Nata e cresciuta nell’immaginario calcistico parigino, Florence Pernet ha maturato sin da giovanissima il sogno di fotografare i propri idoli. Attraverso la macchina fotografica ha raccontato alcuni dei momenti più iconici dello sport contemporaneo con uno sguardo personale, sensibile e sempre più riconoscibile, fino a trasformare la propria visione in una vera e propria firma estetica
Timida ragazza parigina animata dal desiderio di entrare al Parc des Princes non soltanto come tifosa, Florence ha trovato nella fotografia una forma di espressione e, allo stesso tempo, di interazione. Un modo per avvicinarsi a ciò che amava senza necessariamente esporsi, osservando e restituendo quel mondo attraverso il filtro del proprio sguardo.
Una volta realizzato quel primo obiettivo, ha compreso che il suo percorso poteva aprirsi a sogni più grandi. Evento dopo evento, la sua fotografia ha iniziato a evolversi, affinando la ricerca del dettaglio, la costruzione della composizione e il ritmo visivo delle immagini, cercando di documentare ciò che si svolgeva davanti ai suoi occhi e provando ad avvicinarsi alla sua essenza: un'essenza che, spesso, vive ai margini dei momenti salienti, nei gesti minimi, nelle pause e nelle posture, negli attimi in cui lo sport smette di essere performance e diventa racconto.
Rimanendo fedele a una visione profondamente personale, oggi riconosciuta e apprezzata su scala globale, Florence Pernet si è fatta spazio nel mondo della fotografia sportiva con immagini capaci di resistere alla velocità del presente e di addentrarsi nell'epica senza tempo di alcune tra le manifestazioni sportive più celebri al mondo.




Parigi e l’amore per il calcio
“Non saprei dire se Parigi mi abbia influenzata direttamente attraverso lo spirito fashion a cui la città viene spesso associata. Sì, sono nata e cresciuta a Parigi, ma non sento necessariamente che sia stato l’immaginario patinato ed elegante della città a formare il mio sguardo fotografico. Forse, a livello estetico, ho assorbito qualcosa dalla ricchezza della scena fotografica parigina, ma non dalla moda nel suo senso più evidente.
A influenzarmi davvero, invece, è stata sicuramente la cultura sportiva della città. Sin da piccola ho sempre amato il calcio, e ho sempre avuto il sogno di fotografare una partita. Quando ho iniziato a fotografare, il mio primo soggetto è stata la musica, ma nella mia mente c’era sempre lo sport, in particolare il Paris Saint-Germain. Non ricordo il momento esatto in cui il calcio sia entrato nella mia vita. Da bambina giocavo a scuola, ma culturalmente e visivamente il mio primo grande ricordo resta probabilmente quello dei Mondiali del 2006 e della nazionale francese. È stata un’immagine potentissima con cui crescere.
Per me la fotografia è sempre stata una forma di espressione, un modo di comunicare. Attraverso la fotografia sono riuscita ad assistere dal vivo a eventi sportivi incredibili e, nascosta dietro la macchina fotografica, ho potuto raccontarli come volevo, in modo personale. Sono sempre stata una persona piuttosto timida, lo ero soprattutto da giovane. Quando ho iniziato a essere accreditata come fotografa, ho imparato a usare la fotografia come forma di interazione. Con una macchina fotografica non devi necessariamente interagire direttamente con i giocatori o con il pubblico. Allo stesso tempo, puoi essere nel luogo che ami: puoi fotografare, osservare e creare una relazione attraverso l’obiettivo. Questo era, ed è ancora oggi, il mio modo di stare vicino a ciò che mi appassiona.”
