Esplora, scoprire il Nepal per scoprire noi stessi

Bikepacking, arti visive e sensibilità sociale: il virtuoso viaggio nepalese supportato da Briko

Esplora è un invito. È l'invito di un gruppo di creativi italiani accomunati dalla passione per il mondo outdoor e dalle sue trasversali ramificazioni. Esplora è un consiglio. È il consiglio di un pool di giovani comunicatori a spalancare orizzonti individuali e collettivi, fondendo arti visive ed esperienze introspettive in luoghi mistici, come il Nepal. Si dice che questa piccola porzione d'Asia sia l'epitome della bellezza naturale e della ricchezza culturale, e all'interno dei suoi atavici confini il Team Esplora, aiutato dalla pragmatica saggezza dell'esperto avventuriero Giuseppe Papa, affronterà una traversata lunga 1200km, inasprita da quasi 25000 metri di dislivello. Amplificata e supportata dalla vision Briko e dal suo materiale tecnico, quest'impresa metterà in rima siti iconici, come l'albero della Bodhi, oasi dove il principe Siddharta raggiunse l'illuminazione, e vie mitologiche, come il temuto Thorung La, il passo più elevato del pianeta. Le voci di Marco Ricci e Davide Ciarletta, i due membri Esplora che affronteranno questo viaggio multidimensionale, introducono un itinerario fisico, mentale e documentaristico, che seguiremo al fianco di Briko.

Universo outdoor e arti visive: una combinazione che negli ultimi tempi sta assumendo sempre più forme e significati. All'interno di questa dinamica globale, come e quando Esplora è diventato un progetto concreto?

“Esplora è nato per sincronia. Tutti noi siamo appassionati di bici e praticanti di vecchia data, ci piace vivere esperienze e fare lunghi viaggi. Nel tempo abbiamo compreso cosa voglia dire far fatica e dove possa condurre la fatica stessa. Il nostro primo, vero passo verso il progetto Esplora è stato sull'Alta Via dei Monti Liguri. Ci conoscevamo già, ma durante quel viaggio collettivo abbiamo notato come stessimo creando dei contenuti paralleli e affini, così abbiamo deciso di prendere una direzione comune. Il nostro obiettivo è condividere le esperienze, perché la condivisione è ciò che ci rende umani, ed è consigliare chi ci circonda e osserva ad uscire dalla propria comfort zone: a scoprire cose fuori e dentro sé stesso. In fondo siamo convinti che ogni luogo possa cambiare un essere umano nel profondo”

Il Nepal come s'inserisce in questo vasto ragionamento? Cosa vi ha attirato e stimolato di questo magico Paese?

“Anche qui è stato tutto casuale. O meglio, il caso non esiste, diciamo che si sono uniti dei puntini che erano destinati ad incontrarsi. All'ultima Fiera del Cicloturismo di Bologna abbiamo dialogato con l'esploratore Giuseppe Papa, incuriositi dalle sue foto scattate in Patagonia, Islanda, Kirghizistan e infinite altre parti del mondo. Dopo una decina di minuti, con la sua caratteristica genuinità espressiva, ci ha invitato ad attraversare il Nepal al suo fianco. È stato qualcosa di speciale. Siamo onorati di scoprire questa nazione insieme ad una persona estremamente competente, che ci donerà parte di una ricca esperienza, maturata in 47 anni di vita ed esplorazioni. Ci sentiamo al sicuro e siamo consapevoli che Giuseppe ci aiuterà a trasformare i problemi in avventure. Pensate che attualmente è in India, sta pedalando a 4300 metri con il suo socio Luca, ed entrambi ci raggiungeranno sul confine nepalese. In generale siamo ovviamente attratti dal Nepal, dalla storia e dalla cultura primordiale di questo Paese, e i nostri contenuti cercheranno di narrare e sublimare tutto questo”

Con quali aspettative, certezze e, ovviamente, naturali incertezze state approcciando questa lunga e provante impresa?

“Copriremo 1800km in una quarantina di giorni: non è una sfida impossibile, ma è sicuramente inasprita dagli oltre 1000 metri di dislivello quotidiano. Il nostro bikepacking prevederà, come spesso capita, anche molti momenti di hiking con la bici trascinata a mano, che richiederanno molte delle nostre energie. Contemporaneamente gireremo un documentario, quindi da un lato dovremo portare la pesante attrezzatura con noi e, dall'altro, approcceremo il viaggio con uno spirito non competitivo. I progetti Esplora non ruotano attorno alla performance, la nostra filosofia è puramente creativa ed esperienziale. A livello fisico faremo sicuramente fatica, ma siamo allenati e, grazie al sostegno di Giuseppe, riusciremo ad affrontare le varie incognite che affioreranno strada facendo: dalle temperature, che per il momento non riusciamo a conoscere con precisione, alle azioni più pragmatiche, come i pasti e le notti in tenda”

La connessione con Briko giocherà un ruolo fondamentale su vari fronti, permettendovi d'indossare del materiale funzionale, di veicolare i contenuti ad un ampio pubblico e, conseguentemente, di sensibilizzarlo riguardo la funzione sociale di questo viaggio. Quanto è importante questo legame?

“Siamo decisamente felici, perché riteniamo sia un'attivazione genuina. Ci siamo trovati da subito in sintonia con l'entourage Briko e stiamo ricevendo il massimo supporto sia da un punto di vista espressivo-creativo, che di ricerca del prodotto. Tutto l'apparel bike che indosseremo in Nepal sarà Briko. L'equilibrio fisico giova alla mente, e l'abbigliamento gioca un ruolo fondamentale in viaggi di questo tipo: essere a proprio agio con i giusti materiali è semplicemente essenziale. L'avere un audience maggiore, invece, ci permetterà di condividere i nostri punti di vista, i nostri stati d'animo e il desiderio, nel nostro piccolo, d'incidere concretamente sulle nuove generazioni nepalesi. Abbiamo lanciato la prima campagna di crowdfunding Esplora e parte dei soldi confluiranno nelle opere del VISPE, ente impegnato nel sostenere la sanità e l'istruzione di Paesi in difficoltà, tra cui il Nepal. La cifra raccolta verrà utilizzata per finanziare la ristrutturazione di un asilo e, allo stesso tempo, servirà per promuovere il documentario, con la speranza che possa sensibilizzare quanti più spettatori. Infine, i primi 50 donatori riceveranno uno speciale libro fotografico del viaggio, stampato insieme alla cooperativa sociale legnanese La Mano, che da anni offre opportunità di lavoro a persone affette da varie disabilità”

Il tempo stringe e la partenza è dietro l'angolo. Quali sensazioni vi attraversano in questo momento?

“Nell'ultima settimana la tensione è salita, ma è la tipica sensazione che anticipa un grande viaggio. Siamo stimolati dallo sviluppo della traversata e del nostro concept documentaristico. Siamo anche sicuri che ci vorrà almeno una settimana per prendere il giusto ritmo e raggiungere il corretto equilibrio tra gli spostamenti e la creazione di contenuti... In fondo è una prima volta per noi, sotto tanti punti di vista, e non possiamo che essere eccitati”

Credits:

BRIKO

ESPLORA


Giovanna Selva, il running è bidimensionale

Grazie allo Spikes Tour, abbiamo intervistato la talentuosa mezzofondista e brand ambassador HOKA

La corsa di Giovanna Selva è diretta e cristallina, priva di manierismi contemporanei, come il suo pensiero. Nata il 17 settembre 2000 ad Ossola, cresciuta nel piccolo centro di Druogno e tra le valli che legano dolcemente Italia e Svizzera, questa mezzofondista pare l'incontaminato manifesto dei suoi territori.

