In occasione della 27ª edizione di Arte al Centro, appuntamento annuale della Fondazione Pistoletto Cittadellarte a Biella, abbiamo conversato con il Direttore Paolo Naldini, esplorando l’intreccio tra arte, sport e virtuose prospettive sociali teorizzate dallo stesso Michelangelo Pistoletto
A Biella, dove un’ex fabbrica di lana è divenuta uno dei più radicali laboratori d’arte sociale in Europa, il 2025 segna una nuova tappa nel percorso di Cittadellarte: alla 27ª edizione di Arte al Centro, il dialogo tra arte e società si apre anche all’ambito sportivo, da sempre nucleo pulsante del pensiero di Michelangelo Pistoletto.
Nel Palazzo del Buongoverno, tra una serie di mostre che riflettono sul ruolo dell’arte nella costruzione di un futuro più giusto e sostenibile, è stata anche inaugurata la mostra Unity of Sports for Preventive Peace: una riflessione visiva e concettuale, firmata dal padrone di casa Michelangelo Pistoletto, sull’enorme potenziale dello sport come palestra di convivenza, luogo di regole condivise e terreno comune dove si impara a gestire ogni conflitto.
Non un tema estemporaneo, questo, nella vasta produzione e nella ricchissima visione di uno degli artisti più noti, e impegnati, del panorama italiano moderno… Piuttosto, un filone battuto da tempo immemore e divenuto, in questi mesi, strumento di introspezione individuale e collettiva. Lo sport, in questa concreta metafora, appare come una forma di governo, di educazione e di accettazione del mondo. Ne abbiamo parlato con Paolo Naldini, Direttore di Cittadellarte.



Partiamo da una frase-manifesto particolarmente significativa: il ruolo dell’arte nella costruzione di un futuro più giusto e sostenibile. Come si inserisce in questo processo l’elemento sportivo? E quale posizione assume all’interno del progetto Arte al Centro?
Paolo Naldini: “Rispondere a questa domanda significa aprire mondi interconnessi. Come premessa, vorrei dire che io amo lavorare con le parole, e una costruzione sintattica mi colpisce ogni volta per la sua densità: mettersi in gioco. È un'espressione che in italiano rivela bene la dualità tra il gioco e la serietà, tra la leggerezza e l’impegno.
Lo sport, che del gioco è una forma evoluta, incarna perfettamente questa dualità. Giocare ‘sul serio’ è oggi necessario, perché ogni sport – come ogni gioco – comincia da un elemento fondativo: la definizione delle regole. Nessun gioco può esistere senza regole. È in questa cornice che si passa dalla leggerezza del gioco alla responsabilità della costruzione. Definire regole, in fondo, è una delle prerogative dell’umano: è ciò che ci distingue, è il nostro modo di creare mondi, di immaginare realtà e poi renderle concrete.
In questo senso, il primo ‘parlamento’ è il campetto sotto casa. Dove ci si parla, ci si mette d’accordo e si disegna un campo da gioco che diventa un microcosmo, con il dentro e il fuori, con il lecito e l’illecito, con l’etica e l’estetica del confronto. È lì che comincia l’educazione alla convivenza, alla cooperazione e al conflitto non distruttivo. Si costruisce uno spazio condiviso – un mondo – dentro il quale si gioca, si compete, si cresce.
Ed è lì che, allo stesso tempo, compare un’altra parola preziosa: competizione. La sua radice latina, cum-petere, significa ‘tendere insieme verso qualcosa’. L’avversario, nello sport, è qualcuno che si vuole battere, ma non abbattere. Se lo distruggi, il gioco finisce. Se ne neghi l’esistenza, cessa di esistere anche il contesto per esprimersi. Quindi, lo sport è un’alternativa implicita alla guerra: una sua sublimazione virtuosa. È il luogo simbolico dove si mantiene la tensione, ma si disinnesca la violenza. È, nella sua essenza più profonda, un’azione di pace.
Le piazze dove non si gioca, dove non si agisce, dove non ci si mette più in gioco, parlano di un demos addormentato. Viceversa, le piazze dove i giochi avvengono, dove si alternano bambini, mercati, musica, sport, comunità diverse... Sono vive. E sono, nel senso più nobile, piazze democratiche. Sono spazi di appropriazione: non intesa come possesso, ma come utilizzo. In quelle piazze si crea un ‘comune’ dinamico, condiviso a turni, che genera identità plurali e aperture.