Cambiare obiettivi
“Il mio primo vero obiettivo è sempre stato fotografare una partita del PSG. All’inizio non avevo contatti nel mondo dello sport, così ho cominciato a pensare a come poter trasformare quel sogno in qualcosa di reale. Ho iniziato a fotografare e filmare alcuni YouTuber francesi che parlavano di calcio e che, all’epoca, avevano una certa rilevanza. Grazie a quel tipo di lavoro sono riuscita a ottenere i contatti necessari per ricevere un accredito ed entrare al Parc des Princes come fotografa. Ricordo ancora quella prima volta: è stata indimenticabile. Le fotografie sono piaciute e ho avuto la possibilità di tornare a fotografare altre partite. In quel momento ho capito che, forse, potevo inseguire sogni ancora più grandi, che potevo desideravo qualcosa di più. Sarò sempre grata al club, alla dirigenza e ai giocatori per avermi dato quella possibilità e quella visibilità: mi hanno permesso di crescere professionalmente.
Allo stesso tempo, però, dopo aver fotografato continuativamente il PSG, ho iniziato a sentire di essere entrata in una sorta di loop che, in qualche modo, stava limitando la mia creatività. Mi sembrava di fare la stessa cosa weekend dopo weekend. Volevo che la mia fotografia evolvesse. Non volevo continuare a scattare sempre gli stessi momenti. Ho iniziato a sperimentare, a provare cose diverse: a spostare l’obiettivo verso angolazioni, dettagli e punti di vista meno visibili, meno esplorati. Non volevo fermarmi soltanto all’azione o al goal, ma cercare uno sguardo, una reazione, un gesto. Poi, ho avuto la fortuna di vivere le Olimpiadi in casa, qui a Parigi, e quell’evento mi ha dato la possibilità di fotografare sport nuovi, in location uniche... Mi ha concesso di fermarmi davvero a riflettere su quale fosse la mia strada, su quale fosse la mia visione dello sport e su cosa volessi raccontare attraverso le mie immagini.
Spostando lo sguardo dal calcio ho capito che ogni sport possiede le proprie peculiarità, la propria bellezza, i propri aspetti interessanti da esplorare. Questo mi ha conferito la forza d'interessarmi sempre più alla bellezza delle discipline 'minori', delle squadre più piccole, degli eventi di nicchia, in Francia e in Europa. Alla fine, tutto questo mi ha portata a fotografare nuovamente le Olimpiadi, in questo caso Invernali, così come diverse partite di Champions League e molti altri eventi. È stato un processo attraverso cui ho compreso che lo sport, in tutte le sue forme, poteva veramente diventare uno spazio in cui tradurre le mie emozioni e il mio modo di osservare il mondo.





Sviluppare uno stile personale
“Credo che chiunque scatti fotografie voglia sviluppare un proprio stile personale, in grado di renderlo riconoscibile e apprezzato. Quando inizi a immortalare grandi eventi, come le Olimpiadi, ti rendi conto che tutti i fotografi si trovano nello stesso punto e che molti sono spesso ingaggiati per documentare il risultato finale di ogni disciplina. Durante le Olimpiadi di Parigi, non avevo alcun 'accesso fotografico', così ho deciso di fare qualcosa di diverso, di creativo, mostrando alle persone la mia prospettiva in quei momenti di gloria sportiva. Quello che era iniziato come un limite di accesso e possibilità si è trasformato nell’esplorazione di altri punti di vista. In un certo senso, cercavo di trasmettere allo spettatore ciò che provavo. Mi piace lavorare sulle foto, rivederle e scoprire dettagli specifici in grado di evocare la personalità di chi le popola. Ad esempio, Jude Bellingham ha sempre dei buchi nei calzettoni, all’altezza del polpaccio: concentrandomi su dettagli del genere, cerco di mettere in risalto la personalità dell'atleta e di raccontare una storia. Amo questo tipo di approccio.
Quando ho iniziato a fotografare e filmare, ero spesso in giro per eventi sportivi, e potevo permettermi di riprendere ciò che ai miei occhi appariva come una celebrazione, un momento di intensità, di energia, di condivisione. All’inizio mi capitava di pensare: e se perdessi proprio l’istante decisivo? Poi, però, ho iniziato a interrogarmi su cosa significhi davvero ‘momento’. Perché, se non conosci il gioco, se non sai cosa sta accadendo sul campo, non puoi sapere se ciò che stai guardando è realmente una celebrazione, un momento di tensione, un passaggio importante, oppure soltanto un frammento visivo tra tanti. Così, ho cominciato a sentirmi più libera. Ho capito che, forse, era persino positivo mancare il momento che tutti stavano cercando, perché quel momento, in fondo, lo avrebbero scattato altri fotografi. Questo mi ha permesso di esplorare altri modi di fotografare: immagini meno didascaliche, meno legate alla sola necessità di documentare l’azione.