Incontriamo le parole di Giovanna, già a podio negli Europei di Cross U23 e nei Mondiali Juniores di corsa in montagna, sulla pista di Alzano Lombardo, dove è protagonista dello Spikes Tour organizzato da HOKA: evento itinerante che permette ai giovani atleti di varie città italiane di scoprire e testare le scarpe chiodate Cielo X2 MD e Cielo X2, ultime innovazioni da pista del brand nato sulle Alpi Francesi, non troppo distante dai luoghi dove ha avuto inizio la storia di Giovanna.

"La mia storia con la corsa nasce grazie allo sci di fondo e, purtroppo, a causa del cambiamento climatico... Il fondo mi ha permesso di conoscere l'atletica, perché gli allenamenti variavano in base alla stagione. Poi la neve è scomparsa dalle 'mie' montagne e ho dovuto fare una scelta, optando per il running. All'inizio le sensazioni erano un po' altalenanti, ma i tecnici che ho incontrato mi hanno fatto innamorare di questo sport, introducendomi alla tecnica e alla pista, dove sono entrata per la prima volta a 15 anni. Sono sempre stata ispirata dalle persone che mi stavano vicino, non dai grandi atleti. Parlo di mia madre, ex fondista, mio padre e mia nonna, che ancora oggi, a 83 anni, porta avanti il suo bar senza fermarsi un secondo. Non pensavo potessi avere una vera e propria carriera, ma quando mi sono classificata terza ai Campionati Italiani di corsa in montagna ho realizzato che qualcosa, in fondo, si poteva fare. Quel podio mi ha automaticamente qualificata ai Mondiali. L'ho scoperto a gara conclusa e mi sono quasi scusata con il selezionatore, ricordo di avergli detto che non mi sarei offesa se avesse deciso di non portarmi..."

Nonostante il tartan non sia la sua casa natia, Giovanna sta evolvendo la propria parabola tanto a contatto con la natura, quanto tra le corsie, segnando ciclici personal best e abbattendo muri dopo muri, come dimostra la recente discesa sotto i 33 minuti sui 10km. Un'evoluzione ibrida e vertiginosa, che passa dal raffinamento tecnico, ma anche dallo studio della propria mente e delle proprie sensazioni.

"Nei boschi vicino casa ho iniziato a correre, in quegli ambienti ho sentito e continuo a sentire i miglioramenti del mio corpo. Ci torno spesso da sola. Lì vivo gli allenamenti come una forma d'esplorazione: cerco nuovi sentieri, ammiro animali di tutti i tipi, la mattina presto anche i cerbiatti, e ascolto le mie gambe mentre spingono in salita. Nei boschi si sente sempre qualcosa in più. È come se fossi sempre alla ricerca di qualcosa... In pista è tutto diverso. Se nei boschi mi stimola il senso di libertà, nella pista amo invece la cura della precisione, il rapporto spazio-tempo e il fatto che non ci sia margine d'errore. Ho 23 anni e sono consapevole di essere nel pieno di un processo di maturazione tecnica e mentale. Sono solo all'inizio, immagino sarà molto lungo"

Oltre ai pilastri portanti del proprio presente e futuro podistico, Giovanna sta sviluppando anche una carriera lontana dai tempi e dai traguardi, ma non dalle pressioni, come studentessa di Medicina. È difficile essere un'atleta di spessore internazionale e, contemporaneamente, immergersi sui libri o nelle sale operatorie, ma non è impossibile, ci spiega con una saggezza lineare, rifuggendo immediatamente il concetto di role model.

"Ho sempre voluto iscrivermi a Medicina. Quando l'ho fatto non avevo ancora raggiunto questi livelli sportivi. Adesso è tutto abbastanza complesso. Ho appena concluso due settimane di tirocinio e sono stati giorni di fuoco: mi svegliavo, mi allenavo, stavo in ospedale tutto il giorno, mi allenavo per la seconda volta e andavo a letto. Mi sono fatta il mazzo, ma ogni sera ero euforica. Credo non esista sensazione paragonabile alla massima stanchezza: quella stanchezza che ti fa desiderare di andare a letto e di ricominciare daccapo il giorno seguente. Mai ho pensato di poter ispirare qualcuno con la mia 'doppia vita', ultimamente però stanno succedendo tante piccole cose che mi permettono, giorno dopo giorno, di comprendere quanto le persone tengano a me. Quando dei bambini mi chiedono l'autografo, per esempio, o mi parlando delle loro esperienze, sento un misto di responsabilità e motivazioni"

E queste scene si ripetono anche ad Alzano Lombardo, dove una folta community di atleti locali ha la possibilità di condividere le nuove scarpe chiodate HOKA con questo affabile talento Azzurro. Il mondo bidimensionale di Giovanna, in equilibrio tra boschi e piste, carriera sportiva e accademica, si divide anche tra sforzi individuali e condivisione collettiva.

D'altronde non può esistere il running senza il gruppo, conferma la mezzofondista facendo riferimento al Seve Team, squadra piemontese con cui condivide gran parte del suo lavoro settimanale. Così come non può esistere la performance senza la giusta scarpa, aggiunge appena prima di lanciarsi in un affollato allungo, plaudendo l'opera di sensibilizzazione del brand che rappresenta.

"Il collettivo nel running è fondamentale. La presenza di altre persone mi aiuta in fase d'allenamento, soprattutto quando devo svolgere lavori che non riuscirei mai a fare da sola, ma anche prima e dopo la pista. Non siamo solo atleti, siamo persone. Gli scherzi, gli spuntini e le chiacchierate mi fanno venire voglia di continuare a correre anche quando sono stanca o acciaccata... Il Seve Team è tutto questo per me, e sono felice che HOKA abbia recentemente deciso di supportare questa squadra della mia terra. Non sono sorpresa, perché la sensibilità del brand nei confronti delle community è incredibile. Legarmi ad HOKA è stato un passo enorme, che mi ha fatto sentire importante. Partecipare ad eventi come lo Spikes Tour, invece, mi rende semplicemente felice: sensibilizzare e sviluppare le conoscenze dei giovani atleti è un qualcosa di prezioso. La scarpa è l'unico prodotto essenziale per ogni corridore, e in un mondo di marketing online è cruciale testare e comprendere le caratteristiche delle tue 'compagne' di corsa, a maggior ragione se si tratta di scarpa di chiodate. HOKA è vicina ai runner, e sono felice di poterlo essere anch'io"

Thanks to HOKA

Testi di Gianmarco Pacione

Photo Credits: Riccardo Romani


Behind the Lights – Shawn Hubbard

Il fotografo che ritrae i major sport americani in tutte le loro dimensioni narrative ed estetiche

“Quando fotografi atleti di qualsiasi livello è fondamentale costituire delle connessioni e un rapporto di fiducia con loro. Gli atleti vengono sempre visti su grandi palcoscenici, tutti pensano che siano a loro agio davanti una lente, ma non è così scontato. Io cerco costantemente di trovare modi per evocare le sensazioni e le emozioni che provano in campo. Sono individui reali ed esseri umani come tutti noi. Per questo la fotografia d’azione ha un ruolo secondario nella mia produzione artistica. E’ certamente un lato importante, ma sono più attratto da cosa serve a un atleta per raggiungere un determinato traguardo all’interno della propria carriera. Sto parlando di sacrificio, dedizione, perseveranza, gioia e delusione”

Dalle yard dei Baltimore Ravens all’eclettismo fashion di Kyle Kuzma e dell’universo NBA. La fotografia di Shawn Hubbard ritrae i major sport americani in tutte le loro dimensioni narrative ed estetiche, riuscendo ad esplorare le identità di superstar internazionali, ma anche ad uscire da monumentali dome e arene, descrivendo l’effetto che l’elemento sportivo può avere sulla società, così come sulle singole, comuni personalità made in USA.

