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Il sangue Azzurro dentro: Jake Polledri

Cresciuto in Inghilterra da nonni italiani, cameriere prima, stella mondiale poi: la storia del nuovo guerriero dell’Italrugby

Gianmarco Pacione

25 settembre 2019

Carmarthen è una piccola chiazza abitativa del Galles meridionale. Una città tranquilla, rannicchiata attorno all’antico anfiteatro romano e alla vecchia ferrovia. Nel secondo dopoguerra, a breve distanza dalla piazza principale, s’illuminava instancabile la scritta “Ice Cream”: dentro il magazzino, pronti a creare i gelati più buoni della contea, lavoravano in piedi Tony e Luisa Polledri. Nessuno si sarebbe potuto aspettare che da quella bottega sarebbe uscito, a distanza di due generazioni, il piccolo Jake: il ragazzo che avrebbe fatto sognare l’Italia del rugby.

La storia di Jake Polledri affonda le sue radici proprio nel Bel Paese. Sua nonna Luisa è di Roma, nonno Tony invece è della Valle del Ceno, zona parmigiana. Entrambi si spostano in terra Anglosassone dopo il ’45 per cercare fortuna e solidità economica. Si conoscono e s’innamorano tra una pallina di pistacchio e una di stracciatella, si sposano e diventano genitori di Peter.

Nasce proprio con Peter Polledri la tradizione rugbistica familiare. Il padre di Jake gioca 466 partite con la maglia del Bristol, diventandone capitano e flanker inamovibile. Peet fa parte anche delle varie nazionali giovanili inglesi, arrivando a guidare l’Under23. La Federazione Italiana lo lusinga a lungo, facendo leva sul suo sangue, sulle tradizioni familiari, sulla lingua che il ragazzo cresciuto a Bristol parla spesso a casa con i genitori. Papà Polledri rifiuta però le convocazioni Azzurre, non può permettersi economicamente di attraversare la Manica: nel rugby dei suoi tempi non girano i soldi di oggi. Il figlio di Luisa e Tony decide così d’investire, ancora giovane, le poche sterline guadagnate aprendo un bar a Bristol.

Dal bancone al prato verde e ritorno. Jake Polledri nasce a Bristol nel 1995 vedendo suo padre lavorare giorno e notte, dividendosi tra il servizio di pinte schiumanti e il conteggio degli scontrini giornalieri. Peet è un imprenditore di altissimo livello e dal grande fiuto per gli affari: il bar prima si allarga, poi si sdoppia, infine lascia spazio ad una serie di fast food aperti in franchising. Al termine di ogni giornata lavorativa, nonostante la stanchezza, Peet passa a prendere Jake e lo porta sul prato verde, lo forza ad innamorarsi di quello sport che tanto ha significato per lui.

Jake non è un talento naturale, fatica per anni nell’Academy di Bristol e al massimo esordisce con la secondo squadra della società. A diciotto anni sceglie di passare all’Hartpury RFC, una società semiprofessionistica a 40 minuti di macchina da Bristol. Qui il nipote d’Italia comincia a crescere muscolarmente e a dimostrarsi una consistente terza linea ala. In questa fase di vita Jake si allena il martedì, il mercoledì e il venerdì; il lunedì e il giovedì lavora in uno dei Subway di suo padre farcendo panini, il martedì e il mercoledì fa mezza giornata nello storico bar di famiglia.

Alla fine di una stagione in crescendo arriva la chiamata insperata dal Gloucester e dal professionismo. A 22 anni Jake si affaccia per la prima volta nel parco giochi della English Premiership. Da quel momento in poi non si volta più indietro, dimostrandosi il classico esempio di talento a scoppio ritardato.

Il sangue Azzurro dopo essere ribollito a lungo sottopelle, complici alcune convocazioni nelle rappresentative giovanili, viene definitivamente a galla il 17 marzo 2018 con l’esordio nella Nazionale senior durante la sfida con la Scozia nel Sei Nazioni.

Oggi Jake Polledri è per gli addetti ai lavori una rivelazione assoluta: un underdog esploso dal nulla e destinato a colorare, con la sua forza bruta, i più grandi palcoscenici rugbistici nel prossimo futuro.

Il nipote di Luisa e Tony gioca questo Mondiale giapponese con la Nazionale italiana. Esordirà da titolare contro il Canada vestendo la maglia numero 7. Lo farà vestendo orgoglioso i colori del Paese che ha forgiato la sua famiglia; lo farà, sicuramente, pensando al gelato che ha dato inizio a questa dolce storia di sport tricolore.

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