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Francesi, quanto amo la vostra arroganza

Il Six Nations 2019 va in archivio con un nuovo cucchiaio di legno per gli azzurri. Concludiamo il nostro viaggio nelle terre del sei nazioni in Francia, tra ostriche, vino, piloni e scazzottate.

E veniamo alla Francia, intesa come tutto. Squadra, Paese, Nazionale. Ma anche modo di vivere, sapori, rugby e pugni in faccia. Potrei scrivere un libro. Ma chi lo leggerebbe? Forse mia madre, giusto per sapere di cose mai raccontate. Tipo quella volta che sono andato a casa di Totò Perugini a Tolosa prima dei quarti di finale coi i Cardiff Blues. Sono arrivato giovedì e «giovedì, Francé, non si esce. Qui la gente ti guarda, ti chiede il perché sei in giro due giorni prima della partita».
Allora venerdì. «Francé, io vado in ritiro. Tu vai a cena con Paoletta (la moglie – nda) e non ti azzardare a pagare».
E cena sia con Paoletta. E lei: «Francé, metti via i soldi. Se Totò scopre che hai pagato tu mi cazzia. Non ti azzardare!».
E venne il sabato, la partita, il pullman del Tolosa che arriva tra due ali di folla, la vittoria e il terzo tempo. Cena? «Francé, andiamo a casa. Oggi si può uscire. Ma io sono stanco. La vita del pilone è dura». Meraviglioso! A tanti anni di distanza posso dirlo: ho veramente voluto bene a Salvatore Perugini. L’ho considerato un amico, una persona di parola. Uno di cui fidarsi. Scambi di messaggi prima del decisivo Italia-Scozia del Mondiale (francese) del 2007. «Domani a sinistra giochi tu, Berbizier vuole vincere». Risposta. «No, non gioco». E io. «Io dico che giochi. E se giochi voglio la tua maglia».
Ora, non è affatto accettabile che s’instauri un rapporto di amicizia tra atleta e giornalista, ne sono consapevole. Ma sono passati tanti anni, io non sono più un giornalista e, per non creargli imbarazzi, troncai ogni rapporto con lui.
Bene, l’Italia perde una partita pazzesca e perde l’unica, vera, occasione che ha avuto nella sua storia per andare ai quarti di un Mondiale.

Totò ha giocato alla grande, titolare. Io sono nella mixed zone e intervisto tutti. A un certo punto compare lui, segnato in faccia. Con quella sua solita espressione a metà tra il diabolico e il peluche. Si avvicina a me e apre lo zaino, mi allunga una maglia dal peso specifico del piombo. Io la prendo in maniera istintivamente schifata e lui: «Francé…la volevi pure pulita?». Ripenso spesso a quel momento. Anche perché quella maglia è stata appesa in tutte le case in cui ho vissuto. Con macchie di fango che non sono mai venute via. Ripenso a quando abbiamo fatto quella splendida cena a Parigi con suo fratello (personaggio altrettanto leggendario!) nel loro unico giorno di riposo durante la manifestazione mondiale. Ricordo le lumache e il nome del ristorante, le “Les Mouvais Garcons”. E per giocare in prima linea devi essere proprio un cattivo ragazzo perché lì davanti sconti non ne fanno. Lui che si è guadagnato tutto quello che ha avuto, centimetro dopo centimetro. Lui che mi ha aperto le porte della squadra che può essere considerata il Real Madrid del rugby: lo Stade Toulousaine. Sono con lui al campo di allenamento e si avvicina un tecnico della prima squadra (non dirò chi neppure sotto tortura…). Mi chiede chi sia. «Sono un amico di Perugini». «Ah, amico di Totò. Allora puoi stare». «Vi piace come pilone, eh?». «Lui è fantastico. Quell’altro era bravo a fare la pasta ma Totò è bravo a giocare». Ora, per chi non bazzicasse molto il rugby “quell’altro” è Andrea Lo Cicero, il Barone, che giocò con poca fortuna a Tolosa e fu anche al centro di una brutta causa internazionale. Ovvio che i francesi di Tolosa avessero il dente avvelenato con lui…resta il fatto che la Ville Rose (ed è veramente rosa quando cala il sole!) mi è rimasta nel cuore.

Certo, Parigi. Ho vissuto in Rue de la Verrerie, al Marais, per due mesi durante i Mondiali. Ma Tolosa. E, poi, Perpignan. Con i tifosi della curva più infuocata di Francia (dopo Tolone…) che sventolano bandiere con i baffi di quel Salvador Dalì che definì la stazione di Perpignan il centro del mondo, lui così spagnolo ma, soprattutto, così catalano. Il rugby in Francia è il Sud-Ovest. Annotare i nomi delle strade che si dipanano da Tolosa a Biarritz vuol dire mettere in fila la storia di questo sport. Sono stato a Beziers, Agen, Narbonne. E sono stato in viaggio di nozze a Bayonne dove ho visto la mascotte Pottoka catturare l’attenzione di uno stadio pieno per una partita d’agosto trascinandolo minuto dopo minuto in una serie di esilaranti evoluzioni. Pottoka è un cavallo adrenalinico ed è il peggiore nemico dell’Indiano, la mascotte del Biarritz. Quell’estate abbiamo visto all’opera anche l’Indiano, si fumava una sigaretta a bordo campo guardando svogliatamente i piloni della squadra di casa e del Grenoble che se le davano di santa ragione a pochi centimetri da noi. Ancora oggi mia moglie ricorda il rumore sordo di quei pugni in faccia. E sono stato a La Rochelle, dove il mio compagno di squadra Michele Colosio era preparatore atletico della locale squadra di Top 14 e con il quale ci siamo regalati una magica serata a base di vino bianco e ostriche. Mai ne ho mangiate così tante in vita mia. Della Francia potrei parlare per ore. Io lo so che molti di noi trovano i francesi antipatici. Ma io li amo. Proprio perché hanno quell’arroganza che vorrei avessimo noi. Anche, e soprattutto, nel rugby.

P.s. mi ero ripromesso di non scrivere mai più di rugby. Poi Giovanni Gallio (il coraggioso inventore di Athleta e, cosa più importante, mio amico) è riuscito a convincermi. Scrivere questi cinque pezzi mi è costata molta fatica perché non è facile parlare dell’amante che ti ha tradito quando tu vivevi per lei. Eppure…mettendo in fila, in ordine sparso, alcune delle cose fatte in quegli anni ho avuto la netta impressione di esser stato fortunato. Perché il rugby mi ha dato le due cose più importanti della mia vita: mia moglie e la mia vita con lei. Scusate se è poco.

Francesco Costantino Ciampa

 

 

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