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Il mito del Cardines Field

Una piccola squadra di una piccola città gioca in un campo dalla grande storia

Qui si sono sposati John Fitzgerald Kennedy e Jacqueline Bouvier il 12 settembre 1953. Qui si sono stabiliti i Vanderbilt, leggendari costruttori ottocenteschi e fautori del mito modernista di New York. E sempre qui ha trovato dimora estiva la famiglia Astor, storica nemesi dei già citati Venderbilt nel dominio immobiliare della Grande Mela. Qui nasce e cresce l’Hall of Fame del tennis che si abbina a uno dei tornei ATP più importanti. Qui si è regatato per conquistare la mitologica Coppa America.

Qui, per la cronaca, è Newport, stato del Rhode Island, Stati Uniti nord-orientali. Ora, cosa c’entri il più popolare degli sport americani con uno dei luoghi più elitari del globo è difficile da spiegare. Eppure esiste un forte nesso tra il baseball e questa cittadina di 25mila abitanti. Ed è una storia antica.

A partire dal 1890, infatti, le squadre della Major League che dovevano giocare a Boston erano solite alloggiare presso le convenienti strutture di Newport per poi raggiungere comodamente in treno la capitale del Massachuttes. Per sfruttare al meglio il momento del pernotto, i manager delle squadre in questione organizzavano delle esibizioni contro una selezione all star di giocatori locali. Il tutto davanti al numeroso pubblico (pagante… ) del Freebody Park. Queste partite domenicali dimostrano che la piazza è fortemente interessata al gioco e la New England League decide di concedere alla cittadina una franchigia: nascono i Newport Colts. Sono gli anni in cui viene costruito il Wellington Park, un impianto da 3000 spettatori. Cosa che, per l’epoca, ha un che di epico. La squadra cambia nome e diventa Newport Trojans.

Continua il solito gioco delle franchigie blasonate che vengono ad “allenarsi” in Rhode Island e, nell’agosto del 1916, succede l’incredibile: i New York Giants perdono 5-3 al Wellington Park.

Un risultato incredibile per i padroni di casa perché ottenuto contro una franchigia di MLB e, soprattutto, perché, in seguito a quella sconfitta, i Giants inanelleranno otto vittorie consecutive diventando la squadra più vincente di sempre nel mese di settembre. Un record che regala un alone ancora più mitico al risultato ottenuto dai Trojans.

Ma dove non erano riusciti i Giants ci pensano le termiti che distruggono letteralmente le tribune dello stadio tanto che, per motivi di sicurezza, si è costretti a smantellare quello che rimane in piedi cercando una nuova location per un nuovo stadio. Viene così inaugurato il Cardines Field e con esso continua la passione locale per il “batti e corri”. I Trojans giocano in una Sunset League sempre più importante e la popolarità della squadra aumenta in maniera sostanziale a cavallo della Seconda Guerra Mondiale.

Come tutte le belle storie, però, c’è un finale inesorabile e il killer ha un nome ben preciso: televisione. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta, infatti, le partite dei Boston Red Sox e degli Atlanta Braves cominciano a comparire sul piccolo schermo catalizzando l’interesse degli appassionati di Newport. La Sunset League continua la sua locale attività (che continua ancora oggi!) ma all’inizio degli anni ’90 il colore della Tv via cavo ne uccide definitivamente l’antico appeal. Nel 1993 viene creata la New England Collegiate League e, nel 2001, i Rhode Island Gulls lasciano Narragansett Bay per trasferirsi a Newport raccogliendo l’eredità dei Trojans.

Il campo di gioco rimane sempre lo stesso, quello intitolato a Bernardo Cardines, primo abitante di Newport morto nella Prima Guerra Mondiale. Inizialmente chiamato “The Basin”, il Cardines Field è uno dei più vecchi stadi di baseball di tutti gli Stati Uniti tanto che è in corso una dura polemica legata alla possibilità che questi risulti il più antico tra i campi ancora esistenti. Rimane il fatto che la storia del baseball locale è legata a doppio filo con questo impianto che risulta mitologico per oggettive motivazioni.

Tutta la recinzione, ad esempio, è alta 28 piedi rispetto ai 20 piedi precedentemente eretti… con un’eccezione: nella parte a centro-sinistra del campo si è lasciata un’altezza di 15 piedi non tanto per ricordare l’aspetto originale del tutto, quanto per lasciare crescere un albero! E gli alberi sono uno dei problemi legati al campo. Intorno ad esso, infatti, ce ne sono parecchi e con essi ci sono anche tantissime case visto che la zona in cui sorge è fortemente residenziale: inutile dire che sul budget della squadra pesano anche i tanti vetri rotti…

All’inizio degli anni Ottanta, poi, la forte espansione turistica di Newport portò l’amministrazione locale a considerare l’abbattimento del Cardines Field per costruire un parcheggio. Una sollevazione popolare stoppò questo infausto intento e grazie a una raccolta fondi si continuò a giocare nello stesso posto in cui la brezza proveniente dall’Oceano Atlantico (siamo a un solo isolato dal mare) ha un forte impatto sul gioco, spingendo la palla verso destra a causa dei venti di sudovest.

E se la palla vola fuori dallo stadio? Ecco, in questo caso vige una regola ferrea: tutti i tifosi che abbandonano le tribune per recuperare l’oggetto del desiderio non vengono riammessi all’interno dell’impianto. Il motivo è semplice: si vuole disincentivare una pratica che riverserebbe nelle trafficate strade adiacenti un pericoloso numero di cacciatori di palle… non il massimo in termini di sicurezza.

I fan, quindi, se ne stanno buoni al proprio posto, costretti ad abbandonarlo prima della fine del match in un solo caso: quando la nebbia estiva cala sul diamante. Eventualità, questa, non proprio rara visto che un paio di volte all’anno le partite vengono sospese proprio per tale motivo. Eventualità, questa, che contribuisce a creare il mito di una delle mecche del baseball americano.

Proprio qui, dove JFK e Jackie si sono detti sì, il National Pastime vive una delle sue storie d’amore più belle con il popolo americano.

Credits

PH Jason Evans

IG @afrotographer
jasonevansphoto.com

TEXT Francesco Costantino Ciampa

11 marzo, 2020

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