“Gli atleti professionisti non sono gli unici che possono raccontare una storia, qui a Baltimora provo a raccotare storie di giovani atleti locali, che vedono le proprie vite cambiate grazie all’influenza dello sport. La mia ricerca gravita da sempre attorno alle emozioni, e il legame tra emozioni e sport è fortissimo. Non sono stato un grande atleta, ma nella mia adolescenza ho provato il baseball, il calcio e l’atletica, e al college sono entrato nella squadra di rugby. Ho dato tanto allo sport, senza avere grandi aspirazioni. Lo spogliatoio mi ha insegnato molto, è stato ciò che mi ha spinto a continuare ad essere uno sportivo. Nel corso della vita, quando ho avuto l’oportunità d’iniziare a  fotografare ambienti sportivi, ho subito deciso di documentare il senso di condivisione, i legami e le emozioni che si annidano negli spogliatoi. Quando scatto cerco di trovare un’immagine che faccia mettere in pausa l’osservatore, obbligandolo a riflettere. La qualità estetica non basta. Anni fa poteva bastare, ma oggi tutti possono scattare una bella fotografia. Voglio che le mie immagini siano impattanti e facciano degli ‘statement’. Anche se è difficile, il mio obiettivo è raccontare un’intera storia attraverso un’immagine. E voglio che quell’immagine duri nel tempo, anche se è un obiettivo quasi impossibile da raggiungere”

Ispirato nell’infanzia dall’eterna onnipotenza di ‘His Airness’ Michael Jordan, dalle danze di contrasti e colori di Al Bello, e dall’innovativa produzione d’advertising di Tim Tadder, l’immaginario visuale di Shawn risulta essere un vortice narrativo in equilibrio tra profonda ritrattistica e espressione commerciale. Un vortice narrativo che continuerà a svilupparsi in futuro, attingendo da un’altra musa centrale nella vita di questo fotografo di Baltimora: la musica.

“La musica è da sempre parte di me e mi permette di creare connessioni con le persone. Proprio come la fotografia. Durante le produzioni commerciali, la musica mi aiuta a evocare emozioni in chiunque sto ritraendo. Dal lontano 2007 collaboro con i Baltimore Ravens, documentandoli sul campo e nei momenti dietro le quinte a cui tante persone non hanno accesso. Se devo pensare alla foto più iconica che ho scattato, non posso che menzionare Ray Lewis e la sua ultima partita giocata a Baltimora. Per anni ho fotografato dal campo la sua ‘Squirrel Dance’ prepartita. Per quel match storico, però, ho voluto mostrare  una prospettiva e un momento differente. Volevo condividere con gli spettatori gli attimi di calma prima del suo walk out dal tunnel e del rito liberatorio. Continuo a ricercare immagini di questo tipo. Guardando avanti, voglio continuare a combinare il lavoro documentaristico con quello commerciale, ed esaltare la connessione tra fashion e sport, che sta permettendo a tantissimi atleti di avere una piattaforma virtuosa di self-expression”

Credits: SHAWN HUBBARD
Text by: Gianmarco Pacione


Behind the Lights – Cédric Dasesson

La Sardegna è una sensazione che solo un vero sardo può comprendere e ritrarre

"Non mi sento un fotografo, ma qualcuno che imprime qualcosa attraverso il mezzo fotografico. Non mi è mai interessato il concetto di sublime, ho sempre cercato la persona semplice; ho sempre voluto fotografare ciò che non è fotografabile, e il mare, sotto questo punto di vista, è un mondo a sé. Sono nato e cresciuto in Sardegna, ora sto resistendo in questa terra. Mi sono sempre trovato bene in un mondo fatto di solitudine, forse anche a causa del mio background sportivo. Ho iniziato fin da piccolo con l’atletica leggera, uno sport individuale, dove per essere agonista devi pensare continuamente a te stesso. Allo stesso tempo il mare è diventata la mia terra, un mondo dove ho potuto e posso ancora comprendere realmente me stesso: è un universo parallelo, fatto di silenzi e concentrazione, antitetico rispetto alla società che ci circonda”

È difficile descrivere l’anima sarda. È ancora più difficile ritrarla. Cédric Dasesson è lo pseudonimo di un isolano-ricercatore, è l’identità celata di un fotografo spinto dall’incessante necessità di documentare un regno atipico, ostile e acquatico, il regno sardo. La sua filosofia estetica assume i tratti di una forma di resistenza: la resistenza alla spettacolarizzazione artificiosa, alla cannibalizzazione della sua terra. Una resistenza che utilizza il medium fotografico come manifesto per l’accurato studio antropologico, architettonico e naturalistico di una regione unica per storia e morfologia.

“Ho studiato architettura qui, a Cagliari. Durante gli anni universitari McKenna e le sue lunghe esposizioni erano i miei punti di riferimento fotografici. In quel periodo ho deciso di pubblicare i miei scatti e di non utilizzare la mia vera identità sui social. Avevo un omonimo di fama globale e, dopo essermi confrontato con un professore, ho preferito prendere una strada artistica differente: volevo esistere senza esistere, creare una diversificazione mentale nella mia quotidianità, una divisione netta tra pubblico e privato. Vengo dalla scena del writing e la forma del tag, della firma irriconoscibile, era una sorta di forma mentis per me. Richard Long e Bill Viola hanno contribuito ad evolvere la mia visione riguardo il rapporto tra strutture architettoniche e paesaggio. Grazie ad Alec Soth, poi, ho compreso la funzione e l’importanza della ritrattistica umana: in tutto il mondo ci sono persone e identità da ricercare. Vivere in Sardegna mi permette di unire tutto questo, mi dà l’opportunità di lavorare sulla stereotipizzazione delle peculiarità regionali, di esprimere la testardaggine insita nel dna del nostro micromondo e di esplorare il concetto di sopravvivenza umana”

Dal tartan delle piste d’atletica alle acque del Mar di Sardegna. L’elemento sportivo ha plasmato l’identità di Cédric Dasesson e influisce in modo coerente sulla sua ricerca artistica. L’atleta davanti alla sua macchina fotografica cessa di essere tale, o meglio, cessa di essere definito da risultati e successi, regredendo (o progredendo) alla tanto semplice, quanto complessa condizione di essere umano connesso alla natura.

“Dopo tante operazioni per problemi legati all’atletica, mi sono dato al triathlon e il mio rapporto con le acque sarde ha subito un’ulteriore evoluzione. La mia produzione fotografica tocca il tema sportivo restando fedele ai capisaldi che ho già menzionato. Non ho interesse per le stelle sportive, sono affascinato dalle personalità di coloro che vivono in simbiosi con il mare: esseri umani che utilizzano lo sport come strumento per alimentare ed esplorare questo rapporto. Certo, mi è capitato di fotografare surfisti, windsurfisti o apneisti di fama mondiale, ma nella mia visione non c’è differenza tra loro e chi frequenta il mare per una passione viscerale. Allo stesso tempo sono affascinato dalla capacità umana di superare i limiti. In questo caso posso fare l’esempio di Ulisse Idra, base jumper e grande amico, a cui ho visto fare delle imprese incredibili. Una di queste ha creato la serie ’97 metri’. Ora sta recuperando da un grave incidente e spero che possa tornare a lanciarsi il prima possibile. Infine quando si parla di Sardegna mi rendo conto che non si possa parlare di calcio. In ogni paese c’è un campo. Anche in questo caso, però, la mia idea è che questa presenza calcistica non sia altro che l’ennesimo stereotipo della nostra terra. Una terra che esprime i propri saperi attraverso le proprie radici. Una terra in cui si pratica sport guardando il mare”

La resistenza di Cédric Dasesson pare destinata a continuare nel tempo e nello spazio. Lo stesso spazio, lo spazio acquatico e umano sardo. “Stare qua è una sfida”, confida, “Ma nella sfida cerco di realizzare un sogno”Il sogno di narrare e sublimare la vera Sardegna.


