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Giannis dei miracoli

Giannis Antetokounmpo, negli States è detto anche “the Greek Freak”, il Fenomeno Greco. Rappresenta il riflesso di una way of life per cui puoi arrivare ovunque anche se il contesto da cui parti non te ne darebbe l’opportunità.
Lui, ha imparato il senso del basket a Sepolia, il quartiere di Atene in cui è cresciuto. Si è preso l’NBA e può andare ancora più in alto.

È Giannis dei miracoli. Fa girare la testa agli americani, perché una storia come la sua va oltre Hollywood. Rappresenta il riflesso di una way of life per cui puoi arrivare ovunque anche se il contesto da cui parti non te ne darebbe l’opportunità. Lui, invece, si è preso l’NBA e può andare ancora più in alto.
Con quelle mani da Lestrigone – apertura da 30 centimetri – è un Gulliver a Lilliput.
Giannis Antetokounmpo ha, fin qui, dominato la stagione. Giusto per rimarcare il concetto, ha messo a referto 41 punti, con 10 su 17 da due e 2 su 6 da tre, in gara 4 dei quarti dei playoff. I suoi Milwaukee Bucks hanno asfalto i Pistons a Detroit: 127-104, con molta concessione al garbage time, tanto grande è stata la supremazia espressa. La serie è chiusa: 4-0, con i Bucks che non passavano il primo turno dal 2001.
Giannis dei miracoli, appunto.

Le stesse mani che ora riempiono il pallone fino a “mangiarselo”, ad Atene, pochi anni fa, vendevano souvenir ai turisti per raccogliere qualche euro da dare in famiglia. Gli Antetokounmpo sono arrivati in Grecia dalla Nigeria nel 1992, da clandestini. Giannis è nato nel 1994. Ora, nei campi di cemento in cui, in un Paese che è stato messo a ferro e fuoco dalla crisi economica, umiliato dalla finanza turbocapitalista e consegnato alle dipendenze della Trojka, i ragazzini hanno un idolo che guadagna 24 milioni di dollari a stagione e che è il più serio candidato a prendere il posto di LeBron James come icona mondiale della NBA. Negli States è diventato “the Greek Freak”, il Fenomeno Greco. Talmente immenso da scavalcare, nell’immaginario collettivo, Nikos Galis, il Divino che, rispetto a Giannis, ha fatto il percorso contrario: figlio di emigrati greci negli Stati Uniti (i suoi genitori erano originari dell’isola di Rodi), dopo essere passato per Seton Hall University, con i Boston Celtics che lo scartarono per un infortunio, tornò nella terra delle radici per entrare nel mito, quello vero, con l’Aris Salonicco – e il Panathinaikos –, oltre che con la nazionale. Adesso, al playground, gli adolescenti greci non sognano più di essere Galis: pensano ad Antetokounmpo. I suoi muscoli sono sculture, colonne del Partenone su cui si eleva un talento smisurato. Alessandro Papayannidis, sul “Corriere della Sera”, descrive così l’imponenza di Giannis: “La natura è stata molto generosa: in altezza (211 centimetri), larghezza (222 centimetri a braccia aperte) e agilità. Negli Usa una trasmissione specializzata ha rimarcato come il suo tendine di Achille sia lungo il doppio di un uomo normale. Traduzione: per saltare come un uomo normale, al greco basta metà dell’impulso (e della fatica). Ecco perché, anche agli occhi di un profano, i passi del suo “terzo tempo” somigliano più alle falcate di un triplista”.
Apollo e Dioniso si sono fusi in un’unica figura: quella, prassitelica, di Giannis Antetokounmpo.

La corsa all’anello resta lunga. Nella semifinale di Conference i Bucks sfideranno Boston.
I Celtics hanno liquidato gli Indiana Pacers con la stessa facilità con cui Milwaukee si è liberata di Detroit: 4-0, arrivederci e grazie per il divertimento. Con Kyrie Irving, Jayson Tatum e un ritrovato Gordon Hayward, se c’è una squadra che nella Eastern può pensare di fermare la devastante marcia in avanti di Giannis è Boston.
Sull’altra costa non è agevole individuare un rivale credibile per Golden State, al di là degli Houston Rockets di James Harden, il Barba che contende ad Antetokounmpo il riconoscimento di Mvp della stagione ma cui viene imputata la tendenza ad accentrare il gioco su se stesso. Giannis ha incassato i complimenti di un monumento come Shaquille O’Neal, che si è lasciato andare a un’incoronazione morale per il greco, in un intervento tv:
“Non ho mai dato a nessuno il mio soprannome, “Superman”, ma ho deciso di darlo a lui. È dominante”.
Intanto Antetokounmpo ha ricevuto il primo di EuroPlayer 2019 da “La Gazzetta dello Sport” e non si vedono all’orizzonte avversari che siano in grado di contenerlo. Ha destato sensazione che in gara 3 con i Pistons si sia limitato a realizzare 14 punti e conquistare 10 rimbalzi in 28’, frenato dai falli.
Su altre galassie cercano un motivo per cui Giannis non dovrebbe essere il prossimo imperatore dell’NBA.
Magari non vincerà quest’anno, ma la sua presenza è già un simbolo, uno status, un modo di essere.
E pensare che per giocare a pallacanestro, in Grecia, doveva dividersi le scarpe con suo fratello Thanasis, che ha due anni in più e veste la canotta del Panathinaikos. Ha imparato il senso del basket a Sepolia, il quartiere di Atene in cui è cresciuto. Suo padre, Charles, è stato un calciatore. Sua madre, Veronica, una saltatrice con in alto.
Per mantenere i figli, dopo essere emigrati, hanno fatto lavori di ogni genere: “Vivevamo in due stanze: i fratelli insieme, mamma e papà nell’altra, ancora più piccola”, ricorda Giannis, il cui cognome reale è Adetokunbo, poi grecizzato in Antetokounmpo, quello che marchia la sua maglia, la 34 dei Bucks. All’inizio, quando è apparso sulla scena NBA, l’hanno chiamato “The Alphabet”, per complessità della pronuncia di quello che somigliava ad uno scioglilingua. Giannis, ora, è sì l’Alfabeto: il basket, dall’alfa all’omega, è lui.
Il consiglio è di non prendere impegni. La storia, stavolta, la si fa a Est.

Matteo Fontana
Twitter @teofontana
Instagram @matteofontana1976

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