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L’elevazione è un’antico desiderio umano: l’impulso di alzarsi oltre ciò che è dato, di sfidare la gravità sia essa fisica, sociale, simbolica, e trasformare lo sforzo in significato. Ma l’elevazione appartiene anche, in modo profondo, allo sport

Molto prima di diventare una tendenza visiva, l’elevazione viveva nel mito e nel rito, nelle visioni rinascimentali del volo e nel sogno senza tempo di diventare più leggeri del mondo. Non solo nel balzo letterale, nel jump shot, nel volteggio, nel respiro sospeso dell’atleta a mezz’aria, ma soprattutto nell’ascesa figurata: il desiderio di elevare una disciplina oltre la performance, di farne cultura, immagine, linguaggio.

Mathieu Forget si colloca esattamente in quell’intersezione, dove l’elevazione è insieme gesto e filosofia. Nel suo lavoro, il salto, un movimento classico del vocabolario della danza, si trasforma in un metodo creativo. Il corpo avvia la spinta, ma è la fotografia a completarla: congela una frazione di tempo in un simbolo durevole, trasforma il movimento in un’affermazione. Cosi, ciò che nasce come impulso atletico diventa una forma di autorialità, un modo per ribadire che lo sport non è soltanto risultati, ma anche presenza, bellezza, racconto: un’architettura emotiva di cosa significhi muoversi.

L’elevazione del ‘The Flying Man’ continua a evolversi, espandendosi in contesti, territori e storie. L’architettura diventa una tela. Parigi, New York, il mondo: ogni luogo non è semplicemente uno sfondo, ma un collaboratore, una superficie su cui il movimento può riscrivere il significato dello spazio. E mentre la pratica di Mathieu Forget passa dal mettersi lui stesso nell’inquadratura all’invitare gli atleti nel suo linguaggio, l’elevazione diventa comunitaria: una coreografia condivisa in cui sport e arte si incontrano senza bisogno di traduzione.

L’Atleta

“Credo che tutto sia iniziato con mio padre. Era un tennista professionista e ho viaggiato con lui e con mia madre in giro per il mondo. Sono cresciuto dentro il tennis, circondato da atleti e da persone profondamente legate allo sport. Fin da piccolo mi hanno sempre interessato il movimento e la performance.

Da adolescente ho sviluppato anche una grande passione per la danza e la musica. Quando a 15 o 16 anni ho scoperto l’hip-hop grazie a MTV, per me si è aperto un mondo completamente nuovo. Amavo l’aspetto visivo del performare, ma anche la sfida fisica che c’è dietro. Ripensandoci, credo che uno dei motivi per cui oggi lavoro nelle arti visive sia che sono cresciuto nell’epoca dei videoclip. Michael Jackson, Justin Timberlake e tanti artisti della mia generazione mi facevano sognare di andare negli Stati Uniti, perché era lì che succedeva tutto. MTV era la mia Bibbia. Volevo vivere dentro quello schermo.

I miei genitori mi dicevano che, se fossi stato bravo nello sport, avrei potuto ottenere una borsa di studio. In quel periodo giocavo a tennis seriamente e alla fine ne ho ricevuta una che mi ha permesso di studiare negli Stati Uniti. Lì ho iniziato ad allenarmi come un atleta professionista, tre o quattro ore al giorno. Sono migliorato molto, al punto da dovermi chiedere: ‘divento professionista nel tennis o mi dedico completamente alla danza e alle arti?' L’America ha un sistema in cui tutto sembra possibile. Puoi fare danza, recitazione, fotografia, musica classica e tennis e, in qualche modo, far funzionare tutto. Quell’ambiente mi ha davvero aiutato a capire chi volevo diventare. Nel tennis si trattava di vincere le partite. Nella danza si trattava di andare più in alto, fare movimenti più belli, mettermi alla prova nei programmi TV e infine esprimermi. C’erano molti motivi dietro alla mia motivazione.”

Il Fotografo

“La fotografia è iniziata quando mi sono trasferito negli Stati Uniti. A un certo punto volevo indipendenza economica. Quando ho avuto l’opportunità di trasferirmi a New York e ottenere un vero lavoro che unisse sport e creatività, mi è sembrato perfetto. Sono diventato il direttore creativo di un social club di ping-pong a New York. Sembra strano, ma era il mio lavoro. Stavo imparando sviluppo business, social media, budgeting e produzione. Continuavo a danzare, continuavo a sperare di entrare nei videoclip e in progetti creativi. Per un artista è sempre difficile guadagnarsi da vivere, soprattutto all’inizio. Cerchi continuamente il prossimo ingaggio, chiedi agli amici se ci sono opportunità, speri che qualcuno ti paghi per fare ciò che ami, e inizi con molti progetti che non sono pagati affatto.

