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Grazie a Nike, abbiamo partecipato ad uno speciale workshop, guidato dalla filosofia artistica di Marcello Pipitone ed ispirato dall’oggetto sportivo più chiacchierato del momento, nonché eterna musa stilistica: la maglia da hockey

Vedi muovere le mani di Marcello Pipitone tra tessuti e ricami, e pensi subito ad un’artigianalità profondamente artistica: al gesto che si fa portatore di studio e cultura, a paradigmi sportivi, in questo caso specifico hockeistici, che mutano forma a contatto con design e intuizioni visuali, non perdendo di significato, ma alimentando la loro stessa essenza. Poi, tracci la biografia in salsa power play di questo talentuoso artista milanese, e comprendi l’effettiva connessione tra la sua visione e la dimensione del rink. 

Una connessione celebrata durante un momento storico per l’hockey mondiale, quello contemporaneo, e al fianco di un partner, Nike, che sta scandendo il processo di evoluzione culturale della disciplina stessa, all’interno e all’esterno del ghiaccio. Da questa sinergia è scaturito prima un pezzo unico, un arazzo variopinto, composto da dettagli estratti dai kit di federazioni internazionali unite dallo Swoosh; poi un workshop alimentato dalle infinite suggestioni che l’hockey sa sprigionare negli occhi di chi le sa osservare. 

Circondati dalle liriche grafiche preparate per l’occasione, abbiamo avuto modo di chiacchierare con Pipitone stesso, scoprendo i punti di contatto tra la sua filosofia artistica e il regno cinetico popolato da bastoni e puck. Un regno di cui Pipitone si fa portatore responsabile, e sincero appassionato. 

Nike & Marcello Pipitone workshop special graphic
Marcello Pipitone and his special tapestry made in collaboration with Nike
Nike & Marcello Pipitone workshop
Marcello Pipitone special tapestry made in collaboration with Nike
Marcello Pipitone special tapestry made in collaboration with Nike

Per prima cosa, ci piacerebbe sapere com’è l’hockey visto attraverso il filtro di un artista. Che suggestioni ti trasmette questa disciplina, osservata dal vivo? Che sfumature artistiche trovi dentro il rink?

“Il mio primo contatto con l’hockey risale a quando frequentavo la mia compagnia di quartiere a Milano, vicino all’Agorà (storico stadio del ghiaccio cittadino ndr). Lì, giocava l’Hockey Club Saima. Ricordo ancora l’arena: è la stessa che appare nel video di ‘Madonna’ di Ernia e Rkomi. Sei/sette anni fa ho visto la mia prima partita: un momento fondativo. Quando ho iniziato a elaborare concetti artistici e socioculturali legati all’hockey, il mio pensiero è tornato subito a quell’esperienza e alla realtà della Saima. L’ambiente era qualcosa di unico: tifosi del Milan e dell’Inter nella stessa curva, a cantare insieme gli stessi cori. Una cosa surreale. Fuori dal palazzetto, rimaneva addosso una sensazione di libertà difficilmente spiegabile. C’è un aspetto che mi ha colpito del gioco in sé: la violenza controllata. Vedi giocatori che si scontrano duramente, che sembrano farsi davvero male, e un attimo dopo si stringono la mano come se nulla fosse. È, per certi versi, una dinamica simile al rugby: quasi sconcertante nella sua naturalezza. Due squadre opposte che si affrontano con estrema intensità, ma all’interno di un codice basato sul rispetto assoluto. Questo equilibrio tra performance e rispetto è, per me, potentissimo. Dal punto di vista atletico, l’hockey è una delle discipline più complesse in assoluto: richiede eccellenza nel pattinaggio, equilibrio, coordinazione con la mazza e gestione del disco. È impossibile non provare ammirazione per questi atleti. 

