Una Sospensione. Un punto di pressione silenziosa in cui il respiro si contrae, l’energia resta imprigionata nei muscoli, il pensiero si raccoglie prima di diventare azione. È da questo luogo interiore, spesso impercettibile, che nasce ‘Apnea’, lo shooting editoriale realizzato dal fotografo tedesco Hannes M. Meier: un’indagine visiva sul corpo, sospesa, per l'appunto, tra sport, moda e sperimentazione
Un progetto nato da un’esigenza semplice e profondamente personale: quella di considerare lo sport non solo come un’esperienza fisica, quotidiana e trasformativa, ma anche come un linguaggio visivo. Senza ridurlo a mero fascino estetico, bensì a studio dello spazio, nonché della percezione stessa di energia.
Apnea si sviluppa, quindi, come ritorno e come deviazione. Ritorno a un’origine fatta di strada, cultura visiva, sottoculture e documentazione spontanea; deviazione verso un territorio più costruito, più materico, dove il movimento non viene semplicemente fotografato, ma messo in scena, contenuto, isolato. In questo spazio privo e, allo stesso tempo, denso di coordinate, lo sport non appare come performance pura, né come celebrazione atletica. Diventa piuttosto una forma di tensione trattenuta, un compendio fatto di forza, flessibilità, postura, più di tutto, intenzione.
Abbiamo parlato della realizzazione di questo speciale progetto con Hannes, esplorandone le ragioni fondanti e allargando la lente al suo legame personale con la musa sportiva: una storia attraversata dalla skate culture, territorio in cui il movimento già si mostrava come linguaggio, identità e appartenenza. Ed una storia che, per questo fotografo berlinese, ha ritrovato il filo del discorso negli ultimi anni, attraverso ciclismo e bouldering, entrambi vissuti con diversa consapevolezza.



Tornando agli albori di questo shooting editoriale, puoi descrivere la prima intuizione visiva o emotiva alla base del progetto? C’è stato uno sport, anche solo un movimento/gesto o una sensazione specifica che ha dato il via a questa ricerca visuale?
“In linea di massima, credo che il progetto sia nato da un’esigenza molto semplice: il desiderio personale di approfondire il mondo dello sport.
Negli ultimi cinque o sei anni, mi sono dedicato molto di più ad attività come il ciclismo e il bouldering. Ho ricominciato a provare un reale piacere nel muovere il mio corpo. Da giovane, sono stato molto appassionato di skate snowboard, e della cultura di cui erano intrisi, ma non sono mai stato troppo costante... Ora sono in una fase della vita in cui lo sport mi piace moltissimo ed è diventato una parte molto importante della mia quotidianità. Quindi l’idea partiva anche dalla volontà di sviluppare il mio lavoro visivo verso quella direzione.
Ovviamente, lavorando nel campo del marketing, lo sport è ancora un mercato in crescita, ma più di questo, è uno spazio molto stimolante. Penso che ci sia qualcosa di profondamente interessante nel lavorare con gli atleti e con persone che usano davvero il proprio corpo come parte della loro espressione personale. Questo è stato lo stimolo iniziale.”
Questa storia si sviluppa in uno spazio sospeso tra sport, moda e sperimentazione in studio. Come hai definito questo nuovo territorio visivo?
“Avendo uno studio a disposizione, siamo partiti da molti riferimenti visivi e moodboard, per poi muoverci abbastanza rapidamente verso l’idea di lavorare con il movimento. Da lì ho cercato e trovato Vivi, la protagonista dell’editoriale. È una trainer, ma anche una danzatrice, e credo che in qualche modo sia diventata il centro dell’intera storia. Tiene insieme l’editoriale. Ne è la base.
Devo dire, però, che all’inizio non c’era una direzione rigidissima. È stato un processo collaborativo.
Mi sono reso conto che gran parte del progetto ruota attorno al concetto di respiro, del trattenere il fiato. Ma anche della tensione: trattenerla nel corpo e poi rilasciarla. Vivi è una strength and conditioning trainer, e lavora molto anche sulla mobilità e sulla flessibilità. Così, l'idea di trattenere energia, trattenere pensieri, creare uno 'spazio interno' per questi soggetti è diventata parte integrante del progetto. Ma, di nuovo, è qualcosa che è emerso durante il processo, più che un’intenzione fissa, con cui siamo arrivati ad inizio shooting.”




