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Le immagini e la testimonianza del rinomato fotoreporter svizzero Mario Heller ci conducono a Curaçao, apparente cenerentola del Mondiale alle porte: un viaggio estetico, culturale ed antropologico, dove il calcio assume il ruolo di lente attraverso cui osservare la complessa storia di quest’isola caraibica

Un’Onda Blu. Non poteva esserci soprannome, o metafora, più azzeccata per definire l’improbabile apparizione di Curaçao ai Mondiali FIFA 2026. Isola caraibica di appena 200mila abitanti, il suo ingresso sul più brillante palcoscenico calcistico globale può sembrare, a prima vista, un autentico miracolo sportivo. Come tale è stato, e continua ad essere, descritto dai più.

Eppure, avvicinandosi al moto ondoso di questa Nazionale, è molto altro a rivelarsi. Sono sfumature culturali e stratificazioni storiche: gradazioni di blu più dense e profonde. A palesarsi è, soprattutto, il rapporto con l’Olanda: Paese che, per circa quattro secoli, ha controllato Curaçao, e oggi rimasto polo d’influenza di un’isola immersa in quella che molti studiosi definiscono condizione post-coloniale.

Il fotoreporter svizzero Mario Heller ha deciso di attraversare l’oceano e d’indagare lo stato dell’arte di questa nazione. All’ombra dei colorati palazzi di Willemstad, capitale non per caso chiamata ‘Amsterdam dei Caraibi’, Heller ha ritratto il ruolo del calcio nella società curacense e compreso come essa stia interpretando una storica spedizione Mondiale, popolata prevalentemente da giocatori cresciuti e formati nel cuore dell’Europa: in Olanda, per l’appunto.

Il calcio che si fa strumento di scoperta, dunque, raggiungendo lo scopo più alto di ogni Mondiale.

Let’s begin with a few biographical notes: how and why did photography first become part of your life, and what does this art form represent to you today?

“Sono cresciuto in un piccolo villaggio della Svizzera. Da bambino scrivevo storie su un agente che freddava chiunque incontrasse, vedendole poi ai membri della mia famiglia. Mio padre era un lettore compulsivo di giornali e riviste e, appena ho imparato a leggere, ho iniziato a fare lo stesso. A scuola, matematica e fisica mi mettevano in difficoltà. I voti erano sempre peggiori e, alla fine, ho abbandonato gli studi per iniziare un apprendistato come panettiere. Una decisione presa quasi per caso, che mi ha insegnato lezioni ancora oggi fondamentali: la pazienza e il valore del lavoro.

In quegli anni è arrivata anche la mia prima macchina fotografica. Le persone sembravano apprezzare le immagini che scattavo… e a me piaceva mostrare loro il mondo attraverso il mio sguardo. È ancora questo il motore di tutto: documentare la vita, soprattutto ciò che non si nota ad un primo sguardo, e portare quei dettagli all'attenzione di un pubblico più ampio”

 

Il calcio, invece, in che modi e forme ha toccato il tuo percorso, la tua crescita culturale e il tuo immaginario visuale? È stata ed è una parte influente della tua identità?

“Il calcio c'è sempre stato. Per molto tempo, però, è rimasto separato dal mio lavoro: come se appartenesse ad un universo parallelo. Da bambino significava videogiochi, album di figurine, Mondiali di Giappone e Corea del Sud, che ho seguito in televisione quando avevo undici anni. Poi, mio padre mi ha portato per la prima volta allo stadio dell'FC Aarau, una piccola squadra svizzera, e all'improvviso tutto ha trovato un senso: la passione che, fino ad allora, avevo vissuto tra le mura domestiche è diventata reale, fisica… ha preso forma non appena mi sono immerso nei suoni dello stadio e nella luce dei riflettori.

In seguito, come giovane fotografo per il giornale locale di Aarau, ho avuto la possibilità di seguire la squadra da vicino. Eppure, non sono mai riuscito a trasformare il calcio in un progetto vero e proprio. È con Curaçao che questi due mondi si incontrano davvero per la prima volta. Aspettavo una storia in cui il calcio non fosse soltanto calcio, ma una chiave d'accesso a qualcosa di molto più grande”

 

Come nasce l’idea di andare nei Caraibi, a Curaçao, per ritrarre il movimento calcistico di una piccola isola che oggi si ritrova ai Mondiali?

