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Il tennis, i gabber olandesi, la techno moderna... Viaggio nella storia dell'iconico marchio italiano

Dai riflettori del campo alle luci psichedeliche dei club, l’estetica sportiva ha sempre rappresentato - a partire dagli anni ‘80 - una connessione ricorrente tra lo sport e le sottoculture musicali del clubbing. Un comune denominatore capace di unire nello stile e nell’abbigliamento due universi tra loro distanti e all’apparenza opposti, accomunati però dall’esigenza di muovere un corpo: verso la performance sul campo, a ritmo di musica nei club.

Goran Ivanišević

IL CANGURO, TRA TENNISTI E GABBER

Nati a cavallo degli ultimi decenni del ventesimo secolo, la musica techno e i suoi sottogeneri hanno trovato sin da subito nei capi sportivi un punto di riferimento unico per la definizione di una moda che fosse identitaria e al tempo stesso funzionale. Una moda che rispecchiasse la personalità eccentrica, alternativa ed estranea ai canoni comuni di chi la indossava senza però rinunciare alla praticità richiesta dai 200 BPM.

Ed è esattamente in questo contesto che Australian, brand italiano fondato nel 1956, diventò un must per un movimento culturale intero che fece dei club il proprio stadio e della musica il proprio gioco. Tute, polo, bomber e cappellini “rubati” all’estetica dello sport e proiettati in una dimensione frenetica, figlia del caos e dell’anti convenzionalità tanto quanto del ritmo e dell’armonia: capi e accessori inizialmente pensati per accompagnare atleti e amatori sui campi da tennis ma che sul finire del secolo si legarono indissolubilmente al mondo dell’hardcore olandese prima, del clubbing europeo poi.

Australian nasce infatti come marchio dedicato all’abbigliamento tennistico, contraddistinto da un’eleganza tipicamente italiana: stile in linea con l’heritage del suo fondatore, Leandro Gabrielli, già attivo nella prima metà del 1900 nella produzione di abbigliamento sportivo per il movimento sciistico e nella realizzazione di collezioni riconducibili all’universo dell’alta moda, firmate in collaborazione con giovani stilisti come Armani e Ferrè.

L’esperienza sportiva da un lato, e la passione per la moda dall’altro, diedero vita a un brand contraddistinto fin dai suoi albori da una duplice anima, che nel tennis trovò il suo più alto - e ideale – palcoscenico atletico.

Ivan Lendl
Ronald Agenor

MASTERS E CLUB

Da Paolo Canè fino ad Anders Järryd, sono molti i volti del tennis mondiale che elevarono il ‘canguro’ italiano nella cultura tennistica, ma è sul finire degli anni ‘80 che l’immagine del brand Milanese iniziò a farsi spazio tanto prepotentemente, quanto spontaneamente, tra le vie e i locali di Rotterdam. Perchè nel cuore dell’Olanda dei primi anni ‘90 nacque il movimento della musica hardcore, emergendo come una chiara rivisitazione della musica house e delle sue frequenze in chiave accelerata, con un ritmo e una cadenza libera dalle regole classiche della musica elettronica che l’aveva preceduta.

Un genere musicale influenzato in larga parte dalla acid house e dalla techno house degli anni ‘80 e in particolare dalla Detroit techno, che arrivò in Olanda verso il finire del decennio, subendo le sperimentazioni e contaminazioni di Paul Elstak, KC The Funkaholic e diversi altri produttori della scena. Bassi, suoni più industriali e matrici underground alzarono naturalmente il ritmo fino a 150-190 BPM.

Il risultato fu una indipendente, quasi ribelle, interpretazione del suono che attraverso il ballo voleva esprimere un modo di essere anti convenzionale e votato all’eccesso, alla frenesia e al divertimento. Un sentimento denotato dalla voglia di sfogare e al tempo stesso manifestare sé stessi.

E se nello sport gli ambasciatori sono stati e continuano ad essere gli atleti, nel movimento culturale olandese dell’hardcore toccò ai gabber questo ruolo. Termine che nello slang nativo di Amsterdam significa “amico” o “compagno” e che, dopo il sempre più frequente utilizzo che ne fecero i primi esponenti della nuove scena house olandese, diventò l’appellativo dei clubber che da Rotterdam ad Amsterdam illuminavano la notte delle discoteche.

Victor Pecci

UN HERITAGE CONTEMPORANEO

Facilmente riconoscibili dai capelli rasati e da un’estetica unisex, i gabber trovarono nell’abbigliamento sportivo la risposta alla necessità di comodità richiesta dal loro tipico ballo: l’hakken. È in questa cornice che Australian diventò uno, se non il love brand dei gabber, raggiungendo un livello di notorietà assoluta nei club, ai Thunderdome - i festival organizzati - e in tutti i luoghi di culto dell’hardcore.

Questo fenomeno contribuì a legare l’estetica di un’intera sottocultura al brand italiano e a uno stile che, più in generale, plasmò tutto l’immaginario futuro della techno e dei suoi sottogeneri. Lo stile e la cultura gabber uscirono dalla musica, diventando un modello di rappresentazione che ispirò più campi: dal graphic design fio alla moda che, soprattutto in tempi più recenti, sembra averne riscoperto il valore.

Consapevole del proprio ruolo in questa sottocultura, Australian ha recentemente rilasciato la collezione Archive 2023, un omaggio ai gabber e all’hardcore in generale. Una collezione di capi che il brand stesso definisce “un vero e proprio tuffo tra le icone del passato”.

Tra silhouette dal taglio oversize, giacche full zip e disegni originali degli anni ‘90 e 2000 rivisitati con un tocco di contemporaneità, il segno iconico lasciato da Australian nella scena hardcore ritorna oggi, dimostrando come il futuro di un brand sia spesso da ricercarsi, innanzitutto, nel suo passato.

L'immaginario contemporaneo di Australian, ispirato al suo heritage musicale

Credits

Luca Giacomuzzi