In quel periodo Facebook e Instagram stavano appena iniziando a diventare strumenti di lavoro. Ho capito che dovevo capire quel mondo. Non volevo aspettare che qualcuno mi chiamasse. Volevo far conoscere il mio nome. All’epoca l’unico modo per crescere su Instagram era pubblicare spesso foto forti, così ho iniziato a postare ogni giorno.

New York era la Mecca della street photography e ho usato i social media per connettermi e collaborare. Ho mandato centinaia di messaggi. Alcuni dicevano no, altri dicevano sì, e molti sono diventati amici. Piano piano ho costruito una comunità. Grazie a loro ho imparato davvero la fotografia: ISO, tempi, diaframma, luci, angoli. Ogni momento libero lo passavo fuori a scattare. Ho scoperto la città, ho fatto nuove amicizie e ho creato nuove opportunità. 

Secondo me, perché un’immagine duri nel tempo, deve avere una storia dietro. Non penso che le mie foto siano migliori delle altre. Molti fotografi sono tecnicamente più bravi di me. Ma le mie immagini sono autentiche. Dentro c’è un racconto vero e ci sono ore e ore passate a costruire la mia competenza, e questo nessuno può portarmelo via. Col tempo ho aggiunto nuove abilità: fotografia e filmmaking, ma alla fine ho sempre danzato. Ho sempre fatto sport. Invece di scegliere tra essere un ballerino o un fotografo, ho deciso di mescolare tutto insieme. È diventata la mia firma. Credo che la vita debba essere un’accumulazione di ciò che ami e delle competenze che costruisci.”

The Flying Man

“Dopo cinque anni di lavoro, scatti e collaborazioni in città diverse, avevo qualche migliaio di follower. Sono arrivati i primi piccoli accordi con i brand e dovevo continuare a ‘nutrire’ il mio Instagram. Più energia ci mettevo, più risultati ottenevo, e questo mi motivava. Così ho comprato una macchina fotografica. Poi un treppiede. Ho iniziato a scattare da solo e a condividere il dietro le quinte.

Poi un giorno un video su TikTok ha raggiunto 15 milioni di visualizzazioni. Tra tutte le idee che avevo provato, una finalmente aveva funzionato. E nel mondo digitale, quando qualcosa funziona, cerci di esplorarlo il più possibile. Sistemavo la camera, saltavo davanti all’obiettivo, mostravo il processo e scattavo la foto. È così che è nato il concetto di ‘Flying Man’. Col tempo ho sviluppato questo stile in visual di livello più alto: camere migliori, produzioni più grandi e idee più ambiziose. Oggi ho la mia società di media e produzione che mi segue nei progetti, sia personali sia per i brand.”

 

L’Artista

“Non ho inventato nulla. Nella storia, gli esseri umani sono sempre stati affascinati dalla levitazione. Nell’arte rinascimentale disegnavano già figure che volavano. Icaro sognava di volare. È un’idea senza tempo. Artisti come Philippe Halsman, Yves Klein e Salvador Dalí hanno esplorato come congelare il movimento e farlo apparire surreale e magico.

Il mio lavoro parla davvero del rapporto tra limite e libertà. Di come il corpo possa diventare un modo per esprimere resilienza e ambizione. Attraverso questi momenti di sospensione ed elevazione cerco di trasformare sforzo, gravità e costrizione in simboli di crescita personale. In fondo, voglio che le persone vedano i limiti non come qualcosa che ci trattiene, ma come il punto di partenza per diventare più di ciò che pensavamo possibile.

Nella danza, dalla breakdance al balletto, il salto è sempre stato parte del vocabolario. Quando congeli un salto nel tempo, crei l’illusione del volo, dell’uscire dalla gravità anche solo per un istante. Questa idea mi ha sempre affascinato e ho cercato di esplorarla a modo mio, con il mio linguaggio e la mia sensibilità.