“Mentre assistevo al sorteggio dei Mondiali, Curaçao ha immediatamente attirato la mia attenzione. A giugno affronterà la Germania nella prima partita e, fino a quel momento, non avevo mai sentito parlare del Paese. La mia prima reazione è stata pensare che si trattasse di uno di quei miracoli che soltanto il calcio può produrre. Una nazione di 156 mila abitanti, più piccola del Lago di Costanza, situata a sessanta chilometri dalle coste del Venezuela… qualificata per una Coppa del Mondo.

Poi, osservando la situazione più da vicino, quel miracolo ha iniziato a mostrare contorni diversi. Curaçao è un’ex colonia olandese e, guardando la rosa della nazionale, mi sono accorto che tutti i giocatori, tranne uno, sono nati e cresciuti nei Paesi Bassi. La squadra che rappresenterà l'isola negli Stati Uniti esiste, in un certo senso, a settemila chilometri di distanza da essa. Le storie che inseguo finiscono spesso per condurmi in luoghi isolati, ai margini delle mappe. Per questo Curaçao mi è sembrata subito una destinazione ideale: un punto d'incontro tra la mia passione calcistica, di lunga data, e le questioni geopolitiche che da anni attraversano il mio lavoro.

Quando ho contattato la federazione chiedendo di poter intervistare i giocatori e seguire gli allenamenti, la risposta è stata quasi surreale: “Nessuno dei giocatori vive sull'isola. E di solito si allenano in Olanda.”

‘So what does the island have to do with this success?’: this is the question you found yourself asking, given how deeply the team’s development is tied to the Dutch football structure. What answer did you arrive at?

“È una domanda che mi ha accompagnato per tutto il viaggio. Nelle storie che racconto c'è quasi sempre un elefante nella stanza e sento il bisogno di nominarlo. A Barentsburg, la città mineraria russa nelle Svalbard, era la guerra in Ucraina. A Nakhchivan, exclave azera, erano le tensioni con l'Armenia. A Curaçao, la questione era un'altra: come si vive il fatto che i Paesi Bassi continuino, in qualche modo, a servirsi dell'isola, costruendo una nazionale composta quasi esclusivamente da giocatori nati e cresciuti in Olanda? A chi appartiene, davvero, questo successo?

Gli abitanti di Curaçao sono abituati a sentirsi rivolgere questa domanda. I numeri raccontano molto. Nel mondo ci sono circa 300 mila persone originarie di Curaçao, ma la metà vive nei Paesi Bassi. Tutti possiedono un passaporto olandese. Tutti hanno parenti in Olanda. L’isola e l’ex potenza coloniale non sono due luoghi distinti. Formano uno spazio condiviso, profondamente intrecciato, e il calcio non fa altro che rendere visibile questo intreccio.

Molte delle persone con cui ho parlato hanno reagito mostrando una certa rassegnazione. Alcuni si limitavano ad alzare le spalle. È sempre stato così. Altri dicevano che continuare a guardare al passato non ha molto senso. Gilbert Martina, presidente della Federazione calcistica di Curaçao, lo ha espresso in termini quasi poetici: “Curaçao in portoghese significa guarigione. Trasformare le ferite in saggezza. Il dolore è inevitabile, la sofferenza è una scelta.” E in parte sono d'accordo. Ad un certo punto bisogna andare avanti. Anche perché questa situazione porta benefici concreti all'isola. Auguro a Curaçao ogni successo possibile. Mi piacerebbe vederla compiere un'impresa. Ma ho anche avuto la sensazione che molti non abbiano mai davvero elaborato il fatto di essere stati una colonia olandese, di dipendere ancora oggi dai Paesi Bassi e, per certi aspetti, di continuare a essere utilizzati da quel sistema.

Valdemar Marcha, antropologo culturale ottantaduenne e figura centrale del mio reportage, lo ha detto senza troppi giri di parole: “Siamo stati una colonia. E, informalmente, lo siamo ancora.” Poi, ha pronunciato la frase che mi è rimasta più impressa: “Quando Curaçao vince, è una vittoria olandese. Quando perdiamo, all'improvviso diventiamo qualcos'altro.” Credo che questo dica molto del posto che l'isola occupa ancora oggi”

 

Dal punto di vista dell’indagine estetica e da fotoreporter di assoluto spessore, quali sono i dettagli, i momenti, le sensazioni che più ti hanno attratto e colpito in questa indagine calcistica e sociale?

“Come fotogiornalista cerco sempre immagini capaci di contenere contraddizioni all'interno dello stesso fotogramma. Curaçao me ne ha offerte parecchie.

