All’interno del Castello di Montjuïc, antica fortificazione militare che nei secoli ha sorvegliato Barcellona dall’alto della sua collina, la prima tappa europea della On Squad Race ha trasformato questo spazio storico in un luogo di energia e condivisione attraverso una nuova idea di corsa collettiva
Dichiarato Bien Cultural de Interés Nacional, il Castello di Montjuïc domina ancora oggi la capitale catalana come una presenza sospesa tra memoria e paesaggio. Venerdì 29 maggio, al calare della notte, questa magica architettura si è trasformata in un palcoscenico con pochi paragoni, per una delle staffette più suggestive nel running contemporaneo. Una gara, certo, ma soprattutto un momento collettivo costruito attorno ad un’idea semplice e potentissima: l’energia cinetica della corsa non è mai solitaria, ma si trasmette, si amplifica e cambia forma nel momento in cui viene condivisa.
Invitati dal brand svizzero per raccontare la prima tappa europea della On Squad Race, abbiamo assistito a una serata in cui sport, cultura urbana, performance e comunità hanno trovato una sintesi naturale nei 192 runner, nelle 48 squad e nelle oltre 300 persone, alimentate da amici e supporter, che hanno invaso la fortezza spagnola, divenendo diretti testimoni di una conversazione a più voci, ispirata dal running.
Ogni runner è stato chiamato a percorrere 800 metri alla massima velocità: un solo giro per round, all’interno di una relay in cui il passaggio del luminoso testimone è risultato essere dichiarazione di complicità, oltre che gesto tecnico. Una serata caratterizzata prima da un percorso sviluppatosi sul tetto del castello, sotto il cielo soffuso di Barcellona, per poi spostarsi nei portici interni alla fortificazione, dove la pietra e il suono dei passi hanno dato alla corsa una dimensione teatrale, persino epica, alla staffetta finale. Ad accompagnare l’evento, musica, cibo, pubblico e le On Cloudmonster, scarpa con cui tutti i runner hanno affrontato la gara.
Alla fine, a imporsi è stata la squadra francese dei Jolie Foulée, capace di conquistare il pass per la finale mondiale della On Squad Race a Los Angeles, dove incontrerà le migliori running squad provenienti da tutto il mondo. Li abbiamo incontrati dopo la vittoria, raccogliendo le loro euforiche riflessioni riguardo una notte che ha saputo unire ambizione e condivisione. Ne è scaturito un dialogo che ha toccato la componente collettiva della corsa contemporanea, la staffetta come forma di fiducia e una nuova generazione di runner che non cerca soltanto il risultato, ma un modo più profondo e visibile di appartenenza.





Questa sera, la On Squad Race ha riunito team provenienti da città e culture diverse, facendoli comunicare attraverso un linguaggio comune: la corsa. Cosa vi ha colpito di più nel condividere la stessa linea di partenza con runner arrivati da tutta Europa?
Flavien Coindard: “È stato esattamente il tipo di evento che amo. Un qualcosa di estremamente coinvolgente, capace di farmi sentire vivo. Ci alleniamo ogni giorno, ma non per eventi di questo tipo. Questa è una maniera diversa di vivere e assaporare la corsa. Tutti noi veniamo dalla pista, e in pista la mentalità non è la stessa: tutto ruota attorno alla performance. Qui, invece, è stato bellissimo poter godere del momento insieme ai compagni di squadra, viverlo fino in fondo e fare il tifo insieme agli altri. È per questo che mi sono divertito. Avevo già preso parte a eventi similari, quindi conoscevo il tipo di atmosfera, il tipo di sensazioni... Quando On ci ha detto di portare il team a Barcellona, ho risposto: certo.”
Emma Maurel: “Veniamo tutti da un background legato al track & field, quindi siamo abituati a correre con atleti di nazionalità diverse. In questo senso, sappiamo cosa significhi condividere la corsa con persone provenienti da altri Paesi. Eppure, è sempre straordinario correre, conoscere runner e persone appartenenti ad altre culture… In questo caso, anche incontrare nuovi volti, provenienti da diverse città francesi, che condividono la nostra stessa passione per la corsa. È stato davvero bello.”
Émilie Romanet: “It was incredible. A truly beautiful experience. Being there, surrounded by runners coming from so many different places, gave the race a very special energy. There was something very powerful in standing on the same starting line, feeling that everyone was there with the same desire: to run, to share the moment, and to live something together.”
Zian Quere: “Poter incontrare runner provenienti da ogni luogo, ciascuno con radici culturali diverse e con una propria visione della corsa è stato molto bello. È stato proprio questo, a mio avviso, ad aver reso l’esperienza speciale. Anche se ognuno arrivava con il proprio background, con il proprio modo di vivere e interpretare lo sport, ci siamo ritrovati tutti insieme per correre. E credo che, al di sopra di ogni altra cosa, sia questo l’aspetto più importante.”