Quanto è importante lo sport, inteso come movimento, nel plasmare la tua narrazione fotografica?
“Credo sia stato importante fin dall’inizio. Come dicevo, da giovanissimo praticavo skateboard e snowboard, e penso che quel tipo di esperienza definisca un percorso per molte persone. Ero immerso nella cultura dello skate e, attraverso quella, sono entrato anche nella cultura hardcore punk. In quel movimento c’è sempre stato spazio per documentare, per creare una sorta di linguaggio visivo attorno a ciò che stava accadendo. Molte persone che conosco a Berlino, e che oggi lavorano nella regia, nella fotografia o nella videografia, vengono da un background simile.
Marek Lück, who was the director of photography on this project, is a very close friend of mine. I’ve known him for over 30 years, and he is still very much connected to skate culture. We both started around the same time, when we first got cameras and began shooting. So sports photography in a way was what kicked off our careers and now we’re slowly coming back to that.”
Sport e moda spesso si incontrano attraverso l’abbigliamento. Come hai deciso di trattare il binomio atletismo-bellezza?
“Lo shooting che abbiamo realizzato, praticamente, risiede nel punto d’incontro tra sport e moda. Si pone nel mezzo. E, naturalmente, gran parte del merito va a Ricarda per lo styling. In questo momento storico, questi mondi stanno entrando in collisione in modo così intenso che diventa sempre più difficile separarli.
Come dicevo prima, lo sport è probabilmente uno dei più grandi mercati visivi e culturali del momento. C’è moltissima moda che sta prendendo in prestito, per esempio, la parte tecnica dall’outdoor, dal performance wear e dai codici sportivi. Ma non credo sia stata una decisione del tutto consapevole per quanto riguarda il nostro progetto, almeno non nel senso stretto. Si è trattato, piuttosto, di scegliere capi che appartenessero in qualche modo al mondo atletico: indumenti costruiti in una certa maniera, con un senso di funzionalità, ma che fossero anche visivamente forti e stilisticamente interessanti. Cercavamo combinazioni cromatiche interessanti, forme interessanti, e credo che questo abbia esaltato alcune silhouette, che risultano davvero molto belle. Per noi, si trattava di lavorare con abiti capaci di contenere entrambi gli elementi: la fisicità dello sport e la sensibilità della moda.”