C’è anche un altro elemento che mi affascina: in Italia è uno sport poco seguito, e questo rende ancora più evidente la dedizione dei giocatori, che spesso non guadagnano quanto potrebbero altrove, oltreoceano o nei Paesi nordici per esempio... Tutto questo, m’infonde un senso di purezza sportiva. Dagli spalti, l’hockey appare sotto forma di suoni ed esplosioni fisiche. L’energia sprigionata dai corpi è impressionante. Gli scontri contro le barriere, le frenate improvvise a velocità massima, le curve perfette… La precisione è d’obbligo. A differenza di altri sport, dove può entrare in gioco la casualità, qui tutto dev'essere, in qualche modo, perfetto. Basti pensare al portiere, che copre quasi interamente la porta: o il tiro è impeccabile o il puck non entra. Ai miei occhi, quella ricerca di perfezione nel pieno movimento diventa espressione artistica. È un equilibrio costante tra controllo tecnico e violenza degli impatti. Come spettatore sei in tensione: sei spaventato, coinvolto. Vedere un giocatore che si rompe due denti e subito dopo segna... Ti lascia senza parole. Come ho già detto, anche il tifo è diverso. Non è come in uno stadio dove, se la curva tace, cala il silenzio. Nell’hockey senti tutti: ognuno urla, reagisce, partecipa. Basta uno scontro o una parata per generare reazioni individuali e collettive. La partita di hockey è un’esperienza totale: fisica ed emotiva”

Nike & Marcello Pipitone workshop

Allo store abbiamo potuto ammirare il tuo speciale ‘arazzo’. Com’è stato pescare dall’archivio contemporaneo di Nike, e dai design delle Federazioni che sponsorizza, per plasmare quest’opera? E cos’hai voluto comunicare con questa composizione?

“Il processo è stato sintetico e diretto. Ho immaginato una grande bandiera che rappresentasse il campo da gioco, e ho inserito al suo interno i tessuti delle diverse maglie, creando linee che reinterpretassero i segni impressi dalle lame sul ghiaccio. In quelle linee ho intravisto un’affinità e un’assonanza grafica con il Biscione di Milano, così ho deciso d’integrarlo. Il processo creativo è stato abbastanza rapido: ho seguito suggestioni e intuizioni, lavorando fin dall’inizio su connessioni che mi sembravano forti e coerenti. Quando ho iniziato a studiare le grafiche e i design Nike, ho sentito la necessità di dare voce agli elementi dei vari kit. Le uniformi da hockey hanno un qualcosa di bellico: mi ricordano le armature dei samurai, oggetti progettati per la battaglia. Allo stesso tempo, le forme dei pattini, dei guantoni e delle protezioni raccontano un mondo di ricerca e funzionalità. Mi sono reso conto che sarebbe stato impossibile analizzare ogni singolo elemento in profondità. 

Ho scelto un approccio umile, fatto prevalentemente di ricerca storica: ho preso tutto ciò che la divisa può rappresentare, tra passato e presente, e l’ho unito ai contesti originari dell’hockey… Parlo del ghiaccio, dei laghi, della montagna, degli ambienti naturali che circondavano i pionieri di questi sport, così come continuano a circondare coloro che lo praticano in scenari outdoor. Collaborare con Nike è sempre straordinario: la cura per ogni dettaglio è incredibile. Ho notato differenze tra le maglie delle varie nazioni che non mi aspettavo: patch posizionate in modo unico, simboli esclusivi, cuciture diverse... Mi vengono da citare, su tutti, il leone della Finlandia, le patch del Canada e i simboli della squadra americana. Ho sentito il dovere di lasciare visibili questi elementi. Da qui, è nata l’idea delle linee parallele, come le gambe dei giocatori che incidono il ghiaccio. Disegnandole, è emersa una sorta di scacchiera ondulata, un disegno astratto che poi ho trasformato in cartamodello. Cerco sempre di creare qualcosa che, prima di tutto, dia piacere allo sguardo, e devo ammettere che, anche sotto questo punto di vista, lavorare su quest’opera è stato molto appagante”

Nike & Marcello Pipitone workshop
Marcello Pipitone and his special tapestry made in collaboration with Nike

Parlando sempre di quest’opera, cosa ci dicono le tue prospettive artistiche, ma anche di appassionato sportivo e fashion, della maglia da hockey intesa come oggetto al di fuori del campo? 

