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Isiah Thomas: innamorarsi di un Bad Boy

In un mondo di Larry Bird, ‘Magic’ Johnson e Michael Jordan, ecco perché amare ‘Zeke’

19 giugno 1988, i Detroit Pistons arrivano a Los Angeles, sponda Lakers. Hanno in mano le Finals, la serie è sul 3-2, si fa largo la possibilità di portare, dopo una lunghissima siccità, il titolo nella ‘Città dei Motori’.

Isiah Thomas penetra nel cuore dell’area, provando a rilasciare uno dei suoi lay-up effettati in mezzo ai mastodontici corpi assiepati nel pitturato. Una pratica banale, ripetuta allo sfinimento dai tempi collegiali, anzi, dagli aspri playground del West Side di Chicago, dove il piccolo Isiah doveva ricamare soluzioni alternative e funamboliche per sfuggire ai muscoli dei suoi avversari.

Al ‘Forum’ di LA, però, qualcosa va storto. Thomas ricade male sul piede sinistro, la caviglia si gira completamente. ‘Zeke’ rantola a terra, in preda all’estremo dolore.

Con la mano destra Thomas prova ad afferrare il piede dell’arbitro, in un disperato tentativo di richiamare la sua attenzione, di ricevere aiuto o conforto. Poco dopo esce zoppicando dal campo, le sue Finals sono finite.

Inizio terzo quarto, Isiah Thomas rientra, trascinandosi, sul parquet. Smorfie di dolore e tiri in equilibrio su un solo piede accompagnano 25 punti in 12 minuti. Sono attimi di magia cestistica. Ogni rilascio viene seguito da un volo nelle prime file, da un rientro in difesa barcollante.

I Pistons perdono la gara e il titolo, ‘Zeke’ guadagna la nomea di giocatore indistruttibile.

Si può riassumere in queste immagini Isiah Thomas. Un lottatore senza limiti, un uomo capace di riscrivere le leggi del playmaking, portandolo in una nuova dimensione: quella dell’ipervelocità, della frenetica abilità di palleggio, dell’assenza di timore nei confronti di aiuti forti della difesa.

Oggi Thomas è demonizzato, improvvisamente si è visto trasformato in un tabù cestistico e umano, nel mandante di risse e colpi scorretti. Boss spietato dei ‘Bad Boys’ capaci di vincere due titoli nel 1989 e 1990, epitome di antisportività, tra mancate strette di mano e trash talking selvaggio.

Quello che molti non sanno, però, è che l’essenza di Thomas era racchiusa proprio in quei gesti. Doveva esserlo dai tempi della sua infanzia, senza alternative, senza compromessi. 

“Quando ero piccolo passeggiavo per le strade con la pancia vuota, alla ricerca di spiccioli o involucri di fast-food con pezzi di formaggio ancora presenti all’interno. Ho lucidato scarpe per guadagnarmi qualche spicciolo”, e ancora, “Le mie prime fantasie non erano legate al basket. I miei sogni riguardavano frigoriferi ben forniti. Enormi frigoriferi che esplodevano, con arrosti, galline, piatti di pasta e spesse bistecche”

Questi sono alcuni stralci dell’autobiografia ‘The Foundamentals’. Libro in cui viene messa a nudo una vita completamente dedicata alla pallacanestro: dall’ora e mezza di bus spesa giornalmente per arrivare ad allenarsi in una scuola privata, alle notti trascorse in compagnia del fratello ad incrementare le doti di ball-handling.

Resilienza. Isiah Thomas dovette abituarsi da subito ad attutire le spallate del mondo esterno e dei giganti che con lui condividevano il parquet. Per riuscirci ha sempre fatto affidamento sulla propria velenosità: morsi che arrivavano rapidi e letali, sotto forma di contropiedi inarrestabili e acide frasi lanciate addosso ad avversari e allenatori.

Nella sua carriera si è scontrato con tutto e tutti, a partire dal santone Bobby Knight, che lo volle nei suoi Indiana Hoosiers. Un rapporto altalenante, che vide Thomas accantonato più volte dal progetto del filosofo dell’Ohio. Incomprensioni e urla, eppure un titolo NCAA vinto con il soprannome di ‘Mr. Wonderful’. Diventarono migliori amici i due, Knight percepì il desiderio di successo della sua giovane point-guard, un incessante flusso di energia e bramosia primordiale.

Successe lo stesso in maglia Pistons, dove Thomas dovette diventare duro tra i duri, accompagnando il suo talento sconfinato ad una presenza mentale estenuante. Nessuna pausa, nessun rimorso.

“Solo due giocatori di quella squadra potevano davvero fare a botte: Isiah Thomas e Joe Dumars. Rodman non sapeva picchiare, Salley non sapeva picchiare, Mahorn non sapeva picchiare, Laimbeer non sapeva picchiare. Nemmeno Vinnie Johnson e James Edwards sapevano picchiare”

Non è un caso se lo stesso Charles Barkley, tornando con il pensiero ai ‘Bad Boys’ di fine anni ’80, si riferisce in questi termini ad un ragazzo dall’altezza e dalla presenza muscolare modesta. Thomas era un uomo vero, uno di quelli forgiati per conquistare: con ogni mezzo, con ogni modo.

“Era importante per me credere, perché se non avessi creduto io, come avrei potuto aspettarmi che gli altri l’avrebbero fatto?”

Credere e far credere. Le doti di leadership di ‘Zeke’ furono forse le più grandi viste sui parquet NBA. Una capacità unica, la sua, di stringere intorno a sé un gruppo di uomini, di determinare un obiettivo e forzare gli altri a raggiungerlo. Una scalata contro l’opinione pubblica, contro il sentir comune, contro stelle brillanti da imbrigliare con qualsiasi espediente.

Odiato dal mondo esterno, amato profondamente da chi gli stava accanto. È questa la croce portata da ‘Zeke’, ed è anche il motivo della sua clamorosa estromissione dal Dream Team del 1992: infantile richiesta da parte dei grandi volti NBA, un’ostracizzazione forzata che ha regalato al ragazzo di Chicago il più grande rimpianto della propria vita.

Un odio che, carsicamente, è rispuntato nelle ultime settimane. Un odio che troppo in fretta si dimentica delle sue azioni fuori dal campo. Delle tante borse di studio pagate durante i suoi anni NBA, dei milioni investiti nel miglioramento delle aree periferiche di Chicago, delle campagne contro la criminalità di Detroit e dei vari premi conseguiti per il suo impegno filantropico: come l’Humanity of Connection Award per il lavoro all’interno della comunità afroamericana.

Innamorarsi di Isiah Thomas è possibile, anche in un momento storico che richiede la sua fustigazione pubblica. Perché ‘Zeke’ è più di una mano non stretta o di un fallo duro, basta solo capirlo.

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