Che cosa volevi esprimere con questo lavoro fotografico?
“Credo che alla base ci sia qualcosa di giocoso. Come dicevo, non c’è un messaggio unico o rigido dietro al progetto. È stato più un processo legato all’intuizione, alla selezione, alla capacità di rispondere a ciò che stava accadendo. Avevamo un moodboard molto complesso, con molte opzioni e possibili direzioni. Ma una volta che sei sul set con tutti, e ognuno porta nella stanza il proprio know how, tutto diventa profondamente legato al momento. Avevamo un grande set designer, Sandro, e una crew eccellente. Ognuno ha contribuito con qualcosa. Da lì, si è trattato di scegliere ciò che funzionava meglio: soprattutto le combinazioni cromatiche, i materiali, i set, le texture e il modo in cui tutto questo interagiva con i capi che avevamo selezionato per Vivi. Per me il lavoro esprime questo senso di gioco, movimento e collaborazione. È nato dalla combinazione di tutti questi elementi, nel momento stesso in cui prendevano forma.”
Athleta Magazine si interessa allo sport non solo come performance, ma come cultura, estetica, identità e immaginazione. Che cosa rappresenta visivamente lo sport per te?
“Sono molto interessato alle possibilità estetiche che si stanno aprendo in questo momento. Ho la sensazione che oggi le persone siano autorizzate a esplorare, a spingersi verso direzioni interessanti. Per me lo sport ha un’energia simile a quella della fotografia di moda. In passato ho lavorato in quel mondo. Non ho mai avuto un enorme successo, né ho scattato per grandi magazine, ma sento che oggi lo sport possiede parte di quella stessa energia giocosa che percepivo allora. Quella libertà. Ti è concesso provare, e questo lo rende molto interessante come terreno lavorativo.
Mi piace anche tutto il processo che ruota attorno alla creazione dell’immagine. Lavoro sempre molto su carta. Quindi, anche quando scatto in digitale, come in questo caso, stampo molto, scannerizzo, taglio, reinterpreto le immagini e lavoro con materiali diversi. Uso qualsiasi cosa abbia a disposizione: acquerello, forme ritagliate, stampe sopra altre stampe, stampe su tessuto. Tutte queste possibilità esistono e vengono amplificate all'interno dell'universo sportivo... E credo sia davvero entusiasmante. Per me, lo sport diventa un campo in cui sperimentare non solo con i corpi e il movimento, ma anche con la materialità, la texture e la costruzione stessa dell’immagine.”




A tuo avvio, le arti, come in questo caso specifico la fotografia, possono tradurre in materia le parti invisibili del movimento: tensione, sforzo, istinto, ritmo?
“Sì, certamente. Sento che più un corpo di lavoro è ampio e profondo, più ti permette di tradurre ed esprimere quei livelli invisibili. E credo che lo sport ci dica molto sulla società. Solleva domande: le persone quali tipi di sport hanno la possibilità di praticare? Quando possono farlo? Dove lo fanno? Hanno il tempo, la libertà per poterlo fare? Credo che, andando in qualsiasi luogo e fotografando solo il suo immaginario sportivo, tu possa già raccontare moltissimo circa la società che stai osservando.
Il movimento mai è solo movimento. Porta sempre con sé qualcosa che gli sta attorno: contesto, accesso, cultura, classe, ambiente. La fotografia può portare in superficie alcune di queste strutture invisibili.”
Stai pianificando progetti futuri legati allo sport?
“Al momento stiamo lavorando a quello che è iniziato a sembrare un progetto a lungo termine. Doveva durare soltanto cinque o sei giorni, ma si è ampliato in qualcosa di più vasto. Stiamo cercando di creare dei ritratti legati al mondo del ciclismo, ovviamente senza mostrarne ogni aspetto, ma avvicinandoci a esso attraverso diverse prospettive umane. L’idea è avere tre protagonisti diversi, in fasi differenti della vita: una persona molto giovane, qualcuno di mezza età e qualcuno che, magari, ha già smesso di lavorare, ma ancora profondamente coinvolto nello sport, nonché praticante. Vorremmo che parlassero del loro rapporto con il ciclismo. Credo che la bicicletta sia uno strumento molto potente. È anche un mezzo molto particolare attraverso cui usare il proprio corpo per attraversare la città, o persino per coprire lunghe distanze. C’è qualcosa di potente in tutto ciò.
Allo stesso tempo, penso che ogni sport sia interessante. Non credo esistano sport che non valga la pena osservare. Si può trovare qualcosa di affascinante in ogni disciplina. È sempre interessante starci vicino, farne esperienza e vedere quali storie visive e umane possano emergere.”




Credits
Talent: VV
Photographer / Director: Hannes M. Meier
Styling: Ricarda Venjacob
Set Design: Sandro De Mauro
Set Design Assistant: David Diniz
Hair and Make Up: Patricia Heck
Director of Photography: Marek Lück
Gaffer: Jakob Reimann
Light assistant: LU
Edit and Sound Design: Philipp Schnabel
Color Grading: Benjamin Meyer
Words & typography: Kiril Nagy
Special thanks to die Eisfabrik; See You Rent & FilmDas