“La maglia è probabilmente l’elemento più accessibile e sdoganato dell’hockey. Pur essendo così unica nel suo genere, paradossalmente, viene indossata con grande naturalezza anche fuori dal contesto sportivo. Puoi metterla sopra una felpa, renderla un layer a sé stante… E questo le dà una forza stilistica particolare. A differenza di altre discipline, le maglie da hockey non risultano eccessivamente aderenti. Nel rink, non ritrovo quell’ossessione per la silhouette ‘compressa’, che negli anni ha cambiato l’estetica del calcio o del basket. L’hockey mantiene una vestibilità più libera, più autentica, che permette a chiunque di indossarla con sicurezza. Questa libertà di forma rende, a mio avviso, la maglia da hockey un oggetto estremamente contemporaneo, facile da integrare nel guardaroba”

In questo workshop hai preparato una serie di grafiche surrealiste: dei veri e propri collage ispirati dalla musa hockeystica. Che dettagli hai voluto celebrare in queste composizioni? 

“La maschera del portiere è uno degli elementi più suggestivi. Porta con sé degli echi medievali, sembra una componente di un’armatura antica. Anche le protezioni sulle gambe di ogni ‘goalie’, con quelle strutture parallele pensate per scivolare sul ghiaccio, sono incredibili dal punto di vista estetico. In realtà, tutto l’equipaggiamento è visivamente e artisticamente stimolante. Studiando prodotti Nike del passato ho trovato design, linee e soluzioni mai utilizzate in altri sport. Partendo dalla semplice forma del pattino, per esempio, ho sviluppato oggetti ibridi e indefiniti, a metà tra un ferro da stiro e uno yacht. 

In generale, mi affascina anche tutto ciò che ruota attorno al gioco: le macchine che levigano il ghiaccio, quasi piccoli camion tecnici; la rete che deve resistere a tiri violentissimi; le strutture in plexiglass contro cui i giocatori si schiantano. Sono dettagli che, da spettatore, ti lasciano a bocca aperta. Nel workshop ho voluto essere diretto, quasi didascalico, per lasciare spazio alla partecipazione. Ho unito materiali delle divise a immagini di ghiacciai e laghi ghiacciati, recuperate anche tramite ricerche satellitari. Per le grafiche impresse sulle maglie, oltre a celebrare i dettagli dell’hockey, ho lavorato su diverse tonalità e regolazioni cromatiche, offrendo più varianti tra cui scegliere. Con la mia macchina da ricamo, ogni partecipante ha anche potuto personalizzare il proprio pezzo. È stato interessante vedere come alcuni abbiano sovrapposto stampe creando combinazioni che io stesso non avevo immaginato. Sono dell’idea che nei workshop sia giusto lasciare spazio all’interpretazione: non serve forzare il concetto, ma attivare un processo creativo condiviso”

Dopo quest’immersione nella cultura e nell’immaginario hockeystico, credi che questa disciplina continuerà a far parte della tua produzione artistica? E se dovessi ipotizzare un progetto ideale, legato all’hockey, cosa immagineresti?

“Sicuramente. Quando mi è stato affidato questo progetto ho scoperto che un mio amico gioca a hockey da tutta la vita e mi ha fatto conoscere un negozio specializzato a pochi metri dal mio studio. Entrarci è stato come spalancare una porta su un mondo nuovo. Mi piacerebbe visitare le fabbriche dove vengono realizzati guanti e pattini, capire come vengono assemblati. Alcuni oggetti sono talmente complessi che avresti bisogno di vederli nascere per comprenderli davvero. Non so se in Italia si produca qualcosa per l’NHL, ma sarebbe interessante scoprirlo. Inoltre, so che verrà ricreata una squadra di hockey a Milano. Se sarà così, mi piacerebbe consegnare la bandiera che ho realizzato al club, e vederla appesa nell’arena di gioco. Quindi sì, credo proprio che questo dialogo con l’hockey non sia finito. Anzi, è solo all’inizio”

Nike & Marcello Pipitone workshop special graphic
Marcello Pipitone special tapestry made in collaboration with Nike