fbpx

Il più incredibile dei finali

Successe, il 26 maggio del ’99, uno degli eventi più sbalorditivi della storia del calcio. Al Camp Nou si disputava la finale di Coppa dei Campioni tra Bayern Monaco e Manchester United, un finale che avrebbe assunto i contorni di una tragedia greca. Quella notte accadde l’imponderabile.

In ginocchio e in lacrime, Sammy Kuffour non poteva essere più distante da quelle parole di Rudyard Kipling, scritte all’ingresso del Centre Court di Wimbledon: “If you can meet with Triumph and Disaster/ And treat those two impostors just the same”. Trattare allo stesso modo questi due impostori. No, Kuffour non sarebbe mai riuscito a farlo.
Il Trionfo era stato così vicino, e il Disastro talmente grande e inaspettato, che nessuno sarebbe stato capace di considerarli con la medesima pace interiore. Era il 26 maggio del 1999. Il Bayern Monaco, la squadra in cui giocava Sammy, poderoso difensore ghanese, era stata a un attimo dalla conquista della Coppa dei Campioni. Poi era accaduto l’imponderabile, e Kuffour c’era finito in mezzo, tra le maglie rosse del Manchester United. Per loro, il Trionfo.
Per lui, per i suoi compagni, il Disastro. A Barcellona era andata in scena una finale che aveva assunto i contorni di una tragedia greca. Il deus ex machina che ne aveva segnato l’esito veniva dalla Norvegia. L’avevano chiamato Baby-Faced assassin, l’assassino con la faccia da bambino, perché aveva un viso efebico, ma un senso del gol che sconfinava nella spietatezza. Alex Ferguson, il manager del Man U, lo inseriva a partita in corso, una carta che a volte era un jolly, ma che quella sera, sul prato del Camp Nou, portava con sé il rumore fosco della disperazione.
Ole Gunnar Solskjaer fece quel che gli riusciva meglio e “uccise” il Bayern Monaco.

Eppure, per il Bayern, tutto era andato così bene. E alcuni fatti avevano iniziato a indurre a una certa dose d’ottimismo già nella spettacolare semifinale di ritorno che il Manchester United aveva vinto per 3-2 a Torino con la Juventus.
Una partita epica, quella, con Pippo Inzaghi che segnò subito una doppietta e la squadra di Ferguson che, dopo l’1-1 dell’andata, pareva spacciata. Invece era risalita, aveva pareggiato e sorpassato Madama. Lungo il cammino, però, erano stati ammoniti Roy Keane e Paul Scholes,. Entrambi diffidati, vennero squalificati. A Barcellona non ci sarebbero stati.
Keane e Scholes, di quello United, erano l’alfa e l’omega: la piuma e il piombo di un centrocampo seminale, che avrebbe fatto da feticcio per molti imitatori futuri. Senza di loro, Ferguson avrebbe dovuto inventarsi qualcosa d’insolito e, per questo, non necessariamente rassicurante. Ottmar Hitzfeld, l’allenatore del Bayern, con i tratti austeri di un ministro del Bundestag, aveva costruito una squadra d’acciaio, che si era presa il biglietto per il Camp Nou vincendo il girone eliminatorio, davanti proprio al Manchester United (negli scontri diretti erano usciti due pareggi) per svellere, nel derby tedesco dei quarti, il Kaiserslautern, con un 6-0 complessivo, e sconfiggere poi la Dinamo Kiev di un’incantevole stella portata dal vento d’Ucraina, Andriy Shevchenko. In attacco, con il carroarmato Carsten Jancker e, a seconda delle esigenze, il fantasioso Mehmet Scholl o il generoso Alexander Zickler, c’era il supporto del “tuttocampista” Mario Basler.
Era la difesa, tuttavia, la più chiara espressione della forza bruta del Bayern.
Una guerresca linea a quattro, coordinata, nella posizione di libero, da Lothar Matthäus, l’epitomico fuoriclasse, campione del mondo nel 1990 con la Germania Ovest in Italia. E all’80’, quando, sostituito da Thorsten Fink, Matthäus uscì, metaforicamente innalzato tra gli dei del pallone dagli applausi scroscianti delle migliaia di tifosi che avevano seguito in Catalogna il Bayern Monaco, niente faceva presagire che l’epilogo non sarebbe stato perfetto.
Un minuto dopo, però, Ferguson decise di lanciare, al posto di Andy Cole, il centravanti titolare del Manchester United, con Solskjaer. Stava per succedere.

