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Gol di Rapinoe

Spregiudicata e determinata, Megan Rapinoe è la nuova icona del calcio femminile… e non solo.
La centrocampista statunitense, al centro delle polemiche per il suo scontro con Trump, scenderà in campo domani contro l’Inghilterra per aggiudicarsi l’accesso alla finale del Mondiale.

Nell’affollata corsa al ruolo di candidato dei Democratici alla presidenza, per la sfida a Donald Trump, il prossimo anno, tra Bernie Sanders, Joe Biden, Kamala Harris, Elizabeth Warren, Beto O’Rourke e il resto dell’ampia platea dei contendenti, il nome che potrebbe avere il maggior margine di successo è il suo. Quello di Megan Rapinoe, che non corre per Washington ma su un campo di pallone (o soccer, oltre l’Atlantico) ed è la fuoriclasse della nazionale USA di calcio femminile che, tra poche ore, si giocherà l’accesso alla finale del Mondiale che si sta svolgendo in Francia, affrontando l’Inghilterra. Talento purissimo, un diamante, che illumina le trame degli Stati Uniti e dei Seattle Reign, la Rapinoe, in questi giorni, ha conquistato una notorietà planetaria per il suo scontro polemico con Trump, con l’anticipazione del rifiuto di andare alla Casa Bianca in caso di successo, con la risposta secca del tycoon e un confronto che la Rapinoe non soltanto non ha congelato, ma ha riscaldato ancora di più: “Incoraggerei le mie compagne a riflettere attentamente sul condividere qualcosa con un’amministrazione che non lotta per le stesse cose per cui lottiamo. Ma non sono preoccupata di destabilizzare la squadra con le mie dichiarazioni, abbiamo uno spogliatoio molto forte e unito e siamo incredibilmente aperte le une con le altre”, ha detto Megan dopo che, con una doppietta, nei quarti, aveva steso la Francia. L’affaire, però, non è tutto qui.

Non canta l’inno nazionale. Si inginocchia per protesta mentre viene suonato, alla maniera di Colin Kaepernick, che considera una fonte d’ispirazione. È in prima linea nella battaglia per i diritti civili, contro ogni forma di discriminazione. Ha fatto outing da anni, già nel 2012, facendo sapere di essere omosessuale. La sua attuale partner è Sue Bird, giocatrice di basket in forza ai Seattle Storm, ed ha avuto delle relazioni con un’altra calciatrice, l’australiana Sarah Walsh, e con la cantante Sera Cahoone. Ce n’è più che a sufficienza per comprendere come la Rapinoe sia diventata un simbolo, un’autentica icona, per tanti e, in termini contrari, una presenza fastidiosa (eufemismo), per altri. Venerdì compirà 34 anni, ha disputato il primo Mondiale nel 2004, è affermata e, negli Stati Uniti, è un’atleta amatissima e con contratti di sponsorizzazione di grande rilievo, firmati con la Nike e Samsung. Tutto questo fa capire come si sia di fronte a una figura apicale e che, quando parla, viene ascoltata con enorme interesse. E anche questi sono i motivi per cui Trump, subiti gli attacchi di Megan, è passato, come gli è usuale, a un contrattacco molto duro, eppure temperato – visti i precedenti con Kaepernick e i giocatori di football americano che ne avevano imitato l’esempio, di cui aveva chiesto la sospensione senza stipendio – dal grande influsso che ha la Rapinoe sull’opinione pubblica degli States: “Sono un grande fan della Squadra Americana e del Calcio Femminile ma Megan dovrebbe prima VINCERE e poi PARLARE! Finisci l’opera! Non abbiamo ancora invitato Megan o la squadra, ma adesso invito la squadra che vinca o che perda. Megan non dovrebbe mancare di rispetto alla Patria, alla Casa Bianca o alla Bandiera, soprattutto perché è stato fatto moltissimo per lei e la squadra. Sii orgogliosa della Bandiera che indossi. Gli USA vanno alla GRANDE!”. A volerla buttare sull’ironia, si potrebbe notare che gli intenti di Megan e di Trump sono coincidenti: “Make America Great Again”. Il senso dell’espressione, per l’uno e per l’altra, è, ed è di tutta evidenza, diverso e contrapposto.

La storia degli Stati Uniti, d’altro canto, è fatta di questo tipo di dicotomie, e lo sport se ne è fatto latore e interprete. Si potrebbero citare esempi entrati nel mito, come il saluto a pugno chiuso (e guantato di nero) di Tommie Smith e John Carlos sul podio olimpico di Città del Messico, nel 1968, o il rifiuto di svolgere il servizio militare che portò Muhammad Ali a decadere dal titolo di campione del mondo dei massimi, sempre nei Sixties, mentre infuriava la guerra in Vietnam e Richard Nixon prendeva il potere, con Henry Kissinger a tessera la tela dello sceriffato internazionale degli USA. Il caso di Kaepernick, ma anche gli interventi di LeBron James in contrasto con le politiche di Trump, sono i capitoli che, di recente, hanno tracciato un percorso che procede da decenni. Si tratta di un dualismo insito nella società Usa, che per la sua stessa natura di Grande Paese cui partecipano decina, centinaia, e pure di più, di culture, credi religiosi, convinzioni, visioni della vita e del mondo, è un crogiolo di contatti e di attriti. Trump non è stato eletto presidente per una fatalità, nel 2016, e dovesse ottenere un secondo mandato, lo sarebbe ancora di meno. Ha solleticato i sentimenti di una terra antica, tradizionalista, conservatrice (qualcuno direbbe identitaria, ma quanto può esserlo una nazione tanto eterogenea e complessa?) e per cui un certo tipo di progresso sociale va in rima con appetiti troppo spostati a sinistra, e per definizione, quindi, ritenuti anti-americani. Megan Rapinoe, invece, di questo genere d’istanze è una campionessa. Viene da Redding, una città della California, uno stato che ha un marcato orientamento a favore dei Democratici, seppure abbia avuto al governo, in passato, imponenti presenze in quota repubblicana, a cominciare da Ronald Reagan. La Rapinoe ha studiato all’università di Portland, in Oregon, altro stato a maggioranza democratica, e lì si è formata. Ha giocato anche in Francia, a Lione, e negli Stati Uniti a Chicago (la capitale morale di Barack Obama, la cui moglie, Michelle, è cresciuta nel popolare quartiere del South Side) e a Philadelphia, the City of Brotherly Love in cui, nel 1776,  fu siglata la Dichiarazione d’Indipendenza. Nei tragitti umani suo di Trump c’è il parallelo tra due modi distinti e distanti di concepire gli Stati Uniti, il cui motto è il brocardo latino E pluribus unum. Dai molti l’uno. È chiaro che, in tempi divisivi, non basterà una Coppa del Mondo, per ricomporre le frammentazioni di questi anni. Nel dubbio, Megan fa quello che le è sempre riuscito meglio: giocare a calcio, segnare, vincere. Alla Casa Bianca, Trump dovrà, gli piaccia o meno, tifare per lei. Tutto sommato, cos’è che diceva? “America First”, già. E un gol di Rapinoe va bene per tutte le stagioni.

Matteo Fontana
Twitter @teofontana
Instagram @matteofontana1976

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