Nel calcio, in particolare, mi interessa moltissimo lavorare sul racconto dell’identità. Ogni gesto, abitudine, e elemento visivo racconta qualcosa. In altri sport per me è diverso: devo imparare, studiare, osservare, capire quali siano i segni giusti, i dettagli importanti, quale taglio o inquadratura possa davvero restituire qualcosa di autentico. Ma credo che la cultura calcistica abbia influenzato molto il mio modo di fotografare, proprio perché è un linguaggio che conosco, che so leggere e gestire. Forse, in qualche modo, porto questa capacità anche altrove, dentro altri sport, anche quando non li conosco con la stessa profondità. Credo che conoscere la disciplina che si fotografa aiuti moltissimo. Se sai qualcosa in più di ciò che stai guardando, sei in grado di orientare la macchina fotografica verso elementi che a un osservatore meno vicino a quel mondo sfuggirebbero. La conoscenza permette di affinare lo sguardo, di capire dove accade qualcosa, anche quando non sta accadendo nulla di evidente. L'abitudine a osservare i dettagli può diventare utile anche quando ti confronti con sport che conosci meno. Può capitare di intuire la personalità di un atleta senza sapere nulla di lui o di lei. Puoi iniziare a riconoscerla da come si scalda o si veste, da come si tocca i capelli, da piccoli gesti che rivelano un’attitudine, una tensione, una forma di presenza... In questo senso, la fotografia permette di avvicinarsi alla personalità di un atleta non soltanto attraverso la sua performance, ma attraverso ciò che la precede, la circonda e la rende umana.”




Rimanere fedeli a se stessi
“Il mio linguaggio visivo non è qualcosa di fisso o definitivo: continua a cambiare. Imparo ogni giorno, ritocco ogni giorno, e ogni giorno ritocco in modo leggermente diverso. Però, dentro questa evoluzione continua, cerco sempre di restare fedele a qualcosa che sento vero per me. Mi interessa creare immagini che siano in qualche modo senza tempo, capaci di esistere oltre il momento specifico in cui sono state scattate. Per me questa è anche la differenza tra concentrarsi soltanto sulla celebrazione o cercare, invece, qualcosa di più profondo. Le celebrazioni sono meravigliose, soprattutto nel calcio: possono tramutarsi in immagini potenti, collettive, quasi dal sapore rituale. Ma quando segui una squadra come il Psg per un’intera stagione, settimana dopo settimana, a un certo punto capisci che non puoi limitarti a fotografare soltanto le esultanze o i momenti più evidenti, quelli che potresti ritrovare in ogni partita. Devi cercare altro. Devi trovare un modo per costruire immagini che abbiano una durata, una complessità, una forma di intimità. Le Olimpiadi mi hanno aiutata moltissimo. Il fatto di dover fotografare molti sport diversi, spesso uno nuovo ogni giorno, per quindici giorni consecutivi, mi ha costretta ad andare veloce, a capire rapidamente cosa volevo, cosa mi interessava, cosa mi apparteneva davvero a livello compositivo... È stato in quei giorni che ho iniziato a riconoscere con più chiarezza il mio stile. Ho capito che, anche attraversando discipline molto diverse tra loro, riuscivo comunque a ritrovare una certa coerenza, un certo modo di osservare. Da quel momento, ho iniziato a seguirlo sempre più. Ho continuato a cercare ciò che sentivo vicino al mio sguardo, a ripeterlo, ad affinarlo, a trasformarlo. Ancora oggi, il modo in cui ritaglio un’immagine, il modo in cui scelgo un dettaglio, in cui costruisco il ritmo visivo di una fotografia, rimangono elementi fondamentali del mio lavoro. Sono strumenti attraverso cui cerco non soltanto di rappresentare lo sport, ma di avvicinarmi alla sua identità più sottile, quella che spesso vive ai margini dell’azione: nei gesti minimi, nelle pause, nelle posture, negli intervalli in cui l’atleta smette di essere solo corpo in movimento e diventa racconto.”