Il Bayern aveva segnato presto, appena al 5’, con Basler, su punizione. Non aveva corso rischi. Anzi, avrebbe meritato di raddoppiare e chiuderla con facilità. Lo United, d’altronde, era spaesato. Senza Keane e Scholes le trame di gioco non venivano naturali. L’azione era lenta, sempre frenata dal tempismo della mediana di Hitzfeld, impostata attorno al carisma di Stefan Effenberg e all’inesauribile propensione al sacrificio atletico di Jens Jeremies.
David Beckham, lo Spice boy che con il suo talento all’ala e il numero 7 sulla maglia aveva rinnovato i tratti del mito di George Best, era stato adattato a un ruolo da centrocampista, in coppia con Nicky Butt, il primo cambio utile in quella zona per Ferguson. Ne esce poco, e la virata verso il 4-3-3, abbandonando il sistematico 4-4-2 che ha condotto lo United fino al Camp Nou, è l’ultima delle idee che sono rimaste per rovesciare il Fato.

I segnali, all’improvviso, fluiscono copiosi e, per chi li vuole cogliere, anticipano l’Inenarrabile, con la trama della partita che viene scritta anche dai due sensazionali portieri: Oliver Kahn, per il Bayern, e Peter Schmeichel, del Manchester United. Schmeichel è stato salvato dal palo su un lob di Scholl, ma nei minuti finali è la traversa a respingere una rovesciata in mischia di Jancker. Kahn, per la prima volta nel corso della partita, deve effettuare delle parate significative, su tutte una, in tuffo, per bloccare una girata aerea di Solskjaer. La sfida è detonata, ma niente fa presagire quanto è sul punto di avvenire. Al 1’ di recupero lo United batte un corner, calciato da Beckham. Schmeichel è salito nel mucchio. Il pallone rimbalza dentro e fuori dall’area, poi di nuovo dentro. Lo intercetta Teddy Sheringam: anche lui, come Solskjaer è stato inserito da Ferguson a gara in corso. Tira, Kahn non può vedere la traiettoria, bassa e avvelenata, che si smorza in porta: 1-1. Poi, il Destino.

Non può vederlo, Sammy. Solskjaer gli sbuca alle spalle. È uno spirito che urla. Una banshee.
Inclina appena il piede destro, quel tanto che gli basta per spingere la palla in alto. Dista pochi centimetri dalla linea.
Kahn non se ne accorge nemmeno.
Il tocco di Solskjaer è un soffio. La faccia da bambino del killer avvampa. Sì, il gol è buono.
Kuffour guarda gli altri giocatori del Bayern. Nei loro occhi ci sono delle tracce antiche, che rimandano allo stupore dei primi uomini di fronte alla scoperta della propria vulnerabilità. Schmeichel fa una piroetta: è rimasto nella propria area ed ha assistito a quel che è accaduto. Nel 1992 aveva vinto l’Europeo con la Danimarca, la sua nazionale, richiamata per l’esclusione all’ultimo della Jugoslavia, dovuta alle sanzioni per il conflitto che era esploso nei Balcani.
Quel successo era stato uno degli eventi più sbalorditivi della storia del calcio.
Schmeichel, in qualche modo, è abituato a certi tipi di miracoli. Il 2-1 di Ole Gunnar Solskajer arriva al 3’ di recupero, appena 2’ dopo la rete di Sheringam. Kipling era un grande scrittore, ma se avesse avuto la possibilità di essere al Camp Nou, quel giorno di maggio, avrebbe avuto la piena coscienza che in pochi, al mondo, possono avere la forza di trattare gli impostori chiamati Trionfo e Disastro alla stessa maniera. La spiegazione era nel pianto di Sammy Kuffour e negli occhi di un elfo norvegese con un soprannome da romanzo di Stephen King. Se entrate nel museo del Manchester United, ad Old Trafford, all’ingresso vedrete una grande foto di quell’ultimo proiettile scagliato in una notte catalana.
Il centravanti non era stato assassinato verso sera: aveva alzato la Coppa dei Campioni.

Matteo Fontana
Twitter @teofontana
Instagram @matteofontana1976

Share This