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Il mondo stregato di Dion Waiters

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Dietro gli orsetti gommosi alla marijuana c’è una vita oscura e dolorosa: quella del figlio di Philadelphia

Gianmarco Pacione

12 novembre 2019

Flirtare con la morte. Il passato di Dion Waiters è difficile da riassumere in maniera diversa. Se il presente della shooting-guard degli Heat è ingolfato mediaticamente dal fattaccio della scorsa settimana, i suoi trascorsi lasciano poco margine all’ironia e alle battute da tastiera.

Oggi Waiters è sulla bocca di tutti, sospeso per 10 partite dai Miami Heat dopo essere collassato sull’aereo privato della franchigia. Il motivo dell’improvviso mancamento e del seguente attacco di panico sarebbe un’assurda indigestione da orsetti gommosi alla marijuana. Un episodio dai risvolti tragicomici, epilogo inevitabile dell’ostico inizio di stagione vissuto dal nativo di Philadelphia. Già alla fine della preseason, difatti, Waiters era stato fermato e multato da Pat Riley per le reiterate mancanze di rispetto nei confronti di coach Spoelstra, reo di non concedergli abbastanza spazio.

Un matrimonio, quello tra Waiters e gli Heat, iniziato 3 anni fa sotto i migliori auspici, tra diete dimagranti e buzzerbeater di altissimo livello. L’unione è naufragata irreparabilmente negli ultimi mesi, giungendo ormai a quello che sembra un inevitabile divorzio. Il carattere ruvido del classe ’91 ha, ancora una volta, marchiato a fuoco il suo rapporto con il mondo della pallacanestro: un’incorreggibile e degenerata abitudine, figlia di una personalità forte, fortissima, impossibile da tenere sotto controllo. Un’indole che in tanti criticano a spada tratta senza, però, riflettere sui trascorsi e sul percorso esistenziale dell’ex giocatore di OKC.

La vita di Waiters inizia con la morte e prosegue con essa: una simbiosi dolorosa che prende forma già in tenerissima età, quando è ancora tra le braccia della madre. Poche ore dopo il primo vagito del nipotino Dion, la nonna materna Eleanor si spegne, abbandonando una figlia sola e in grave difficoltà economica (condizione familiare sinistramente simile a quella di Pat Beverley). Il padre naturale del piccolo è in carcere e vivrà il processo di crescita con estremo distacco. A 8 anni, durante una passeggiata al parco con la madre, Dion osserva un proiettile passargli a pochi centimetri dal viso. A 12 gli viene puntata una pistola alla tempia durante una perquisizione della polizia.

South Philly è un girone infernale da cui Waiters cerca di fuggire giorno e notte rifugiandosi nella pallacanestro e assicurandosi, appena adolescente, l’adulazione delle leggende dello streetball locale. Lo chiamano “Headache” perché fa impazzire chiunque provi a limitarlo: fa esplodere la testa a pari età e a professionisti affermati, senza alcuna distinzione o timore reveranziale. Crossover vellutati e una capacità realizzativa unica, innata, sono le sue caratteristiche distintive. Il suono delle retine in ferro tuttavia non riesce, lungo tutta la finestra adolescenziale, ad allontanare l’angoscia dalla testa della giovane promessa destinata a Syracuse.

A 15 anni vede morire suo cugino Antose in una sparatoria. A 16 anni perde un altro cugino, Isiah e, immediatamente dopo, assiste all’esecuzione di Rhamik, suo migliore amico, crivellato da 11 colpi di arma da fuoco. Trascorrono tre anni e anche suo fratello più giovane Zique viene freddato al termine di un’accesa discussione.

Il dolore non smette un attimo di annidarsi nelle profondità dell’animo di Waiters. La sua grettezza, la sua introversione, il suo costante diffidare di chi gli sta attorno… Ogni tassello dell’uomo Dion Waiters ha una precisa collocazione, un preciso significato.

Riguardo la strafottenza in campo e l’estrema sicurezza nei propri mezzi la guardia degli Heat è sempre stata chiara: “La gente mi chiede perché sia così sicuro di me. La verità è che ho sconfitto alcune delle cose più dure che un essere umano possa affrontare. Non sono impaurito dal prendermi tiri che contano. In fondo possono succedere solo due cose: o entrano o escono. Non credetemi un semplice arrogante di Philadelphia, sono passato attraverso talmente tante cose che il basket risulta essere la più facile di tutte”

Fiducia irrazionale. Così è stata definita questa sua peculiare caratteristica. Una fiducia irrazionale inevitabilmente ereditata dalla violenta giungla di South Philly. Quella stessa giungla da cui inconsciamente Waiters non riesce a staccarsi, scimmiottandone gesti e atteggiamenti, alternando scenate intimidatorie a reazioni in puro ghetto-style. Gli orsetti di marijuana, in fondo, sono solo l’ultimo dei tanti detriti arrivati a valle seguendo l’irto flusso vitale di Dion. Un flusso colmo di tragedie, sofferenza e periodi bui. Un flusso che, troppo spesso, viene snobbato da insensibili media e detrattori.

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