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Genio ribelle attento al conto in banca

Controverso, universale, debordante. Paul Breitner è un’icona del calcio degli anni settanta

Un cespuglio in testa, i basettoni ai confini del volto; leggeva Marx e Mao, stava con i Vietcong e mostrava un caratterino per nulla accondiscendente: in una Germania alle prese con le P38 della Banda Baader-Meinhof, gli davano del comunista. Chissà poi se Paul Breitner, detto Der Afro, lo fosse davvero. Fatto sta che un tipo del genere, calciatore universale capace di muoversi sia da terzino (rigorosamente a sinistra…solo un caso?) che da mezzala, in quel Germania-Olanda, finale del mondiale del 1974, te lo saresti aspettato in maglia arancione; insieme ai capelloni come lui, magari a fianco di un altro personaggino scomodo e spigoloso come Wjm Van Haanegem e gli altri geni ribelli della nouvelle vague. E invece Paul Breitner stava di qua, insieme sì all’amico Üli ma pur sempre con il più conservatore di tutti, il Kaiser Franz Beckenbauer, uno che a pallone giocava in camicia bianca e blazer. Casacca numero 3, calzettoni alle caviglie, testa calda e riccioluta, fu proprio Breitner a segnare dal dischetto la rete del pareggio tedesco; tuttavia la soddisfazione più grande se la prese al primo turno quando una sua fucilata stese il Cile dell’odiato generale Pinochet.  Nella finale di Monaco l’onore di infiocinare mezza difesa olandese e porre cosi la firma sulla seconda coppa del mondo nella storia della Germania (allora Ovest), toccò poi a Gerd Müller. Avviso ai naviganti: per chi scrive quella è ancora una ferita aperta, ma poco importa. Perdonate l’excursus.

Ciò che più intriga è la storia di un personaggio che è stato tutto il contrario di tutto, oltre che un gran giocatore, una delle tante icone del calcio degli anni settanta. Il calcio tedesco in quel periodo vive il confronto fra due fazioni: quella istituzionale del Bayern Monaco nella ricca e cattolica Baviera, e l’altra, l’anima rivoluzionaria e protestante incarnata dal Borussia Mönchengladbach. Paul starebbe meglio nella seconda insieme a gente come Netzer, Bonhof e Heynckes, e invece siccome è bavarese gli scout del Bayern si accorgono per primi di lui e lo portano alla casa madre. Il suo mentore è Udo Lattek, che al suo arrivo sulla panchina a Monaco lo chiama in prima squadra insieme a Uli Hoeness, l’altro ragazzo prodigio. Arrivano tre titoli nazionali, e la coppa dei campioni nel 1974. In nazionale debutta a vent’anni, nel 1972 è campione d’Europa. Con un bacchettone della vecchia guardia come Helmut Schön, i rapporti sono complicati; il ct mal digerisce l’anticonformismo di Breitner e il suo ruolo di sindacalista in seno al gruppo. In federazione le cose vanno anche peggio; un dirigente vorrebbe ad esempio costringerlo a tagliarsi la zazzera, ma ne ricava solo male parole. Poi però se il figlio irrequieto ti contribuisce a vincere un mondiale, gli perdoni tutto e i mugugni li puoi anche mettere da parte. Per un po’ almeno, perché dopo la coppa del mondo il ribelle spiazza tutti. In estate il Real Madrid lo alletta con un’offerta di 3 milioni di marchi che lui accetta di buon grado. Il Real è però anche un simbolo del Franchismo, e per uno con le idee di Breitner la scelta stride non poco. Il denaro è denaro, altro che destra e sinistra. E allora fa fagotto e parte. Al Bernabeu trova Günter Netzer, che il Borussia lo ha lasciato già da un anno. Se il divorzio dalla madre patria fa rumore, ancora di più lo fanno certe dichiarazioni al vetriolo del giocatore al momento dell’addio («Non mi sento tedesco» arriva a dire). Raus: le porte della nazionale si chiudono; rimane fuori dagli europei del 1976 e del 1980, salta il mondiale del 1978 in Argentina (anche se difficilmente avrebbe accettato di andare a giocare alla corte sanguinaria dei generali). In Spagna, l’allenatore jugoslavo Miljan Miljanić ha l’intuizione di schierarlo mezzala: con i Blancos vince due volte la Liga, ma non la Coppa dei Campioni. Curioso destino, il Real è fatto fuori in semifinale da Bayern Monaco, e nella gara di ritorno all’Olympiastadion Breitner è accolto da una bordata di fischi. Segno che non gli hanno perdonato il tradimento.

Dopo tre anni a Madrid, la moglie lo convince a tornare in Germania, dove però non riceve offerte se non dal piccolo Eintracht Braunschweig del magnate Günter Mast, il proprietario della Jägermeister. In provincia rimane un solo anno, litiga praticamente con tutti fino ad andarsene sbattendo la porta. La carriera pare compromessa, ma il Bayern, dove in scrivania siede ora il suo amico Hoeness, cerca il rilancio dopo anni di magra, e così riapre le porte della sua casa al ritorno del figliol prodigo. In squadra lega con Karl Heinz Rummenigge, e dopo un primo anno difficile i bavaresi conquistano un titolo che in bacheca mancava da sei anni. Successo bissato nel 1982, quando il Bayern perde però la finale di Coppa dei Campioni contro l’Aston Villa. Breitner è intanto tornato a giocare su livelli altissimi, nel 1981 è votato miglior calciatore tedesco e nella classifica del Pallone d’Oro è secondo solo a Kalle. L’amico convince il ct tedesco Jupp Derwall a richiamare Paul in nazionale per il mondiale del 1982 in Spagna. Nella finale contro la straripante Italia di Enzo Bearzot, i tedeschi cadono sotto i colpi di Rossi, Tardelli e Altobelli. Allo scadere, la rete della bandiera la firma proprio Breitner. Al mondiale si presenta stranamente in campo senza la barba ispida: a convincerlo a raderla è stato il contratto pubblicitario di 150.000 marchi con il dopo barba Pitralon. Inguaribile. Si ritira nel 1983 in seguito ad un infortunio quando ha 32 anni. Rimarrà nelle orbite del Bayern. Tra le tante, la frase che meglio sintetizza la personalità controversa di un uomo come Paul Breitner è la seguente: «Sono uno che ammette i suoi errori e che si prende la libertà di cambiare idea. Nessuno però mi conosce abbastanza da potermi giudicare». Prendere o lasciare. E che mai gli vuoi dire a uno così…

Lorenzo Fabiano

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