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Il calcio metallaro di Dario Dubois

Faccia dipinta, scivolate, anima pura. Storia del ‘Loco’ che voleva essere un Kiss

“Mi piacciono il fumo e il lampo
il tuono di ferraglia
gareggiare con il vento”

– Steppenwolf, Born to Be Wild –

“Dale, dale, Loco”, cantava una sparuta hincha sugli spalti. A pochi metri dal ritmato movimento di braccia, un centrale difensivo si lanciava spiritato nell’ennesimo intervento ruvido, dal sapore di metallo e di controcultura.

Aveva il volto dipinto, Dario Dubois, i capelli selvaggi, ricci-ribellione, e i lineamenti evidenziati dal bianco e dal nero. I suoi palcoscenici, ripieghi obbligati per sostenere la passione musicale, furono gli stadi dell’Ascenso argentino: mondo sommerso e oscuro formato dalle categorie al di sotto della Primera Nacional.

Era nato per essere libero, ‘El Loco’: libero in campo, libero fuori. Nei livelli equivalenti alle Serie C e D nostrane si ritagliò uno spazio in svariate retroguardie. Affidabile e carismatico, lungo tutti gli anni ’90 alternò scivolate a concerti serali, battaglie contro sporchi attaccanti a sferraglianti assoli di chitarra.

Yupanqui, Lugano, Deportivo Riestra, Laferrere, Cañuelas, Victoriano Arenas e, soprattutto, Ferrocarril Midland furono le sue band sui prati verdi. Grezze orchestre di provincia, mal assortiti agglomerati di rinnegati e talenti inesplosi a causa d’indolenza e droghe sintetiche.

‘El Loco’ in quel freak show sferico risultò il più atipico dei frontman. “Non mi piace giocare a calcio”, ammetteva serenamente, “Lo faccio perché mi esalta la competizione e perché i pochi soldi che guadagno mi aiutano… Sono in una situazione economica disastrosa”.

Nell’immensa Buenos Aires, terra di tutti e di nessuno, vagava come un cane randagio di barrio in barrio, di espediente in espediente. Prima degli allenamenti lo si poteva trovare a vendere incenso sui treni, a chiacchierare con qualche senzatetto, a fumare erba di fianco alla sgangherata bicicletta.

Anticonformista e genuino, decise di dipingersi il volto per scendere in campo. Lo fece a mo’ dei Kiss, esaltando la propria anima metal, destabilizzando compagni e avversari. “Sento molta energia”, dichiarava agli sbigottiti cronisti locali, “I miei avversari hanno paura e io mi sento ancora più carico. Non sono un clown, o meglio, se volete metterla così: sì, sono un clown che si dipinge la faccia, ma che morirebbe per la maglia che indossa”.

Durò 14 intense partite la performance artistica del ‘Loco’ Dubois, giusto il tempo impiegato dall’AFA (Federazione Argentina) per implementare il regolamento, vietando la possibilità di camuffare o, in qualche modo, alterare il volto prima di una gara ufficiale.

Bandita la sua pratica, Dubois divenne immediatamente personaggio di culto, vedendosi venerato da appassionati di tutta la nazione.

Notorietà passeggera, di nicchia, che permise di far venire alla luce lati inaspettati del più originale dei ‘Locos’ portegni. Era un uomo dalla profonda umanità, Dubois, dall’inattaccabile integrità morale.

Sovente trasportò un venditore ambulante allo stadio, caricandolo sulle spalle per ovviare alla sua disabilità. E ancora, rifiutò offerte pecuniarie per perdere, lo fece più volte, nonostante l’aridità del proprio portafoglio. In uno di questi episodi finì per sputare in direzione di un noto politico locale, presidente della Juventud Unida, dandogli pacatamente del “figlio di puttana”.

Eclatante poi l’occasione in cui, davanti al mancato pagamento della mensilità da parte di uno sponsor, ‘El Loco’ decise di entrare in campo e lanciarsi nel fango, spalmandoselo sul petto e rendendo invisibile l’intera maglia, marchio pubblicitario compreso.

“In campo ho una coscienza politica”, insisteva con compagni e dirigenti. Ruvido ma correttissimo, non si abbandonò mai all’onda più oscura del metallo che gli scorreva nelle vene,  dichiarandosi sempre “non violento”: “Sono un difensore, chiaro, ma so bene che molti degli attaccanti che incontro devono andare a lavorare il lunedì”.

Estremo per natura, Dubois alternò lungo tutta la carriera calcistica eloqui filosofici a scene altamente comiche, azioni solidali al sensazionale burlesque: “Una volta, giocando per il Midland, mi sono visto estrarre due cartellini gialli in rapida successione. Al momento di tirare fuori il rosso, l’arbitro ha fatto cadere delle banconote per terra. Io le ho afferrate e sono scappato. Mi hanno inseguito tutti: arbitro, giocatori, staff di entrambe le squadre. Correndo urlavo: “Questo è quello che ti meriti, stronzo!”. Poi, però, ho deciso di restituire tutto”.

Fu tutto questo, il mettallaro del futbol argentino, era estro e irriverenza, irrazionalità e spontanea follia.

Visse come un’artista, senza badare ad alba e tramonti, a gol subiti e palchi da calcare. “Ho fatto di tutto nella vita, credo mi suiciderò a 40 anni”, confidò in una tristemente profetica intervista.

Diventato con lo scorrere del tempo tecnico del suono, Dario Dubois si spense a soli 37 anni, vittima di uno scontro di strada. A freddarlo furono due colpi di pistola, sparati da delinquenti bramosi della sua logora bicicletta.

Una fine tragica, maledetta, scenica. Una fine degna di Dario Dubois.

Gianmarco Pacione

29 settembre 2020

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