fatica. Conosciuto come ‘Brazo de Hierro’  a causa di un omero rotto, questo fotografo spagnolo sta definendo l’immaginario ciclistico contemporaneo, specialmente quello urbano, legandosi a brand iconici come Dosnoventa e facendo danzare la sua lente tra scatto fisso e ciclismo professionale. La sua è una ricerca cominciata senza freni e proseguita tra pro team come CANYON/SRAM, NESTA e EF Education: una ricerca che assume sempre i connotati delle due ruote.

“A Barcellona c’è stato un grande boom della fixie a cavallo del XXI secolo. Io mi sono subito innamorato e unito ad altri rider, così ho cominciato a girare per tutta Barcellona e la Catalogna. Poi mi sono informato, ho studiato e scoperto il concetto di bike messenger, l’heritage e il significato di questo lavoro che è diventato anche il mio per qualche tempo. Durante la crisi del 2008, però, sono stato licenziato e così mi sono concentrato totalmente sulla fotografia, alternando concerti e cover musicali a velodromi, criterium e ciclismo urbano. E il ciclismo urbano è sinonimo di Dosnoventa. Sono connesso a quest’azienda ormai da molto tempo, mi rendo conto di come sia sempre più conosciuta e celebrata in ogni dove. Se hai una bici Dosnoventa hai uno status preciso. Che tu sia a Madrid o Copenaghen, le persone riconoscono questo marchio e i rider ad esso collegati. Recentemente, per esempio, ho fotografato l’iconico rider fixie Duke Agyapong a Londra, per una collab tra Dosnoventa e il brand d’abbigliamento MAHARISHI. Sono fenomenali nel costruire un immaginario distintivo attorno ai loro prodotti e sono molto fiero di far parte di questo processo”

E l’immaginario creato da ‘Brazo de Hierro’ è un’emozionante piano sequenza ciclistico in grado di unire macro e micro, dettagli come la pelle d’oca di uno scalatore e enormi set naturali come le verdeggianti colline spagnole. Ogni scatto nella sua produzione riesce ad essere sineddoche dell’universo a due ruote e dei suoi infiniti riflessi. Fashion, World Tour, strade metropolitane, Alpi… La lente di Albert riesce ad unire scenari distantissimi tra loro: un’operazione resa possibile dalla spiccata sensibilità estetica e, ovviamente, ciclistica.

“Voglio stimolare gli osservatori a visitare un luogo, voglio ispirarli ad esplorare con le loro bici gli scenari naturali che ritraggo e che io stesso affronto pedalando. Penso per esempio ai Pirenei o alle Alpi francesi, dove ho sviluppato il progetto ‘Among the Giants’. In mezzo a quei giganti ti senti su un altro pianeta, dove nulla è facile ma tutto è meraviglioso. Allo stesso tempo voglio mostrare l’enorme alternanza di emozioni e reazioni di ogni ciclista. Il linguaggio del corpo, la posizione sulla sella… Tutto rivela la sofferenza, la gioia, lo stato d’animo di un atleta sulle due ruote. Ho iniziato da poco a seguire dei team professionistici, sia maschili che femminili, e ho deciso di mostrare, con rispetto, la normalità di quelli che molti ritengono superumani e di focalizzarmi su quegli istanti delle loro performance che vengono spesso snobbati dai fotografi più canonici. Non sapevo come me le sarei cavata nell’universo racing, perché non mi ritengo un fotografo sportivo, ma mi sta piacendo e sto ricevendo ottimi feedback, che mi spingono a proseguire su questa strada. Nel panorama fixie, invece, tutto è molto più vicino al fashion e se nelle gare devo essere bravo a muovermi e a farmi trovare nel posto giusto al momento giusto, negli shooting fixie devo stare attento ad ogni dettaglio: a volte i brand mi chiedono di scattare dei modelli che non sanno andare realmente in bicicletta o, viceversa, rider che non sanno stare di fronte ad una macchina fotografica… Devi fronteggiare problemi di questo tipo per raggiungere un risultato condiviso con i brand”

La sinergia estetica tra ciclismo urban e professionale è un nuovo trend globale che, innegabilmente, trova nella lente di ‘Brazo de Hierro’ uno degli interpreti più prolifici e convincenti: sinergia che si spalma su vari livelli, come ci conferma lo stesso Albert, raccontandoci di moltissimi membri fondatori della community fixie globale che, oggi, si ritrovano a dirigere i piani alti delle maggiori company ciclistiche. Nella sua testimonianza si mescolano nostalgia per eventi caleidoscopici come il Red Hook Crit e realismo legato ad un presente che necessita del suo occhio per continuare l’opera di fusione tra stile metropolitano e Grandi Classiche, ma anche per narrare situazioni molto più grandi rispetto a gare e ride, come la recente pandemia.

“Ricordo con un po’ di nostalgia eventi incredibili come il Red Hook Crit. Era il momento più bello dell’anno, mi permetteva di conoscere ed entrare in contatto con amanti della scatto fisso, di andare ai party con loro… Sono grato di aver vissuto appieno manifestazioni come quella. Tanti di quei partecipanti ora sono entrati nella cycling industry e ricoprono i ruoli più disparati: per quanto mi riguarda sono una boccata d’aria fresca. Questi creativi legati alla community fixie stanno aiutando molto un’evoluzione generale ed è sempre bello constatare come tutti i legami che avevamo costituito in passato tornino a galla ciclicamente per progetti e idee condivise. Sono felice perché il mio lavoro mi permette di essere costantemente in contatto con un qualcosa che amo e di cui mi sento parte attiva, perché anch’io pedalo molto durante l’anno. Ad oggi il mio progetto più riconosciuto e premiato è stato l’atipico ‘Life Behind Lockdown’, in cui ho funto da direttore della fotografia a distanza: ho contattato dei ciclisti chiusi in casa, gli ho chiesto di posizionare la camera in una certa maniera e di autoscattarsi durante gli allenamenti casalinghi. Ora invece mi sto concentrando sulla stagione del ciclocross, per cui tornerò in Belgio a breve, ma sto anche sviluppando una serie di progetti personali che vedranno la luce nei prossimi mesi”

Photo Credits: @Brazo de Hierro.com
IG @Brazo de Hierro
Testi di Gianmarco Pacione