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Io sto con Anthony Joshua

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In un mondo che tifa spudoratamente Andy Ruiz, c’è anche chi sul ring vuole il trionfo di AJ

Gianmarco Pacione

6 dicembre 2019

È necessario detestare la perfezione, desiderarne il fallimento, votarsi al santo protettore degli underdog? È necessario schierarsi spudoratamente al fianco di Andy Ruiz, del paffuto messicano prima deriso, poi acclamato e idolatrato come paladino boteriano?

Anthony Joshua si trova da mesi invischiato in un mondo in subbuglio, bramoso del suo tracollo. Un cacciatore di razza divenuto preda, costantemente pressato da media e semplici appassionati che sperano di vederlo cedere, che sognano la sanguinosa disfatta del gigante di Watford.

Un turbinio di precoci nenie, di scaramantiche danze della pioggia. La vittoria di Ruiz improvvisamente è diventata la vittoria del difettato da outlet sul marchiato da via principale, del popolo sull’elite.

Raramente è stata così tonante la differenza estetica tra due protagonisti del ring a questo livello. Ruiz ha iniziato facendo tenerezza, instillando simpatia anche, se non soprattutto, negli esterni al mondo pugilistico: popolino del web completamente all’oscuro delle sue qualità da boxeur, inebetito dai fianchi larghi e dal baffetto sorridente. Il messicano si è trovato catapultato in un freak show massmediale, rimbalzato tra social e canali televisivi come designata vittima sacrificale.

Pecora nel recinto del T-Rex, topo nella gabbia del serpente. Il banchetto di Joshua era stato preparato senza pensare di lasciare a Ruiz una piccola, motivata, percentuale di riuscita. Poi, davanti allo scioccante esito del ring, il mondo è esploso: un tripudio di bandiere messicane ha invaso tutti i canali di comunicazioni. La dittatura era finita, anche il bionico era fallato, l’uomo medio poteva dominare il mondo. Oggi, a distanza di 6 mesi, il carosello si ripropone in Arabia Saudita e nel globo, identico e irritante nella sua effimera ipocrisia.

Non per tutti, però, valgono queste formule superficiali e irritanti, questo forzato schierarsi contro, questa necessità di stare dalla parte del debole. Qualcuno nella vittoria di Anthony Joshua ci spera veramente. Lo fa ammirando un corpo ineguagliabile, miniato da muscoli d’ebano forgiati nell’acciaio. Lo fa impressionato dalla grandezza della natura umana, dal poetico equilibrio tra potenza e tecnica.

Joshua ammalia gli occhi, i suoi guantoni disegnano linee abbacinanti, le sue gambe sono tronchi tonici accompagnati da piedi educati, eleganti. I suoi atteggiamenti non lasciano quasi mai spazio alla boria, alla spavalderia. È un lavoratore, un pensatore. L’ex campione del mondo arriva in Arabia Saudita con pochi proclami alle spalle, ad accompagnarlo sono tante foto che lo ritraggono sorridente, affaticato dalla mole incredibile di allenamenti e dall’intensità degli sforzi fisici vissuti nelle ultime settimane.

Il fenomeno di origini nigeriane è un atleta magico, rarissimo. È un titano signorile, un colosso armonico. Per questo merita il titolo, perché gli dei è giusto che rimangano tali, perché la perfezione merita di essere celebrata, perché alle forme d’arte va dato il giusto riconoscimento, perché Anthony Joshua deve segnare la storia del pugilato, deve marchiarla a fuoco, indelebilmente.

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