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Guido Buchwald, l’anti Maradona

Il gigante tedesco che annichilì il ‘Pibe de Oro’, rubandone il nome

“Pensa solo a Maradona”, gli disse ‘Kaiser’ Franz, e Guido Buchwald eseguì.

Nell’ultima magica notte romana, il gigante nato a pochi metri dal muro di Berlino incollò il suo metro e novanta al diez argentino, guastandone estro e vena artistica, privandolo di tutto, perfino del nome.

Diego. Sono trascorsi tre decenni, ormai, da quella finale mondiale, eppure nella Germania calcistica ci si riferisce ancora a Buchwald come a ‘Diego’: un’antifrasi calcistica, un contrario divenuto sinonimo, un uomo per sempre identificato con le generalità del più illustre avversario.

“Lo seguii dappertutto, lui era infastidito e mi lanciò maledizioni. Da allora venni chiamato Diego”

Un’ombra bionda, un marcatore totemico e instancabile, un angelo luciferino.

Le lunghe leve di Buchwald furono antidoto per il veleno più letale del fútbol, furono l’esaltazione del villain romanzesco, calato nel più dorato dei palcoscenici con il solo compito di cancellare dal copione ogni battuta dell’attore protagonista.

Pianse Maradona, pianse per l’enorme tristezza, pianse per gli acciacchi che lo limitarono, per una caviglia gonfia all’inverosimile, pianse, soprattutto, per la frustrazione.

Riguardando le immagini di quella serata, si può osservare una coppia danzare mano nella mano, impegnata in un tango incessante e surreale. Non c’è inquadratura televisiva che non riprenda, contemporaneamente, il ‘Pibe de Oro’ e la propria guardia del corpo tedesca.

Maglie tirate, calci mirati, compassi aperti con il solo obiettivo di evitare folate del dio del calcio.

Il corazziere Buchwald colmò, passo dopo passo, le orme del condottiero albiceleste: lo fiutò, lo braccò, gli fece rimpiangere ogni metro percorso palla al piede.

Fu un duello di tradizioni e personalità, di geografie e scuole calcistiche, fu l’esaltazione della razionalità teutonica, fu l’annichilimento della fantasia porteña.

Ne venne fuori una delle peggiori finali della storia, uno “strazio”, come la definì Gianni Brera: “Beckenbauer ha marcato Maradona con Buchwald, che lo ha picchiato virilmente, non lasciandogli battere più di una punizione dal limite”.

Bastò quindi un dubbio rigore a decidere la contesa. Al fischio istantaneo dell’arbitro Codesal, Maradona reagì gridando allo scandalo, ipotizzando una macchinazione della FIFA ai danni della sua Argentina, sfogando la rabbia per una forzata apatia personale, per una recita mai realmente iniziata.

Fu un sacrificio, quello di Guido Buchwald, un uomo a cui venne chiesto di distruggere il calcio, d’interromperne momentaneamente la magia, per diventarne re assoluto.

Il 29enne dello Stoccarda accolse e svolse il proprio compito, tramutandosi in una figura fumettistica, in un Venom marveliano: supercattivo parassita, antieroe alla costante ricerca di un organismo a cui legarsi per la propria sopravvivenza.

Nel caso di Buchwald, però, l’obiettivo fu ben più nobile della semplice sopravvivenza. Fu la Coppa del Mondo, la stessa che strinse tra le mani nel cuore della notte romana. La stessa che lo rese, per tutti, semplicemente ‘Diego’.

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