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Francisco Lázaro, Fidippide moderno

Il maratoneta che morì a 21 anni cercando l’oro olimpico

Chissà se pensò al glorioso antenato greco, Francisco Lázaro, durante i suoi ultimi, disperati passi. Chissà se pensò a quel Fidippide che si spense al grido di “Abbiamo vinto”, abbandonandosi alla morte sotto il peso della propria armatura.

Aveva raggiunto la Svezia da lontano, dalla sua Lisbona. Voleva ricalcare l’epica impresa del messaggero ateniese, raggiungere il più significativo degli ori a cinque cerchi.

Erano i Giochi Olimpici di Stoccolma, era la bollente estate del 1912. Nessuno si sarebbe potuto aspettare che, lungo quella maratona soffocata da oltre 40 gradi, la corsa del baffuto portoghese si sarebbe irreversibilmente interrotta.

Lázaro, da buon dilettante, si era dovuto prendere un permesso lavorativo per arrivare in Scandinavia.

Nel suo quartiere di Benfica faceva il carpentiere per un’azienda autombolistica: tra un turno e l’altro lasciava tutto e tutti per sentire il suono delle scarpe a contatto con la nuda terra, per far viaggiare gambe e pensieri da una freguesia all’altra.

A Stoccolma si era presentato come campione nazionale e come atleta dal grande potenziale. Poco prima di lanciarsi nel lungo viaggio sportivo di 42 chilometri aveva preso una decisione inconsueta, si era spalmato strati di grasso su vaste zone del corpo.

Lo fece forse per evitare ustioni solari, più probabilmente per una scellerata intuizione legata al contenimento della sudorazione. Grazie a quel grasso Làzaro doveva correre più a lungo e più velocemente.

Cronache dell’epoca riportarono una profetica frase pronunciata dal portoghese ai nastri di partenza: “O vinco o muoio”.

La patina d’unguento ottenne in breve tempo esiti totalmente opposti. Impedendo la naturale trasudazione durante lo sforzo, la lozione compromise gravemente gli equilibri elettrolitici, trascinando il corpo del portoghese in una drammatica spirale di disidratazione e fiacchezza.

Verso il 30esimo chilometro iniziarono le prime nebbie visive, unite ai primi segnali di grave difficoltà motoria. Un’alternanza di polverose cadute e passi sempre più incerti funse da drammatica passerella verso il definitivo oblio.

Chissà se pensò al glorioso antenato greco, Francisco Lázaro, quando per l’ultima volta stramazzò al suolo, privo di forze e di sensi. Chissà se pensò a quel Fidippide che si spense al grido di “Abbiamo vinto”, abbandonandosi alla morte sotto il peso della propria armatura.

Dettagli intimi di cui non ci è dato sapere. Quello che sappiamo, invece, è che quel 15 luglio 1912 il maratoneta portoghese non riuscì a riprendere conoscenza, venendo dichiarato morto poche ore dopo l’ultimo, fatale, collasso.

Come per il suo predecessore ateniese, anche la storia di Lázaro venne accolta dagli annali dell’epica. In patria gli riservarono un addio speciale, con oltre 23mila connazionali presenti: la gran parte di essi destinò una cospicua somma alla giovanissima vedova.

Nel tempo vennero eretti monumenti commemorativi a Stoccolma e Lisbona: lo stadio del Benfica porta ancora oggi il suo nome, così come una via della capitale portoghese. Simboli e tributi dedicati al primo atleta deceduto durante un’Olimpiade moderna.

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