Ho anche ottenuto visibilità perché ho capito presto come funzionava lo spazio digitale. Sono stato tra i primi a condividere davvero il processo completo. Mostrare il prima, il durante e il dopo ha reso il lavoro più onesto e più umano. Ha permesso alle persone di connettersi non solo con il risultato, ma con lo sforzo che c’è dietro. Credo che sia questo ad aver portato, alla fine, a milioni di visualizzazioni. Non ho inventato il salto. Ho solo contribuito a renderlo popolare.”

L’Elevazione

“Come ballerino, sei a tutti gli effetti un atleta, quindi il movimento è sempre stato centrale nella mia vita. A New York ho collaborato con atleti di sport estremi, artisti, pittori. Quando sono tornato a Parigi sei anni fa, il mio lavoro ha ottenuto più attenzione mediatica, e questo mi ha dato nuova visibilità.

Poi mi ha contattato il team delle Olimpiadi di Parigi. È stato un onore. I Giochi tornavano nella mia città e volevano fondere arte e sport. Il loro storytelling era unico. Tutto si è allineato. Ho iniziato visitando da solo le location olimpiche — Roland-Garros, campi da golf — e interpretando lo sport attraverso il mio corpo. Poi ho cominciato a incontrare gli atleti e a improvvisare foto con loro. Da lì mi è venuta un’idea nuova: ‘invece di essere sempre io il soggetto, perché non portare gli atleti nel mio mondo e farli danzare con me?’ È diventata una nuova serie. Brand, musei e istituzioni si sono interessati.

A un certo punto ho capito che non dovevo necessariamente essere sempre nella foto. Vedere gli atleti in luoghi unici, forti e concentrati, era già potentissimo. Questa è l’evoluzione del mio lavoro. Ho testato tutto sul mio corpo. Ora sono aperto a raccontare gli altri attraverso lo stile che ho sviluppato.” 

 

L’Architettura

“Quando ho iniziato a New York, non potevo accedere a molti spazi interni, quindi lavoravo per strada. E a New York sei circondato da edifici. Mi sono innamorato di linee, luci e ombre.

Ho imparato a capire l’architettura e a inserirmici. È sempre un equilibrio tra semplicità e complessità. Crescendo in giro per il mondo, ho sviluppato una passione per la geometria e per le linee pulite. Ho iniziato a usare i palazzi come studio e l’architettura come tela. Dentro quegli spazi cerco aree vuote in cui raccontare un’altra storia attraverso il movimento. Più tardi sono riuscito anche a lavorare all’interno degli edifici e a essere pagato per scattare lì.

Ho sempre amato i luoghi belli, i musei, l’artigianalità. Durante le Olimpiadi di Parigi, l’obiettivo era mettere in luce insieme architettura e sport. Per me non c’è niente di meglio che unire entrambi.”

Alzare sempre l’asticella

“All’inizio la gente pensava che il mio lavoro fosse frutto di Photoshop. Per due anni non ho mostrato come lo facevo. Credevo che la magia stesse nel mistero. Ma quando ho iniziato a condividere il processo, il mio lavoro è diventato virale. Ho capito che non c’era motivo di nasconderlo. Mostrarlo poteva ispirare gli altri.

Chiunque può provare a fare quello che faccio io. Alcuni potrebbero persino farlo meglio. Ma nessuno lo farà esattamente allo stesso modo. Quell’unicità è qualcosa che l’AI non può replicare. Amo l’AI e la uso per brainstorming, ricerca e presentazioni. Ma se vuoi connetterti davvero con le persone, ti serve l’elemento umano.”

Salti Futuri

“Quest’anno festeggio il mio decimo anniversario dall’inizio del mio lavoro con l’uscita di un nuovo libro, assieme a una mostra retrospettiva al Museo della Fotografia di Nizza. Il libro si chiamerà ‘Levitation’ e uscirà sul mio sito e in diversi store a giugno 2026. È più di un libro, perché include una funzione di realtà aumentata che permetterà al pubblico di scoprire i video dietro le foto al suo interno.

Il mio sogno adesso è creare un progetto che parli dei quattro elementi. Sono stato in Antartide e ora mi piacerebbe esplorare i deserti in Namibia, i canyon negli Stati Uniti o alcuni luoghi in Giappone. Le location estreme mi ispirano. Portare danza e movimento in luoghi incontaminati è il mio sogno.

Voglio anche continuare a esplorare il mondo dello sport, soprattutto con l’avvicinarsi dei Giochi di Los Angeles 2028. Il mondo è enorme. L’obiettivo è esplorarlo e creare il più possibile.”