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Altro che primo dei battuti

Classe 1954, altoatesino di Vipiteno, c era l’unica carta di rilievo che negli anni settanta la Valanga Azzurra poteva calare nelle discese libere. Se la vedeva con austriaci, svizzeri, i folli canadesi e ovviamente con il più forte di tutti i tempi, Kaiser Franz di Carinzia.

«Il secondo? È il primo dei battuti» sentenziò con una dose di tracimante cinismo Enzo Ferrari. Vero? Mica tanto.
Dipende infatti da chi hai davanti a te.
Quando recentemente ho incontrato Herbert Plank ho pensato a quella frase del Drake. Mi sono chiesto che ne sarebbe stato se sulla sua strada un campione come Felice Gimondi non avesse incontrato un mostro come Eddy Merckx. Lo stesso vale, per Herbert Plank: che ne sarebbe stato se non avesse incrociato un fenomeno come Franz Klammer? La risposta ce la potrebbe dare Gary Lineker nel calcio a proposito dei tedeschi, ma ne abbiamo abbastanza per poterci fermare qui.
Essere il «primo degli umani» non è una sconfitta, è semmai un onore. Classe 1954, altotesino di Vipiteno, Herbert Plank era l’unica carta di rilevo che negli anni settanta la Valanga Azzurra poteva calare nelle discese libere. Se la vedeva con austriaci, svizzeri, i folli canadesi e ovviamente con il più forte di tutti i tempi, Kaiser Franz di Carinzia.
Herbert non era un discesista puro, ma provenendo dal gigante era dotato di mezzi tecnici di alto livello.

L’istrionico e geniale ct della nazionale italiana Mario Cotelli ebbe un’idea: la squadra azzurra aveva problemi di abbondanza tra i pali dove avrebbe dominato la scena grazie alle imprese di un gruppo straordinario e irripetibile, ma soffriva di penuria in discesa libera. Fu così che Cotelli dirottò il giovane Herbert sulla velocità. Lo chiamava bonariamente “Manubrio” per la posizione delle braccia, ma sapeva di aver a che fare con un talento puro. Al confronto delle corazzate austriache e svizzere, la squattrinata legione italiana si arrabattava come poteva. Pochi i soldi, scarsi i mezzi. Le armi? Talento e ingegno.
Il 10 dicembre del 1973 a 19 anni Plank vinse a Val d’Isere la sua prima discesa libera di coppa del mondo: «Avevo debuttato l’anno prima. Avevo il 41 di piede, mi diedero gli scarponi taglia 43. Rimasi basito. Mi dissero di fare poche storie, così infilai tre paia di calze e risolsi il problema» racconta lui stesso. Pochi giorni dopo, il Circo Bianco si trasferì a Schladming nella tana del Kaiser. Soffiava scirocco e pioveva. Tutto lavoro per gli skimen, impegnati a togliere filo dalle lamine degli sci.
Nella notte il meteo cambiò repentinamente e con l’arrivo del sereno scese il gelo. La pista si tramutò in un lastra di ghiaccio: nessun problema per Klammer che a disposizione aveva ampia scelta di materiali, ma per gli italiani fu un incubo.
Saltarono tutti come birilli nello stesso punto all’uscita da un curvone micidiale che immetteva in un budello battezzato da quel giorno “La Buca degli Italiani”. Herbert uscì di pista sbattendo contro le paglie di un fienile; peggio andò a Rolando Thoeni e Franco Bieler che finirono in ospedale fratturati. Oltre a Klammer, Plank davanti aveva fuoriclasse come gli elvetici Roland Collombin (nel 1975 si ruppe due vertebre a Val d’Isere e pose così fine alla sua carriera) e Bernard Russi: eppure lui era sempre lì a battagliare sul filo dei centesimi.
L’appuntamento che valeva la carriera arrivò nel 1976 ai Giochi di Innsbruck, sempre nel regno di Klammer.

In cima al Monte Patscherkofel gli elicotteri calavano i Fischer C4 da testare per l’idolo di casa.
Erano degli autentici missili in dote ad un jet come l’asso asburgico. Lo stesso certo non si può dire degli Spalding di Plank. In contatto con un emissario della Rossignol, Cotelli fu tentato di cambiargli gli sci anche al punto di privarli della serigrafia del marchio e renderli del tutto anonimi. La Spalding non la prese affatto bene e ne scaturì una lunga e accesa diatriba che tenne banco fino al giorno della gara. Plank scese regolarmente con i suoi Spalding e alla fine fu bronzo alle spalle di Russi e di un Klammer fenomenale. In libera, non prendevamo una medaglia alle olimpiadi dai tempi di Zeno Colò: «Bene così. L’oro lo vinse il più forte discesista di tutti i tempi» ammette oggi Herbert con la consueta signorilità.
Plank chiuse la carriera nei primi anni ottanta, quando la Valanga era già un ricordo, con 5 vittorie in coppa del mondo, 10 secondi posti e 6 terzi posti. Nel 1977 si tolse la soddisfazione di essere il primo italiano (ad oggi l’unico altoatesino) a vincere la libera in Valgardena sulla Saslong.
Oggi manda avanti il suo negozio di sport a Vipiteno, dove il figlio è specializzato nel bootfitting degli scarponi.
Per modellarli, tanti atleti di coppa del mondo si rivolgono proprio a lui che sapeva vincere anche con uno scafo di due taglie più grandi. Altri tempi…Ha poi le sue mucche da curare e il fieno: «Ho un pezzo di terra. È il mio modo per rilassarmi. Altri hanno il golf, quello è il mio».
Campione di talento in pista e di modestia fuori. Altro che primo dei battuti…

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