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Football di guerra, football mascherato

Cosa si cela dietro la foto più surreale della I Guerra Mondiale?

Domenica sera il Pescara è sceso in campo al Vigorito di Benevento indossando delle mascherine. Voleva essere un segnale, come ampiamente spiegato dalla società abruzzese sui social: “Preoccupati per la salute dei nostri giocatori e per quella degli avversari, siamo scesi in campo indossando le mascherine protettive”. La formazione schierata al centro del campo, a volto coperto, ci ha ricordato sinistramente uno degli scatti più surreali legati al primo conflitto mondiale.

Un’analogia labile, un paragone azzardato, eppure visivamente concordante. Un’evocazione puramente estetica, ribadiamo, di due scenari assolutamente distanti tra loro. Da una parte i ragazzi di mister Legrottaglie, preoccupati dai vari casi influenzali di alcuni membri della rosa, dall’altra un gruppo di soldati britannici intenti a giocare a calcio durante la I Guerra Mondiale. Ne è nato uno spunto di riflessione, una scheggia di memoria da cogliere immediatamente per riaprire una delle pagine più tetre del football sociale.

1916, la macchina fotografica cristallizza un’istante di vita, un surrogato di banale svago. Siamo nell’occhio del ciclone della Grande Guerra, 11 militari britannici incontrano un campo di calcio nel nord della Francia, il luogo preciso non è specificato. Decidono di giocare, forse. Forse si fermano semplicemente per farsi immortalare in quel contesto apocalittico. Indossano maschere antigas, loro unico mezzo di salvezza dinnanzi a quella che è, sicuramente, la peggior piaga bellica: l’utilizzo di armi chimiche. Il calcio durante la Prima Guerra Mondiale fu onnipresente, come riporta approfonditamente un articolo capolavoro di Grantland. Soldati, ma non solo, anche lavoratori e lavoratrici obbligati a vertiginosi ritmi di produzione delle fabbriche, che trovarono brevi e intensi momenti di divertimento calciando oggetti sferici tra un turno e l’altro. Il Dick Kerr Ladies F.C., per esempio, nacque a Preston all’interno di un’azienda di munizioni, e vide inizialmente un gruppo di donne sfidarsi in partite di calcio durante la pausa pranzo e l’irrinunciabile tea-break. In breve tempo la squadra diventò un fenomeno internazionale, giocando partite di fronte a diverse migliaia di persone tra Inghilterra e Francia. Ogni incasso venne sempre devoluto in beneficenza per le cure dei soldati feriti.
Il calcio, però, rappresentò molto più di un semplice veicolo per raccogliere sterline. Il pallone in questo conflitto fu una metafora, una metafora ‘fallita’, come scrive Brian Phillips. La guerra, in un crescendo propagandistico rossiniano, venne presentata come uno scontro sportivo, sul prato verde. Un’immensa partita tra diverse nazioni, da disputarsi sul fango intriso di sangue, tra trincee utilizzate come panchine. Per questo si susseguirono poster e immagini a tema, per questo alcuni battaglioni si fecero addirittura ritrarre con un pallone tra le gambe, in quelli che sembravano, a tutti gli effetti, dei ritratti prepartita.
Se da una parte, soprattutto negli ultimi anni, ha trovato ampio spazio cinematografico e romanzesco la cosiddetta ‘Tregua di Natale’, momento in cui una serie di “cessate il fuoco” permise a nemici giurati di stringersi la mano, di trascorrere del tempo insieme e di sfidarsi in match estemporanei, dall’altra alcuni casi ci mostrano come il semplice calciare una sfera verso l’ignoto potesse accrescere il coraggio dei tanti ragazzi con il fucile in mano. Vengono difatti riportate alcune situazioni impensabili, come quella del Capitano Wilfred Nevill nella battaglia di Somme, che diede il segnale di abbandono della trincea semplicemente calciando un pallone nella terra di nessuno. Una sfera che rotola, i corpi che escono alla scoperta pronti ad essere falcidiati nella più pericolosa delle partite. Un capitolo bellico che passò alla storia come il ‘Football Assault’.
Un assalto a cui prese parte anche il ‘Football Battalion’, battaglione formato da calciatori britannici. 122, per l’esattezza, numero comprensivo dell’intero Leyton Orient (all’epoca Clapton Orient) e Heart of Midlothian. Uno speciale nucleo fortemente voluto dalla stampa, in particolare da Sir Arthur Conan Doyle, che a questo proposito scrisse: “Se un calciatore ha la forza del corpo, lasciatelo servire e marciare sul campo di battaglia”.
In generale ogni momento libero vide giovani aitanti, probabilmente destinati ad una tragica morte, impegnati a sciogliere la tensione muscolare e mentale tramite un semplice pallone. Il calcio scacciò depressione e paura, seppur momentaneamente, fungendo da anestetico. Lo fece da entrambe le parti, in ogni fazione. Dunque eccoci tornati alla prima, evocativa immagine. 1916, nord della Francia, 11 uomini davanti a una porta con le maschere a gas fisse sul volto. Un ringraziamento a Legrottaglie e ai suoi ragazzi per aver inconsapevolmente riaperto un libro che non merita di essere chiuso. Quello del calcio bellico, quello del football da trincea, quello di uomini che, attraverso lo sport del popolo, hanno deciso di addolcire le proprie condizioni, le proprie vite e, in alcuni casi, le proprie morti.

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