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Il giorno in cui Magic sconvolse l’NBA

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Esattamente 28 anni fa Earvin “Magic” Johnson rivelò al mondo la sua sieropositività

Matteo Fontana

7 novembre 2019

“I plan to go on living for a long time”. Sono passati ventotto anni dal 7 novembre del 1991. Una notizia scosse il mondo: Earvin “Magic” Johnson, uno dei più grandi giocatori di basket di ogni tempo,  l’architetto dello Showtime dei Los Angeles Lakers, il mito che tutti i ragazzini cercavano di imitare al campetto, aveva contratto l’HIV.

Lo annunciò in una conferenza stampa che fu uno choc. All’epoca, parlare del virus significa dire AIDS, una sentenza di morte. Il presidente degli Stati Uniti, George Bush, disse: “È una tragedia. Per me, per tutti quelli che amano lo sport, Magic è un eroe. Quanto fatto dall’amministrazione americana per la lotta alla sindrome da immunodeficienza acquisita non è stato ancora tutto il possibile ma io correrò un giro di campo in più del necessario per dare il mio contributo alla soluzione del problema”. Chi era stato contagiato dall’HIV veniva visto come un appestato. Pregiudizi e false informazioni permeavano l’opinione pubblica. Nel 1994 il film-capolavoro di Jonathan Demme “Philadelphia” con un magistrale Tom Hanks affiancato da Denzel Washington, avrebbe rotto il muro. Prima ancora, fu Magic ad aprire una crepa decisiva nella diffidenza collettiva.

Johnson si ritirò immediatamente dalla pallacanestro. Eppure fu convocato per l’All Star Game del 1992, che si tenne il 9 febbraio a Orlando. Più di qualcuno si mostrò perplesso per la sua partecipazione alla gara delle stelle NBA. Karl Malone, campione degli Utah Jazz, esplicitò così la sua posizione: “In campo può capitare di ferirsi, a me succede spesso. Non possono affermare che non sia un rischio farlo giocare, non potete dirmi che non ci stiano pensando tutti i giocatori NBA”. Anche Byron Scott ed A.C. Green, che pure per anni erano stati compagni di squadra di Magic ai Lakers, manifestarono delle perplessità. Ma Johnson giocò e tenne fede al soprannome che l’aveva accompagnato fin da quando era al college e vinceva il titolo NCAA con Michigan State: segnò 25 punti, fu votato MVP dell’incontro, che chiuse con una serie di tre triple consecutive. Fu una delle pagine di sport più emozionanti cui si fosse mai assistito.

Pochi mesi dopo, Magic fece parte del Dream Team che incantò all’Olimpiade di Barcellona e fu uno dei trascinatori di quel gruppo leggendario in cui c’erano, tra gli altri, Michael Jordan, Larry Bird, Scottie Pippen e Pat Ewing. La sua vita, inevitabilmente, era stata comunque sconvolta. Nel momento in cui disse pubblicamente di essere stato infettato (vicino a lui, nella sala stampa del Forum di Inglewood, l’impianto dei Lakers, c’erano, tra gli altri, il commissioner NBA David Stern e Kareem Abdul-Jabbar, che con Magic aveva giocato a Los Angeles), Johnson aveva trentadue anni. Avrebbe potuto continuare per altre stagioni, e farlo al massimo dei livelli. Invece, era tutto finito. O forse no.

