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Gholamreza Takhti, l’eroe iraniano

Lottatore sensibile, oro olimpico, anima pura. La storia dell’uomo più amato d’Iran

‘Pahlevani’ è un antico concetto persiano. ‘Pahlevani’ è un soffio morale, un coraggioso e leale modo di porsi di fronte alla vita, di fronte alle sfide. ‘Pahlevani’, nella tradizione iraniana, è lo ‘Sport degli antichi’: connubio ancestrale di ginnastica e lotta, riconosciuto dall’UNESCO come eredità culturale intangibile.

Umiltà, generosità, virtù, carità, pietà. Ai discepoli di questa speciale arte marziale è richiesta purezza d’animo prima che prestanza fisica. Essere ‘Pahlevani’ è un privilegio, vuol dire incarnare valori atavici e incontaminati, vuol dire seguire una filosofia pacata e muscolare, vuol dire essere uomini migliori.

C’è una persona, un atleta che, in particolare, ha meritato l’investitura di ‘Jahan Palavan’, ‘Palavan del Mondo’. Quel privilegiato è Gholamreza Takhti, per tutti il titano buono di Teheran.

Nato il 27 agosto 1930 nel quartiere periferico di Khani Abad, Takhti abbandona presto la scuola a causa degli enormi problemi economici familiari e comincia a lavorare per la Anglo-Iranian Oil Company. Nel 1948, da poco diciottenne, entra a far parte dell’esercito e inizia a scoprire il mondo del wrestling, della lotta libera, focalizzandosi sul cosiddetto Varzesh-e Pahlavani: una raffinata e provante combinazione di sollevamento pesi, lotta e condizionamento atletico. Il leggendario corpo di Takhti prende forma in questo periodo di duri allenamenti: il suo metro e 80 si riempie di fasce muscolari iperdefinite, il suo tronco si espande, si metamorfizza in granito.

Eccelle nella lotta, diventando l’uomo di punta della quotatissima scuola iraniana. Nei mondiali del 1951 si classifica secondo e alle Olimpiadi di Helsinki dell’anno seguente bissa il risultato. Dopo un’altra medaglia d’argento mondiale, Takhti riesce finalmente a salire sul gradino più alto del podio nei Giochi Olimpici di Melbourne ‘56. In Iran assurge a figura di spicco, l’intero popolo lo idolatra, le sue foto compaiono in ogni casa: è una stella umile, a portata di tutti.

“I migliori trofei che ricevo non sono le medaglie d’oro o d’argento. Il cuore di un essere umano vale migliaia di medaglie d’oro e so che migliaia di miei compatrioti mi hanno dedicato una parte dei loro gentili cuori”

Un altro oro, questa volta mondiale, vinto proprio a Teheran nel ’59, segna il punto più alto della sua carriera e della risonanza nazionale, seguito da un’altra vittoria mondiale a Yokohoma nel 1961. La reazione iraniana a questo periodo magico è corale: per i connazionali non c’è dubbio, Takhti è ‘il più forte di tutti’, è il ‘Pahlevan’ per eccellenza, l’eroe che si attende da migliaia d’anni.

Lo status di Takhti viene giustificato tanto dalle sue prestazioni dominanti, quanto dai suoi ineccepibili comportamenti. Il maestro della lotta libera ha un animo buono, la sua sportività è cristallina. Esplicativo è l’aneddoto legato al sovietico Aleksandr Medvev: consapevole dell’infortunio alla gamba destra del suo avversario, Takhti si rifiuta per l’intero match di sfiorare l’arto dello sfidante.

I suoi atteggiamenti dentro e fuori dalla palestra fondano il mito che arde, immutato, ancora oggi. Takhti è il gigante che combatte per il popolo, è il guerriero dalle mille virtù, è il persiano eletto. La sua coscienza gli impone di prendere parte alla vita politica nazionale, obbligandolo a calarsi in contesti complessi, difficili da gestire.

Già nei primi anni ’50 si schiera al fianco di Mohammad Mossadeq, capo del Fronte Nazionale, e alla sua volontà di nazionalizzare tutte le risorse petrolifere (che dal 1933 erano in mano ai britannici). Posizioni malviste dallo Scià Mohammed Reza Palavi e dagli storici apparati statali.