Olimpiadi
“Credo che le Olimpiadi di Parigi siano state meravigliose e, in un certo senso, anche molto peculiari: personalmente, sono state divertenti nella loro quotidianità. Dopo giornate intere passate a fotografare eventi, atleti, luoghi e momenti incredibili, tornavo semplicemente a casa mia. C’era qualcosa di straniante e bellissimo in tutto ciò: vivere un evento così immenso, così raro, così storicamente importante, ed esplorarlo nella propria città, con una certa sensazione di familiarità... Ho fotografato la nazionale francese di pallacanestro, il Dream Team americano: momenti emotivamente fortissimi. Mi sono sentita grata e fortunata. Le ultime Olimpiadi a Parigi erano state cento anni prima, avere la possibilità di viverle da fotografa, nella mia città, è stato qualcosa di enorme. Ho percepito lo spirito olimpico soprattutto attraverso appassionati e tifosi: tutti erano felici, aperti, attraversati da un’energia collettiva. È stato un autentico momento di sport.
Allo stesso tempo, proprio perché ero a casa, forse non le ho percepite propriamente come il grande evento mondiale quale erano. Paradossalmente, ho realizzato molto più il fatto di fotografare le Olimpiadi quando, quest’inverno, mi sono trovata in Italia. Lì tutto era diverso. Mai avevo fotografato in montagna, né mi ero mai confrontata con discipline invernali. È stato fisicamente estenuante: muoversi tutto il giorno sotto la neve, lavorare in condizioni nuove, adattarsi continuamente... Ogni cosa era una scoperta. Ma proprio questa dimensione di 'novità' mi ha ispirata moltissimo. Mi ha costretta a costruire composizioni diverse, a cercare soluzioni visive nuove per sport che mai avevo ritratto prima. È stato bello vedere alcune immagini diventare virali sui social, anche perché non ne avevo la percezione mentre ciò stava accadendo. Ero a Livigno, in una cittadina piccola, da sola. Non immaginavo quante persone, nel frattempo, stessero guardando quegli eventi in televisione o online. Lavoravo immersa in quella dimensione, quasi isolata: solo dopo ho capito quanto quelle immagini stessero viaggiando.”


Godersi il momento
“Se penso ai giocatori che mi piacerebbe incontrare o fotografare, è difficile rispondere, perché ce ne sarebbero troppi. Forse, però, direi Zidane. Se dovessi fotografarlo, credo che sarebbe un momento davvero speciale. Di solito, quando lavoro, cerco sempre di essere molto professionale. Non chiedo autografi, non voglio rendere le situazioni scomode o trasformare il lavoro in qualcosa di personale. Ma se c’è una persona a cui chiederei un autografo, quella persona sarebbe Zidane.
Guardando alla prossima fase del mio lavoro, alla mia evoluzione, sinceramente non so con precisione dove mi porterà la strada che sto percorrendo. C'è appena stata la Coppa del Mondo, per cui non ho chiesto l’accredito. Ero convinta che negli Stati Uniti sarebbe stato tutto enorme, complesso, forse anche un po’ folle. Ho pensato che, da grande appassionata di calcio, sarebbe stato bellissimo guardare l'evento in televisione, da Parigi, sperando che la Francia potesse vincere. A volte sento semplicemente il desiderio di guardare, e di lasciar accadere un evento senza fotografarlo. Perché quando fotografi, in un certo senso, non puoi viverlo nello stesso modo. Sei dentro l’evento, ma sei anche dietro l’obiettivo, concentrata su ciò che devi fare. In questo caso, mi faceva piacere soltanto godermi il momento.”








