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Gilles Villeneuve, l’ultimo volo dell’Aviatore

8 maggio 1982. Sul circuito di Zolder il genio canadese si piega al destino, entrando nel mito

“Il mio passato è pieno di dolore e di tristi ricordi: mio padre, mia madre, mio fratello e mio figlio. Ora quando mi guardo indietro vedo tutti quelli che ho amato. E tra loro vi è anche questo grande uomo, Gilles Villeneuve. Io gli volevo bene”

Era impossibile non voler bene a Gilles Villeneuve, lo sapeva anche il ‘Drake’, Enzo Ferrari. Era impossibile non voler bene a quello spericolato canadese del Québec, giunto in Ferrari quasi per magia, con ancora fissi nella memoria gli spruzzi di neve affrontati a bordo di motoslitte lanciate alla massima velocità.

Non era un ferrarista canonico, non era un vincente per definizione, non era un ragionatore ‘laudiano’. Era istinto e devozione, carattere e irrazionalità. Per il Cavallino avrebbe fatto di tutto, arrivò a fare anche di più, mettendo a repentaglio la propria incolumità senza remore, pur di soddisfare il popolo della Rossa.

A Gilles piaceva il rischio, piaceva il profumo dell’impresa leggendaria, del sorpasso imprevedibile. Combattente per definizione, alle macchine aveva dedicato ogni pensiero fin dalle prime gare in Nord America.

A Maranello fu una scommessa, una di quelle scommesse in grado di cambiare un profilo aziendale e una storia gloriosa. Arrivò in Italia mentendo sulla sua data di nascita, sottraendosi 2 anni: si sentiva arrivato tardi, forse troppo, in quel mondo magico.

Non aveva paura della morte Gilles, sapeva d’intessere ogni fine settimana una trama che, inevitabilmente, avrebbe potuto condurlo all’attimo fatale. “So bene che un giorno o l’altro finirò per avere un tremendo incidente”, diceva, e ancora “Non puoi staccare il piede dall’acceleratore mentre stai correndo veloce. L’unica speranza è che l’altro pilota stia guardando nello specchietto retrovisore”.

Villeneuve era ‘Aviatore’ nel perverso circo della Formula 1. Per cinque anni sotto gli occhi di Enzo Ferrari volò, volò sull’asfalto, si librò sopra le curve di molti circuiti: decolli imprevisti, figli di contatti a velocità proibitive.

Dissacrante, funambolico, al popolo Ferrari quel ragazzo dall’animo buono e dal piede inarrestabile era entrato prima in simpatia, poi in impareggiabile amore.

Capriole e piroette, sorpassi e traiettorie spettacolari. Il concetto di vittoria, davanti alle trovate del canadese, mutò diametralmente per la scuderia italiana. Divenne quasi un qualcosa di accessorio, una semplice firma a capolavori inscenati weekend dopo weekend.

“Lui voleva correre. Correva sempre. Gli dava piacere fisico farlo. Ovunque, comunque… Lo ricordo dopo le qualifiche di Anderstorp ’78. Eravamo in macchina io e lui. Per arrivare all’albergo dovevamo attraversare un bosco di betulle e lui inscenò una sorta di prova speciale di un rally: sempre in controsterzo a 180 km/h; io avevo una fifa boia mentre lui sorrideva”

Mauro Forghieri, storico ingegnere Ferrari, ricordò un ragazzo dalla sublime follia, un ragazzo che per le divinità a quattro ruote avrebbe fatto qualsiasi cosa. Lo ammise anche Joann, moglie del canadese, consapevole di venire per seconda nei pensieri del marito: “Arrivò una sera e mi disse di aver venduto casa per comprare una macchina”.

Gilles Villeneuve era proprio questo, un sognatore del volante, un uomo che alla velocità avrebbe dato tutto. E così fu.

Successe l’8 maggio 1982, sul circuito belga di Zolder, dopo settimane di acredine con il compagno Pironi. La ‘Curva del Bosco’ presa ai 227 km/h, la March di Mass che prova a lasciargli un pertugio non comprendendo la linea d’ingresso scelta dall’Aviatore, la collisione e il volo, l’ultimo grande volo, della monoposto numero 27.

Di quell’impatto e del conseguente salto fatale nel vuoto restano solo istantanee mentali: il doppio loop in cielo, il corpo sbalzato all’esterno dell’abitacolo, i piedi scalzi, il casco che rotola a un centinaio di metri di distanza, il paletto di sostegno della rete metallica.

Poi il buio, l’angoscia, la rianimazione disperata e i teli neri, sipario di stoffa sul leggendario canadese, la morte a 32 anni.

Enzo Ferrari perse un figlio, la famiglia Rossa perse l’angelo delle staccate.

Al momento dell’incontro con il destino, Villeneuve aveva vinto 6 GP e totalizzato 13 podi. I suoi successi, però, non si possono misurare statisticamente. Al momento dell’incontro con il destino, Villeneuve aveva vinto in qualcosa di più grande, qualcosa che ha a che fare con emozioni e appartenenza, con desideri e fascino irreplicabile. Aveva conquistato il cuore di un popolo intero, quello della grande piramide ferrarista.

Gilles Villeneuve era entrato nel mito. Un mito senza tempo, un mito impossibile da dimenticare.

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