Behind the Lights – Celia D. Luna

Heritage e radici culturali, grazia e potenza femminile: il mondo variopinto della fotografa andina

“Le mie origini, la mia cultura e il rapporto con mia madre formano il background sia della mia identità artistica, che della mia identità umana. Sono tutti fattori veramente importanti. Mi considero una donna andina e tropicale, perché sono arrivata a Miami dal Perù. Sono due mondi che hanno in comune tanti colori. Il mondo andino e la sua gente, però, hanno subito e continuano a subire discriminazioni e forme di razzismo. Ecco perché attraverso il mio lavoro voglio modificare il rapporto con le unicità di questa cultura. Voglio mostrare la diversità e i valori di questa gente, voglio che smettano di vergognarsi delle loro radici”

Se volete immergervi in un uragano di colori ed echi culturali, osservate gli scatti di Celia D. Luna. Nella produzione fotografica di quest’artista andina, ormai adottato dalla Florida, si fondono antiche tradizioni, moderno folklore e contemporanee rivoluzioni. Perché le radici non possono essere dimenticate. Perché le radici devono essere elevate, diventando strumento di affermazione sociale e, specialmente nel caso di Celia, di empowerment femminile.

Ho scoperto la fotografia al college, ma all’inizio era solo una passione. Amavo e amo Tim Walker, perché riesce ad associare il fashion allo storytelling, tutti i suoi shooting raccontano qualcosa. Quando una mia amica mi ha chiesto di farle dei ritratti, ho capito che la fotografia poteva diventare molto di più nella mia vita. Con il passare del tempo questo medium artistico si è trasformato in un processo organico di esplorazione e scoperta di me stessa. La mia estetica gravita attorno ai colori e al desiderio di ritrarre soggetti atipici, che possano permettermi di raccontare storie reali, legate soprattutto alla mia terra natia. Sento delle responsabilità, perché voglio ritrarre e mostrare la cultura andina e il ruolo che le donne giocano all’interno di essa. Faccio le cose con il cuore e anche i lavori commerciali seguono questa filosofia: quasi sempre sono collegati alla sublimazione della forza e della grazia femminile. Amo il fatto che la mia fotografia abbia un significato e un valore sociale”

Nella variopinta galleria di Celia D. Luna l’elemento sportivo gioca un ruolo fondamentale nella comprensione e divulgazione della potenza femminile. È la piattaforma ideale per raccogliere testimonianze della moderna andinità e delle sue atipiche protagoniste, spinte dal desiderio di sollevare la propria condizione e, al tempo stesso, d’influenzare le future generazioni. L’heritage culturale va abbracciato e condiviso, comunicano le immagini di Celia, come nell’opera magna ‘Cholitas Bravas’, dedicata a coraggiose skater, climber e wrestler andine.

“Lo sport mi ha arricchito e ha arricchito il mio rapporto con le Ande. Le storie sportive hanno la capacità di toccare tantissime persone e d’ispirarle. Parlo per esempio del collettivo femminile boliviano Imilla Skate, che sta avvicinando tantissime bambine alla cultura ‘chola’, ai suoi usi e costumi, e alla tavola come forma d’indipendenza. Parlo delle climber che vivono le Ande come luogo punto d’incontro con le proprie madri, le loro esistenze e conoscenze. Parlo delle ragazze che dai primi anni 2000 hanno iniziato a praticare la lucha libre per proteggersi dagli abusi fisici: pioniere che hanno dato il là ad una tradizione che prosegue ancora oggi in Bolivia. La femminilità è forza, grazia e gentilezza, e lo sport non fa altro che evidenziare queste nostre caratteristiche”

Il prossimo step di questa celebrazione capace di unire patrimoni culturali e femminilità, sarà musicale. La cumbia colombiana è l’attuale indagine di questa fotografa peruviana, un nuovo tassello di un coloratissimo e virtuoso mosaico in divenire, dove tutto risulta significativo: anche il ballo liceale di una giovane figlia, consapevole simbolo di un avvenire che dovrà sempre ricordare le proprie origini.

Credits: Celia D. Luna
Text by: Gianmarco Pacione


Ted Hesser, l’abitudine sportiva combatte la depressione

‘Chains of Habit’ spiega come lo sport ad alta quota possa limitare demoni e fratture interiori

Tutto comincia da un antico detto e da un bambino che parla con il proprio nonno. Due lupi combattono, uno rappresenta il bene, la gioia, la positività, l’empatia, l’amore e la gentilezza; l’altro l’avidità, la gelosia, la paura. Il bambino chiede al nonno quale lupo vinca… E il nonno risponde: qualsiasi lupo tu voglia sfamare. Lo short film ‘Chains of Habit’ ruota attorno alle sfumature di questa potente metafora nativa, accompagnandoci nelle profondità emotive e psicologiche dell’alpinista, ultrarunner e creativo visuale Ted Hesser, spiegandoci come lo sforzo fisico possa limitare e contrastare la depressione.

“Avevo incontrato la metafora dei due lupi durante uno shooting nella British Columbia, mi sembrava perfetta per ritrarre e spiegare la depressione. È un’esperienza interiore, senti che qualcosa dà da mangiare a quel lupo cattivo e non riesci ad essere in controllo… Quest’idea risuona dentro di me quando sono depresso, è come se ci fosse un altro attore dentro la stanza. Per questo ho bisogno di fare sport, di correre, di arrampicare. Ne ho bisogno per non passare dei brutti momenti. ‘Chains of Habit’ parla dell’importanza dello sport e della dimensione fisica per riottenere il controllo di ciò che senti scivolare via. L’attività d’endurance è lo strumento più prezioso e sano per creare questo spostamento di focus. È essenziale e sana, al contrario delle droghe o di altre pratiche autolesioniste che, troppo spesso, finiscono per intrappolare persone in difficoltà emotiva e psicologica”

Il rapporto tra la montagna e questo documentarista-atleta parla la lingua dell’amore e dell’intima esplorazione delle debolezze umane. Allevato dal Parco nazionale del Grand Teton, Hesser si riferisce a questo elemento come a un luogo sicuro, dove ha costruito la propria fama lavorativa, e dove, soprattutto, ha plasmato e sta continuando a plasmare la propria identità

“La montagna mi ha subito dato fiducia, mi ha aiutato, e mi sta ancora aiutando a formare un senso di me. Nel periodo universitario ho avuto la fortuna di studiare oltreoceano e di essere coinvolto in alcune grandi spedizioni documentaristiche. Non ero un atleta di alto livello ed ero un fotografo immaturo, ma stare al fianco di personaggi come Cory Richards mi ha fatto scattare una molla interiore: non pensavo si potesse vivere una vita del genere, e da quel momento sono diventato molto più serio in ciò che facevo. Contemporaneamente ho combattuto la depressione a livello privato. Sia il climbing, che la corsa hanno giocato un ruolo chiave in questa battaglia. ‘Chains of Habit’ vuole raccontare questo ruolo, divenuto fondamentale durante la pandemia, quando l’isolamento aveva trascinato tante altre persone in luoghi oscuri e nessuno parlava dell’importanza dell’attività fisica per limitare e riparare i danni. È una pellicola estremamente personale, una produzione multidimensionale che ha coinvolto il mio cuore e la mia mente”

‘Chains of Habit’ sarà uno dei film protagonisti all’ONA Short Film Festival di Venezia, dove Hesser non potrà essere presente, a causa di un’imminente paternità che sta ulteriormente modificando il suo rapporto con la vita. Un nuovo capitolo in cui lo sport continua e continuerà a giocare una parte fondamentale.