Uno degli episodi più significativi è avvenuto durante un allenamento dello Jong Holland, il club che, attualmente, è campione nazionale. Un dirigente stava osservando i giocatori a bordo campo e mi ha raccontato che, nel 2020, l'Ajax aveva valutato la possibilità di espandersi a Curaçao, costruendo un centro calcistico all'avanguardia. L'idea era semplice: portare sull'isola i giovani più talentuosi provenienti dagli altri Paesi caraibici, seguirne la crescita in un clima favorevole e prepararli gradualmente al trasferimento nei Paesi Bassi. Quel progetto non è stato realizzato. Qualcuno ha fatto notare che la FIFA avrebbe potuto contestare una forma di traffico minorile. Dopo avermi raccontato questa storia, sempre osservando i ragazzi impegnati durante l’allenamento, il dirigente ha sorriso e aggiunto scherzando: “Hanno imparato molto bene dai loro antenati.” Quella battuta continua a risuonarmi in testa”

Lungo la tua ricerca, hai avuto modo di parlare con molte persone: da leggende calcistiche locali, a semplici tifosi. Quali sono state le testimonianze più significative e arricchenti?

“A colpirmi maggiormente è stata la mentalità delle persone. I cittadini di Curaçao possiedono una leggerezza che ha ben poco a che vedere con quella olandese. Amano la propria vita, si prendono il loro tempo, convivono con il sole e il caldo per gran parte dell'anno. Una serenità che, però, coesiste con il dato della povertà e con la costante prospettiva dell’emigrazione. Ed è proprio questa convivenza a rendere tutto più complesso di quanto possa apparire a prima vista.

Bryan Anastatia, trentaquattrenne capitano dello Jong Holland, incarna perfettamente una generazione nata forse troppo presto rispetto all'epoca attuale, in cui un talento può essere scoperto praticamente ovunque grazie ai social media e alle reti globali di scouting. Mi ha detto una frase molto semplice: “Se vuoi diventare un professionista, devi lasciare l'isola da giovanissimo.” Per lui, a sedici anni, è stato troppo tardi. Ha studiato Scienze Motorie a Cuba ed è diventato insegnante di educazione fisica. La qualificazione di Curaçao ai Mondiali rappresenta per lui un motivo di orgoglio, ma anche qualcosa di più complesso. “Giocare un Mondiale è la cosa più grande che possa accadere nel calcio. Ma non possiamo essere completamente orgogliosi di questa squadra. Molti grandi giocatori cresciuti qui non hanno mai avuto la possibilità di prendere parte a questo successo.” Una riflessione che ho sentito riaffiorare più volte nel corso del viaggio.

Poi, Stephany Seinpaal, trentanove anni, impiegata nel dipartimento finanziario dell'ospedale più grande dell’isola. Sta pagando quasi tremila dollari a rate pur di essere presente sugli spalti quando Curaçao affronterà la Germania. Suo figlio, Qmany, ha sedici anni e stava sostenendo alcuni provini nei Paesi Bassi. Quando le ho chiesto quale nazionale sceglierebbe qualora la sua carriera dovesse decollare, ha sorriso prima di rispondere: “L'Olanda. È sempre stato il mio sogno.” Una risposta che, da sola, racconta molte delle contraddizioni che attraversano l'isola”

 

Dove speri possa condurre questa ‘Blue Wave’? E con che occhi osserverai Curaçao durante il Mondiale?

“Spero che la ‘Blue Wave’ riesca a regalare all'isola un senso di orgoglio indipendente dai Paesi Bassi. Soprattutto, spero che questo orgoglio si traduca in qualcosa di concreto: investimenti nelle strutture locali, nei settori giovanili, nei percorsi dedicati ai ragazzi che vivono realmente sull'isola. Come mi ha detto Bryan Anastatia, se le risorse non verranno reinvestite nelle infrastrutture locali, nulla cambierà davvero.

Recidere completamente il legame con i Paesi Bassi è probabilmente impossibile. Forse, nemmeno è necessario. L'intreccio tra le due realtà è troppo profondo. Può, però, essere ridimensionato. Curaçao potrebbe sfruttare questo momento per definire sé stessa secondo i propri termini, anziché continuare a essere percepita come il partner minore di un’ex potenza coloniale.

Io farò il tifo per Curaçao. Soprattutto contro la Germania che, da buon vicino svizzero, continuo a considerare una sorta di rivale storica. Ho già comprato una maglia della nazionale di Curaçao. La indosserò con orgoglio”