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Le parole e lo short film di Mathieu Richer Mamousse raccontano il Blind Football femminile dell’SC Schiltigheim

L’SC Schiltigheim è più di una squadra di Blind Football, è l’epicentro francese del movimento femminile di questo sport. Nello short docu ‘Blind Goals’, Mathieu Richer Mamousse ha ritratto questo microcosmo calcistico, evidenziando le sue evocative unicità e il suo prezioso valore nella complessa evoluzione del sistema sportivo paralimpico, e della sua dimensione femminile.

La testimonianza di Mathieu non si limita ad introdurre questa significativa produzione, ma ci permette di comprendere le vite, i sacrifici e le gesta di queste atlete: informazioni verbali e visuali che trasformano il calcio nella più pura forma di comunicazione, in una lingua universale che troppo spesso non viene ascoltata, o raccontata. 

Quali sono le origini di ‘Blind Goals’ e come sei entrato in contatto con l’SC Schiltigheim?

A livello professionale, ho incrociato la mia strada con diverse storie sportive. Mi piace trattare questo tipo di argomento. Documento storie sportive soprattutto per ciò che le circonda: le persone, i percorsi individuali e collettivi... Le storie interessanti sono soprattutto femminili, perché spesso coincidono con mancanza di fondi e di rappresentazione. Tante atlete che ho incontrato investono i propri soldi nella loro passione. Il progetto ‘Blind Goals’ è nato casualmente quando, scorrendo video YouTube, sono stato affascinato dal Blind Football. Ho fatto un po’ di ricerca e scoperto l’SC Schiltigheim, un club vicino a Strasburgo. Hanno una nota squadra maschile, ma nel loro sito ho visto anche una sezione femminile. Le ragazze che ne fanno parte arrivano da tutta la Francia. Solo 2 o 3 giocatrici sono della regione, alcune arrivano da distantissimo per allenarsi. Riescono a trovarsi poche volte ogni mese, ed è a tutti gli effetti l’unico club di Blind Football femminile in Francia. Le ho contattate e mi hanno detto che avrebbero avuto un meeting, l’IBSA Blind Football Grand Prix. Avrebbero affrontato la nazionale tedesca e austriaca. In questi Paesi ci sono diversi club femminili, sparsi su più città, e la selezione nazionale avviene su ampia scala. In Francia è diverso. L’SC Schiltigheim è, di fatto, la Nazionale.

Sei un appassionato di calcio? E com’è stato documentare il rapporto tra queste ragazze e il Beatiful Game? Cosa ti ha colpito di più?

Sono un appassionato fin dall’infanzia. Sono nato a Parigi e ho cominciato presto ad andare allo stadio, a tifare un PSG ancora povero. Ricordo Bernard Lama in porta. Poi mi sono trasferito a Marsiglia, un altro hotspot calcistico... Il primo approccio con l’SC Schiltigheim è stato distopico, surreale, perché tutto cambia e ruota intorno ai suoni. Hai tutti questi rumori, questi piccoli dettagli che puoi scoprire... Durante le riprese eravamo solo io e il DOP, un mio amico. Per la prima volta abbiamo fotografato e ripreso persone che non potevano vederci. Abbiamo imparato un nuovo codice comunicativo. Solitamente in uno spogliatoio i giocatori cambiano, quando ci sono le telecamere. Tendono a recitare, ad essere tese o spavalde... È la consapevolezza della propria immagine. Ma in questo caso tutto era differente, decisamente puro. È stato emozionante, perché abbiamo raccolto emozioni senza filtri. Non pensavano a quello che stavano facendo, semplicemente facevano. In particolare, ho apprezzato il momento del bendaggio prepartita e del gioco. Tutte le ragazze devono indossare delle bende, per pareggiare i vari tipi di cecità. È un’immagine forte, ma per me non è stato un momento triste. È stato un momento fantastico, di preparazione e condivisione collettiva. In campo mi ha colpito la fisicità di questo sport. I corpi si scontrano, la competizione è pazzesca, senza degenerare nell’aggressività. Nel documentario si possono vedere i dettagli delle varie abrasioni...

La voce narrante del docu è della capitana e leader dell’SC Schiltigheim. Puoi descrivercela? E puoi riassumere i suoi concetti?

È una donna eccezionale. È non vedente dalla nascita e arriva da una famiglia gipsy dell’est della Francia. Ha deciso di costruirsi una strada, di fare qualcosa di differente, e ha lasciato la sua comunità. Ora guida un coro europeo di non vedenti ed è coinvolta in molte associazioni impegnate nel promuovere i diritti femminili, non solo in ambito sportivo. È carismatica e ha molto da dire. Mi ha confidato che ascoltare il calcio rappresenta una vera libertà. Una volta che è sul campo, insieme alle sue compagne, si sente libera. Non deve pensare ai bastoni, alle strade, all’aiuto delle persone o allo stare attenta... In campo deve seguire i suoni, correre, scontrarsi con le avversarie e calciare. Ecco perché, per queste ragazze, il calcio è una forma di libertà.

Durante i Giochi Paralimpici il Blind Football femminile non è stato rappresentato. Perché molte discipline sportive femminili faticano ancora a porre radici nella società e ad avere il giusto spazio nelle piattaforme di massa? Come può evolversi questa situazione?

Penso sia ingiusto e non ne capisco il motivo. O meglio, sicuramente ci sono delle chiare logiche economiche, ma Paesi avanzati come la Francia devono investire soldi nella sfera sportiva femminile, così come nelle sue ramificazioni paralimpiche. La società moderna non capisce che nel 2024 ci sono ancora molti problemi nel rapporto tra sport e donne. La Federazione calcistica francese è una miniera d’oro, e queste persone non chiedono molto, basta poco per costruire dei campi da Blind Football, dotati delle opportune strutture... Onestamente non so perché questo tipo di richiesta venga ancora ignorato. Ora nello staff dell’SC Schiltigheim ci sono molte ragazze a cavallo dei 30 anni, e sono convinto che cambieranno le carte in tavola, facendo dei passi avanti e mettendo più in luce le storie di questa squadra e di questo sport. Le Paralimpiadi sono state eccezionali. In Francia sono state trasmesse in chiaro dalla mattina alla sera per la prima volta nella storia. Io sono andato a vedere diverse competizioni, è stata un’esperienza eccezionale... Ripeto, sono consapevole che lo sport sia un’industria, ma penso che ogni Paese debba porre più attenzione su questi atleti. Le Olimpiadi sono meravigliose, ma i Giochi Paralimpici sono un’altra cosa. Questi atleti hanno un rapporto assurdo con la performance, e condividono delle storie ancora più emozionanti, folli, significative. La mentalità cambierà, passo dopo passo.