“Un figlio ti fa riflettere. Ultimamente sto lavorando al meglio su me stesso, c’è un piccolo fuoco che mi spinge a cercare di essere più felice, calmo e presente. Tanti non capiscono che quando sei depresso è veramente difficile focalizzarsi su altre persone: non hai abbastanza energia. Sto capendo che non posso prendermi cura di qualcun altro se prima non imparo a prendermi cura di me stesso. Sto meditano, mangiando bene, facendo terapie e attività fisica. Voglio essere la mia versione migliore per mio figlio. La sua nascita con ogni probabilità non mi farà essere presente a Venezia per l’ONA, ma spero che il mio cortometraggio aiuti le persone a ragionare e ad ottenere forza e ispirazione per le loro difficoltà. ‘Chains of Habit’ vuole essere un messaggio positivo, uno dei tanti, che possono dare una mano a tutti noi e alle nostre battaglie quotidiane”


Viaggio nel pianeta Tevere

“Io, Tevere – Le radici del mare”, Marco Spinelli e Roberto D’Amico spiegano perché un fiume leggendario può sensibilizzare tutti noi

Il Tevere come metafora del nostro Pianeta. Il Tevere come metafora di noi stessi. Nei 405 chilometri del fiume simbolo della civiltà romana è racchiusa l’essenza del più tragico problema contemporaneo, il rapporto tra essere umano e natura. “Io, Tevere – Le radici del mare” è il pellegrinaggio acquatico di Marco Spinelli e Roberto D’Amico, uno short docu che percorre l’intera lunghezza di questo fiume leggendario, esplorandone splendori e miserie, e arrivando a scoprire quanto, effettivamente, l’uomo abbia inciso e stia continuando a incidere sulla sua identità. Cavalcando per diversi tratti i propri SUP, Marco e Roberto sviluppano un dialogo su due livelli, attorno a cui ruota l’intera pellicola: il primo è mentale, plasmato da riflessioni e testimonianze, il secondo è sensoriale, prodotto dalle incongruenze tra sublimi scenari incontaminati e angoli abbandonati alla degenerazione umana. Questo duo di creativi, attivisti e sportivi acquatici ha deciso di dialogare anche con noi, presentando il film in concorso alla kermesse veneziana dell’ONA Shortfilm Festival, raccontandoci le ragioni alla base di questa virtuosa produzione.

Come nasce “Io, Tevere” e cosa vuole raccontare?

Marco Spinelli: “Io e Roberto ci siamo conosciuti due anni fa, ho subito scoperto il suo impegno nella tutale di mari, e lui è venuto a conoscenza delle mie attività relative alla pulizia dei fondali. Siamo entrati immediatamente in connessione. Roberto mi ha raccontato di quanto fosse difficile surfare a Ladispoli, a causa dei tanti rifiuti portati dal Tevere. Così abbiamo inizialmente pensato di organizzare un evento di clean up, ma a distanza di poco tempo ha preso forma nelle nostre menti questo tipo di viaggio. Ho un fratello biologo marino e spesso mi confida che temi interessanti, legati alla tutela acquatica, decadono perché vengono spiegati in maniera troppo complessa. Noi abbiamo deciso di provare a sensibilizzare divertendoci, utilizzando un lessico semplice e genuino. Essere spontanei non vuol dire sminuire i problemi del Tevere e del nostro Pianeta, vuol dire riuscire a comunicare ad un pubblico più ampio, che può riuscire a comprendere con maggiore facilità la voce dell’ambiente”

Roberto D’Amico: “Il Tevere è una cosa che tutti noi pensiamo di conoscere, eppure nessuno conosce veramente questo fiume. Noi abbiamo provato a raccontarlo. Personalmente l’ho sempre associato all’inquinamento, invece lungo il tragitto mi sono dovuto ricredere, ho trovato dei luoghi bellissimi e degli scenari naturali mozzafiato. Allo stesso tempo ho vomitato in centro a Roma, annusando la puzza dell’acqua mentre raccoglievo il relitto di una bicicletta dalle sue profondità. Ho vissuto sensazioni altalenanti, arricchite dalle persone che abbiamo incontrato durante il viaggio: figure che vivono e proteggono quotidianamente il Tevere. Questo fiume è una metafora, rappresenta tutto: Venezia, il Po’, l’Adriatico, gli oceani… Abbiamo voluto raccontare le sue condizioni con naturalezza, provando a raggiungere incisivamente le nuove generazioni e a farle riflettere. In generale abbiamo deciso di essere semplicemente noi stessi”

Il vostro viaggio è avvenuto per lunghi tratti su una tavola da SUP. Che ruolo gioca l’elemento sportivo nella vostra opera di comprensione, tutela e valorizzazione delle acque?

M: “Arrivo dal mondo della subacquea e delle immersioni. Nel tempo queste passioni mi hanno permesso di mostrare agli altri cosa vedo sott’acqua… Lo sport, quindi, è stata una base fondamentale per poter raccontare. Se noi non viviamo e non facciamo vivere in prima persona l’inquinamento dei nostri mari e dei nostri fiumi, a rimanere saranno solo le parole. E le parole, purtroppo, non bastano. Io e Roberto siamo accomunati da questa voglia di sporcarci le mani e fare fatica per condividere tematiche rilevanti. Siamo due persone normali, che vogliono imparare dalle proprie esperienze, sperando che quelle stesse esperienze possano sollevare domande anche in chi segue e crede nella nostra visione ambientale”

R: “Lo sport è stato il mezzo che ha dato credibilità al mio impegno ambientale. Il surf mi permette di vivere quotidianamente all’interno dell’universo acquatico, per questo i miei interlocutori ritengono affidabile il mio punto di vista. Quando sei in simbiosi con il mare tutti i giorni della tua vita, sai di quello che parli. Ed è impossibile pensare che al giorno d’oggi tutto vada bene: mari, fiumi e oceani versano oggettivamente in condizioni drammatiche. Il background sportivo ti dà anche concretezza, ti spinge ad affrontare sfide e a condividerle con altre persone. Mi piace pensare all’ideale di surfista, ovvero ad un essere umano che aiuta il mare, e vorrei che quell’immagine rimanesse tale grazie al mio impegno. Inoltre lo sport ti consente di maturare prospettive diverse su ciò che ti circonda: durante il viaggio ho pensato spesso che tante zone abbandonate o degradate del Tevere potrebbero tornare a vivere grazie ad attività e progetti sportivi. D’altronde se vivi realmente un luogo, è logico che poi tu voglia proteggerlo…”

Quali sono le immagini e i momenti manifesto di “Io, Tevere”?