L’arte moderna e contemporanea si lascia da tempo ispirare dalla musa sportiva. Pistoletto è uno degli esempi più brillanti e, allo stesso tempo, profondi sotto questo punto di vista. Cosa puoi dirci di questa connessione tra mondi, all’apparenza, distanti tra loro?
PN: “Non credo sia un caso che molte metafore dell’arte contemporanea partano da oggetti sportivi. Michelangelo ha sempre amato lo sci. È uno sport che implica il lasciarsi andare, avere fiducia nel proprio corpo e movimento... Ed è interessante perché, come lui stesso racconta, necessita di controllo, ma anche di lasciarsi andare. Anche il calcio è un tema ricorrente: uno dei soggetti su cui Pistoletto ha ragionato maggiormente. Per esempio, ha ideato una delle sue performance più note facendo rotolare una grande sfera di giornali tra le persone in strada. Una palla che coinvolge e trascina la gente, evocando forme di partecipazione collettiva, spontanea e quasi infantile. È un gesto semplice, ma potentissimo. Perché la palla è un simbolo universale: la sua forma richiama completezza, armonia, ma anche instabilità, movimento, possibilità… Caos. È un oggetto che si può condividere, che passa di mano in mano, che obbliga alla relazione...
La sfera rappresenta proprio questa ambivalenza: è il simbolo del caso, dell’alea, come nella roulette. Al tempo stesso, però, proviamo a governarla con i piedi, con le mani, con il corpo. Ed è proprio questo tentativo che ci coinvolge, che ci rapisce, che ci porta in uno stato quasi meditativo. Michelangelo racconta spesso di come l’esperienza stessa abbia generato un’ondata di partecipazione imprevista. Quella sfera, nel tempo, è tornata in tantissime performance: una delle ultime è avvenuta tra Gorizia e Nova Gorica, a cavallo del confine, in occasione della Capitale europea della Cultura. È diventata un simbolo di attraversamento, di unione, di cammino condiviso.
In generale, trovo che l’arte e lo sport siano entrambe pratiche che allenano il sentire. Se non pratichi l’arte – proprio come se non pratichi lo sport – perdi parte del tuo potenziale. Perché il primo passo verso l’arte è sentire: senza sentimento non c’è emozione, e senza emozione non c’è creazione, né trasformazione. Una società che non sente è anestetizzata. Una società che sente, invece, è viva. Ed è una società che esprime, che comunica, che manifesta ciò che prova anche nello spazio pubblico, attivando un processo politico nel senso più alto del termine. Pensate a cosa accade quando le emozioni entrano davvero nella polis: allora la politica – se è degna di questo nome – può tornare a rappresentare ciò che la società sente. Non come riflesso di un algoritmo, ma come eco di una vibrazione collettiva. Per questo diciamo che la democrazia ha bisogno di arte e di sport: perché ha bisogno di passione, di gioco, di esercizio condiviso.
Lo sport, poi, è meditazione: immersione nel presente. È un dato storico. Nell’antico Oriente si è sviluppata la meditazione come forma di sottrazione, di trascendenza... In Occidente, con le Olimpiadi, si è data vita a una forma di meditazione attiva, cinetica. Correre, nuotare, lottare: sono tutte forme di connessione con il corpo e con lo spirito. Perché il respiro è spirito. È spiro, è ispirazione. È spiritualità”


Come confluiscono queste riflessioni nello spazio dedicato allo sport, all’interno di Arte al Centro, ovvero Unity of Sport for Preventive Peace?
PN: “La pace non può essere vista solo come assenza di guerra, ma come una pratica, una competenza, un allenamento. Non è qualcosa che si ottiene firmando un trattato: è un campo da gioco da custodire ogni giorno. Un ecosistema fragile, che va curato. In questo senso, la cultura della pace preventiva è urgente. Se non la pratichiamo, se non ci alleniamo, ci troviamo impreparati di fronte al conflitto. E il rischio, a quel punto, è la caduta verticale nella violenza.
Ecco perché lo sport, l’arte, la scuola, il gioco… sono tutte forme di prevenzione della guerra. Sono spazi dove impariamo a stare insieme nelle differenze, a cooperare, a competere senza distruggerci. Ecco perché tutto ciò che ci allena alla relazione – e quindi anche lo sport – è già, in sé, arte al centro della trasformazione sociale responsabile.”
Visita i canali Fondazione Pistoletto Cittadellarte (https://cittadellarte.it/it) per visitare i suoi spazi e le sue mostre, compresa ‘Unity of Sports for Preventive Peace’.