Correre una staffetta significa fidarsi del ritmo dei propri compagni tanto quanto del proprio. In una gara come questa, quanto conta il rapporto con il team rispetto alla pura performance individuale?
Flavien Coindard: “Onestamente, tutto si è basato sulla fiducia. Prima della gara non ci conoscevamo tutti. Conoscevo Zian da molto tempo, ma con Emma ed Émilie era la prima volta che ci vedevamo di persona. Oggi, con i social media, è facile entrare in contatto con diverse persone, ma conoscerle davvero, dal vivo, è un’altra cosa. Sapevamo che, in questo tipo di evento, la nostra vera forza sarebbe stata frutto delle ragazze. Ci siamo concentrati molto sulla strategia. Il sorteggio della staffetta e delle batterie ci ha portato fortuna, e si è creata una grande opportunità. Non era una gara lunga: qualora la mia frazione personale non fosse risultata perfetta, chi mi seguiva avrebbe comunque potuto recuperare, facendo meglio… Poi, le ragazze hanno messo insieme una prestazione incredibile. Tutti insieme, ci siamo sentiti crescere come gruppo.”
Emma Maurel: “Tutto nasce dall’allenamento e dalla condivisione delle informazioni. Conoscevamo i nostri tempi e le qualità specifiche di ogni persona all’interno del team. Questa è stata la cosa interessante. Eravamo in grado di dirci chi fosse più veloce, chi lo sarebbe stato leggermente meno, e così via. Ci siamo basati sui nostri riferimenti della pista. Sul piano personale, non conoscevo Émilie. Ci siamo conosciuti tutti di persona in questi ultimi giorni, quindi potevo solo sperare che ci fosse il giusto feeling. E c’è stato. È stato davvero bello. Alla fine della gara eravamo tutti insieme, a fare il tifo. Credo sia questo che ci abbia fatto vincere. Eravamo uniti. Anche durante le batterie, abbiamo celebrato ogni singolo round fino alla finale. E poi abbiamo vinto. Quindi, penso che la chimica ci fosse. Abbiamo creato qualcosa in gruppo. Raramente, nell’atletica, abbiamo i campionati a squadre con i club privati. Alla fine di quelle competizioni, di solito, c’è una staffetta 4x400. Per noi accade di solito una volta all’anno, ed è uno dei momenti più belli che viviamo, perché puoi condividere le sensazioni, l’emozione, le vibes con i tuoi compagni... Ci avevano detto che la Squad Race avrebbe avuto la stessa atmosfera. Quindi ci siamo detti: okay, forse possiamo provare ad arrivare a Los Angeles.”
Émilie Romanet: “La fiducia, la coesione e l’incoraggiamento reciproco tra tutti noi sono stati essenziali. In una gara di questo tipo non puoi pensare soltanto alla tua performance individuale. Corri per gli altri tanto quanto corri per te stessa. Ogni sforzo diventa parte di qualcosa di condiviso, e l’energia del team ti spinge a dare di più. Quel senso di fiducia mi ha fatto venire voglia di andare oltre me stessa, di spingere più forte e di dare tutto per il gruppo.”
Zian Quere: “Il punto di forza del nostro team è stato il suo equilibrio, il fatto di essere completo e profondamente allineato. Siamo riusciti a posizionarci bene, a comprenderci reciprocamente e, allo stesso tempo, a divertirci. Credo che questo sia stato un elemento molto importante. Dopo tanti anni nella corsa, e anche attraverso i miei studi, so quanto sia essenziale avere una buona intesa con la propria squadra. In un evento come questo, quel tipo di connessione diventa la chiave. Ovviamente, la performance conta, ma quando il feeling tra i compagni è autentico, tutto diventa più naturale.”


La On Squad Race sembra incarnare un nuovo concetto di running: meno solitario, più collettivo. A vostro avviso, la corsa sta diventando anche un modo per costruire connessioni oltre la performance, rivelando verità più profonde circa il concetto di comunità?
