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Iniziano le classiche del nord!

Domenica sulle strade del Belgio si corre la Gand-Wevelgen, la corsa che apre il ciclo alle classiche del nord. Dal 1934 i successi italiani sono in tutto sei, partendo da Francesco Moser che quarant’anni fa fu il primo ciclista italiano ad incidere il proprio nome nell’albo d’oro.

Duecentocinquanta chilometri con dieci strappi, il più duro dei quali è il Banenberg da affrontare due volte, assaggi di pavè. Kemmelberg e Ploegstrets sono i due punti chiave che spaccheranno il gruppo formando la selezione decisiva. L’arrivo in volata a ranghi ristretti è la più accreditata delle ipotesi. Terreno di caccia dei fiamminghi, con tre successi ciascuno i corridori di casa Robert Van Eenaeme, Rik Van Looy, Eddy Merckx e Tom Boonen guidano la pattuglia dei più vincenti in compagnia di Mario Cipollini e Peter Sagan.
Lo scorso anno la zampata dell’asso slovacco beffò Elia Viviani proprio sulla linea del traguardo. Al veronese di Oppeano restarono le lacrime per una vittoria sfuggitagli di un nonnulla. Dal 1934 i successi italiani sono in tutto sei: oltre al tris di Cipollini (1992-1993-2002) le altre firme sono quelle di Luca Paolini nel 2015, Guido Bontempi nel 1985, e Francesco Moser nel 1979. Quarant’anni fa il trentino fu il primo ciclista italiano ad incidere il proprio nome nell’albo d’oro della corsa. Era il 4 aprile del 1979: tre giorni prima l’occhialuto Jan Raas aveva vinto un Giro delle Fiandre in cui tra Moser e De Vlaeminck volarono parole grosse. D’altronde se uno è “lo Sceriffo” e l’altro “il Gitano”, metterli d’accordo è dura.
E così ci pensò Raas. A dispetto dell’aspetto da medico della mutua, te lo raccomando un tipo come Jan Raas.
Per delucidazioni rivolgetevi pure a Giovanni Battaglini e chiedetegli del mondiale di quello stesso 1979 in Olanda a Valkenburg, quando non appena fu lanciata la volata il vicentino si ritrovò disteso sull’asfalto.
Indovinate un po’ per merito di chi… Al povero Giovanni rimasero le ferite, a Raas la gloria dell’iride. Così va il mondo.

Quella Gand-Wevelgem del 1979 fu corsa dura: al comando si formò un plotoncino di cinque corridori: i due nemici Moser e De Vlaeminck, il belga Demeyer e i due olandesi Raas e Lubberding, altro tipetto poco raccomandabile.
Per Moser non era quella certo la migliore delle compagnie.
Francesco, al solito sin troppo generoso, giocò di tattica rinunciando per una volta a recitare la parte del mulo che tira.
In vista dello sprint finale, temendo di finire intrappolato nella morsa letale dei due briganti olandesi e di quel furbastro del Gitano, vestì i panni del difensore anziché dell’attaccante. Fu il ritratto perfetto del tipico difensivista e contropiedista all’italiana. Ai quattrocento metri Lubberding dette fuoco alle polveri al servizio di Raas; su di lui rinvenne Demeyer, ma Moser ringhiò come un mastino e lo passò facile facile. Inutile e tardiva la rimonta di De Vlaeminck che finì secondo davanti a Raas terzo. “Mi sentivo forte – disse Moser – Temevo De Vlaeminck, ma facendo la volata sulla destra ho potuto sfruttare anche il vento”. Griffe di gambe e cervello; forza e lucidità tattica, gli ingredienti della miscela giusta. Incassato il colpo, De Vlaeminck si limitò a sillabare: “Ho perso perché ero troppo stanco”. Forse, chissà…Quattro giorni dopo, Moser gli avrebbe inflitto un’altra sconfitta, di gran lunga più dolorosa, alla Parigi-Roubaix. De Vlaeminck, a caccia del quinto sigillo (con quattro successi detiene il record di vittorie in condominio con Tom Boonen), finì ancora una volta secondo alle spalle di Moser al secondo centro del suo magico tris sulle pietre.
Una storia divenuta leggenda che nella Gand-Wevelgem ebbe il suo preambolo.

Matteo Fontana
Twitter @teofontana
Instagram @matteofontana1976

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