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Giorgio Malan, pentatleta modello

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La nostra intervista al giovane torinese: futuro del pentathlon moderno Azzurro

Difficile pensare ad uno sport più olimpico del pentathlon moderno. Il motivo si ritrova nell’identità del padre di questo connubio di discipline sportive: specialità solo apparentemente distanti tra loro.

Tiro a segno, nuoto, scherma, corsa ed equitazione: la visione del barone Pierre de Coubertin, fondatore dei moderni Giochi Olimpici, è molto semplice, soprattutto se immaginata nel contesto storico di fine ‘800.

Il pentathlon moderno dovrebbe testare le caratteristiche del soldato ideale: pone ancora oggi gli atleti di fronte alle difficoltà che potevano fronteggiare i loro antenati combattenti durante una battaglia, in un periodo storico in cui la tecnologia militare era ancora molto limitata.

Un diciannovenne ragazzo torinese, Giorgio Malan, ripercorre quotidianamente le fatiche immaginate da De Coubertin. Lo fa tra sacrifici e duro lavoro, dedicandosi anima e corpo ad uno sport dalle radici nobili e affascinanti.

A livello giovanile ha ottenuto enormi risultati. Ora si sta affacciando al mondo dei grandi, strizzando l’occhio a Tokyo 2020. L’abbiamo raggiunto per una chiacchierata a tutto tondo: abbiamo scoperto un ragazzo disponibile e un atleta serio, saldamente aggrappato ai propri principi

Quando e perché nasce il tuo rapporto con il penthatlon moderno?

Verso gli 8/9 anni. Avevo iniziato un corso di nuoto e l’istruttore, figura di spicco nell’universo del penthatlon moderno torinese, mi propose di cominciare questa nuova esperienza. L’idea che uno sport potesse racchiudere all’interno di esso tante discipline diverse mi è subito piaciuta, da quel momento ho proseguito su questa strada.

Hai analizzato più volte il concetto di versatilità: è questa la pietra miliare sui cui poggia la carriera di un pentatleta?

Ovviamente, bisogna partire dal presupposto che abbiamo a che fare con sport molto diversi tra loro: nuoto, tiro a segno, corsa, equitazione, scherma… Ogni specialità ha le proprie peculiarità, i propri segreti. Bisogna riuscire a essere fluidi e incisivi in tutte e 5 le frazioni: per raggiungere questo obiettivo è fondamentale essere versatili e continui. Fondamentale è anche l’allenamento, l’abitudine al gesto: le giuste sensazioni in gara ti possono arrivare solo se ripetute per ore e ore nei mesi precedenti. Deve venirti tutto automatico: solo in quel caso sai di aver lavorato bene in fase di preparazione. Chiaro, ognuno ha punti forti e deboli, il mio approccio è molto semplice: so che i due sport fisici, corsa e nuoto, sono i capisaldi da cui partire, mentre equitazione, tiro a segno e scherma sono molto più aleatori, dipendono in parte dalla giornata, in parte dalla fortuna. Generalmente si alternano periodi in cui ti senti a tuo agio in tutte le discipline, ad altri in cui fai particolarmente fatica in una specifica specialità: la mente sotto questo punto di vista è fondamentale, è l’unica arma per affrontare queste problematiche.

Che tipo di sacrifici deve fare un pentatleta per coltivare la sua passione?

Ogni giorno, di media, mi alleno in 4 sport differenti. Qui a Roma è molto più semplice, le strutture sono vicine tra loro e gli spostamenti non mi rubano molto tempo. A Torino, invece, la situazione è diversa, più complessa. Tra i viaggi in macchina e gli allenamenti sono in giro praticamente 8 ore al giorno. Non è facile, soprattutto se, parallelamente alla carriera sportiva, si vogliono portare avanti gli studi universitari: da qualche tempo sono iscritto ad economia aziendale e trovare spazio per lo studio è una vera impresa.

Dici spesso di gareggiare costantemente contro te stesso, anche all’interno delle gare, ci spiegheresti questo tuo particolare approccio?

Credo sia una caratteristica tipica degli sport individuali. Per me conta riuscire a raggiungere la vetta delle mie possibilità, fare il meglio che la mia condizione mi possa permettere di fare. Per ottenere risultati e per essere soddisfatti bisogna allenarsi, mantenere una grande forma e restare sempre sul pezzo. Questa è la principale sfida che lancio costantemente a me stesso: arrivare alle gare senza rimpianti per l’eventuale lavoro sprecato, buttato.

L’unicità del tuo sport è legata al fatto che non è necessario eccellere in una disciplina, il risultato finale premia la costanza. Come ti poni di fronte a questa peculiarità del penthatlon.

Secondo me questo è un lato fantastico del penthatlon moderno. Il fatto che si possa vincere la gara senza vincere le prove singole lo rende affascinante. Quando parlo di versatilità mi riferisco anche a questo: ci sono molti atleti che sono fortissimi in una singola frazione e che provano a camuffare i propri limiti nelle altre, per loro è difficile, quasi impossibile vincere la gara generale. Bisogna essere equilibrati, preparati eccellentemente in tutto, chi va alla grande da una parte e cerca di mettere le toppe nelle altre non è un ottimo pentatleta.

Negli ultimi Mondiali Junior in Polonia hai gareggiato con altri giovani italiani come Giorgio Micheli, Stefano Frezza e Cincinelli Matteo. Si può dire che ci sia una nuova generazione di pentathleti tricolori pronti a sbocciare?

Sì, e sono contento di questo trend. A livello giovanile stiamo alzando l’asticella, siamo in crescita costante. A livello senior, invece, la situazione attuale è un po’ bloccata. Nessun italiano al momento è alle Olimpiadi: proverò a cercare di qualificarmi, ma so già che sarà molto dura, non voglio mettermi addosso pressioni o aspettative inutili. Non guardo Tokyo come un obiettivo prestabilito, voglio viverla come un’opportunità da prendere giorno dopo giorno… D’altronde ho ancora due anni di carriera Junior: sono ancora giovane e il tempo per i 5 cerchi arriverà.

Redazione
20 dicembre 2019

Credit Daniele Solavaggione

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