Flavien Coindard: “Sì, credo di sì. Per le persone oggi è importante far parte di una crew. È una forma d’identità. Sono orgogliose di appartenere a un gruppo. Negli ultimi due o tre anni, la scena running è davvero esplosa, e abbiamo visto quanto le persone siano entusiaste di farne parte. Prima si trattava soprattutto di correre in pista, oppure di correre da soli. Ora, invece, non è più soltanto un modo di muoversi. È diventato parte della vita delle persone, ed è questa la vera differenza. Inoltre, la corsa è uno sport democratico. Ti basta comprare un paio di scarpe e uscire. Non hai bisogno di molte cose. Ciò che serve è la compagnia, perché le persone non vogliono stare da sole. È davvero difficile uscire quando piove e dirsi: okay, vado a fare questa corsa da solo. Se sai che vedrai i tuoi amici, se sai che li incontrerai e correrai con loro, è tutta un’altra storia.”
Emma Maurel: “Ne abbiamo parlato anche ieri, quando siamo arrivati in hotel insieme a runner provenienti da diverse città e nazioni. Siamo abituati a vivere qualcosa di simile attraverso i meeting di atletica, ma la pista resta soprattutto una dimensione individuale. Oggi, invece, eravamo tutti insieme, ed è stato incredibile. Credo che sia stata proprio la corsa a rendere possibile tutto ciò. In pista, puoi vincere una gara, ma la vinci e celebri da sola. Ieri, invece, abbiamo condiviso la vittoria, ed è stato straordinario. Penso che la corsa sappia creare questo senso di collettività, per esempio attraverso i run club e la loro dimensione sociale. Le persone si incontrano per correre, non per fare festa, non per bere, ma semplicemente per correre: per migliorare la propria vita, per fare qualcosa di buono per sé stesse. La corsa può generare questo. Crea qualcosa che va oltre lo sport in sé.”
Émilie Romanet: “Assolutamente. La corsa riunisce le persone, e tutti vivono questa esperienza con un autentico senso di apertura e gentilezza. È ciò che ho percepito durante l’evento: le persone erano lì per competere, certo, ma anche per sostenersi a vicenda, per condividere energia e per sentirsi parte della stessa atmosfera. Credo che sia proprio questo a rendere la corsa così potente oggi. Non riguarda soltanto la performance o il risultato. Può diventare un modo per incontrare nuove persone.”
Zian Quere: “Credo che la corsa sia uno sport individuale, ma chiunque la pratichi sa quanto sia importante essere circondato dalle persone giuste. Anche quando corri da solo, le persone che hai intorno contano. Ti aiutano ad allenarti, ti motivano, ti spingono oltre, e rendono l’intera esperienza più significativa. Penso che questo tipo di gara metta in luce il lato collettivo e ludico della corsa. Dimostra che una competizione può essere intensa e competitiva, ma allo stesso tempo gioiosa, sociale e condivisa. Per me la corsa è tra i mezzi migliori per creare connessioni con gli altri. Ha la capacità di riunire le persone in maniera semplice, naturale e profondamente autentica.”



La On Squad Race ha reso possibile correre all’interno del Castello di Montjuïc, su un circuito unico nel suo genere. Che sensazione vi ha lasciato questa esperienza, rispetto ad gare e set più tradizionali?
Flavien Coindard: “È stato straordinario. Non è un’esperienza comune. Si possono organizzare gare per strada, e noi lo abbiamo fatto molte volte con Distance Running, ma questa gara è stata diversa. Correre all’interno del Castello di Montjuïc è stato un privilegio.”
Emma Maurel: “È stato incredibile. Siamo abituati ad avere eventi e gare in luoghi privati, come parcheggi o edifici, ma è stato davvero speciale ritrovarsi in uno spazio pubblico che la Spagna ha messo a disposizione e che On ha avuto il permesso di trasformare in un luogo di running. Ci hanno dato fiducia, affidandoci, in un certo senso, la responsabilità dell’avere cura di questo spazio. C’era tantissima energia. È stato speciale, davvero molto speciale. Non è stato superficiale. A volte si può pensare alla nuova scena running come a qualcosa che riguarda soltanto l’apparire cool, vestirsi in modo figo, comprare molte scarpe, molti capi... Ma è ben più di questo. Qui, per esempio, c’era molta storia, e quella storia ha reso tutto autentico.”
Émilie Romanet: “Venendo dalle competizioni tradizionali, in pista, è stata una scoperta assoluta questo tipo di gara urbana, con una location incredibile. Correre all’interno del Castello di Montjuïc ha reso l’esperienza completamente diversa rispetto a una normale gara. L’ambientazione ha reso tutto più intenso, memorabile, emotivo.”
Zian Quere: “Ho trovato l’idea fantastica. Correre all’interno di un castello aggiunge una dimensione quasi epica: una sensazione di battaglia, come se per un attimo ci si trovasse nel tempo dei cavalieri. Ha dato alla gara un’atmosfera davvero particolare. Anche i percorsi erano originali, e questo ha reso la corsa aperta e accessibile a runner di ogni tipo.”