M: “Sono immagini e momenti contrastanti. In senso positivo menzionerei le Gole del Forello, in Umbria, dove ci sembrava di essere dispersi in qualche incontaminata regione americana. In senso negativo il centro di Roma e lo scenario catastrofico del Tevere metropolitano. Mi ha colpito particolarmente questo assurdo contrasto tra la meraviglia della Capitale e la sua discarica acquatica”

R: “All’inizio del viaggio ho riempito la borraccia con l’acqua del Tevere e l’ho bevuta. Era perfetta. A Roma invece sono stato male, l’odore del fiume era rivoltante e c’erano montagne di rifiuti sparse ovunque. L’inquinamento non nasce da solo, è una conseguenza, e queste due immagini antitetiche spiegano come l’uomo sia la causa di questa degenerazione”

 

Non ci rendiamo conto di quanto in realtà facciamo parte di questo Pianeta”. Possiamo dire che questa sia la frase chiave del vostro documentario? È anche il messaggio che state provando a diffondere e che condividerete con il pubblico di ONA?

M: “Spesso ci sentiamo dire che l’essere umano è ospite del mare e della Terra. Ma non è così, è una concezione sbagliata, perché non fa altro che alimentare il distacco dalla Natura. È logico, poi, che le persone facciano fatica a comprendere che tutto è collegato e che ogni azione umana si riflette inevitabilmente sull’ambiente. Il mare, per esempio, inizia in città. La sua salute inizia dalla città. È fondamentale creare una coscienza collettiva: dobbiamo essere consapevoli dell’importanza del nostro comportamento e dobbiamo modulare le nostre azioni, pensando che incideranno sul Pianeta, sugli animali e su noi stessi. Progetti come “Io, Tevere” vogliono comunicare questi concetti e ricomporre la frattura tra umanità e ambiente: un processo che deve cominciare dalle nuove generazioni”

R: “Non importa di che tipo di acqua si parli. Può essere dolce o salata, calda o fredda. L’unico dato di fatto è che il mondo è uno solo e attualmente le sue acque stanno soffrendo. Nella memoria di alcuni anziani il Tevere è stato l’equivalente di Miami Beach, un contesto vissuto, popolato e protetto. Ora non è così, e quando dimentichi qualcosa, non sai che fine può fare… Per questo motivo abbiamo deciso di creare un documentario fatto da giovani per i giovani, sempre per questo motivo stiamo presentando il film nelle scuole o in speciali eventi come ONA. “Io, Tevere” è stato anche uno spunto, io e Marco stiamo pensando ad una serie di nuovi progetti sinergici, ma prima vogliamo concentrare le nostre energie nel diffondere questo documentario e il suo messaggio”


Dietro le quinte del Mondiale femminile

Goal Click ci permette di esplorare le prospettive fotografiche e narrative delle calciatrici più forti del mondo

Il calcio femminile può essere narrato dalle sue protagoniste, sia a livello fotografico, che editoriale. ‘Women’s World Cup 2023’ è uno speciale progetto di Goal Click, che ha permesso ad alcune stelle dell’attuale Mondiale di raccontare il proprio rapporto con il calcio, con le compagne di Nazionale e con i rispettivi percorsi esistenziali. Dall’Australia e dalla Nazionale USA alla Corea del Sud e alla Svizzera, queste giocatrici-storyteller ci consentono di visitare il backstage delle loro carriere e vite, regalandoci inediti scatti analogici e significative riflessioni. Flo Lloyd-Hughes, responsabile dei progetti speciali di Goal Click, oltre che giornalista, creativo e consulente specializzato nell’ambito calcistico, ci introduce questa speciale galleria di voci e immagini.

Perché avete deciso di dare una macchina analogica ad alcune delle protagoniste della Coppa del Mondo femminile?

“Questo è il terzo grande torneo di calcio femminile per il quale Goal Click ha curato una serie originale, dopo la Coppa del Mondo femminile del 2019 e gli Europei dello scorso anno. Uno dei fattori più importanti di questo progetto sta nel desiderio di mostrare una serie di viaggi individuali verso un evento cruciale. Il panorama del calcio femminile varia molto a seconda di dove vive una giocatrice, del club per cui gioca e della nazionale che rappresenta. In vista della Coppa del Mondo FIFA 2023, volevamo mostrare questa diversità del calcio femminile contemporaneo. Nella serie le giocatrici di tutto il mondo raccontano le loro vite, le loro comunità, le loro stagioni e i loro ritiri in vista del Mondiale. Dall’Australia e dagli Stati Uniti alla Corea del Sud e alla Svizzera, queste giocatrici ci mostrano un vero e proprio dietro le quinte della loro vita calcistica. Ora queste atlete stanno partecipando allo stesso torneo ma, per molti aspetti, i loro percorsi verso la Coppa del Mondo non potrebbero essere stati più diversi”

Qual è stata la reazione delle ragazze a questo progetto artistico e documentaristico?

“Siamo così fortunati che le nostre storyteller siano davvero aperte, creative e coinvolte nel progetto. Vogliono raccontare le loro storie, condividerle con i fan e con il mondo, in modo che la gente possa imparare di più su di loro e conoscere persone, oltre ad atlete. Molte giocatrici ci confidano che si divertono a vedere ciò che producono le altri partecipanti al progetto e che le loro compagne di squadra amano ciò che ritraggono e scrivono su di loro. È un tipo di narrazione intima, diversa, focalizzata sull’élite della comunità calcistica femminile”

Siete rimasti colpiti dalle qualità fotografiche e dagli occhi analogici di queste atlete?

“Siamo sempre colpiti dalle immagini che le calciatrici riescono a catturare. Goal Click ha uno stile caratteristico basato sull’uso di macchine fotografiche analogiche usa e getta, e questo è fondamentale per contribuire a creare immagini crude e autentiche, di un dietro le quinte che solo un’atleta può vivere. Ogni narratrice ci ha dato una visione unica del ritiro e della preparazione alla Coppa del Mondo, ma ha anche mostrato gli usi e i costumi delle compagne di squadra fuori dal campo, regalandoci una gamma reale di emozioni umane. Questo centra in pieno la volontà di Goal Click, ovvero ispirare la comprensione reciproca attraverso il calcio. Chiunque veda le immagini e legga le storie si sentirà più vicino a ciascuna delle giocatrici e delle sue compagne di squadra, ma capirà anche la loro cultura, la loro comunità e le loro motivazioni”

Quali testimonianze vi hanno colpito di più e quali sono stati i temi più rilevanti?

“Abbiamo avuto la conferma che non esistono mai due viaggi uguali. L’unico punto in comune di questa serie è che tutte le partecipanti hanno partecipato e stanno partecipando alla Coppa del Mondo femminile. Se dovessi scegliere qualche esempio, direi che la storia della giamaicana Yazmeen Jamieson è una delle mie storie preferite. Ha parlato con forza e onestà delle difficoltà che ha vissuto, della diversità della squadra giamaicana e del lungo cammino che la squadra ha percorso per qualificarsi alla Coppa del Mondo femminile. Oltre alle parole, le sue sue immagini sono fantastiche e rappresentano davvero lo spirito delle Reggae Girlz. Un’altra storia forte è stata quella della capitana del Sudafrica, Thembi Kgatlana. La stella delle Banyana Banyana è stata infortunata negli 11 mesi precedenti il torneo e racconta le sfide affrontate lungo il suo lungo percorso, che l’ha vista giocare in Portogallo, Spagna, Cina e Stati Uniti. Le sue parole diventano ancora più toccanti quando rivela di aver perso tre membri della propria famiglia proprio durante passate Coppe del Mondo. Da un punto di vista puramente fotografico, Naomi Girma della USWNT (Nazionale statunitense), Rikke Sevecke della Danimarca e Kathellen del Brasile ci hanno permesso di esplorare a fondo i ritiri delle proprie squadre. Hanno scattato delle foto bellissime e potenti”

Come state vivendo la Coppa del Mondo alla luce di questo progetto?