Tra il 1951 e il 1953, grazie alla posizione acquisita di Primo Ministro, Mossadeq costituisce la National Iranian Oil Company, generando momenti di enorme tensione con la Gran Bretagna. Dopo una delicata vittoria diplomatica all’ONU, Mossadeq incalza le alte sfere iraniane, estromettendo dal Paese lo Scià e formulando una serie di riforme agrarie e fiscali.

In questo vortice di stravolgimenti sociopolitici la visione politica di Takhti resta quella tipica di un socialista sognante, di un uomo che esige il bene comune e il livellamento di vaste sacche di povertà. Aspirazioni utopiche, riportate presto alla realtà dal colpo di Stato militare del 1953. Il dissacrante piano di Mossadeq cade vittima delle pesanti ingerenze di CIA e servizi segreti britannici, sostenute dai locali latifondisti e da parte del clero sciita, in quella che passerà alla storia come Operazione Ajax.

Davanti a un’Iran in subbuglio, Takhti scende in piazza, prova ad alzare la voce, ergendosi a volto di spicco per l’opposizione. In breve tempo viene nominato Segretario Generale del Partito Socialista, diventandone di fatto l’immagine più influente e a fuoco. La coraggiosa presa di posizione gli costa, però, una lenta e dolorosa discesa negl’inferi del SAVAK: l’apparato di sicurezza divenuto organo fondamentale nel mutato panorama nazionale. Takhti rischia l’arresto più volte. La sua notorietà, però, lo rende quasi invulnerabile: durante l’occupazione dell’Università di Teheran, per esempio, è l’unico a cui viene permesso d’entrare per consegnare cibo agli studenti in rivolta.

Nel settembre 1962, dopo un tragico terremoto a Bouin Zhara, polo abitativo ad ovest di Teheran, prende la propria rivincita sul governo in carica. Oltre 12mila morti fanno da sfondo ad un evento surreale: Takhti, secondo leggende d’epoca, con il megafono in mano e con un cesto legato al collo inizia a girare a piedi lungo tutta la nazione, chiedendo aiuti economici. Fa appello al cuore dei suoi compatrioti e riceve una risposta formidabile, che gli permette di guidare un’enorme operazione umanitaria nella zona disastrata. Operazione che i funzionari dello Scià non erano stati in grado di preparare.

Il 7 gennaio 1968 il corpo di Gholamreza Takhti viene trovato riverso sul pavimento del Teheran Atlantic Hotel. Per le autorità si tratta di suicidio, ipotesi rafforzata dal testamento trovato sulla scrivania, all’interno della stanza. Nessuno in tutto l’Iran crede a questa conclusione delle indagini. Takhti, al momento della morte, è padre da appena 4 mesi.

“Nella vastissima folla che seguì il suo funerale non c’era uomo che avesse pensato anche solo per un secondo al suicidio”, scrive l’autore Jalal Al-e Ahmad. La rivista satirica Towfigh, appena prima di essere cancellata dal SAVAK, titola “Non piangete per me, piangete per la vostra condizione attuale”, esibendo un disegno in cui Takhti appare con sembianze angeliche, intento a volare sopra la propria bara.

Il gigante di Teheran resta, ancora oggi, simbolo rivoluzionario, modello immutato per uomini e sportivi iraniani retti. Trova spazio anche in culture differenti, come quella americana, prova ne è il busto esposto all’interno della United Sports Academy di Daphne, Alabama.

“Takhti fu il più grande specchio e l’ultimo barlume di luce della tradizione del nostro tipico Pahlevani. Takhti rappresentava un comportamento morale, una tradizione, un universo di valori con antiche e intense origini e in grande contraddizione con lo status quo”

Le parole dell’intellettuale Darius Ashoori sono il sentito epitaffio ad un uomo speciale, un lottatore, un pensatore. Sono il commosso addio al ‘Jahan Palavan’, al ‘Palavan del Mondo’, a Gholamreza Takhti.

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