Negli USA, a causa dell’AIDS, erano morte 125mila persone, fino al 1991. Altre 200mila erano state colpite dall’HIV. Un’emergenza sanitaria imponente. Magic decise di diventare un ambasciatore per la lotta alla malattia. Vent’anni dopo, nel 2011, dirà: “È vero che sto bene, ma non sono guarito. Sono ancora una persona infetta e per sopravvivere devo condurre un’esistenza molto dura. Lo dico affinchè la gente non si faccia illusioni, non abbassi la guardia, e non ripeta i miei errori”. Nel libro “Il basket eravamo noi”, scritto dalla giornalista Jackie MacMullan, viene evocato l’istante in cui il numero 32 gialloviola rivelò allo spogliatoio dei Lakers il suo stato di salute: “In piedi di fronte ai suoi compagni di tante battaglie, Magic crollò. I Lakers erano la sua famiglia, il suo sostegno, il centro del suo mondo. E, in quel momento, il suo mondo stava andando a pezzi. Spiegò la diagnosi e la terapia a cui si sarebbe sottoposto. Disse loro che si sentiva in colpa perchè li stava abbandonando. Poi scoppiò in lacrime, nonostante si fosse ripromesso di non farlo”. Le parole che pronunciò poco dopo furono un colpo di pietra che spaccò il silenzio: “A volte pensiamo che solo i gay possano prendere l’AIDS o che non possa succedere a noi, e invece eccomi qui, e vi dico che può succedere a chiunque, anche a Magic Johnson”.

Diciassette giorni dopo, il 24 novembre, a Londra si spense Freddy Mercury, ucciso dall’AIDS. C’era paura, terrore, sospetto. L’impegno di Magic aprì una via. Quanto fece all’All Star Game e a Barcellona furono degli esempi da prendere. Nel 1996, decise di tornare in campo, con gli amatissimi Lakers. Giocò trentasei partite, Los Angeles si qualificò per i playoff e fu eliminata dagli Houston Rockets. Johnson ebbe medie più che soddisfacenti, benchè fosse assente da quattro anni dai parquet: nella regular season, totalizzò 14.9 punti, 6.9 assist e 5.7 rimbalzi a gara. Adesso sì, che era ora di lasciare: “È tempo di andare avanti”, disse. 

Anche la sua vita è andata avanti. Quelle sue parole del 7 novembre del 1991 non sono state soltanto un atto di sofferenza, ma, più di tutto, un moto di speranza. Sua moglie, Cookie, era incinta. Presto sarebbe nato Earvin junior. Magic precisò che entrambi erano sani, non erano stati attaccati dal virus. Johnson non ha mai smesso di impegnarsi nella lotta contro l’AIDS. Elisabeth Gasler, attivista della causa, una madre di famiglia che era stata infettata per una trasfusione di sangue, è stata, nei primi anni della malattia, un supporto e un’amica per Magic. Non ce l’ha fatta: è morta. Lui è ancora vivo e continua a battersi.

Vittorio Zucconi, nel 1997, scrisse su “la Repubblica”: “La scoperta del virus nel suo sangue, avvenuta per caso nel 1991 durante un esame medico per il rinnovo di una polizza vita, saldò il pubblico degli stadi con quello della strada, i bianchi ai neri, i sani ai malati, umanizzando il superuomo, come il morbo di Parkinson aveva fatto per Mohammed Ali. E fece moltissimo per togliere all’AIDS la stigmate di peste degli omosessuali e dei drogati”. Nessuno fra chi lo conosceva bene, fra chi ne sapeva la storia, si stupì davanti al modo con il quale egli reagì alla malattia. La sera in cui ricevette per telefono la notizia della sieropositività  credette di impazzire. Non lo disse alla moglie che dormiva. Corse fuori di casa, letteralmente, correndo per ore e ore sui marciapiedi di Los Angeles, come un cervo che fugga dall’incendio. Poi crollò. Chiamò il padre, nel Michigan, un uomo che aveva rischiato anni prima di morire ignorando per giorni un’appendicite per il timore di perdere il posto di saldatore alla General Motors. Il padre lo disse alla madre, la donna delle pulizie che ancora lavorava nonostante il figlio divino e miliardario, che disse “parto subito, vado da lui”. Fu fermata proprio da una telefonata di Magic che le disse no, non venire. Prima di essere consolato dalla mamma devo capire da solo e decidere. Decise di fare quello che nella vita aveva sempre fatto: vincere. Ed è ancora così.”

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