“Il team di Goal Click è costantemente incollato allo schermo. Alcuni di noi sono andati in Australia e stanno assistendo alle partite dal vivo, quindi è stupendo vedere alcune delle nostre storyteller in azione! Avendo lavorato con le atlete per diversi mesi, non c’è dubbio che sentiamo una connessione profonda con i loro progressi e le loro prestazioni. Naturalmente vogliamo che tutte loro facciano bene a livello individuale e collettivo. Hanno dovuto superare molte sfide e avversità per poter partecipare al più grande evento sportivo femminile della storia”

Avete spinto star del calcio internazionale a diventare storyteller. Come vi fa sentire questo?

“Abbiamo un grande senso di orgoglio per il fatto che così tanti/e atleti/e e Federazioni siano ciclicamente disposti a lavorare con noi. Molte tra queste calciatrici hanno osservato i nostri progetti precedenti e ci hanno contattato proattivamente per essere coinvolte. Dal nostro punto di vista è fantastico ammirarle mentre mettono in mostra la propria creatività, e dare loro una piattaforma per raccontare storie. Ogni torneo importante ci offre nuove occasioni per mostrare il valore del nostro approccio narrativo. Per gli alteti questi progetti sono un’opportunità per fare qualcosa di diverso e passare dietro l’obiettivo”

Quanto è importante questo tipo di narrazione per il futuro dell’universo sportivo e dei suoi atleti?

“È davvero importante dare a giocatori e giocatrici la possibilità di raccontare le proprie storie e dare loro voce nel panorama mediatico calcistico. Crediamo fermamente nel potere della narrazione in prima persona, che si tratti di un allenatore, di un atleta-appassionato o di una stella internazionale. Tutto ruota attorno all’autenticità e alla volontà di fornire storie non filtrate, raccontate da chi le vive realmente. Viviamo in un mondo in cui molte voci sono inascoltate, emarginate e messe a tacere. Goal Click si contrappone a questa cultura contemporanea, fornendo una piattaforma in cui le persone sono in grado di dare forma alla propria narrazione attraverso i propri occhi e le proprie voci”

Di seguito una selezione di scatti e parole delle protagoniste di questo progetto.

Naomi Girma, USWNT

“Gioco per la mia famiglia e per la mia comunità, che hanno fatto molti sacrifici per permettermi di raggiungere questa posizione. Sono molto grata per tutto quello che hanno fatto per me. Gioco anche per le giovani ragazze afro-americane ed etiopi che possono rivedersi in me ed essere ispirate dal mio percorso”

Kathellen Sousa Feitoza, Brasile

“Ho iniziato a giocare a calcio come la maggior parte delle ragazze in Brasile, ovvero giocando per strada. Non c’erano molte opportunità per fare quello che amavo fare. Così ho deciso di lasciare il mio Paese nel maggio 2014 e di giocare in un college di New York. Il calcio rappresenta tutto per me e per il mio Paese: speranza, fede, passione, divertimento. Giocare per strada era un modo economico per divertirsi, era l’unico modo per liberare la mia mente”

Yazmeen Jamieson, Jamaica

“Qualcuno mi ha detto di recente ‘la tua è una lunga strada’. Questo significa molto per me, perché, se si guarda al mio percorso, nulla è stato facile. E so per certo che la mia strada è ancora all’inizio. Con i diversi tipi di capelli, forme e dimensioni, noi Reggae Girlz siamo un mosaico di rappresentazioni e credo che questo sia bellissimo. Il motto della Giamaica è “Da molti, un solo Popolo” e credo che la nostra squadra lo rispecchi decisamente”

Rikke Laentver Sevecke, Danimarca

“La mia speranza per il calcio femminile in Danimarca è che un giorno le nostre giocatrici non debbano più andare all’estero per sviluppare il loro gioco, ma che possano rimanere nel loro Paese e giocare a livello professionistico. Vivere in altri Paesi e conoscere culture diverse è un’esperienza straordinaria, ma la parte più difficile è stare lontano dalla famiglia e dagli amici”

Charli Grant, Australia

“Nella società australiana il calcio oggi è una piattaforma per promuovere l’attività fisica e, al tempo stesso, un luogo sicuro per costruire amicizie. Il calcio femminile è diventato uno spazio sociale in cui le persone possono esprimere loro stesse e sentirsi sicure delle proprie personalità”

Luana Bühler, Svizzera

“Il calcio significa vivere un sogno, per me e per molte bambine là fuori. Sono così orgogliosa e grata di avere il privilegio di rappresentare il mio Paese facendo ciò che amo di più…”

Rebecka Blomqvist, Svezia

“Mi piace che il calcio faccia parte della mia vita e cerco di cogliere ogni opportunità per trarne il meglio in termini di prestazioni, ma anche per godermi tutti i momenti condivisi con le compagne di squadra. Il calcio significa molto per me. È il mio lavoro, ma anche il mio passione, è quello che ho sognato e quello che voglio davvero fare. Per me il calcio è molto, molto importante. Tutto finirà un giorno. Ho sentito persone dire che mi mancherà soprattutto la sensazione dello spogliatoio, lo stare accanto a compagne di squadra e amiche ogni giorno”

Claudia Bunge, Nuova Zelanda

“Rappresentare il mio Paese significa giocare per le mie compagne di squadra e la mia famiglia, ma anche per altre giovani neozelandesi. Spero che, guardandomi giocare, le persone capiscano quanto adori il calcio, e che questo le ispiri a fare lo stesso con qualsiasi cosa abbiano scelto di fare nella vita .”

Per l’intera serie, visitate Goal Click. 

Credits: Goal Click


Patrick Stangbye e le prospettive del running

Le virtuose visioni dell’ultrarunner norvegese, Creative Director di ROA Hiking

“Le prospettive dell’ultra running sono preziose. Io corro per queste prospettive. Alcune sono personali, altre riguardano la società e il mondo che ci circonda. Quando corro mi focalizzo sugli obiettivi a breve termine, ma rifletto anche sulla vita e sul lavoro… Il bello di questo sport è che ti permette di processare in continuazione pensieri e idee. Durante i miei allenamenti ho tempo per affinare concept e progetti: correre la domenica o tutte le mattine per qualche ora è molto più utile di stare un’intera giornata davanti al computer, dove devi rispondere alle mail e testare continuamente lo stress. In generale in questo momento della vita mi sento legato al concetto di essenzialismo: penso che la reale qualità venga prodotta dall’allontanamento di distrazioni e informazioni accessorie. E il running si associa perfettamente a questa visione”

L’essenzialismo teorizzato da Patrick Stangbye è una personale dottrina filosofica, è un melting pot di arti contemporanee, attenzione estetica, sensibilità ecologica e puro running. Creative Director di ROA Hiking e ultra runner, i vari interessi di questo multidisciplinary creative strategist sono linee che convergono e si contaminano, tramutandosi in rilevanti performance atletiche e progetti che uniscono la coscienza all’innovazione. Il percorso di questa mente scandinava pare una traiettoria priva di stasi e barriere che, oggi, dopo un lungo apprendistato in giro per le montagne e gli showroom di tutta Europa, tende verso il futuro del running e della sua comunicazione.

"Sono cresciuto nella periferia di Oslo, mi separava solo una strada dai boschi. La natura era il mio parco giochi, mi piaceva interagire con i suoi elementi. La MTB ha allevato la mia creatività, per fare freeride costruivo ostacoli e salti, sembrava di giocare con un grande set LEGO… D’inverno, poi, tutto diventava perfetto per lo snowboard. Contemporaneamente ero molto legato alla musica e questa passione mi ha spalancato le porte del fashion. Tanti artisti vestivano marchi specifici, capaci di determinare una precisa identità. Ho capito che il fashion non era solo opulenza, così mi sono educato facendo ricerche su internet, all’epoca IG non esisteva, e ho iniziato a lavorare per un retail store a 16 anni. Dopo poco tempo mi sono trasferito a Parigi, dove ho studiato e lavorato per un contemporary luxury store e a 25 anni ho deciso di diventare un professionista freelance. Lungo questa maturazione ho incontrato il trail running. Mi stavo preparando per una maratona e durante gli allenamenti ho capito che preferivo correre a contatto con la natura. Non mi ero mai visto come una persona da sport endurance, ma ho vissuto l’avvicinamento al trail come una sfida e ho amato ogni secondo di quell’epifania. Ho scoperto tardi questo sport, è vero, ma ho subito capito che era connesso con le sensazioni e le esperienze della mia infanzia. Con il trail ho incontrato una community e degli esseri umani realmente interessanti, anche grazie al contatto con loro ho posto le basi ideologiche del mio attuale lavoro”

L’attuale lavoro di Patrick Stangbye si concentra sullo sviluppo di visioni che partono dalla semplice complessità del running per esplorare e definire un marketing virtuoso. La semplice complessità di una community che riesce a parlare tanto al singolare, quanto al plurale. La semplice complessità di una community che ha bisogno di storie ed esempi reali, ma anche di ideali e traguardi tangibili, come la sostenibilità ambientale. La semplice complessità di una community che Patrick Stangbye ha avuto modo di studiare e assimilare in tutte le sue forme. Dai paesini di montagna norvegesi all’asfalto milanese. Dalla fatica ad alta quota ai trend metropolitani. Perché si annida qui, all’intersezione tra cultura e prodotto, la ricerca di questo creativo norvegese.

“Mi piace comunicare per e con persone che hanno una sensibilità vicina alla mia. E nella community del running ho trovato esattamente questa tipologia di esseri umani. Anche se il runner medio continua ad essere bianco e appartenente all’alta borghesia, sento che questa situazione si sta continuando ad evolvere. Quando ho iniziato a correre, tante persone non potevano sentirsi parte di questo universo. Io non ho mai avuto questo problema. Adesso fortunatamente la percezione del running è cambiata e sta continuando a cambiare, chiunque può essere un runner, e sempre più persone comprendono il beneficio di una vita attiva. È necessario che i brand abbiano una narrazione concentrata sulla sostanza, su storie vere, e che i loro prodotti rispettino quanto viene comunicato. ROA per esempio non è uno sport brand, ma un cultural brand, connesso alla montagna e al rapporto tra natura e uomo: per me è cruciale sviluppare questo concetto ed educare le persone a riguardo. Le nuove generazioni hanno capito che l’eccesso del lusso ha smesso di essere appetibili come prima, la salute delle persone e del pianeta sono invece argomenti cruciali, che hanno creato un differente mindset in chi ci circonda. Io non sono più affascinato da ciò che non è sostenibile e ritengo importantissimo che anche ROA stia seguendo questa direzione, puntando sulla circolarità e sull’impatto ambientale sia sotto il punto di vista della comunicazione, che della produzione. Spero che i brand possano smettere di essere dannosi per l’ambiente. È un sogno utopico, ma sono sicuro che possa realizzarsi con la creazione di un giusto ecosistema in cui la competizione tra aziende passa in secondo piano, lasciando spazio alla cooperazione per un bene più grande”

Questo creativo errante, ispirato dall’attitude di ultrarunner iconici come Anton Krupicka, divide tracce e riflessioni tra selvagge vette norvegesi, come il fiabesco Slogen, e la sublime catena alpina, dove prepara future gare sui 100 o più chilometri. Quando parla delle sue esperienze montuose, Patrick Stangbye utilizza spesso la parola arricchimento. Un arricchimento complementare a quello urbano, sviluppato nella sua seconda casa di Milano, città che permette all’essenzialismo di questo creative strategist d’inglobare vibe e ispirazioni magmatiche, destinate allo sviluppo di nuove, stratificate prospettive.

“Amo i luoghi di montagna, mi permettono di incontrare persone e community locali, capaci di trasmettere sia nozioni culturali, che preziose indicazioni tecniche su scarpe ed equipment. Non riuscirei però a vivere solamente ad alta quota, perché la città mi regala impulsi estremamente importanti. Arte, musica, fashion… Per me tutto è connesso, tutto sto accadendo ed è fondamentale vedere una certa mostra o un certo film, mangiare in un determinato posto e incontrare persone con un mindset radicato nella contemporaneità. In montagna il rischio è di essere isolati e di perdersi una vasta serie d’informazioni. Sono sicuro di una cosa, però, sarei molto felice se le persone cominciassero ad avere più comfort nelle loro vite urbane grazie ad esperienze ‘uncomfort’ vissute in montagna. La mia prossima esperienza sarà una gara in Svizzera a settembre, non mi sto preparando per vincere, mi sto allenando per fare bene e sentirmi bene. Questo, in fondo, è ciò che amo fare”


WATERCROSS

Dalla neve all’acqua: lo shortdocu di Adam Amengual ci fa scoprire un’atipica disciplina sportiva

Se non sapete cos’è il Watercross, non preoccupatevi, non siete i soli. Immaginate veloci motoslitte, create ovviamente per la neve, che fendono l’acqua a quasi 100 km/h. Suona strano, vero? Eppure da tempo questo incrocio di scenari e motori ha creato un microcosmo sospinto dalla pura passione. ‘Watercross’ è anche il titolo dell’intimo cortometraggio diretto da Adam Amengual, un poetico e dinamico viaggio documentaristico tra le parole, i rumori e le emozioni dei giovani rider che stanno evolvendo questa atipica forma di competizione. Dalla neve all’acqua. Dalle montagne ai laghi. Il regista statunitense ci aiuta a scoprire un tanto irrazionale, quanto accattivante cortocircuito visivo e cognitivo, introducendoci una pellicola che parla di fluidità, amore, potenza e, soprattutto, comunità.

“Ho incontrato questo sport quasi per caso una decina d’anni fa. Stavo facendo delle ricerche su internet e ho visto che c’era un evento nel New Hampshire, nella cittadina di mio padre. È stata una pura coincidenza. All’epoca ho scattato solo una serie fotografica, d’altronde non ero ancora focalizzato sulla produzione video. Ora le cose sono cambiate, e ho pensato di tornare a ritrarre questa atipica community sportiva, creando uno documentario. Questa disciplina nasce come hobby offseason per coloro che vanno sulle motoslitte e, nel tempo, si è trasformata in molto più. Quando entri in contatto con questi atleti, percepisci la passione totalizzante che nutrono verso questo sport. Non lo fanno per soldi, social e fama. L’essenza del Watercross risiede semplicemente nell’amore per questi mezzi e nella condivisione di questo legame. È un piccolo mondo, dove i giovani rider sono circondati da genitori, fratelli, sorelle e parenti. Tutti sembrano parte di una grande famiglia, dove la competizione è forte, ma non è tutto. Credo che questo sport sia estremamente estetico per la sua fluidità e intensità, le motoslitte raggiungo velocità molto elevate e i rider devono gestirle tra curve e manovre acquatiche. Non c’è differenza tra ragazzi e ragazze, la partecipazione è eterogenea, così come il desiderio di sporcarsi le mani lavorando su motori e dettagli meccanici. In questo cortometraggio ho provato a ritrarre le caratteristiche e i volti di un microcosmo sconosciuto a molti, sottolineando la tangibilità dell’evento, delle storie che lo popolano e dei rapporti umani che lo circondano”